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La fatica della scienza

A 3900 metri sul ghiaccio sommitale dell’Ortles si è svolta un’importante ricerca per ricostruire il clima passato delle Alpi Orientali.

Ancora oggi numerose sono le tesi complottiste, secondo cui tutti gli scienziati sarebbero complici (o vittime) di una macchinazione mondiale, volta a spaventare il mondo esagerando e addirittura inventando i pericoli del riscaldamento globale.

Oltre alle tante ragioni scientifiche più volte discusse, uno dei motivi per cui queste tesi sono poco sensate è che non tengono conto di un aspetto molto semplice, ossia quanto può essere faticosa la ricerca sul clima.

Gli scienziati passano settimane, mesi, anni a leggere, studiare, a scrivere, a discutere, a spiegare, a fare analisi statistiche e preparare grafici, tabelle ecc. A volte intere giornate alla scrivania, a volte la notte al computer a scrivere pezzi di codice o a controllare e ricontrollare dati; per non dire dei sabati e delle domeniche sacrificate, per finire un articolo, una presentazione o in qualche aeroporto.

Fra le migliaia di scienziati che studiano il clima saranno anche degli scansafatiche, ma la stragrande maggioranza è gente che lavora sodo, con passione. Possibile che tutti siano così fessi da buttare anni di lavoro, a volte gli anni migliori della propria vita, per una truffa? Non è ovvio che sarebbero i primi a denunciarla, per poi occuparsi d’altro?

 

A queste cose mi è capitato di pensare quando la scorsa settimana ho assistito ad una fatica tipica della ricerca sul clima: la raccolta delle tracce che ha lasciato nel corso del tempo nei ghiacci di alta montagna.

L’occasione è stata il Progetto Ortles, coordinato dal Byrd Polar Research Center dell’Università dell’Ohio  (USA) e dall’Ufficio Idrografico della Provincia autonoma di Bolzano, che si avvale della collaborazione scientifica di altre importanti università e centri di ricerca. Un progetto finalizzato a prelevare carote di ghiaccio sul ghiacciaio sommitale dell’Ortles, la montagna più elevata di tutte le Alpi Orientali, al fine di ricostruire le condizioni climatiche e ambientali del passato in queste zone.

Dopo circa 4 anni di preparazione, il progetto Ortles è entrato nella fase cruciale a metà settembre, come si può vedere dalle notizie aggiornate quasi quotidianamente sul sito web www.ortles.org.

Il responsabile scientifico della spedizione è Paolo Gabrielli, esperto paleoclimatologo di fama internazionale e uno degli animatori di Climalteranti. In queste tre brevi interviste video, motiva la scelta del sito sull’Ortles, illustra i primi risultati e le difficoltà dei carotaggi in 25 metri di firn superficiale intriso d’acqua che rende complicato perforare il ghiaccio sottostante.

Paolo è salito al campo base a 3850 metri il 23 settembre ed è da poco sceso, dopo due settimane ad una temperatura che di giorno varia a seconda dell’insolazione, di notte scende fino a -15 °C, e nella tenda è fra -4 e -10 °C. In questo video Paolo racconta gli aspetti pratici della vita a 3900 metri, i pericoli del congelamenti di alcune parti del corpo e i trucchi del mestiere per difendersi dal freddo, come andare a dormire nel sacco a pelo mettendo una bottiglia calda in mezzo alle gambe.

A questo si aggiunge il mal di montagna, che per i meno allenati comporta grande affaticamento e un fastidioso mal di testa.

Sull’Ortles, Paolo è stato raggiunto per alcuni giorni da Lonnie Thompson, uno dei padri della paleoclimatologia moderna, che racconta qui le ragioni della ricerca sull’Ortles e qui come i risultati di queste ricerche mostrano i segni di un insolito riscaldamento globale.

I carotaggi dell’Ortles sono effettuati da alcuni fra i massimi esperti di queste attività, Victor Zagorodnov e Vladimir Mikhalenko che, racconta Paolo, sono riusciti a risolvere i problemi derivanti dalle perforazioni di questo ghiaccio “caldo” in superficie e freddo al di sotto.

