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Plastica nei mari e riscaldamento globale: quali relazioni?

Un “Armageddon oceanica”, così è stato definito il problema della plastica nei mari da parte del responsabile UNEP nel corso del summit dello scorso dicembre a Nairobi. L’accumulo di plastica nei mari è forse la problematica ambientale che più velocemente si è fatta spazio sui media, tanto da diventare realmente mainstream e iniziare a scuotere le coscienze. Con una semplice ricerca su internet si possono trovare migliaia di immagini di fauna marina intrappolata in manufatti plastici, oppure ripiena di frammenti di vario tipo rinvenuti negli organi interni. E pensare che solo poche decine di anni fa, nel 1955, la rivista americana Life celebrava l’alba di una nuova era, quella del “Throwaway living”. Un’era resa appunto possibile dagli oggetti in plastica monouso, così comodi ed economici e in grado di abbattere la fatica delle faccende domestiche, con tanto di foto illustrativa della famiglia felice.

I numeri di questa Armageddon sono piuttosto facili da recuperare da diverse fonti bibliografiche, tra cui citiamo in particolare questo bellissimo rapporto dell’UNEP, “Marine litter – Vital graphics”. Riportiamo qua i più essenziali per comprendere a livello macroscopico l’entità del problema, tratti dal rapporto della Marine Task Force dell’International Solid Waste Association (ISWA).

Si stima che tra 4,8 e 12,7 milioni di tonnellate di plastica di scarto siano state rilasciate nell’ambiente marino dalle popolazioni costiere nel 2010, e ulteriori 1,2 – 2,4 milioni di tonnellate dall’entroterra attraverso i fiumi. Per inquadrare questi numeri, circa 380 milioni di tonnellate di resine e fibre plastiche sono state prodotte globalmente nel 2015, di cui circa 275 sono diventati rifiuti. Si può dunque ipotizzare che all’incirca il 2% in peso della produzione totale di plastica totale venga sistematicamente rilasciata nell’ambiente. Naturalmente la situazione è molto differente tra le varie zone del pianeta, e anche qua si osservano grossi divari tra i paesi sviluppati, dove i servizi di raccolta e riciclo dei rifiuti plastici sono efficienti, e quelli in via di sviluppo, dove la raccolta è spesso inesistente, oppure lo smaltimento avviene in dumpsites incontrollati, se non direttamente, e deliberatamente, in fiumi e mari.

Rifiuti plastici selezionati dai raccoglitori informali nel dumpsite di Ngong, Kenya, proprio di fronte alla chiesa (Foto di Mario Grosso)

Il problema è esacerbato dal fatto che le plastiche che finiscono nei mari non solo non si degradano ma vengono sminuzzate in frammenti sempre più piccoli (microplastiche e nanoplastiche), che si insinuano con enorme facilità all’interno della catena alimentare. E quindi, in ultima analisi, potenzialmente nel pesce che ci ritroviamo in tavola. Senza parlare del fatto che, per il perverso gioco delle correnti oceaniche, in alcuni luoghi paradisiaci e lontani dalle possibili sorgenti di contaminazione, le plastiche galleggianti si concentrano sulla superficie del mare annientandone l’attrattività turistica.

Dunque il mondo si sta attrezzando per affrontare il problema, e lo sta facendo in maniera apparentemente più coesa di quanto avvenga per il riscaldamento globale. In particolare non si ravvisa la necessità, come avvenne per il clima, anche per mezzo di questo blog, di controbattere a chi intende negare il problema. Come scrive Laura Parker sul National Geographic, che ha dedicato il numero di Giugno 2018 a questa tematica, “[il problema della] plastica negli oceani non è così complicato come il cambiamento climatico. Non ci sono negazionisti, almeno per ora. E per fare qualcosa non dobbiamo rivoluzionare l’intero sistema energetico globale”. È vero, questa problematica ambientale non si può negare, perché è ben visibile, anzi addirittura fotogenica! Sempre in quel numero del NG sono riportate delle bellissime composizioni di Mandy Barker, un fotografo che ha immortalato in composizioni artistiche le più svariate tipologie di pezzi e frammenti di plastica rinvenuti sulle spiagge e all’interno di carcasse di animali. In realtà anche del riscaldamento globale abbiamo tantissime immagini: da Katrina a Sandy, dagli incendi in California ai ghiacciai alpini che spariscono, dalla siccità nel Corno d’Africa alle ondate di calore in Scandinavia. Ma qua serve un passaggio logico in più, ovvero quella relazione causa-effetto all’interno della quale ci sguazza chi intende sempre e comunque negare.

