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Plutone, un errore del 22600% e la calotta polare riformata

Per chi segue da tempo la nascita e l’evolversi delle argomentazioni negazioniste sul clima, la seduta del Senato della Repubblica Italiana del 1° aprile 2009 costituisce un evento d’indubbio interesse. Come per un esperto di epidemie la diffusione della pandemia è al tempo stesso un motivo di preoccupazione ed un’occasione per aumentare le conoscenze scientifiche sulla malattia, vedere condensati in interventi di pochi minuti anni e anni di discorsi negazionisti è motivo da un lato di sconforto, e dall’altro di svago.
Perché c’è da dire che il testo della mozione (si trova qui, è il terzo dall’inizio), e i discorsi che l’hanno sostenuta nell’aula del Senato da parte dei Senatori Possa, Malan e Fruttero sono a loro modo delle rarità: è difficile trovare, in altri testi o interventi orali, un’insieme di corbellerie sui cambiamenti climatici così esteso e variegato. Al confronto, sbiadisce il ricordo del convegno del 3 marzo scorso a Roma.
Negli interventi (il video si trova qui) si trovano citati e omaggiati quasi tutti i principali negazionisti climatici italiani, alcuni per sbagli addirittura di otto anni fa.
C’è Zichichi: “le previsioni dei modelli basati sull’effetto serra sono poco attendibili, perché ignorano le leggi della termodinamica” e “l’«equazione clima» non è in funzione solo della temperatura, ma dell’energia complessiva che circola sul pianeta in tutte le sue forme”.
Ci sono i cicli di Ortolani: “Le variazioni climatiche, nella storia del nostro pianeta, sono documentate dall’analisi stratigrafica delle successioni rocciose… il clima è sempre cambiato e le variazioni climatiche sono avvenute ciclicamente con il succedersi di periodi caldi e di periodi freddi e i cicli non hanno avuto durata ed ampiezza omogenee. Così le modificazioni tipo effetto serra si sono già verificate con durate di circa 150 – 200 anni…”.
C’è il cavallo di battaglia di Battaglia, Guidi, Gerelli, ecc: “Evidenze sperimentali suggeriscono invece una forte correlazione tra cambiamenti climatici e attività solare”.
C’è un classico di Mariani: “La CO2 non è un inquinante”.
C’è l’argomento principe di Georgiadis: “Si è dimostrato che se le misurazioni vengono fatte nelle aree urbane mostrano un innalzamento della temperatura, se fatte al di fuori mostrano che la temperatura tende alla stabilità“ (Teo, se non ti citavo mi sa che ti offendevi.. ;-) )
C’è  persino un Battaglia d’antan, con l’errore della confusione fra la emissioni di Carbonio e quelle di CO2, a cui si somma un ulteriore errore di unità di misura: “L’applicazione integrale degli impegni di Kyoto ridurrebbe i 6 milioni di megatonnellate di CO2 prodotti all’anno a 5.850.000 megatonnellate”.
Ci sono poi i presunti errori dell’hockey-Stick (mostrati confrontando il grafico di Mann del 1999 con quello dell’IPCC del 1990!), la temperatura che da 10 anni non aumenta, Marte e Plutone che si scaldano, il livello dell’acqua negli oceani che non sta aumentando a ritmo preoccupante.
Manca, e su questo penso sia il caso di far partire una commissione d’inchiesta, la Groenlandia- Terra-Verde e i Vigneti-in-inghilterra-erano-tanti-nel-medioevo.

immagine Plutone

Se dovessi scegliere un podio d’onore delle bestialità negazioniste pronunciate, direi:

Terzo posto
Sarebbero da ricordare anche gli studi astronomici che dimostrano che da Marte a Plutone, praticamente in quasi tutto il sistema solare, si registrano aumenti di temperatura difficilmente causati dalle emissioni prodotte dalle attività umane sulla terra (Senatore Malan).
Il Senatore deve ricorrere ad altri pianeti, anche non del sistema solare come Plutone, per sostenere che l’uomo non è responsabile dei cambiamenti climatici. Per capire quanto tali pianeti siano simili alla Terra, si tenga conto che Marte non ha nuvole e non ha un campo magnetico, mentre Plutone ha un anno solare della durata di 280 anni terrestri.

