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I distacchi rocciosi in alta montagna e il ruolo dei cambiamenti climatici

In attesa di capire se anche il recente crollo della croce dell’Ortles a 3905 m sia una conseguenza diretta dei cambiamenti climatici, e prendendo dunque spunto dalla notizia, vorrei fornire alcune indicazioni sulle ricerche scientifiche attualmente in corso in questo ramo relativamente nuovo della geomorfologia. Ho avuto l’occasione di partecipare ad un’interessante conferenza tenuta lo scorso 23 Agosto ad Argentière, sul versante francese del Monte Bianco, ironia della sorte proprio durante una delle settimane più calde mai sperimentate in loco (temperature massime di 35°C a 1000 m di altezza).

Ludovic Ravanel, giovane ricercatore francese esperto di geomorfologia, nonché guida alpina, studia il permafrost in ambiente montano, ovvero tutto il materiale litosferico la cui temperatura permane inferiore agli 0°C per almeno due anni. Questo concetto si applica dunque non solo al terreno, cosa forse più familiare ai non esperti del settore, bensì anche alla roccia, ed in particolare alle ripide pareti in alta montagna. La soglia degli 0°C è naturalmente legata allo stato fisico dell’acqua potenzialmente presente, ed in particolare al fatto che, quando si parla di presenze interstiziali tra strati di roccia, il ghiaccio assolve alla funzione di collante tra gli stessi, mentre l’acqua al contrario ne può causare il distacco e/o lo scivolamento relativo.

E’ dunque dalla fine degli anni ’70 che, in particolare i ricercatori svizzeri, hanno iniziato ad ipotizzare l’esistenza di un legame tra i distacchi rocciosi e il cambiamento climatico, proprio attraverso la degradazione del permafrost favorita dal’incremento delle temperature. Incremento che, come si può osservare in figura, risulta quasi doppio nelle Alpi rispetto alla media globale.

Tra i più importanti episodi associabili a questo fenomeno si ricordano:

  • il franamento del Kolka, nel Caucaso (Settembre 2002), che ha interessato in totale 100 milioni di m3 di roccia, un dislivello di 3000 m e effetti su una distanza di più di 30 km
  • il crollo della punta Thurwieser, in Valtellina (Settembre 2004)
  • il crollo del Pilier Bonatti sul Dru, nel massiccio del Monte Bianco (Giugno 2005), 265.000 m3 di roccia; ed ancora altri crolli sul Dru negli anni successivi
  • un importante crollo sulla parete Est del Cervino, poco sotto la capanna Carrel (Luglio 2003)
  • numerosi crolli sulle Alpi nel corso della torrida estate del 2003

Fattore cruciale risulta dunque la misurazione della temperatura delle pareti rocciose, ed in particolare il suo andamento in funzione della profondità, alla ricerca del punto dove sussistono le condizioni per la presenza di permafrost.

Tra le tecniche utilizzate dal gruppo di Ravanel vi è quella di inserire sensori di temperatura all’interno di fori effettuati in parete. Ne sono stati fatti numerosi nell’Aiguille du Midi, sperone di roccia granitica che si erge a 3800 msulla verticale di Chamonix, meta ogni anno di centinaia di migliaia di turisti scaraventati a quella quota da una comoda funivia per ammirare uno dei panorami più belli delle Alpi. E’ evidente che crolli rocciosi su quella cima potrebbero avere effetti devastanti. Ebbene, il ripristino delle condizioni di gelo dopo il periodo estivo si verifica ultimamente sempre più tardi nell’anno e sempre più in profondità. Ad esempio, nell’autunno del 2011 gli 0°C sono stati rilevati a8 mdalla superficie, rispetto ai 5 mdell’anno precedente.

Anche l’altitudine media a cui si verificano i crolli rocciosi sul massiccio del Bianco risulta in crescita negli ultimi anni, con dei picchi più marcati in anni come il 2003 e il 2009. Interessante notare dalla figura in basso come le rilevazioni empiriche del numero di distacchi mostrino un massimo relativo anche nel decennio 1940-1950, caratterizzato da un analogo massimo relativo dell’anomalia di temperatura.

Visto che il periodo più propizio per questi fenomeni è quello dei mesi di Settembre-Ottobre, a giudicare dai picchi termici raggiunti in questa estate 2012 è probabile che ne vedremo delle belle!

Numero di distacchi rocciosi per decennio (barre gialle) e andamento della temperatura (linea rossa)

 

 

Testo di Mario Grosso

5 responses so far

5 Responses to “I distacchi rocciosi in alta montagna e il ruolo dei cambiamenti climatici”

  1. Lucaon Set 26th 2012 at 19:07

    Meglio andarci d’estate quindi, in montagna, se in settembre -ottobre ci sono i distacchi.
    Ma anche il crollo sull’Himalaya dell’altro giorno è dovuto al clima secondo voi?
    Anche le spedizioni in quota sono a rischio?

  2. Marioon Set 26th 2012 at 19:58

    Per quanto ne so in Himalaya c’e’ stata una grossa valanga dovuta agli importanti accumuli di neve causati dal monsone. Non un distacco di roccia, quindi. Ho anche letto che le temperature erano molto alte, con lo 0 termico a quota 6000m. Ma c’e’ da dire che la latitudine della zona è molto più bassa di quella delle Alpi.
    Riguardo alla prima domanda, anche qua stiamo parlando di trend e non di certezze assolute. Crolli ce ne possono essere anche in piena estate, e’ semplicemente più probabile che ce ne siano di più ad inizio autunno.

  3. Vincenzoon Set 27th 2012 at 22:18

    La cosa bella è che tutto questo succede con neppure 1 grado di aumento delle T globali. Oggi si parla con nonchalance di aumenti futuri di 3 o 4 gradi. Voglio vedere allora cosa succederà alle nostre montagne, oltre a non aver più ghiacci e solo qualche mese d’inverno la neve, avremo tante belle franette

  4. Paolo C.on Set 28th 2012 at 08:36

    @Vincenzo

    Con 3-4 gradi in più le “franette” saranno l’ultimo dei nostri pensieri…

    “… I think it’s extremely unlikely that we wouldn’t have mass death at 4°C. If you have got a population of nine billion by 2050 and you hit 4°C, 5°C or 6°C, you might have half a billion people surviving’.

    http://en.wikipedia.org/wiki/Kevin_Anderson_(scientist)#News_stories

  5. medoon Set 28th 2012 at 15:19

    Fare dell’alpinismo è già oggi un’occupazione di una strettissima minoranza di umani. Mi pare che il problema principale su cui focalizzarsi è che “tutto” è importante e tutto va conservato almeno come l’abbiamo trovato, se non migliorato. Invece di passare i fine-settimana, magari da soli, a salire questa o quella montagna, potremmo tutti quanti parlare col nostro vicino e piantare due alberi, assieme, uno lo piantate voi da lui e uno lo pianta lui da voi… Tanto per parlare di soluzioni, visto che parliamo sempre di problemi (ed è naturale visto che il picco dei problemi è l’unico che deve ancora arrivare).