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Perché conviene limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C

Una introduzione alla “Sintesi per i decisori politici” dello Special Report IPCC che ha evidenziato il quadro di riferimento e le azioni integrate di mitigazione e adattamento utili al fine di mantenere il riscaldamento globale entro 1,5 °C rispetto i livelli preindustriali.

Come anticipato in un post precedente, l’8 Ottobre è stato pubblicato on-line sul sito dell’IPCC (Comitato Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici) il Rapporto Speciale “Riscaldamento globale di 1,5 °C”, con il lungo sottotitolo “un rapporto speciale dell’IPCC sugli impatti del riscaldamento globale di 1,5 °C rispetto ai livelli del periodo pre-industriale e i relativi percorsi di emissioni di gas serra, in un contesto di rafforzamento della risposta globale alla minaccia dei cambiamenti climatici, allo sviluppo sostenibile, e agli sforzi per sconfiggere la povertà”.

Commissionato dall’UNFCCC a supporto dei prossimi passi dell’azione internazionale coordinata sul clima inquadrata dall’Accordo di Parigi, questo testo si propone come un riferimento per tutti i livelli delle decisioni negoziali future.

Composto in tutto da 729 pagine, senza contare le tre di sintesi per la stampa, le appendici e l’utile glossario, il Rapporto copre tutti i principali temi legati ai cambiamenti climatici, nella prospettiva di un aumento di temperatura che “sta per avvenire” nei prossimi decenni.

In particolare, i titoli e le dimensioni dei capitoli danno già un’indicazione dell’entità dello sforzo di analisi del rapporto:

Sintesi per i decisori politici: 34 pagine
Cap. 1 – Quadro di riferimento e contesto: 61 pagine
Cap. 2 – Percorsi di mitigazione compatibili con 1,5 °C nel contesto dello sviluppo sostenibile: 113 pp.
Cap. 3 – Gli impatti di un riscaldamento globale di 1,5 °C sui sistemi naturali ed umani: 246 pp.
Cap. 4 – Rafforzare e implementare la risposta globale: 198 pp.
Cap. 5 – Sviluppo sostenibile, estirpazione della povertà e riduzione delle ineguaglianze: 77 pp.

Rinviando all’appendice alla fine del post per le informazioni di base sul metodo di stesura del rapporto, in questo post forniamo i punti chiave della Sintesi per i decisori politici, che presenta i principali contenuti del Rapporto, rinviando direttamente al testo dei capitoli coloro che sono interessati al maggiore dettaglio, nonché alla precisa analisi del grado di incertezza associato dall’IPCC alle diverse affermazioni.

 

Il riscaldamento globale cresce rapidamente
Ad oggi, le attività umane hanno causato un riscaldamento della temperatura media annuale globale di circa 1,0 °Celsius rispetto ai livelli pre-industriali. Il riscaldamento raggiungerà 1,5 °C tra il 2030 e il 2052, se continuerà con l’attuale tasso di crescita. In particolare, viene stimato che il riscaldamento globale antropogenico (provocato dalle emissioni passate e attuali) sta crescendo ad un tasso di crescita pari a 0,2 °C per decennio.

 

Questo riscaldamento globale ha già provocato e continua a provocare perturbazioni nel sistema climatico con impatti che possono durare per secoli, o anche millenni come l’innalzamento del livello dei mari. Però le emissioni passate non bastano a superare 1,5 °C: a fare la differenza sono le emissioni future.
Per fermare il riscaldamento globale antropogenico è necessario raggiungere e mantenere un livello di zero emissioni antropogeniche globali nette di CO2 (emissioni di CO2 bilanciate globalmente da rimozioni di CO2) e ridurre il forzante radiativo di altri gas serra diversi dalla CO2 (ad esempio del metano) e del black carbon. Quale sia la temperatura globale a cui si stabilizzerà il sistema climatico dipenderà dall’entità delle emissioni antropogeniche accumulate, fino a quando non si raggiungano emissioni nulle.

La letteratura scientifica, sintetizzata in modo credibile e bilanciato nel Rapporto, indica che i rischi alla società e agli ecosistemi con un riscaldamento globale di 1,5 °C rispetto ai livelli pre-industriali sono inferiori di quelli a 2 °C, e che questa differenza è più grande di quanto si stimasse in precedenza.

L’ampiezza di questi rischi dipenderà dall’intensità e dalla rapidità del riscaldamento, dalla vulnerabilità ai cambiamenti climatici dell’area specifica del pianeta considerata e dalla maggiore o minore attuazione delle politiche e misure di mitigazione e adattamento. I rischi sarebbero ancora più elevati se la temperatura media globale dovesse temporaneamente superare 1,5 °C (il cosiddetto ‘overshoot’ – sforamento della temperatura), per non parlare della situazione in cui il mondo fosse stabilmente sopra a quella temperatura (come risulterebbe dal mantenimento delle attuali tendenze).

