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Benvenuti su Terraa – un pianeta ostile dove dobbiamo farcela

Un nuovo frame per il dibattito “oltre” il cambiamento climatico – l’ultimo libro di Bill McKibben prova a considerare le conseguenze dell’inazione politica e propone idee e riflessioni per un mondo ormai, ahinoi, diverso.

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Come vi sentireste se, avendo notato che il rubinetto della vostra vasca da bagno è aperto al massimo, aveste provato inutilmente a richiuderlo, chiamato in soccorso i vicini e averli visti litigare, e tutto ciò fosse andato avanti per vent’anni?

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Arrabbiati, delusi, depressi? Nel 1989 Bill McKibben pubblicava uno dei primi libri sul cambiamento climatico per il grande pubblico e da allora chiede non solo di chiudere il rubinetto, ma anche di incominciare a tirare via l’acqua dalle stanze.

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Col movimento 350.org, di cui è un leader, ha organizzato migliaia di eventi di tutto il mondo per premere per decisioni forti a livello globale.
L’esito della COP15 UNFCCC di Copenhagen, pur contenendo l’obiettivo, condiviso e firmato da 140 paesi del mondo, di impedire che la temperatura media mondiale cresca più di 2 gradi centigradi, ha mostrato che si è ancora molto lontani dalla chiusura del rubinetto: stime recenti dicono che gli impegni finora annunciati non saranno sufficienti a centrare l’obiettivo.

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In questo scenario si situa il libro 2010 di McKibben, che prende atto che in questi vent’anni si è fatto troppo poco e che l’appuntamento di Copenhagen non sembra essere stato in grado di invertire a sufficienza le tendenze in atto. E quindi annuncia che il sistema Terra è stato ormai deviato, che non ci troviamo più sul pianeta dalle condizioni ideali per la vita, in fatto di clima, precipitazioni, biodiversità, capacità di resilienza, ma su un nuovo, più ostile, mondo: Terraa .

Il riscaldamento globale non è più una minaccia filosofica né una minaccia per il futuro e, anzi, ormai non è più una minaccia. È la realtà in cui viviamo” (p. 15).

McKibben denuncia una vasta gamma di fenomeni preoccupanti in termini di violenza degli eventi climatici anomali, di stato dei ghiacci artici, di espansione dei tropici. Il cambiamento climatico non è più quindi (solo) un problema per i nostri lontani nipoti: è un problema dei nostri anni; e sono anni in cui i colpiti dall’impatto non saranno pronti a bersi le bugie ipocrite dei colpevoli: in “un piccolo villaggio, isolato anche per gli standard tibetani, una giovane guida locale mi accompagnò a vedere una roccia nera che si stagliava nel mezzo di un ghiacciaio. Affermava che era apparsa l’anno prima e ora cresceva di giorno in giorno perché la superficie scura assorbiva il calore del sole. Eravamo a centinaia di chilometri da qualsiasi scuola, lontani dalla televisione, e la gente del villaggio non sapeva né leggere né scrivere. Così ho chiesto al giovane ‘Perché si sta fondendo?’. Non sapevo cosa aspettarmi, forse qualche storia sulla rabbia degli dei. Mi guardò come se fossi sceso da un altro pianeta. ‘Riscaldamento globale” rispose, ‘Troppe fabbriche’” (p. 25).

Le parole della guida tibetana sono rieccheggiate amplificate ad ottobre 2010 a Tianjin, nel vertice preparatorio della COP16 di Cancún. Le delegazioni cinesi e dei paesi in via di sviluppo sono indignate di fronte alla pochezza e vaghezza degli impegni dei paesi che hanno immesso per decenni la maggior parte dei gas climalteranti nell’atmosfera. E chiedono i danni, in termini – per il momento – di finanziamenti e accesso alle tecnologie per la mitigazione e l’adattamento climatico.