Secondo posto
L’applicazione integrale degli impegni di Kyoto ridurrebbe i 6 milioni di megatonnellate di CO2 prodotti all’anno a 5.850.000 megatonnellate. Capite dunque quanto poco inciderebbe (Senatore Fluttero)
Secondo il Quarto Rapporto dell’IPCC le emissioni annue globali di CO2 nel periodo 2000–2005 sono state pari a circa 26500 megatonnellate. L’errore commesso è, quindi, solo del 22600%, ossia le emissioni effettive sono 226 volte inferiore a quanto detto dal Senatore.

Primo posto
Negli scorsi mesi si è riformata la calotta polare artica nella stessa estensione di venti o trenta anni fa (Senatore Possa).
Il Senatore confonde la variazione stagionale con quella su scala decennale: se si confrontano gli stessi mesi estivi, la diminuzione della calotta polare artica è stata di circa il 37 %: da 7.4 milioni di kmq (media 1979-1989) a 4.7 milioni di kmq (2008).

Ora, si può discutere di tutto, dalle isole di calore ai costi del Protocollo di Kyoto. Ma sostenere che non ci siano problemi per la calotta polare artica, è davvero difficile.
L’incredibile affermazione fornisce però una chiave per capire quale può essere la strategia per affrontare il problema del riscaldamento globale: dichiararlo risolto con una mozione votata da un’assemblea parlamentare.
In effetti, viste come stanno le cose, verrebbe voglia di votare a favore.

Testo di: Stefano Caserini, con un contributo di Claudio Cassardo

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Meraviglia, sconcerto, o qualche allegra risata?

Sul sito del Senato della Repubblica italiana è comparso il testo di una mozione, presentato da numerosi Senatori, che intende impegnare il Governo ad una serie si azioni volte di fatto a contrastare la politica europea sul clima.

immagine Senato Repubblica Italiana

Non si tratta di un pesce d’Aprile. Chi ha seguito i resoconti del convegno del 3 marzo non rimarrà sorpreso nel leggere il testo e ritrovarvi molti degli errori, dei fraintendimenti e delle mistificazioni sullo stato delle conoscenze del problema climatico di cui su questo sito abbiamo già parlato.
Nei prossimi giorni Climalteranti illustrerà con precisione i gravi errori presenti nel testo della mozione.
Si riporta nel frattempo il link ad un articolo recentemente pubblicato su EOS in cui vengono presentati i risultati di un’indagine condotta su oltre 3100 scienziati impegnati nella ricerca sul clima. Da questa indagine fra addetti ai lavori, già presentata da un post di Antonello Pasini,  si evince un sostanziale e generalizzato consenso sull’esistenza e sulle cause del cambiamento climatico, consenso che raggiunge il 97.5% fra gli intervistati con specifiche e riconosciute competenze in materia climatica.
Purtroppo, nonostante i ripetuti tentativi di mistificazione che non riconoscono o tentano di screditare o di ridurre a semplice opinione il lavoro rigoroso e onesto di migliaia di ricercatori di tutto il mondo, i cambiamenti climatici generati con probabilità molto elevata dalle attività umane sono un dato di fatto, una realtà che siamo costretti ad affrontare al pari di quanto altre potenze economiche in Europa e in Nord America hanno cominciato a fare. Prima iniziamo, meno ci verrà a costare.

Suggeriamo ai tanti lettori che ci hanno segnalato il caso, inviandoci il link del sito di Repubblica che vi ha dato risalto, a non preoccuparsi troppo: è tale l’inconsistenza scientifica del documento che c’è da scommettere che gli effetti principali che produrrà a livello europeo saranno meraviglia, sconcerto o, nella migliore delle ipotesi, sarcasmo e qualche risata.