 

Le proiezioni climatiche, i potenziali impatti e i rischi associati
Alcuni gravi impatti dei cambiamenti climatici potranno essere evitati limitando il riscaldamento globale a 1,5 °C anziché 2 °C o più: entro il 2100 l’innalzamento del livello del mare su scala globale potrebbe essere più basso di 10 cm con un riscaldamento globale di 1,5 °C rispetto a 2 °C; un livello medio globale dei mari più basso di 10 cm potrebbe voler dire che 10 milioni di persone non sarebbero sottoposte a rischi alle risorse idriche, infrastrutture ed ecosistemi.

Ecco altri esempi di impatti gravi che potranno essere evitati o limitati con un incremento di solo mezzo grado rispetto a oggi, raggiungendo 1,5 °C rispetto ai livelli pre-industriali:

  • mentre con un aumento di 1,5 °C la condizione di assenza di ghiaccio estivo nel Mar Glaciale Artico si verificherebbe in media una volta ogni secolo, con 2 °C di aumento tale condizione si verificherebbe in media una volta ogni decennio.
  • le barriere coralline potrebbero ridursi del 70-90% con 1,5 °C, mentre con 2 °C sparirebbero completamente (perdita maggiore del 99%);
  • 420 milioni in meno di persone sarebbero esposte alle ondate di calore se si limitasse il riscaldamento globale a 1,5 °C rispetto a 2 °C.
  • più alte probabilità di siccità e deficit idrici, nonché di precipitazioni estreme, in alcune aree del Pianeta.

Quindi, limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C rispetto ai livelli pre-industriali potrebbe permettere alle persone e agli ecosistemi maggiore possibilità di un adattamento socio-economico efficace e rimanere sotto la soglia di rischi rilevanti.
Inoltre, ove la temperatura aumentasse tra 1,5 °C e 2 °C alcuni perturbazioni “catastrofiche” al sistema climatico globale potrebbero essere innescate, quali la destabilizzazione della calotta glaciale dell’Antartide e la perdita irreversibile della calotta continentale della Groenlandia, in grado di provocare un aumento del livello medio dei mari di molti metri per secoli o millenni.

La figura 2 del rapporto, sotto riportata, denominata “Ragioni per essere preoccupati” (“Reasons for Concerns” – RFC), è un aggiornamento di quella presente nel Terzo Rapporto IPCC di Valutazione del 2001 e nel Quinto Rapporto pubblicato nel 2013: purtroppo mostra impatti peggiori e i rischi più alti per 4 dei 5 temi scottanti (burning embers, “tizzoni ardenti”).

  • RFC1 (Unique and threatened systems): rischio da ‘alto’ a ‘molto alto’ tra 1,5 °C e 2 °C
  • RFC2 (Extreme weather events): rischio da ‘moderato’ a ‘alto’ tra 1,0 °C e 1,5 °C
  • RFC3 (Distribution of impacts): rischio da ‘moderato’ a ‘alto’ tra 1,5 °C e 2 °C
  • RFC4 (Global aggregate impacts): rischio da ‘moderato’ a ‘alto’ tra 1,5 °C e 2,5 °C

Alcuni di questi impatti potrebbero essere reversibili nel giro di qualche decennio (ad esempio la perdita di superficie del ghiaccio marino artico), altri sarebbero irreversibili (come nel caso dell’estinzione delle specie), o sarebbero reversibili su tempi molto lunghi (ad esempio la perdita del ghiaccio delle calotte glaciali).

 

I ‘percorsi di emissioni’ e le ‘transizioni di sistemi’ coerenti con un riscaldamento globale di 1,5 °C rispetto ai livelli pre-industriali
Il rapporto annuncia che limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C richiede “rapide e lungimiranti” transizioni in molti settori quali suolo, energia, industria, edilizia, trasporti e pianificazione urbana: è necessario che le emissioni antropogeniche nette globali di CO2 diminuiscano di circa il 45% rispetto i livelli del 2010 entro il 2030, raggiungendo lo zero intorno al 2050. Questo vuol dire che ogni emissione rimanente dovrebbe essere bilanciata da una equivalente rimozione antropogenica di CO2 dall’atmosfera.

Quindi è ancora possibile limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C e adattarsi in maniera socio-economica più efficace agli impatti dei cambiamenti climatici, però bisogna avviare una riduzione immediata e progressiva delle emissioni per raggiungere emissioni zero nette di CO2 a livello globale intorno alla metà del secolo, con una riduzione proporzionale degli altri gas serra, come il metano, l’N2O, i CFC, il che ha importanti ricadute sulle tecnologie da scegliere, ad esempio nel campo della produzione di elettricità, dei trasporti e dei processi produttivi.