Dunque, quali soluzioni? Come spesso avviene, sull’onda dell’emotività ci si avventa sul capro espiatorio del momento, in questo caso la plastica in senso lato, che diventa il nuovo nemico da combattere. Dimenticando le svariate applicazioni di questo importante materiale, ormai insostituibile in tantissimi settori, dai trasporti al biomedicale, per citare i principali. Quello che dobbiamo “semplicemente” fare è produrre meno plastica, per quanto possibile, e soprattutto ridimensionare di molto quell’usa e getta tanto osannato a partire dagli anni ’50. Molte nazioni si stanno già muovendo in questa direzione, prospettando divieti di commercializzazione di alcuni manufatti particolarmente critici, come stoviglie usa e getta, cotton fioc, ecc. Ad esempio la Francia, l’India, la stessa Italia, stando a quanto dichiarato dal neo-Ministro dell’Ambiente. E poi smettere di gettare i rifiuti nell’ambiente, e mettere in piedi sistemi di raccolta efficienti, seguiti da processi di riciclo e recupero altrettanto efficaci. Infine, pensare anche a come rimuovere le milioni di tonnellate di plastica che in mare ci sono già finite. Ad esempio, con un sistema come questo, la cui efficacia è comunque ancora tutta da verificare, ma che sembra promettente.

La plastica nei mari è a tutti gli effetti una falla del sistema, un buco che dobbiamo tappare, con una difficoltà non insormontabile. Invece il cambiamento climatico è molto, ma molto più complesso. Bisogna, come detto giustamente, rivoluzionare il sistema energetico, quello produttivo, quello dei trasporti. E fare sacrifici, anche individuali. Senza dimenticarci, nei ritagli di tempo, di rintuzzare gli attacchi di chi, ancora oggi, si diverte a negarlo. Forse perché non ci sono immagini così esplicite ad illustrarlo.

 

Testo di Mario Grosso

11 responses so far

11 Responses to “Plastica nei mari e riscaldamento globale: quali relazioni?”

  1. Guidoon Ago 12th 2018 at 11:20

    L’unica speranza è il crollo della civiltà industriale.

  2. macioon Ago 12th 2018 at 15:07

    ….. e si, la tipica affermazione di chi abbandonando il sistema industriale vuol far zappare la terra con le braccia degli altri, di chi non ha difficoltà ogni giorno a mettere insieme pranzo e cena e che per sostenere questo utilizza uno dei mezzi piú inquinanti prodotti dall’uomo. Come si stava bene quando c’erano i servi della gleba!

  3. Guidoon Ago 12th 2018 at 15:29

    La maggior parte delle culture umane, che erano circa 5000 (non quelle che hanno poi originato l'”Occidente”) non hanno mai avuto servi della gleba, non hanno mai zappato la terra e non avevano alcuna difficoltà di sostentamento. Certo, non si ammassavano nelle attuali “città”. ..E gli umani su tutta la Terra erano al massimo alcune decine, o centinaia, di milioni. Ma il Complesso degli esseri senzienti, che è l’Organismo di cui facciamo interamente parte (che lo vogliamo o no), godeva di una salute molto migliore.

  4. Paolo Gabriellion Ago 12th 2018 at 19:54

    Grazie Mario bel post.

    Non mi sembra pero’ che si accenni al riutilizzo che, viste le proprieta’ di non-fragilita’ e non-biodegradibilita’ della plastica, sembra una delle azioni piu’ ovvie per diminuire la produzione di plastica soprattutto per quanto riguarda categorie come contenitori (e.g. bottiglie) ed imballaggi in generale. Non e’ cosi’?

    Per la pulizia della plastica nei mari, un uso promettente potrebbe essere quello dei droni marini, gia’ utilizzati per arginare le perdite di petrolio. Cosa dicono gli esperti del settore? Ciao e grazie.

  5. Renatoon Ago 14th 2018 at 02:40

    Spettabile Redazione di Climalteranti,
    vorrei sapere in base a quali considerazioni -che non siano dichiarazioni della Ditta- trovate “promettente” il Progetto Oceancleanup.

    Saluti.

    R

    ——————–
    Oceancleanup https://www.theoceancleanup.com/

  6. alsarago58on Ago 17th 2018 at 09:21

    Piccolo OT di interesse storico: già nel 1912 c’era chi, dalla Nuova Zelanda, lanciava allarmi sul riscaldamento globale da combustibili fossili….evidentemente inascoltato.