Testo di: Stefano Caserini, Giulio de Leo, Paolo Gabrielli.

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Il metodo Battaglia, ovvero dell’autoreferenzialità

La maggior parte dell’intervento del Prof. Franco Battaglia al convegno dello scorso 3 marzo non ha riguardato il tema dei cambiamenti climatici, ma quello dell’energia. Come si può ascoltare nella registrazione audio che abbiamo trovato qui e qui, Battaglia ha spiegato le sue ricette per la produzione economica di energia e per far fronte al problema del picco del petrolio. La tesi da lui sostenuta, come in occasione passate, è l’inutilità del risparmio energetico, dell’efficienza energetica e delle energie rinnovabili, e la necessità di affidarsi interamente all’energia prodotta attraverso la fissione nucleare.
Alcune frasi sintomatiche sono “Di uranio come combustibile nucleare ce n’è per 10.000 anni…“, “Obama, il nuovo presidente degli Stati Uniti vuole creare nuovi posti di lavoro nel settore del fotovoltaici e dell’eolico e fa un grosso errore…” e “Non è la produzione di energia che crea posti di lavoro ma il consumo di energia”
Senza entrare troppo nel merito, che ci porterebbe fuori dall’obiettivo di questo blog, sorprende ancora la lontananza delle tesi di Battaglia da quanto proposto dal resto della comunità scientifica, come era avvenuto per le tesi sulle responsabilità umana sulle variazioni climatiche (vedi il post precedente). La stragrande maggioranza degli studi proposti nella letteratura scientifica propongono una risposta al problema climatico ed energetico formata da diverse strategie e tecnologie, in cui l’efficienza energetica e le energie rinnovabili giocano un ruolo importante: “Portfolio of options”, si dice in inglese. Ci sono intere riviste scientifiche che ne parlano, con ricerche che durano anni e alla fine sono pubblicate in lavori complessi ed interessanti, come ad esempio i famosi lavori di Pacala e Socolow, questo lavoro europeo, o la sintesi dell’IPCC.

Climalteranti ha quindi chiesto spiegazioni al Prof. Battaglia, in una breve intervista effettuata al termine del convegno del 3 marzo, il cui video è disponibile qui.
L’intervista merita di essere vista perché contiene la spiegazione di quello che potremmo chiamare il ”metodo Battaglia” per la produzione di una pubblicazione scientifica, che non si basa sul sottoporre le proprie tesi alle forche caudine della peer review, ma nel pubblicare un libretto per una casa editrice sconosciuta, con la prefazione di una personalità politica, e attendere che qualcuno prima o poi lo critichi.
Battaglia afferma di essere pronto a ritirare il libretto qualora qualcuno avanzasse delle critiche; le critiche sono arrivate, ma il prof. Battaglia non le ha forse viste.

In altre parole, mentre il metodo standard per una pubblicazione scientifica è:
1)    Si propone il lavoro ad una rivista scientifica del settore, dotata di sistemi di peer-review;
2)    Si risponde alle eventuali osservazioni pervenute durante la revisione;
3)    Si risottopone il lavoro che, se viene ritenuto valido, viene pubblicato
il metodo Battaglia è, invece:
1)    Si cerca una casa editrice sconosciuta per pubblicare la propria tesi;
2)    Si chiede ad una personalità politica di fama di scrivere una prefazione;
3)    Dopo la pubblicazione si evita di rispondere alle stroncature affermando che non ci sono critiche.

L’intervista contiene, poi, almeno due passaggi spassosi.
Il primo quando Battaglia risponde all’osservazione che “non si tratta di una pubblicazione scientifica” affermando “è una pubblicazione scientifica… perché l’ho scritta io…”.
Il secondo contiene la spiegazione del motivo della mancanza di pubblicazioni scientifiche del Prof. Battaglia sull’argomento in questione (energia), già mostrata sul tema del clima: gli argomenti delle strategie energetiche sono… “troppo semplici”.. “banali” ! Lui pubblica su argomenti di meccanica quantistica, che sono difficili, mica su questioni “semplici” come le strategie energetiche. La cosa strana è che nessuno lo invita a parlare di meccanica quantistica, mentre riesce a farsi passare come esperto di energia e di clima.
Certo che sono mattacchioni gli studiosi che pubblicano le loro analisi sulle strategie di mitigazione dei cambiamenti climatici su Energy, su Energy policy o su Climate policy, e che perdono tempo a pubblicare testi scientifici su questi temi, quando tutto è… così banale!