Mentre l’uso del carbone è chiaramente incompatibile con uno scenario a 1,5 °C, anche per petrolio e gas i limiti sono stringenti: solo l’8% dell’elettricità prodotta nel 2050 avverrebbe con il gas naturale, in impianti con cattura e stoccaggio del carbonio, negli scenari senza sforamento di 1,5 °C o con sforamento limitato.

In sostanza, i percorsi di emissioni a 1,5 °C richiedono ‘transizioni dei sistemi’ molto profonde, che sono senza precedenti in fatto di scala, ma non necessariamente in fatto di velocità (visto che in alcuni settori e in alcuni Paesi i tassi richiesti di calo delle emissioni e di diffusione delle tecnologie pulite sono invece stati già raggiunti).

Nel corso dei prossimi decenni occorrono riduzioni rapide della domanda energetica, decarbonizzazione dell’elettricità, elettrificazione dei consumi finali di energia e forti riduzioni delle emissioni del settore agricolo. Questi percorsi di emissioni a 1,5 °C possono includere o no uno ‘sforamento della temperatura’. Nello scenario di sforamento della soglia 1,5 °C sarà necessario rimuovere gas serra dall’atmosfera per riportare la temperatura a 1,5 °C, in particolare mediante un uso su larga scala di misure di rimozione dell’anidride carbonica (Carbon Dioxide Removal – CDR), tra cui le rimozioni nel settore agricolo e forestale e le tecnologie a emissioni negative come Bioenergy with Carbon Capture and Storage (BECCS)’ (che combina la produzione di elettricità o calore con biomassa con la cattura e stoccaggio di CO2).

Come mostrato nella figura 3 del rapporto riportata in seguito, anche gli altri percorsi di emissioni a 1,5 °C senza sforamento devono contenere delle misure di rimozione dell’anidride carbonica, a compensazione delle emissioni residue correnti (mentre con un maggiore superamento della soglia di 1,5 °C sarebbe necessaria una quantità maggiore di emissioni negative).

 

In tutto questo, il Rapporto avverte che l’utilizzo di tecnologie e misure di rimozione dell’anidride carbonica mai testate su larga scala è rischioso, per le implicazioni che potrebbero avere sullo sviluppo sostenibile e la competizione per l’utilizzo di terreno, acqua ed energia. Molto più conveniente è ridurre la domanda energetica e alcuni consumi, tra cui quelli di cibo ad alto contenuto di gas serra; queste azioni permetterebbero di ridurre la dipendenza dalla rimozione della CO2.

 

Rafforzare gli sforzi a livello internazionale per la riduzione delle emissioni di gas serra perseguendo lo sviluppo sostenibile per debellare la povertà
Ad oggi con l’Accordo di Parigi i Paesi hanno assunto impegni di riduzione delle emissioni (Nationally Determined Contributions – NDCs) che non sono complessivamente in linea con l’obiettivo di limitare il riscaldamento a 1,5 °C rispetto ai livelli pre-industriali. Questi impegni potranno portare ad un livello di emissioni pari a 52-58 GtCO2 all’anno nel 2030, circa il doppio rispetto alle indicazioni dei percorsi di emissioni a 1,5 °C, che prevedono un superamento minimo o nullo di 1,5 °C (circa 25-30 GtCO2 nel 2030, corrispondenti ad un 40-50% delle riduzioni delle emissioni rispetto ai livelli del 2010).

Sia contenere l’aumento della temperatura a 1,5 °C che perseguire il raggiungimento, anche solo di una parte, dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile decisi dalle Nazioni Unite nel 2015, permetterebbe di ridurre in maniera efficace le emissioni di gas serra, gli impatti e le vulnerabilità a cambiamenti climatici. Perseguire questi obiettivi implica un mix efficace di misure di mitigazione e di adattamento che fanno parte dei percorsi di sviluppo resilienti (Climate-resilient development pathways – CRDP); richiede anche un grande impulso in termini di riduzione dei gas serra (mitigazione) nel breve termine per evitare impatti dovuti ad un ulteriore riscaldamento, e allo stesso tempo, ridurre la dipendenza dalle tecnologie di rimozione della CO2.

Infine, un’effettiva cooperazione internazionale, un rafforzamento delle capacità istituzionali degli attori nazionali, subnazionali e locali della società civile, del settore privato, delle città, delle comunità locali e delle popolazioni indigene, sono fondamentali per l’implementazione di azioni ambiziose che limitino il riscaldamento globale a 1,5 °C.

