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La soglia psicologica dei 400 ppm di CO2

Lo scorso mese di Aprile è stato il primo, da quando si fanno misure, in cui la concentrazione di CO2 atmosferica a Mauna Loa ha superato i 400 ppm. Climatologicamente tale soglia non ha un significato particolare, ma è un’occasione per ricordarci dove stiamo andando.

 

Il concetto di “soglia psicologica” è tipico del mondo economico, dove alcune decisioni che vengono prese sono, o possono essere, condizionate da un suo superamento. Nella scienza del clima, come in qualunque altra scienza, non esistono; al più possono esistere soglie fisiche, non psicologiche (ad esempio, la temperatura di ebollizione dell’acqua, il punto di rugiada). Nella scienza del clima un tema di grande interesse è la presenza di soglie, chiamate “tipping point”, per alcune componenti del sistema climatico. Ma la psicologia non c’entra.

Eppure, quando nel Maggio del 2013 i valori misurati di concentrazione di CO2 atmosferica presso la stazione di Mauna Loa (nella foto a fianco) hanno superato per qualche giorno i 400 ppm, in molti hanno parlato di superamento di una soglia. Ma si tratta di una soglia psicologica, dovuta alla particolare impressione che danno i numeri tondi.

Quest’anno, come era facile aspettarsi, il superamento della soglia psicologica dei 400 ppm è stato ben più consistente: è arrivato quasi due mesi prima ma, soprattutto, la soglia è stata superata quotidianamente per tutto il mese di aprile, e quindi, ovviamente, l’ha superata anche la media del mese (il valore medio è stato di 401,3).

 

Concentrazioni giornaliere e settimanali di CO2 a Manua Loa (Fonte: The Keeling Curve)

 

La prossima soglia psicologica sarà superata quando, l’anno prossimo, la media annua sarà superiore a 400 ppm o quando, fra pochi anni, la CO2 resterà sopra i 400 ppm durante tutto il corso dell’anno.

Osservando il grafico relativo al trend degli ultimi anni a Manua Loa (fonte: NOAA), si può intuire, a occhio, che, con un trend di crescita prossimo ai 2 ppm annui, non si dovrà aspettare molto. Probabilmente gli ultimi mesi sotto i 400 ppm potrebbero essere quelli autunnali di questo stesso anno, così come il 2014 stesso, o al massimo il 2015, potrebbe essere l’ultimo anno con la media annua sotto i 400 ppm (altra soglia psicologica legata a questo numero).

 

Da notare infine che la concentrazione media globale di CO2 è lievemente inferiore a quella di Manua Loa (di circa 1 ppm): nell’Aprile 2014 è stata solo di pochissimo superiore a 400 ppm.

Ma a parte questi poco invidiabili “io c’ero” da raccontare ai nipoti, vorrei approfittare dell’occasione per inserire questo valore nel suo contesto climatico.

Dai carotaggi al Dome C del progetto Epica è noto che la concentrazione della CO2 atmosferica ha oscillato fra circa 180 e 300 ppm negli ultimi 800.000 anni seguendo i cicli delle glaciazioni. Per dare un’idea di cosa significhino 800.000 anni, basti pensare che l’Homo Sapiens non era ancora apparso: si era ai tempi dell’Homo Erectus.

E’ lecito chiedersi quanto indietro nel tempo bisogna andare per trovare un livello simile a quello attuale. Purtroppo i ghiacci dell’Antartide non ci aiutano e le stime devono necessariamente basarsi su proxy diversi e meno precisi, come ad esempio i carotaggi oceanici. Le stime sono soggette a numerose incertezze, come si può leggere nel capitolo 5.2.2.2 del Quinto Rapporto IPCC. Sembra ipotizzabile che per trovare 400 ppm, bisogna andare indietro di almeno 3 milioni di anni, cioè nel Pliocene. Era il tempo dell’Australopithecus, prima della comparsa del genere Homo. Pertanto, noi oggi siamo i primi dell’intero nostro genere a vivere a questi livelli di concentrazione di CO2 atmosferica, ma non credo che ciò possa essere motivo di orgoglio.

Il clima nel medio Pliocene era parecchio diverso da come lo conosciamo oggi. Il pianeta era in media circa 2-3 °C più caldo e con un gradiente di temperatura meridionale molto ridotto; i poli erano 8-10 °C più caldi e le zone tropicali solo poco più rispetto ad oggi.