Sull’Ortles sono stati presenti numerosi altri ricercatori, fra cui Natalie Kehrwald dell’Università di Venezia, che mostra in questo video come sono custodite le carote di ghiaccio.

Jacopo Gabrieli, dell’IDPA-CNR di Venezia, racconta (purtroppo il video è un po’ disturbato dal vento) come dai carotaggi sui ghiacci si possono ricavare informazioni sulle passate emissioni di composti organici aromatici e di metalli pesanti nelle zone circostanti e nella Pianura Padana.

Fra i pilastri dell’organizzazione, Roberto Dinale dell’Ufficio Idrografico della Provincia di Bolzano, che qui descrive la particolarità dell’Ortles rispetto agli altri ghiacciai del territorio altoatesino.

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Sempre a proposito di fatica, nella foto a fianco due ricercatori dell’Università di Padova, Luca Carturan e Giancarlo Dalla Fontana, scavano nel firn al fine di predisporre il basamento di una stazione meteo per l’acquisizione automatica di parametri meteorologici.

 

Dopo 15 giorni di un insolito bel tempo, la spedizione sull’Ortles si è conclusa appena prima dell’arrivo dei venti dell’autunno e che le temperature calassero di 15 gradi.

Non rimane che approfittare di questo post per mandare un caldo saluto a tutti gli amici che hanno scavato nella melma, nella neve e nel ghiaccio per acquisire conoscenze. (1)

 

(1) “Il fatto che alcune persone siano disposte a trascorrere la propria vita a frugare nella melma stratificata a caccia di scarafaggi al solo scopo di acquisire questo tipo di conoscenze [sul passato] mi pare uno degli aspetti per il quale la specie umana meriti di essere salvata.”

Fred Hoyle (1915-2001), Anshen Conference, New York, 1993.

 

 

Foto1 : Campo base del Progetto Ortles

Foto2 : Il “Dome” del Progetto Ortles

Foto3 : Paolo Gabrielli e Lonnie Thompson sull’Ortles

Foto4 : Victor Zagorodnov e Vladimir Mikhalenko durante le operazioni di carotaggio

Foto5 : Luca Carturan e Giancarlo Dalla Fontana

 

 

 

Testo, foto e video di Stefano Caserini

13 responses so far

13 Responses to “La fatica della scienza”

  1. Giorgio Zerbination ott 13th 2011 at 06:14

    Ragione e sentimento: una dichiarazione d’amore per la scienza che diventa la prova più ragionevole della validità delle sue scoperte. Grazie. Giorgio

  2. Vincenzoon ott 13th 2011 at 07:11

    Chi pensa che sia tutto un complotto non usa la testa ma la pancia, quindi puo’ essere vero che se assistesse a quella che avete chiamato “la fatica”, magari penserebbe in modo un po’ diverso. Questo vale in generale per tutte le teorie complottiste.
    Molto interessante il video in cui si vede come fanno le perforazioni, grazie mille

  3. homoereticuson ott 13th 2011 at 11:25

    sì, d’accordo la fatica e tutto quanto…
    … ma anche un bel po’ di invidia per quei begli uffici lì in alto, sulla neve, a respirare aria pura… :-) , l’è mia cumè vess chi a Milan.

    Un po’ scherzo, un po’ no, e comunque grazie!

  4. Riccardo Reitanoon ott 13th 2011 at 12:29

    Molti degli scienziati che lavorano sul campo possono certamente testimoniare cosa significhi. Qualche tempo fa su Skeptical Science l’autore di un post su misure oceanografiche nei Mari del Sud ha voluto aggiungere in coda un omaggio agli oceanografi.
    Nel mio piccolo, ho avuto una breve esperienza su una nave oceanografica, la Thetis, in un placido mare settembrino e gli imprevisti sono stati tanti (e faticosi!).

    Mi permetto di approfittare dell’occasione per ricordare lo speronamento della Thetis davanti l’isola di Favignana e la morte di uno scienziato rumeno affondato con la nave.