 

Appendice 1 – Alcuni elementi su IPCC e la preparazione di questo rapporto speciale

L’IPCC ha sede a Ginevra ed è stato creato dall’UNEP (Programma Ambientale dell’ONU) e dall’ OMM (Organizzazione Mondiale della Meteorologia) nel 1988 con la missione di fornire una valutazione del progresso della conoscenza scientifica, tecnica e socio-economica su vari aspetti dei cambiamenti climatici: osservazioni, proiezioni climatiche, impatti, vulnerabilità, adattamento e mitigazione. Non conduce nessun programma di ricerca o di monitoraggio climatico, ma produce rapporti di valutazione basati sulla letteratura scientifica.
L’IPCC ha come membri effettivi i Paesi membri ONU che, riuniti in Plenarie, danno mandato alla comunità scientifica al fine di preparare rapporti scientifici sulle varie tematiche inerenti ai cambiamenti climatici. Ogni rapporto è sottoposto a due fasi di revisione (anche gli esperti governativi partecipano alla revisione). Alla fine della preparazione di ogni rapporto, la Plenaria IPCC approva per consenso generale il rapporto e discute e accetta linea per linea la Sintesi per i Decisori Politici (Summary for Policy-Makers – SPM). Ne consegue, quindi, che ogni rapporto IPCC rappresenta lo stato dell’arte della conoscenza scientifica con riguardo ad uno specifico tema dei cambiamenti climatici elaborato dalla comunità scientifica su richiesta dei Governi e approvato da essi.

La Plenaria dei Paesi membri dell’UNFCCC (UN Framework Convention on Climate Change) alla COP21 a Parigi nel dicembre 2015 ha invitato i Paesi Membri dell’IPCC a dare mandato alla comunità scientifica internazionale di portare a termine per il 2018 un rapporto che mostrasse gli impatti e i percorsi di mitigazione compatibili con un riscaldamento globale entro 1,5 °C rispetto ai livelli pre-industriali e confrontandoli con gli impatti e i percorsi di mitigazione per 2 °C rispetto ai livelli pre-industriali. La preparazione di questo rapporto è stata coordinata in maniera congiunta dai 3 gruppi di lavoro IPCC con l’Unità di Supporto Tecnico del Gruppo di Lavoro 1. Ha richiesto il lavoro su base volontaria di 224 autori (Coordinating Lead Authors, Lead Authors, Review Editors e Contributing Authors) provenienti da tutto il mondo, i quali hanno considerato 6000 pubblicazioni e hanno ricevuto oltre 42,000 commenti nell’arco delle 3 fasi di revisione da parte di esperti e governi.

Alla fine, il rapporto è stato approvato alla Prima Sessione congiunta dei Gruppi di Lavoro I, II e III dell’IPCC e poi accettato dalla Plenaria IPCC alla 48esima Sessione a Incheon (Sud Corea) il 6 ottobre.

Questo rapporto è il primo di una serie di Rapporti Speciali che saranno prodotti durante il ciclo che porterà al Sesto rapporto di Valutazione (AR6). Il prossimo anno l’IPCC pubblicherà il Rapporto Speciale sull’Oceano e la Criosfera in un Clima che Cambia, e il Rapporto Speciale suCambiamenti Climatici e Suolo.

 

Testo di Sergio Castellari e Valentino Piana, con contributi di Stefano Caserini, Daniele Bocchiola, Sylvie Coyaud e Vittorio Marletto

17 responses so far

17 Responses to “Perché conviene limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C”

  1. Stefanoon Ott 13th 2018 at 07:13

    Articolo interessante, tuttavia mi sorge un dubbio: come facciamo a contenere la domanda energetica con una popolazione in crescita e l’aumenti dei consumi nei Paesi in via di sviluppo? Siamo davvero convinti che sia possibile governare l’attività umana a un livello tale da poter bilanciare le emissioni nette? Io credo che l’avanzamento tecnologico sia fondamentale per aumentare l’efficienza energetica e ridurre le emissioni, ma contenere la domanda mi sembra un po’ complicato.

  2. Stefano Caserinion Ott 13th 2018 at 08:17

    @ Stefano
    @ “ma contenere la domanda mi sembra un po’ complicato.”

    Non è un po’ complicato, è molto complicato, difficilissimo: una sfida epocale.
    Così come è difficile aumentare così tanto l’efficienza energetica e la produzione di energia rinnovabile, in pochi decenni.
    Però il rapporto dice, basandosi sugli studi fino ad oggi pubblicati e riassunti nel cap. 2 e nel cap. 4, che è possibile, e che ha parecchi vantaggi. Si tratta quindi “solo” di riuscire a farlo…

  3. Ron Ott 13th 2018 at 09:10

    come facciamo a contenere la domanda energetica …?

    Si fa come in Tempo di Guerra: Tessera di Razionamento.