Guarda l’intervista realizzata da Climalteranti qui .

A cura di Stefano Caserini, con contributi di Claudio Cassardo, Paolo Gabrielli, Daniele Pernigotti, Marina Vitullo.

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E ora tocca al conto energia? Alcune considerazioni dopo l’attacco al 55%

Prosegue la minuziosa e sistematica demolizione di quel poco che è stato fatto finora in Italia per incentivare risparmio energetico, uso razionale dell’energia, sviluppo delle fonti rinnovabili.

Dopo i tentativi, tuttora in atto, di ottenere significativi sconti sul pacchetto Clima Energia dell’UE, con il recente “attacco al 55%” (Decreto legge 185/2008, si veda ad esempio quanto riportato da UNCSAAL) il Ministro Tremonti ha finalmente trovato il tempo per sbarazzarsi di quelli che “si occupano di come deve essere fatto un impianto della luce di casa tua” (AQPC, pag. 230).

Numerose sono le azioni attualmente in corso per tentare di arginare questo provvedimento, coordinate non solo dai gruppi ambientalisti ma da enti ed associazioni autorevoli quali ANIT, KyotoClub, ISES Italia.

E’ probabilmente inutile ricordare in questa sede gli aspetti positivi dell’incentivazione del 55%, non certo limitati ai soli, seppur fondamentali, aspetti ambientali: emersione del lavoro nero, sviluppo di nuova imprenditoria, volano economico per le imprese italiane. Alcune considerazioni in tal senso sono riportate in questo Editoriale di Qualenergia. Chiunque avesse visitato una delle Fiere dedicate alle tematiche del risparmio dell’energetico se ne sarà fatto sicuramente un’idea.

A questo punto teniamoci forte: il prossimo “colpo” verrà sferrato al conto energia?

Testo di: Mario Grosso

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Pacchetto 20-20-20: gli errori nei numeri del Ministero dell’Ambiente

E’ passato ormai un mese dalla polemica del governo italiano sui costi del pacchetto clima energia dell’UE, ormai famoso con il nome “20-20-20″.
Dopo la tempesta, i riflettori si sono spenti. Nulla si è saputo dei risultati del Tavolo di confronto aperto a Bruxelles fra i tecnici del Ministero dell’Ambiente e della DGEnv – Commissione UE.

Non sono disponibili – ad oggi – documenti ufficiali a conclusione dei lavori del “Tavolo”. E’ poco probabile che il confronto sia ancora in corso.
In sintesi, le accuse lanciate dal governo erano chiare (i costi dell’Italia sono molto alti, sono i più alti di tutti). La Commissione aveva risposto che non era così e che i conti italiani erano sbagliati, che i costi erano al massimo la metà di quanto detto dall’Italia (risposta dell’Italia: ma sono i vostri conti!).
Molto famosa è una stima di 180 miliardi di euro data dal Governo Italiano in innumerevoli occasioni, e contestata dalla Commissione. Se si fa una ricerca su Google con parole chiavi “costi – Italia – 180 miliardi – emissioni” si trovano migliaia di riferimenti alle dichiarazioni italiane.
In particolare la cifra di 181,5 miliardi di euro è quella citata più frequentemente.

Titolo de “Il Sole 24 Ore”, 9 Ottobre 2008

Quindi chi aveva ragione e chi aveva torto? Da dove nasce questa cifra?
Dopo aver studiato le carte, Climalteranti.it propone una risposta.

