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L’inevitabilità delle azioni di adattamento

Con questo post inizia una nuova sezione di Climalteranti.it, che si occupa delle recensioni di libri sui cambiamenti climatici.

Mettiamoci l’anima in pace: alcuni cambiamenti climatici sono inevitabili. Come mostrato da alcuni importanti lavori scientifici, alcuni cambiamenti climatici futuri sono già “decisi” dagli attuali livelli di CO2 nell’atmosfera, si manifesteranno e dureranno per secoli. Pur se è ancora possibile limitare la dimensione dei cambiamenti climatici futuri, per quante politiche e azioni saremo in grado di mettere in pratica per ridurre le emissioni, queste non basteranno a tenere i cambiamenti climatici sotto una certa soglia. In questo panorama appare necessario, oltre che utile, sviluppare strategie di adattamento al clima che avremo davanti nei prossimi decenni. In assenza di simili strategie, ci troveremo a fronteggiare una perdita di Pil compresa tra 0,12 e lo 0,20%, pari a una riduzione del reddito nazionale di circa 20/30 miliardi di euro, l’equivalente di un’importante manovra finanziaria.
Questi numeri si leggono nel libro Cambiamenti climatici e strategie di adattamento in Italia. Una valutazione economica  (Il Mulino editore, 2009), in cui Carlo Carraro raccoglie gli esiti di un progetto di ricerca a cui hanno collaborato l’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente e del Territorio (attuale ISPRA), il Centro Euromediterraneo per i Cambiamenti Climatici e la Fondazione Eni Enrico Mattei.

I numeri appena citati non annunciano catastrofi, non ci parlano di danni enormemente ingenti che il sistema economico italiano potrebbe trovarsi ad affrontare; il libro mette l’accento sull’esigenza di intraprendere politiche che richiedono strategie di lungo periodo. E lo fa a partire dalla metodologia utilizzata. La ricerca prende in considerazione i danni attesi dai cambiamenti climatici dopo che l’intero sistema economico avrà compiuto un adattamento autonomo, avrà cioè reagito agli effetti negativi dando luogo a un nuovo equilibrio. È a questo punto, che la ricerca calcola il danno atteso dai cambiamenti climatici.
Un altro elemento di originalità del lavoro di Carraro, sta nell’aver considerato il sistema economico italiano all’interno del contesto mondiale; in altre parole, lo studio analizza le reazioni che gli impatti dei cambiamenti climatici potranno indurre nei flussi di commercio e di capitali a livello internazionale tra l’Italia e gli altri Paesi e poi, anche qui, si procede ad analizzare i nuovi equilibri realizzati.
In sintesi, quindi, il libro è il frutto di un metodo di ricerca e di analisi che dà forma ai risultati attraverso un percorso molto delineato. Il primo passo consiste nell’analisi degli impatti fisici che i cambiamenti climatici avranno sul nostro territorio; il secondo passo riguarda la valutazione economica di questi impatti; infine, attraverso un modello dell’economia mondiale, gli impatti si traducono in cambiamenti che richiedono aggiustamenti, riadattamenti del sistema che vengono considerati fino a calcolare il danno complessivo per l’economia italiana.
Ecco qualche numero. In Italia, 16.500 km quadrati di terreno sono considerati vulnerabili al rischio di desertificazione, il che vuol dire che per questi terreni è prevista una diminuzione di resa agricola che, in completa assenza di politiche e strategie di adattamento, potrebbe essere calcolata in una cifra che oscilla tra gli 11,5 (nel caso di terreni adibiti a pascolo) e i 412,5 milioni di dollari l’anno (nel caso di terreni irrigati). Un altro esempio:  l’innalzamento della temperatura potrebbe costare nel 2030 una diminuzione del turismo straniero sulle nostre Alpi del 21,2%, mentre nel 2080 i danni del climate change sulle aree costiere della penisola sarebbero pari a 108 milioni di dollari in assenza di politiche e strategie di adattamento, costo che invece scenderebbe a circa 17 milioni se si adottassero azioni di protezioni delle coste. Dati significativi si possono trarre anche dall’osservazione di eventi passati, come ad esempio l’ondata di calore del 2003: se in quell’occasione avessimo adottato misure di adattamento, si sarebbero potuti risparmiare 134 milioni di euro.
Niente catastrofi, si diceva, anche perché il sistema economico ridistribuisce costi e benefici, danni e vantaggi: l’impatto dei cambiamenti climatici è di natura essenzialmente distributiva. E così, ad esempio, a fronte di una diminuzione di turismo internazionale possiamo attenderci un incremento di turismo interno e alcune aree saranno più esposte ai rischi della desertificazione, altre ne potranno beneficiare con la possibilità di coltivare nuovi prodotti.
Il libro segnala inoltre la difficoltà nello stimare costi “non di mercato”, ovvero quelli che vanno a insistere su realtà non soggette a scambio, e quindi senza prezzo (ad esempio la biodiversità e il patrimonio artistico e architettonico), nonché le incertezze nel ridurre gli impatti ad una dimensione unica, quella monetaria.
Ma la cosa certa è che se non saremo pronti ai cambiamenti, se non sapremo adattare il nostro sistema economico ad un clima che sicuramente sarà diverso, il prezzo sarà sicuramente più alto. E questo nel libro di Carraro è scritto a chiare lettere. Qualcuno, all’estero, ci sta già pensando e sta progettando strategie di adattamento di lungo periodo. Quando i cambiamenti climatici mostreranno in maniera più evidente i loro impatti, chi si sarà mosso prima si farà trovare pronto. E in Italia?