    R

  4. Fabio Vomieroon Ott 13th 2018 at 09:57

    Volevo porre una questione agli esperti di climalteranti. Tutto molto bello, tutto molto chiaro, tutto molto teorico. Ma c’è però un grosso problema, COME? La scienza ha fatto e sta facendo il suo egregio lavoro, non c’è dubbio, ma come sempre fa quello che può, il resto lo deve fare la politica. E quindi adesso che succede? Perchè è bello poi radunarsi intorno a un tavolo e discutere di tante belle intenzioni, ma poi nella pratica, concretamente, che succede? Quali sono le strade da percorrere? Forse qualcuno spera ancora ingenuamente nella coscienza individuale delle persone? Perchè poi è questo il problema. Io credo invece che l’unica strada per arrivare a un risultato concreto sia purtroppo quella, anche impopolare, di regolamentare tante cose dall’alto, ci dovranno essere imposizioni e divieti, alcuni difficili da accettare da molte persone, questo è chiaro, ma a mio avviso rimane l’unica strada da percorrere, come per esempio si è stati costretti a fare per i vaccini. Tu industria non potrai più fare quello che vuoi, nemmeno tu cittadino, dovrai coibentare la tua casa, dovrai sostituire il tuo rottame di auto e dovrai contenere i consumi energetici e tu allevatore senza scrupoli sarai molto ridimensionato per il bene dell’ambiente e degli animali. E per fare questo bisognerà in qualche modo contenere la sovrappopolazione con buona pace degli illusi e degli economisti. Io non vedo altre strade possibili.

  5. albertoon Ott 13th 2018 at 14:31

    Nel sito ActionClimateTracker l’ ultimo aggiornamento indica che nel mondo le Nazioni le cui azioni sono compatibili con la soglia degli 1,5 gradi sono Marocco e Gambia. Attualmente se venissero implementate da tutti i firmatari dell’ accordo di Parigi le disposizioni volontarie si calcola un valore atteso di riscaldamento a fine secolo rispetto all’ epoca industriale di 3,2 gradi.
    Dato che per centrare almeno probabilisticamente gli 1,5 gradi ci sarebbe bisogno di un grado di cooperazione internazionale mai visto nella storia dell’ umanità e di una concordia inesistente tra le maggiori potenze industriali del mondo nel considerare l’ AGW una top priority, ne deduco che gli effetti concreti di questo special report saranno a dir poco inadeguati rispetto alle buone intenzioni.

  6. Paolo Gabriellion Ott 14th 2018 at 05:43

    Poche novita’ davvero in questo rapporto dell’IPCC. Sembra quasi che lo scopo piu’ importante sia ormai quello di cercare di scuotere un’opinione pubblica mondiale insensibile anche agli scenari climatici piu’ devastanti ormai prossimi.

    Intanto in atmosfera la crescita della CO2 continua imperterrita nonostante i vari impegni presi (prima Kyoto e poi Parigi). Temo che quando nei prossimi anni osserveremo le registrazioni della CO2 in atmosfera, non troveremo nessuna evidenza dell’impatto di questo ultimo rapporto.

    Non e’ stato sempre cosi’ per altri inquinanti atmosferici: ad esempio nel momento in cui fu definito negli USA il “Clean Air Act” (anni ’60-’70), subito le concentrazioni di inquinanti come il piombo si sono ridotte (fino al 90%!) dalle zone continentali fino a quelle polari.

    Certo, la vita atmosferica di questi altri inquinanti e’ brevissima rispetto alla CO2 e cosi’ le politiche possono avere anche riscontri positivi immediati. Tuttavia risultati come questi sono stati ottenuti tramite dei divieti precisi come quello di produrre e vendere benzine addizionate col piombo. Notare bene, si e’ trattato di un ritiro dal mercato, non una riduzione. Cosa che si e’ potuta fare perche’ le tecnologie alternative erano gia’ disponibili.

    Ecco allora che per modificare la crescita della CO2 in atmosfera e’ fondamentale ritirare subito dal mercato tecnologie primitive, come ad esempio le auto dotate di motore a scoppio, incentivando la produzione e la vendita delle auto elettriche. Vietare ed incentivare, questo possono fare i governi.

    A livello mondiale occorre realizzare una lista delle tecnologie primitive da mettere al bando, focalizzandosi in particolare su quelle che hanno gia’ un sostituto alternativo in modo da cominciare ad uscire dalla nostra infanzia tecnologica. Mi piacerebbe dunque vedere l’ONU lavorare su piani concreti di messa al bando di tecnologie primitive sostituibili e non su generici, eludibili e quindi fragili, impegni di riduzione della CO2 da demandare agli stati.