  5. [...] – http://www.climalternati.it . Un sito molto seguito sulla evoluzione delle ricerche di ambito climatico. Ci trovate questo post scritto dai ricercatori del progetto Ortles [...]

  6. Paolo Cast.on ott 13th 2011 at 21:57

    Si, anche stare seduto al PC per tutto il giorno è pesante, ma lo fanno in tanti e magari lo faresti comunque.
    Se sti sotto una tenda al freddo, ti fai delle domande diverse.
    Bella la spiegazione live dei problemi nel forare il ghiaccio
    Ma non ho capito da dove arriva l’acqua che si vede che scaricano, è neve fusa?

  7. Paolo Gabriellion ott 16th 2011 at 08:42

    Grazie mille a Stefano per la visita e la bella panoramica relativa alle nostre operazioni sull Ortles.

    @ Paolo Cast.
    Si, si tratta della neve superficiale fusa durante le estati anomale degli ultimi trent anni e percolata in profondita fino alla superficie che delimita la neve (firn) dal ghiaccio, a circa 25 m di profondita. Piu in basso invece, il ghiaccio impermeabile ha impedito all acqua di percolare e rimane ad una temperatura inferiore allo zero, conservando ancora la memoria termica dei periodi freddi passati.

  8. Gianfrancoon ott 18th 2011 at 20:44

    Altro bel pezzo. Ricco di contenuti. Rende bene il fascino straordinario della ricerca scientifica, in questo caso poi in un ambiente di eccezionale bellezza anche se un po’ ostile. Il primo commento dice “una dichiarazione d’amore per la scienza” – vero!

    Riguardo alle accuse di macchinazioni e di malafede, sarebbero gravi se fossero provate a almeno minimamente plausibili. Rimanendo insinuazioni squalificano più chi le lancia di chi le riceve. Certo, la calunnia sarebbe un reato – vale la pena sporcarsi le mani e trascinare qualcuno in tribunale? Che tristezza.

  9. Stefano Caserinion set 2nd 2012 at 21:31

    Il caldo scioglie il ghiaccio: crolla la croce dell’Ortles
    http://altoadige.gelocal.it/cronaca/2012/09/02/news/il-caldo-scioglie-il-ghiaccio-crolla-la-croce-dell-ortles-1.5629920

    Paolo, mi sa che hai fatto appena in tempo a prendere i campioni… sic…

    PS
    La seconda foto del post era stata fatta proprio di fianco alla croce…

  10. gvdron set 2nd 2012 at 23:31

    Leggo il post solo ora, e leggo il commento di Stefano. Sono stato sull’Ortles il 19 agosto. Caldo strano, o almeno così pensavo, dando la colpa ai vestiti pesanti. Speranza ingenua.

    Che male al cuore…

    Non so se è cosciente, ma anche su questo articolo “a lutto” c’è il nome del killer (il caldo) manca l’indicazione del mandante.

  11. Stefano Caserinion set 3rd 2012 at 06:40

    Comunue è necessario attendere le conferme del caso;
    da questa foto del sito montagna tv
    http://www.montagna.tv/cms/?p=42701
    sembrerebbe che il supporto basale della croce c’è ancora, quindi la roccia sottostante non sarebbe crollata e potrebbe essere che la croce sia crollata per qualche altro motivo.

  12. Paolo Gabriellion set 11th 2012 at 11:56

    Abbiamo fatto le verifiche sul posto e possiamo ora confermare che la croce sommitale dell’Ortles si e’ staccata a causa del crollo della roccia su cui era istallata.

    La foto, pubblicata dal quotidiano locale “Dolomiten” e poi ripresa dal sito http://www.montagna.tv, in cui si mostra la roccia sommitale con il supporto basale della croce ancora intatto, non ha dunque riscontro con la realta’.

  13. Paolo Gabriellion ott 8th 2012 at 14:28

    Per chi fosse interessato, abbiamo presentato i risultati preliminari relativi alle carote di ghiaccio dell’Ortles.

    http://www.provincia.bz.it/usp/service/285.asp?aktuelles_action=4&aktuelles_article_id=405548