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Di questa drammatica accelerazione, il libro di McKibben offre una rapida sequenza di fotogrammi dell’oggi e dell’immediato domani, che messi in sequenza producono un film breve da far venire i brividi. Mostra le aree fragili, i danni, le tendenze e ipotesi molto sequenziali di sviluppo, l’adattamento spontaneo e guidato di nazioni e comunità, le risposte e le contro-risposte, la speranza riposta nei sistemi di assicurazione privata e gli effetti del cambiamento climatico sulle tabelle attuariali, che rende tali protezioni troppo care.

Individua la fragilità dei sistemi centralizzati (energetici, finanziari, sociali) ai colpi diretti ed indiretti dell’ambiente e propone una risposta a livello di comunità locali interconnesse, à la Internet, più capaci, a suo parere, di resistere agli scossoni nelle infrastrutture ed alle interruzioni dei flussi. Propone di abbandonare il paradigma della crescita ad ogni costo a favore di uno sviluppo umano che passa da una “marcia indietro, in punta di piedi, con cautela e con rispetto”. Parla delle esperienze del Vermont, lo Stato americano in cui vive, della Toscana e di Lucca.

Parla, in logica innanzitutto di adattamento, di mutamenti nei sistemi energetici e in agricoltura improntati all’autosufficienza, a valle del collasso dei sistemi centralizzati.
Ma il libro non vuole essere catastrofista, anzi nel suo sottotitolo indica la volontà di descrivere “come farcela su un pianeta più ostile”. Nella presentazione pubblica a Roma, cui ho partecipato, Bill McKibben ha allargato i temi e le proposte.

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Innanzitutto apre a nuove alleanze e sensibilità politiche, diverse dai verdi e dai progressisti, dichiarando che coloro che si dichiarano “conservatori”, che sono legati alle tradizioni, alla patria, alla fede dovrebbero avere a cuore la conservazione dell’ambiente, dei modi di vita tradizionali e cita Bartolomeo, il Patriarca ortodosso di Costantinopoli, che gli ha scritto dicendo:

“Noi abbiamo tradizionalmente considerato un peccato semplicemente qualcosa che le persone fanno ad altri. Ma quando gli esseri umani degradano l’integrità della terra contribuendo al cambiamento climatico, quando privano la terra delle sue foreste naturali o distruggono le sue zone umide, quando gli esseri umani contaminano le acque, la terra e l’aria del pianeta – in tutti questi casi commettono peccato. 350 è pentimento che si fa azione”.
E il messaggio anti-centralista di McKibben sulle piccole comunità locali dovrebbe far felice la Lega e le formazioni localiste. Dopo pagine e pagine sull’importanza delle “modeste economie locali” (p. 110), dichiara: “i conservatori hanno ragione a proposito dell’inefficienza intrinseca delle grandi organizzazioni
” (p. 118).

Il che non impedisce al geologo Mario Tozzi, noto divulgatore scientifico e giornalista, che ha scritto l’introduzione al libro ed aperto la conferenza di Roma, di ragionare con McKibben sulla de-globalizzazione e sul prezzo ambientale che il sistema capitalista sta facendo pagare a tutti. McKibben esce dagli schemi, è un americano curioso, capace di ricollegare temi diversi esprimendo una posizione nuova ma seriamente intenzionata a costruire ponti tra le culture.

Tende invece ad ignorare un contesto come quello europeo in cui la governance multilivello e la sussidiarietà verticale ed orizzontale permettono a diversi livelli di governo e di responsabilità pubblica e privata di integrarsi con obiettivi comuni e attività sinergiche, evitando mere contrapposizioni grande-piccolo, come mostra il ruolo proattivo dell’Unione Europea nel Patto dei Sindaci (Covenants of Mayors), dove quindi continentale e locale non si oppongono ma si supportano vicendevolmente.