  7. Valentino Pianaon Ott 15th 2018 at 13:15

    @alberto
    Il rapporto è stato “commissionato” dall’UNFCCC per dare un quadro di riferimento alla nuova ondata di NDC, cui è stato indicato un incremento medio dell’ambizione del 45%, tenendo conto che gli attuali NDC sono per lo più stati redatti PRIMA di dic. 2015 ed in modo unilaterale (senza quindi poter tener conto di sinergie e strumenti, come quelli indicati nella versione finale dell’Accordo); occorre rapidamente aggiornarli, come sta ad esempio per fare l’UE.
    @Gabrielli
    Di novità ve ne sono diverse. Vediamone (ipersuccintamente) 4, prima poi di procedere a post completo. A. Innanzitutto molti temevano che 1.5C fosse irraggiungibile e infattibile. Questo rapporto dice una cosa diversa: che è ampiamente fattibile se si crede alle CDR e fattibile in un più ristretto novero di scenari se non si vuole fare affidamento alle CDR. Si noti che i modelli IAM utilizzati sottostimano la capacità recente di crescita delle rinnovabili.
    B. Il passaggio da 1,5C a 2C già implica gravissimi danni, e quindi questo secondo “obiettivo” deve essere abbandonato – a vantaggio, come indicato dall’Accordo, di ben al di sotto 2, il che vuol dire, tenendo conto di implementazioni ritardate e insufficienti, di pianificare per 1,5. 3. C. Vi è ora una lista di questioni da sorvegliare, sia per l’adattamento che per i suoi limiti, senza necessariamente aspettare quei cataclismi che connotano le più
    alte temperature (e quindi con una comunità scientifica che rischiava di gridare al lupo al lupo).
    D. Vi è la novità sull’attribuzione a climate change di una serie di modifiche che si sono avute dagli anni 70 a oggi, corrispondenti ad un incremento di mezzo grado, che, riproiettati in avanti, danno un livello minimo dell’incremento di danni che ci si può attendere (cui “sommare” tipping points, non linearità, allargamenti geografici, ecc.)

  8. albertoon Ott 15th 2018 at 19:27

    Necessariamentre la UE dovrà rivedere pesantemente al ribasso le sue emissioni future, almeno sulla carta dato che ad oggi l’ ottimo sito CAT riporta che la strada intrapresa dall’ Europa non è coerente nemmeno con la soglia dei 2 gradi (senza tener conto molto probabilmente del fatto che molti consumi di noi europei tramite le importazioni comportano emissioni nei Paesi extracomunitari). Solo che se ciò non comporterà un effetto di stimolo verso le altre grandi economie mondiali come purtroppo non è avvenuto in questi anni, gli effetti globali saranno inadeguati.

  9. Fabio Vomieroon Ott 15th 2018 at 14:29

    @Piana e @Gabrielli, Caserini
    Scusate se insisto, ma mi piacerebbe conoscere il parere di persone esperte come voi in merito al mio ragionamento di cui sopra. Perchè mi pare che siamo sempre lì, 1,5°C di aumento è molto meglio si 2°C, che a sua volta è meglio di 3,5°C, quasi delle banalità, a mio modo di vedere. Ma il punto vero ancora da definire mi pare sia invece COME, al di là dei buoni propositi da tavolino. Non credo infatti che la diminuzione delle emissioni di CO2 in Italia degli ultimi anni (a parte che nel 2017 sono tornate ad aumentare) sia da imputare per esempio a grandi manovre di regolamentazione, ma piuttosto a una situazione produttiva contingente che ha sicuramente a che fare con la crisi economica globale. E quindi? Perchè abbiamo capito energie rinnovabili, risparmio energetico, sobrietà, ecc., ma come concretamente si ottengono questi comportamenti virtuosi da parte di cittadini, o meglio di una società palesemente antiscientifica e che quindi in larga parte non capirà mai la gravità della situazione e avrà sempre altro a cui pensare? Ringrazio per le eventuali risposte.

  10. alsarago58on Ott 15th 2018 at 22:39

    Fabio Vorniero, il metodo più semplice sarebbe quello di concordare a livello internazionale una tassa sul carbonio fossile crescente nel tempo, con sanzioni, sotto forma di dazi doganali, per chi non la rispetta.
    La tassa sul carbonio, renderebbe le alternative non fossili via via più convenienti, senza bisogno di incentivi, stimolando anche la competizione e la ricerca.
    I proventi di tassa e sanzioni potrebbero andare in parte alle famiglie di reddito inferiore, le più colpite dall’aumento del costo energetico, e in parte a un fondo per riforestazione e altre soluzioni per la riduzione delle emissioni e della CO2 in atmosfera.
    Una simile tassa, e le sanzioni, “livellerebbero” il terreno di gioco commerciale, impedendo a chi fa il furbo di approfittarne per lucrare una indebita competitività.
    La progressività nel tempo, darebbe modo ai produttori di fossili e alla relativa industria di creare tecnologie per renderli meno impattanti (CCS, per esempio, se ci riescono) e di differenziare, riconvertire le proprie attività.