Differenza di temperatura fra il Pliocene e oggi (Fonte: British Geological Survey)

 

La Groenlandia non era ancora ghiacciata in maniera estesa e l’Antartide lo era solo parzialmente. Erano già presenti i cicli delle glaciazioni, ma molto più deboli e con periodicità di soli 41 mila anni. Durante i periodi “interglaciali”, equivalenti alla fase odierna, il livello del mare era 20-25 metri più alto di oggi. E anche la topografia era diversa da quella odierna: ad esempio, il nord Italia si presentava così, con le parti più basse della pianura padana invase dalle acque del Mediterraneo, a formare il cosiddetto “golfo padano”:


Topografia del nord Italia nel Pliocene (Fonte: Parco Monticino)

 

Benché l’analogia con il Pliocene sia suggestiva, nessuno si aspetta ovviamente che il clima di oggi si appresti a diventare simile, almeno non in tempi “brevi” dell’ordine di qualche secolo. Il Pliocene è stato l’ultimo stadio di un lungo raffreddamento globale, prima dell’istaurarsi dell’attuale fase climatica del Pleistocene, iniziato 50 milioni di anni fa. Oggi, al contrario, ci troviamo in un periodo interglaciale all’interno di una fase relativamente fredda, e in corso di riscaldamento a causa delle attività umane. Molte cose dovrebbero cambiare prima che si torni ad un clima simile a quello del Pliocene, dai ghiacci artici e antartici alla circolazione oceanica.

Ciononostante, l’analogia rende bene l’idea di quale sia il possibile impatto di un aumento della concentrazione di CO2 atmosferica di poco più di 100 ppm rispetto al periodo pre-industriale. Sembrano pochi, ma le piccole quantità, a volte, possono avere grandi conseguenze, come ben sa, ad esempio, chi si trova ad avere un solo grado centigrado di febbre in più rispetto ai 37 °C della norma.

E comunque non ci fermeremo di sicuro a 400 ppm: visto che le emissioni non solo non accennano a diminuire, ma continuano a crescere, tutto lascia pensare che, tra un mezzo secolo, potremo avvicinarci ad un’altra soglia psicologica: quella dei 500 ppm…

 

Testo di Riccardo Reitano, con il contributo di Claudio Cassardo e Stefano Caserini

4 responses so far

4 Responses to “La soglia psicologica dei 400 ppm di CO2”

  1. Valentinoon Mag 15th 2014 at 10:07

    Ottimo articolo, su un argomento cruciale! Le soglie psicologiche possono diventare soglie normative: sono come i limiti di velocità sulle strade. E’ ovvio che pochi km/h in più non sono (troppo) pericolosi e che quindi la soglia ha un carattere convenzionale ma il suo significato è chiaro a tutti (e permette di fare multe).

  2. marcogon Mag 15th 2014 at 16:08

    Interessante. Ma gli aspetti psicologici vanno ben oltre la soglia in questione. Riguardano gli scenari drammatici inerenti i cambiamenti climatici, la percezione che non abbiamo le forze per opporci a destini ineludibili, la proiezione sulle future generazioni delle nostre angosce esistenziali, la progressiva certezza che non esista nessuna trascendenza etico-morale ma solo leggi biologiche che regolino il pianeta, la percezione che molti dei nostri comportamenti quotidiani siano in antitesi con una possibile visione del futuro, un consumo dell’ambiente e dell’anima derivante da modelli consumistici che molto spesso danno significato alle nostre esistenze. Senza contare che se possiamo continuare ad illuderci è solo perché i tre quarti del mondo stanno ci stanno a guardare. Allibiti, attoniti.

  3. Annaon Mag 23rd 2014 at 12:44

    Forse a qualcuno potrà apparire utile questa riflessione:

    Q U O T E

    Salvate il soldato Scienza
    by Alessandro Mattedi

    (pubblicato originariamente su Tagli)

    Qualche tempo fa, in un regno lontano, gli idraulici facevano gli idraulici, i medici facevano i medici e i ricercatori facevano i ricercatori. Quando qualcuno non capiva qualcosa, non riusciva a spiegarsi qualcosa andava a chiedere a qualcuno che ne capiva di questo argomento, che fosse esperto, che avesse studiato. Gli esperti erano ammirati e riveriti e quello che dicevano era oro colato. Era una sorta di gratificazione per le persone che avevano passato la vita sui libri o ad analizzare dati. Era un riconoscimento giusto al loro lavoro.
    Tempo fa quando un bambino chiedeva cosa erano quelle scie nel cielo il papà rispondeva normalmente che erano la condensazione dell’acqua dei motori. Ora ci sono padri che, dopo essersi laureati alla prestigiosa Università di Youtube con specializzazione presa su Facebook, rispondono al povero figlio che sono scie chimiche e che ci stanno avvelenando tutti.
    Da qualche anno a questa parte, infatti, probabilmente per un diffuso e malinteso sentimento di par condicio per il quale tutti possono dire e pontificare su tutto,questo idilliaco sistema che si fondava sul merito è andato a farsi friggere. E così su quotidiani, su blog di giornali famosi o su riviste di dubbia reputazione si è iniziato a dare spazio a antivaccinisti, sciachimicari, undicisettembrini, e chi ne ha più ne metta – spesso con la giustificazione aberrante di dare voce a tutte le campane.