La documentazione prodotta dalla Commissione europea e pubblicata il 23 gennaio 2008 con l’Impact Assessment relativo al cosiddetto “Climate package” e nel giugno 2008 con la “Model-based Analysis of the 2008 EU Policy Package on Climate Change and Renewables” ha fornito una base di dati per fare alcune valutazioni sui costi che l’intera Unione europea e i singoli paesi dovranno sostenere per raggiungere contemporaneamente l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas ad effetto serra (20% in meno nel 2020 rispetto al 1990) e l’obiettivo di sviluppo delle fonti rinnovabili (20% sul totale dei consumi finali di energia nel 2020).
Gli analisti della Commissione hanno infatti sviluppato una serie di scenari alternativi che si basano su differenti ipotesi in termini di:

  • criterio di efficienza economica, ovvero minimizzazione dei costi per l’intera Unione europea;
  • criterio di equità, ovvero redistribuzione degli impegni tra i diversi paesi in funzione del livello di sviluppo economico di ciascuno;
  • possibilità di utilizzo dei crediti derivanti dai meccanismi flessibili del Protocollo di Kyoto per ottemperare all’obbligo di riduzione delle emissioni, ovvero la possibilità di includere anche iniziative svolte all’esterno dell’Unione europea (Progetti CDM);
  • possibilità di utilizzo delle cosiddette “Garanzie d’origine” associate alle fonti rinnovabili per raggiungere l’obbiettivo dello sviluppo di queste ultime, ovvero anche iniziative di produzione di energia rinnovabile in altri paesi dell’Unione europea possono essere riconosciute ai fini del raggiungimento dell’obiettivo nel proprio paese;
  • livello dei prezzi d’importazione del petrolio e del gas.

I risultati ottenuti tramite questi scenari sono stati utilizzati dalla Commissione per proporre una serie di misure concrete finalizzate al raggiungimento degli obiettivi per lo sviluppo delle fonti rinnovabili e la riduzione delle emissioni: il “Climate package”, per l’appunto.
Quest’ultimo comprende:

  1. una proposta di revisione della direttiva 2003/87/EC sull’Emission Trading (sistema di scambio europeo dei permessi di emissione) – EU ETS
  2. una proposta di decisione del Parlamento europeo e del Consiglio per la riduzione delle emissioni per i settori non soggetti all’EU ETS
  3. una proposta di direttiva per la promozione dell’utilizzo dell’energia prodotta da fonti rinnovabili
  4. una proposta di direttiva sullo stoccaggio geologico del biossido di carbonio.

Il pacchetto non comprende misure per l’efficienza energetica. Si ricorda che l’obiettivo del 20% di riduzione dei consumi energetici al 2020, rispetto all’evoluzione tendenziale, non è un obiettivo vincolante.

La prima cosa da sottolineare è che nessuno degli scenari analizzati nel rapporto UE corrisponde esattamente alle proposte della Commissione. Queste ultime infatti stanno seguendo la procedura di adozione prevista dalla normativa europea e basata sulla codecisione in sede di Consiglio e Parlamento europeo. L’iter ha già prodotto una serie di emendamenti significativi, soprattutto con riferimento alla proposta di direttiva per le fonti rinnovabili.

Alla luce di queste considerazioni, per valutare l’impatto del “Climate package” sui costi del sistema energetico italiano utilizzando i risultati prodotti dalla Commissione europea, la cosa migliore è selezionare gli scenari che maggiormente riflettono le proposte attualmente in discussione.
In particolari gli scenari più interessanti sono due (chiamati RSAT-CDM e NSAT-CDM) e prevedono entrambi un contesto europeo per le grandi sorgenti, ma incorporano il principio di equità prevedendo impegni differenziati per i singoli paesi, ossia prevedono:

  • la definizione a livello UE dell’obiettivo di riduzione delle emissioni da parte dei settori soggetti al sistema europeo di scambio dei permessi di emissione – ETS (ovvero il settore energetico e i settori energivori);
  • la definizione a livello dei singoli paesi dell’obiettivo di riduzione delle emissioni da parte dei settori industriali non soggetti alla direttiva ETS;
  • la definizione a livello dei singoli paesi dell’obiettivo di sviluppo delle fonti rinnovabili.