    https://www.sciencealert.com/1912-accurate-newspaper-warning-of-climate-change

  7. alsarago58on Ago 17th 2018 at 09:43

    Concordo che intorno alla plastica si è sviluppato, nei paesi che si possono permettere alternative, un certo isterismo.
    Il problema, a mio parere, non risiede tanto nel materiale (anzi materiali) in sè, quanto nel modo in cui viene gestito alla fine del ciclo di vita: con una opportuna raccolta differenziata, con riciclo del riciclabile, incenerimento di quello che si può bruciare e smaltimento del resto, non mi pare che le plastiche siano un grosso problema ambientale.
    Lo diventano solo se vengono buttate nell’ambiente.
    Questo è tanto vero che in paesi come quelli scandinavi, dove nessuno si sogna di buttare plastiche nei campi o in mare, non sono diffuse neanche le plastiche biodegradabili, se non per particolari usi in cui la plastica si sporca di rifiuti organici e va buttata nelle compostiere.
    L’isterismo di altri paesi, come il nostro, sta invece provocando effetti paradossali, come la crescita di una grande industria della blastica biodegradabile, che per metà (cosa poco nota) è fatta con poliestere da petrolio, e nonostante sia così fragile da essere praticamente un “usa e getta”, viene oggi proposta per sostituire la plastica da petrolio in usi in cui non farebbe danni (quando correttamente smaltita) e la cui superiore resistenza consente un uso ripetuto più volte nel tempo.
    Il risultato è che alla fine della fiera la plastica biodegradabile finisce per emettere più CO2 di quella da petrolio, oltre a complicare la vita di chi fa riciclo, visto che i cittadini, confusi, buttano spesso quella riciclabile nel riciclo della plastica da petrolio e viceversa.
    Persino come sacchetti per l’umido, ci sarebbero alternative migliori della plastica biodegradabile: quelli in carta speciale, che si dissolvono molto più facilmente del Mater B, e possono anche finire nei biodigestori per il biogas, cosa che la plastica biodegradabile non può fare.
    Inoltre in molti casi, eliminare la plastica con “alternative verdi”, può essere controproducente: per esempio i sacchetti da spesa in cotone hanno spesso un impatto ambientale maggiore di quelli in plastica (magari pure riciclata) riutilizzabile.
    Per non parlare poi di altri balorde proposte di cui si è sentito dire ultimamente, come quella di trasformare la plastica in combustibili, così che si finisce per aggiungere anche la sua CO2 all’atmosfera.
    Insomma, a mio parere, la soluzione del problema plastica è produrne il meno possibile e solo per gli usi dove è insostituibile, riciclarne il più possible, e stroncare in ogni modo il suo smaltimento nell’ambiente.
    Sostituirla con plastiche “biodegradabili”, promuovere “raccolte di plastica nell’oceano”, inventare “combustibili da plastica” o alternative “green”, sono per lo più armi di distrazione di massa per fare business e/o a uso media.

  8. Marioon Set 8th 2018 at 21:42

    @alsarago58
    Concordo con buona parte del’analisi, ed in particolare con l’accenno al nostro approccio “isterico”.
    Circa la promozione di “raccolte di plastica nell’oceano”, ebbene, visti i quantitativi già dispersi negli oceani, non parlerei di armi di distrazioni di massa, bensì di importanti operazioni sociali/ambientali. Fermo restando che naturalmente bisogna “chiudere i rubinetti”

  9. Marioon Set 8th 2018 at 21:45

    @renato
    Personalmente lo ritengo promettente, e proprio oggi sta partendo:
    https://www.lifegate.it/persone/news/partito-progetto-ocean-cleanup-pulizia-oceani
    Staremo a vedere, non mi sembra il caso di polemizzare a priori.
    Lo scopo dell’operazione è, a mio avviso, dei più nobili.

  10. alsarago58on Set 9th 2018 at 12:23

    Caro Mario,, mettere strutture galleggianti “leggere” in alto mare, come si accorgeranno probabilmente presto i proponenti di questo progetto, in genere finisce molto male, con le strutture fatte a pezzi da onde e tempeste e, alla fine della fiera, milioni di euro buttati via e altri rifiuti in giro per i mari…

    Ma anche se fossi eccessivamente pessimista, si tratta di un enorme sforzo finanziario per produrre il topolino di qualche migliaio di tonnellate di macro plastiche rimosse dai mari, a fini praticamente solo mediatici.

    E quando quell’obbiettivo minimo sarà ottenuto, altre migliaia di tonnellate saranno intanto entrate dai fiumi e dalle fognature di quelle decine di paesi intorno agli oceani, che non hanno sistemi di raccolta adeguati e che non stanno proprio seguendo la discussione sull’ultima versione di moda del tema “catastrofe ambientale”, in voga nei paesi ricchi.

    Capisco che fare una raccolta di crowdfunfding per finanziare sistemi di riduzione, raccolta e riciclo moderni della plastica, che so, in Indonesia, nelle Filippine o in Kenya, raccoglierebbe molto meno di quello che raccoglie un ingegnoso metodo per rimuovere la plastica (a noi occidentali invenzioni e inventori alluzzano molto più che noiosi e collaudati schemi di gestione dei rifiuti…), ma forse sarebbe un tantinello più efficace che inseguire, in milioni di kmq di mare, quello che è già stato buttato via.

  11. Guido Dalla Casaon Set 9th 2018 at 21:01

    C’è un’unica soluzione: cessare immediatamente la produzione di qualunque tipo di plastica. E’ un’utopia, ma è l’unica speranza.
    Il finale del libro “Assalto al pianeta”: …ci resta solo il coraggio dell’utopia”.

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