Testo di Mauro Buonocore, Centro Euromediterraneo per i Cambiamenti Climatici

Carlo Carraro
Cambiamenti climatici e strategie di adattamento in Italia
Una valutazione economica
Il Mulino, 2009
pp. 528, € 39,00

8 responses so far

8 Responses to “L’inevitabilità delle azioni di adattamento”

  1. Gigion Mar 28th 2009 at 12:11

    Devo dire che io sono sempre un poco scettico sulla possibilità di calcolare quanto costeranno i danni dei cambiamenti del clima.
    Come si fa a stimare il danno del fatto che io diverse notti dell’agosto di qualche hanno fa, mi sembra era il 2003, non riuscivo a dormire dal caldo ? Me lo ricordo ancora.

  2. Paolo Gabriellion Mar 29th 2009 at 20:50

    Probabilmente dipende dal tipo di danno che si intende preventivare. Un conto e’ ad esempio calcolare i mancati introiti per l’agricoltura a causa di un aumento dell’aridita’ ed un altro e’ calcolare i danni morali legati ad un’emigrazione forzata a causa della desertificazione.

    Il punto in realta’ e’: sono utili queste stime o meno? Secondo me sono utili perche’ pur fornendo probabilmente un calcolo sottostimato dei costi legati ai cambiamenti climatici, l’entita’ di questi “lower limits” puo’ gia’ giustificare il costo di un’azione preventiva di adattamento.

  3. Alessandroon Mar 30th 2009 at 05:42

    Un interessante articolo sui costi dell’ignorare i cambiamenti climatici si trova in questa intervista (in inglese) a Nicholas Stern apparsa sul Guardian di oggi.

  4. Alessandroon Mar 30th 2009 at 12:21

    Un altro articolo di Repubblica su quello che i cambiamenti climatici costeranno all’Italia.

  5. Corrado Truffion Mar 31st 2009 at 17:31

    OT:

    http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/ambiente/effetto-serra/mozione-pdl/mozione-pdl.html

    non ho parole…

  6. NoWayOuton Mar 31st 2009 at 23:02

    @Corrado Truffi

    Mi sembra la logica conseguenza del finto convegno di cui si e’ parlato in altro post su questo blog. All’unanimita’ gli scienziati presenti hanno decretato che il global warming non esiste! 😀

  7. ocasapienson Apr 1st 2009 at 00:12

    Be’, i modelli di previsione economica hanno margini d’incertezza che quelli del clima in confronto…

    Volevo segnalare il rapporto Edernhofer-Stern commissionato dal governo tedesco per il G20 – http://www.pik-potsdam.de/globalgreenrecovery – con un po’ di dati sugli “stimoli” decisi dai vari paesi con la quota destinata a una ripresa economica “verde”. La spesa cinese è presa “at face value” e ci credo poco, ma almeno c’è la base di partenza per tutto il ragionamento.

    E siccome Gigi ricorda il 2003, quando qui in Lombardia il grano era “bruciato” in sola settimana a fine maggio, c’è una ricerca di genetica vegetale – sconfortante – su Current Biology. Per i non abbonati, la foto qui spiega il problema:
    http://www.eurekalert.org/pub_releases/2009-03/uol-nbi033009.php

  8. Maurizio Morabitoon Mag 14th 2009 at 11:39

    Se “l’impatto dei cambiamenti climatici è di natura essenzialmente distributiva” perche’ dovrebbe risultare alla fine dei conti negativo? E se si parla di 20-30 miliardi di perdita, quali cifre (presumibilmente molto piu’ grandi) sono attese dal punto di vista dei costi, e da quello dei benefici, e con quale stima di errore?

    Qual’e’ infine la presa di posizione di Carraro riguardo il problema del “discount rate” che ha generato un certo dibattito fra gli economisti non tutti convinti della bonta’ della “novita’” di Stern?