    Questa sarebbe la strada più semplice e lineare, ma ovviamente richiederebbe un larghissimo consenso internazionale, e la scomparsa dalla scena politica di personaggi come Trump (il quale peraltro ha ammesso che il cambiamento climatico è una cosa reale, bontà sua…) o gli attuali governanti australiani, che hanno già detto, nonostante il loro paese sia uno dei più colpiti dal cambiamento climatico, che loro del rapporto Ipcc sostanzialmente se ne fregano.

    Naturalmente, però, le cose semplici e lineari non interessano a nessuno perchè non generano osceni profitti, per cui non si farà nulla del genere.
    Continueremo a tergiversare con mezze misure, fino a che la situazione diventerà veramente catastrofica, e allora ci arrabatteremo a trovare soluzioni tecnologiche per raffreddare il clima e succhiare CO2 dall’atmosfera, magari vendute e organizzate dalle stesse industrie dei fossili che il clima l’hanno rovinato.
    Sperando che i feedback naturali di rinforzo del riscaldamento che, probabilmente, si innescheranno allora, non rendano alla fine la Terra una copia di Venere.

  11. Paolo Gabriellion Ott 16th 2018 at 05:03

    @Valentino Piana
    In effetti intendevo la mancanza di novita’ legate piu’ che altro alla fenomenologia dei cambiamenti climatici. In ogni caso, il limite di riscaldamento di + 1.5 C mi entusiasma poco in quanto mi sembra piu’ un “nudge” buttato li un po’ a caso di cui abbiamo poi dovuto trovare le giustificazioni scientifiche.

    A me sembra che il riscaldamento attuale (+1 C) basti e avanzi. Questo perche’ molti impatti del riscaldamento avvenuto non sono ancora probabilmente arrivati all’equilibrio (e.g. ghiacci antartici). Insomma io sono uno di quelli che avrebbe fondato il movimento 280.org e non 350.org. in quanto 280 ppm, come limite massimo di CO2 durante i periodi interglaciali, e’ l’unico tetto provato empiricamente.

    Valentino, annunciavi 4 novita’ ma manca il punto C 😉

    @Fabio Vomero
    Temo che sul “come fare” siamo tutti sullo stesso piano: nessun esperto e’ in grado di prevedere quali effetti potrebbe avere una tale politica ambientale rispetto ad un’altra. Si tratta di scenari, non previsioni, di fenomeni troppo complessi (inclusi quelli sociali) in cui sono fissate un sacco di variabili imprevedibili. Un po’ come fare le previsioni del tempo a trenta giorni…

    Ok, ma qualcosa dobbiamo pur fare giusto? In qualche modo la mia risposta l’ho gia’ data nel post precedente: le tecnologie primitive di emissioni di CO2 evitabili (quelle gia’ sostituibili) devono essere messe al bando con un trattatato internazionale esattamente come si fa con le armi chimiche, incentivando allo stesso tempo le tecnologie alternative sostenibili, soprattutto nei paesi poveri. Sperando di creare un effetto a catena positivo come quello che ha diffuso in pochissimi anni il nuovo protocollo di comunicazione internazionale (nessun modello l’aveva previsto, si chiama internet).

    Ma per fare un’operazione di questo tipo serve un consenso dell’opinione pubblica internazionale senza precedenti che faccia da matrice. Questo consenso va costruito da una parte (local) con le azioni e gli esempi individuali di ogni giorno e dall’altra (global) mediante accordi internazionali nel definire il problema (rapporti IPCC).

  12. Stefano Caserinion Ott 16th 2018 at 08:21

    @ Fabio Vomero

    Il rapporto dedica proprio un capitolo a rispondere alla domanda “Quali sono le strade da percorrere?”, il capitolo 4. Suggerisco di leggerlo, c’è davvero tantissima roba interessante se le interessa la risposta a quella domanda; alcune cose sono me avvero originali (non possono essere “nuove” perché i rapporti sono una review di cose già pubblicate, ma il modo in cui sono riassunti secondo me è davvero efficace), e il livello è davvero approfondito e c’è una quantità gigantesca di riferimenti con cui puo’ approfondire ulteriormente.
    Faccio un solo esempio. Le figure SPM2 e SPM4 secondo me sono grandiose, e preziose.
    Non ho ancora finito di leggerlo tutto (sono partito dai capitoli 2 e 4 su cui avevo fatto da revisore) perché è un periodo incasinato, ma il mio primo parere a caldo è che si tratta uno dei migliori rapporti dell’IPCC.

    @ Alberto
    @ “che gli effetti concreti di questo special report saranno a dir poco inadeguati rispetto alle buone intenzioni.”

    penso che sarebbe ingeneroso chiedere all’IPCC di produrre effetti concreti: è un lavoro di sintesi della conoscenza scientifica. Può essere criticato se non è scritto in modo abbastanza chiaro o efficace, ma le ricadute sulla politica dipendono da tutti noi, ossia da cosa poi facciamo nel concreto per spingere la politica ad agire.