I due scenari divergono invece riguardo alle ipotesi sull’utilizzo dei crediti CDM e sulla possibilità di scambio delle Garanzie d’Origine associate alle fonti rinnovabili. In altre parole la differenza fra i due scenari sta nell’aggiungere o meno al criterio di equità uno o due strumenti di flessibilità, allo scopo di rendere più efficiente lo sforzo complessivo.
Infatti, lo scenario RSAT-CDM prevede la possibilità di utilizzare i crediti CDM in linea con quanto approvato in sede di Commissione europarlamentare, mentre esclude il commercio delle Garanzie d’Origine, discostandosi in tal senso dalla proposta originaria della Commissione europea ma avvicinandosi in parte a quanto deciso in sede di Commissione europarlamentare.
Lo scenario NSAT-CDM, invece, comprende sia la possibilità di utilizzo dei crediti CDM sia lo scambio delle Garanzie d’Origine delle fonti rinnovabili al fine di garantire a livello europeo uno sviluppo efficiente di tali fonti. In questo caso non tutti i paesi sarebbero in grado di rispettare i target nazionali facendo affidamento solo agli sforzi locali.

Lo scenario selezionato dal Ministero dell’Ambiente e presentato alla Commissione europea al fine di valutare i costi aggiuntivi per il nostro paese non è uno di questi due. Questo terzo scenario, denominato RSAT, non prevede l’utilizzo di alcuno strumento di flessibilità e quindi non rispecchia né la proposta originale della Commissione né le successive modifiche.

Il grafico seguente rappresenta l’andamento dei costi del sistema energetico italiano nei tre scenari sopra descritti, e li confronta con l’andamento dello scenario base, ovvero “business as usual”, che non prevede cioè l’adozione del “Climate package”. Le differenze tra le curve corrispondenti agli scenari “Climate Package” (RSAT, RSAT-CDM e NSAT-CDM) e la curva baseline (BL) misurano i costi aggiuntivi che il sistema deve sostenere per raggiungere gli obiettivi prefissati.

Fonte: elaborazione Climalteranti.it su dati della Commissione Europea

Fonte: elaborazione Climalteranti.it su dati Commissione Europea

Come si vede, il Ministero ha selezionato lo scenario più costoso e meno probabile.
Ma le differenze non sono piccole come potrebbe sembrare a prima vista. È vero che complessivamente sono pochi punti percentuali di differenza, ma sono sempre miliardi di euro.
Se si calcolano le differenze fra i costi dei tre scenari e lo scenario “Baseline” (che rappresenta i costi di uno scenario energetico senza il pacchetto 20-20-20), si vede che si parla di miliardi di euro l’anno di maggior costo.

 

[aggiunta - Va chiarito che non sono qui conteggiati i costi aggiuntivi indiretti relativi all'acquisto dei permessi CDM e delle GOs. Questi costi porterebbero ad esempio il costo totale dello scenario NSAT-CDM nel 2020 a circa 12.4 miliardi di euro. Non sono disponibili i costi al 2015.]

Fonte: elaborazione Climalteranti.it su dati Commissione Europea

Ma questi numeri non sono ancora quelli della contesa raccontata dai giornali, c’è dell’altro.

La Commissione europea ha fornito i dati di costo in corrispondenza degli anni 2005, 2010, 2015 e 2020. Per calcolare i costi aggiuntivi totali nel periodo 2013-2020, o nel periodo 2011-2020 come proposto dal Ministero dell’Ambiente, sarebbe necessario disporre dei dati puntuali relativi ad ogni anno. In alternativa, come è stato fatto nelle figure sopra, si possono interpolare i dati mancanti nel periodo 2010-2015 e nel periodo 2015-2020. Con questa semplice elaborazione matematica, effettuata con un’interpolazione lineare negli intervalli, si ottengono i seguenti risultati.