    Ecco, per la scienza, e comunque per tutte le scienze esatte (inclusa la Storia) il dare voce a tutte le campane è – mi si consenta la citazione, ancorché greve – una cagata pazzesca. Le campane non hanno tutte lo stesso valore: l’opinione di uno scienziato nella scienza vale più di quella di Pino il salumiere o Gino il meccanico(con il massimo rispetto per Pino e Gino, che ne sapranno più degli scienziati riguardo alla macellazione di un bel bue o a come si sostituisce la guarnizione di una testata, due cose tra le tante di cui ignoro completamente qualsiasi passaggio). Specie se certe campane parlano di aria fritta senza portare alcuna prova tangibile o scientifica.
    Attenzione, scopo di questo scritto non è sancire il principio di autorità nella scienza, concetto ridicolo. Ma almeno sottolineare quanto il metodo sia fondamentale per un’operazione basilare, che solo negli ultimi anni ha assunto sfumature di presunzione: distinguere il vero dal falso. Perché avere un’invasione di bufale non fa bene a nessuno, specie quando queste bufale servono ad abbassare il quoziente intellettivo del nostro paese.
    La Scienza necessita di prove: il metodo scientifico di Galilei si basa su osservazioni, esperimenti, ipotesi, risultati e conclusioni. Sarò più chiaro ancora:
    Un dannato video di youtube non è una prova.
    Un’analisi chimica di un campione raccolto chissà come in Tagikistan e spacciato come residuo di scia chimica non è una prova. Soltanto sostenere che esistono metodi alternativi alla sperimentazione animale non è una prova. Il semplice affermare di poter curare malattie incurabili con la propria urina, non è una prova.
    Lo vedi questo sguardo triste e disperato? La colpa è tua quando pubblichi scempiaggini su fe(i)ssbuk
    Ad aggravare, e non di poco, la situazione si è messa di mezzo la meravigliosa categoria dei “ricercatori indipendenti”, un termine che nasconde una verità sconvolgente: questi ricercatori nove volte su dieci hanno la stessa competenza del sottoscritto che parla del dadaismo o dell’esegesi biblica. Alcuni (non tutti) ostentano diplomi di quinta superiore fieramente appesi al muro della propria casa; altri (ancora meno) una laurea presa chissà come (esasperazione dei docenti, di solito: gravissima carenza dell’organizzazione “a nastro trasportatore” della nostra università) con il minimo dei voti dopo 9 anni di onorato cazzeggio.
    Strumenti fondamentali del ricercatore indipendente sono i canali Youtube e i blog, dal quale pontificano di tutto ciò che gli viene in mente. Ovviamente senza prove.Ovviamente infangando gli altri ricercatori , bollati come “miserabili al servizio delle multinazionali”.
    È gravissimo, e vi prego di convincervi, che questi “ricercatori indipendenti” in qualche trasmissione (Mistero, Voyager) e in certi giornali di disinformazione libera,abbiano non solo diritto di parola, ma siano considerati degli esperti mondiali del campo (un campo, peraltro, che non esiste: essere esperti in scie chimiche o in correlazioni vaccini-autismo equivale ad essere esperti di puffologia o di unicorni volanti). Oltretutto, senza il minimo contraddittorio.
    Ora, nonostante io ritenga che la (abusatissima) frase di Voltaire “Non condivido la tua idea, ma darei la vita perché tu la possa esprimere” sia una vaccata immensa nel campo scientifico, il diritto di parola non può essere (purtroppo) negato a nessuno. Enon è certamente il diritto di parola ad essere il problema. Di complottisti ne sono sempre esistiti, di “ricercatori indipendenti” anche.
    Sono una categoria fastidiosa, certo; soprattutto adesso che grazie ad internet e ad altri canali hanno palcoscenici mondiali (nel nome dell’Auditel). E non si sa per quale motivo riescano a scampare dalle sacrosante querele per procurato allarme, truffa o altri reati vari (tipo diffamazione, dato che nei loro blog fogna si insultano scienziati e non solo).
    La salute, la vita dei figli e l’isola. Capito?
    Ma queste derive del pensiero si devono in qualche modo combattere. Lo so che è antipatico, ma dobbiamo iniziare a diventare una “contromassa critica”. Dobbiamo invece smettere di vergognarci, o sentirci in imbarazzo, quando qualcuno di noi ha studiato più di qualcun altro.
    Iniziamo dal nostro piccolo: con buone maniere, con garbo, ma iniziamo a far notare ai nostri contatti su facebook quali sono le proteste fondate da quelle infondate, quali i veri scandali e quali le mistificazioni. Il Soldato Ryan è stato salvato dai suoi compagni d’arme: perché il Soldato Scienza non potrebbe essere salvato da un qualcosa di simile?

    Alessandro Mattedi | maggio 23, 2014 alle 11:34 am | Categorie: Articoli | URL: http://wp.me/p4jJ2y-gQ

    U N Q U O T E

  4. […] Come spiegato in un precedente post, la soglia dei 400 ppm di CO2 è più che altro di origine psicologica, non essendo collegato al numero tondo nessun particolare discrimine dal punto di vista della fenomenologia o degli impatti dei cambiamenti climatici. Negli articoli pubblicati sui due principali quotidiani nazionali quella dei 400 ppm è stata invece definita come “soglia critica”, “soglia limite”, “soglia di allarme” e “soglia fatidica”. […]