    @ Paolo Gabrielli
    @ “Poche novita’ davvero in questo rapporto dell’IPCC.”

    caro Paolo, per chi come te è agli alti livelli della scienza del clima può essere che non trovi niente di nuovo nella parte sulla fenomenologia. Ma secondo me nel come sono esposte ci sono delle cose nuove. Un solo esempio: trovare scritto in una sintesi per i decisori politici “These instabilities could be triggered around 1.5°C to 2°C of global warming” (al b2.2 del SPM, dopo “sul tema del Marine ice sheet instability in Antarctica and/or irreversible loss of the Greenland ice sheet”) a me sembra una cosa davvero rilevante, e nuova per moltissimi che si occupano di scienza del clima.
    Per il resto dei temi trattati nei commenti (es. tasse, sanzioni) ci sono davvero molte cose dette nel rapporto (un po’ meno nel Sommario, ma questo è inevitabile…)

  13. […] Qui, su Climalteranti.it si commenta il rapporto. […]

  14. albertoon Ott 16th 2018 at 13:44

    @Valentino Piana: più che ingeneroso direi che sarebbe semplicemente erroneo chiedere all’ IPCC di produrre effetti concreti dato che il suo compito banalizzando è quello di riassumere lo “stato dell’ arte” della climatologia relativa al GW. Questi effetti dovrebbero essere prodotti da quella che lei chiama “politica” come se esistesse davvero una politica mondiale e non l’ anarchia di 200 e passa Nazioni in concorrenza economica tra di loro (trascurando i casi di conflitti bellici, esistenti ancora nel XXI secolo ma non su scala globale) e che a volte, sebbene raramente, trovano dei faticosi compromessi al ribasso in ambito ONU per una parvenza di governo globale la cui scarsissima consistenza purtroppo è un dato di fatto che rende sostanzialmente inefficaci le azioni di tanti che in buona fede immaginano di poter spingere ad agire questa “onnimpotente” “politica”.

  15. Paolo Gabriellion Ott 17th 2018 at 03:15

    @ Stefano Caserini

    La novita’ sta nell’accettazione della possibilita di una certa fenomenologia da parte della comunita’ scientifica.

    C’e’ un articolo (consigliatissimo) apparso su Nature nel 1968 (50 anni fa!) di John Mercer intitolato: “West Antarctic ice sheet and CO2 greenhouse effect: a threat of disaster” che diceva esattamente che l’instabilita’ della calotta occidentale dell’Antartide poteva essere causate dal global warming. Con +1.5 C o + 2 C? Non credo che al momento nessuno possa escludere neanche con + 1 C in quanto i ghiacci non sono all’equilibrio con la temperatura atmosferica.

    https://www.nature.com/articles/271321a0
    https://www.nature.com/articles/d41586-018-01390-x

    E si’, sono anche un po’ orgoglioso (ma neanche lontanamente all’altezza, scherziamo….) di John Mercer perche’ era proprio qui all’Ohio State University. Grandissimo scienziato, e grandissimo personaggio. Si fece arrestare alle 5 di un mattino mentre faceva jogging completamente nudo al Parco delle Rose, qui a due passi da casa mia. Una volta ando’ in Peru in spedizione e abbandono’ i suoi compagni di spedizione perche’ rimasto senza denaro per riportarli a casa. Uno di questi era un giovane studente, Lonnie Thompson, il quale riusci’ a rientrare negli USA con la carita’ di un albergatore di Lima. Oggi Lonnie non e’ piu’ arrabbiato con John 😉

  16. Fabio Vomieroon Ott 17th 2018 at 08:37

    Grazie ad Alsarago58, Gabrielli e Caserini per le interessanti risposte. Leggere il capitolo 4 del rapporto per me sarà un’impresa, dato il mio inglese un po’ deficitario, ma ci proverò, anche se, ripeto, un conto è l’IPCC, un conto è poi la volontà e la reale capacità della politica. In ogni caso, credo che il tema davvero importante oramai sia proprio questo, e cioè quello di riuscire a valutare e a decidere, con il rischio anche di azioni impopolari, le strade più efficaci da intraprendere per ottenere da subito dei risultati concreti sul fronte della mitigazione. Naturalmente si tratterà di intervenire con decisione a diversi livelli. Anche se, in accordo con i pensieri di Alsarago58, tenuto conto dell’andazzo della politica e della società, la vedo molto ma molto dura, per questo chiedevo anche un vostro parere in merito.

  17. homoereticuson Ott 17th 2018 at 15:24

    la carbon tax è senza dubbio fondamentale e forse tra le soluzioni più praticabili e realistiche (se è vero che è sostenuta dall’economista recente premio nobel Nordhaus)

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