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Rispondendo ad una domanda sul ruolo della sovra-popolazione mondiale nella crisi ambientale, McKibben ha rovesciato il ragionamento: il calo del tasso medio mondiale di fecondità mostra la capacità dell’umanità di frenare fenomeni di crescita insostenibile.
Riflettere più seriamente a proposito di questo esempio porterebbe lontano. A fare la differenza non è stato un messaggio individualizzato che limita il numero dei bambini in ogni famiglia in nome di un imperativo globale né esclusivamente l’innovazione tecnologica (di cui pure c’è stato bisogno): è stata la crescita del ruolo della donna, della sua educazione, delle sue opportunità di vita – “l’età del matrimonio è stata ritardata, c’è maggiore libertà sessuale, non direttamente collegata alla riproduzione ed alla crescita dei figli” (p. 153). Forse se adattamento e mitigazioni climatiche terranno più conto delle esigenze di felicità delle persone, ce la potremo fare.

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Testo di Valentino Piana

7 responses so far

7 Responses to “Benvenuti su Terraa – un pianeta ostile dove dobbiamo farcela”

  1. biagioon Nov 7th 2010 at 21:13

    l’arogmento del libro mi ricorda molto il movimento delle citta in transizione (la prima citta fu totnes ) che esiste gia’ da qualche anno , Bill McKibben ne parla ?

  2. Valentinoon Nov 7th 2010 at 22:17

    Si, ne parla a pag. 129. Dice, tra l’altro: “Il movimento delle Transition Town è nato in Inghilterra e si è diffuso verso Asia e Nord America: una città dopo l’altra, si organizzano reti di baratto, si espandono gli orti collettivi. Lo stesso avviene – forse in misura anche maggiore – nelle periferie metropolitane….”

    Cita a quel punto http://www.jeffvail.net/2010/01/resilient-suburbia-toc.html e in particolare http://www.jeffvail.net/2008/12/resilient-suburbia-4-accounting-for.html

  3. Riccardo Reitanoon Nov 9th 2010 at 18:37

    Non ho ancora letto il libro, giace in attesa che finisca quello che ho in mano attualmente; potrei, quindi, cambiare idea.
    Temo di non essere abbastanza “rivoluzionario” da poter apprezzare fino in fondo quella che a me sembra una fuga in avanti; o forse sono solo piu’ europeo nel modo di pensare. L’organizzazione delle nostre società ha di certo bisogno di una profonda riorganizzazione, ma l’idea del “locale è bello” e dell’autosufficienza non mi ha mai del tutto preso, non riesco a vederla in pratica.
    In ogni caso, mi aspetto un libro stimolante e mi posso dire sicuro che non resterò deluso.

  4. Telegraph Coveon Nov 12th 2010 at 01:45

    Non sono idee nuove.
    La rivoluzione dal basso … per ora mi sembra riesco solo ad accumunarla ad altre idee rivoluzionarie:
    – la rivoluzione proletaria;
    – la rivoluzione culturale cinese …
    poi si vedrà

  5. Vincenzoon Nov 12th 2010 at 17:06

    beh, un po’ troppo facile, tutto uguale a tutto
    In realtà il problema del clima è un po’ diverso, se non altro perchè riguarda anche come staranno le persone nei prossimi secoli. Le altre erano decisioni che riguardavano gli stessi che le prendevano

  6. Telegraph Coveon Nov 13th 2010 at 00:44

    A dire proprio la verità io posso preoccuparmi (seriamente) per come starà mio figlio ma oltre …
    sono un essere umano non un semidio immortale

  7. Vincenzoon Nov 13th 2010 at 11:38

    No no, non sono d’accordo, cosi’ sembrerebbe che gli esseri umani non si occupano delle generazioni future.
    In realtà sono gli esseri umani di questi tempi, di questo sistema.
    Se si guardano altri tipi di società, guardavano ai posteri in modo diverso; e non perchè si sentivano degli dei o semidei.
    Ad esempio nel libro di Jared Diamond, Collasso, ci sono tanti esempi di come alcune società presero decisioni finalizzate ad assicurare la sopravvivenza e il benessere dei posteri. Altre non l’hanno fatto, e sono collassate.