Costi aggiuntivi per l’Italia

(mld euro)

Scenario RSAT

Scenario RSAT-CDM

Scenario NSAT-CDM

2011-2020

145.70

93.20

47.80

media annua 2011-2020

14.57

9.32

4.78

 

 

 

RSAT: senza meccanismi di flessibilità
RSAT-CDM: possibilità di utilizzo dei crediti CDM
NSAT-CDM: possibilità di utilizzo dei crediti CDM e scambio delle Garanzie d’Origine

Fonte: elaborazione Climalteranti.it su dati Commissione Europea

Come detto, lo scenario RSAT è quello selezionato dal Ministero dell’Ambiente.
I numeri, tuttavia, sono molto diversi da quelli presentati nel documento del Ministero in quanto quest’ultimo ha calcolato i costi aggiuntivi complessivi facendo la media tra i costi relativi all’anno 2015 (15,1 mld) e i costi relativi all’anno 2020 (21,2 mld) si ottiene 18,15 mld euro e poi moltiplicando per 10, ovvero per gli anni compresi tra il 2011 e il 2020 si ottiene 181,5 mld euro!
Oltre ai costi stimati in più per la scelta di uno scenario improbabile, ci sono i costi indicati dal triangolo rosso, che sono semplicemente dovuti ad un errore.

Un errore grave, clamoroso. Uno di quegli errori che conviene dire di aver fatto apposta.

Come detto in precedenza gli scenari più rappresentativi sono lo scenario RSAT-CDM e lo scenario NSAT-CDM. Ne consegue che una stima più corretta dei costi aggiuntivi per il nostro paese di quella presentata dal Ministero dell’Ambiente, sulla base dei dati forniti dalla Commissione europea, sarebbe compresa tra i 48 e i 93 miliardi di euro per il periodo 2011-2020. Rispettivamente un quarto o la metà di quelli detti dal Ministero. [aggiunta: se si considerano i costi degli scambi di CDM e Garanzie d'origine, i costi totali per l'Italia aumentano, ma rimangono nettamente inferiori a quelli proposti dal Ministero].

E questi sono solo i costi: i benefici, in termini di danni evitati per le minori emissioni di gas serra, non stati conteggiati.
Testo di N.D. e S.C.

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C’è anche un altro modo per non rispettare il Protocollo di Kyoto

”Se noi non rispetteremo gli obiettivi di Kyoto avremo delle penalizzazioni che possono ammontare a circa 450 milioni di euro l’anno, da qui al 2012”. Questa la stima del ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, in un’intervista rilasciata il 28 ottobre .
Che non rispettare gli obiettivi imposti dal Protocollo di Kyoto abbia un costo, è dunque assodato. Diverse invece sono le cause che potrebbero portare ad un non rispetto degli obblighi di Kyoto: prima tra tutte la perdita dell’eleggibilità.
Per eleggibilità si intende la presenza delle condizioni “formali” basilari che permettano di verficare effettivamente gli impegni sottoscritti: in altre termini la presenza di sistemi di stima delle emissioni di qualità soddisfacenti a ben definiti standard definiti dallo stesso Protocollo.
Le Decisioni della COP/MOP1 n. 9 e n.15 della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici (UNFCCC) indicano come condizioni necessarie per il mantenimento del requisito di eleggibilità la produzione annuale dell’inventario nazionale delle emissioni di gas serra, l’istituzione e la gestione del Sistema nazionale per la realizzazione dell’Inventario nazionale dei gas serra (D.Lgs. 51/2008) e l’istituzione ed amministrazione del registro nazionale di Kyoto che include le transazioni dell’Emissions Trading (Dir. 2003/87/CE recepita dai D.Lgs. 216/2006 e D.Lgs. 51/2008).
L’eliggibità non deve essere solo “conquistata”, ma deve garantita in tutto il periodo di vigenza degli impegni.
Per quanto riguarda l’Italia, la stima e la trasmissione dell’Inventario delle emissioni di gas serra, la realizzazione e gestione del Sistema nazionale per la realizzazione dell’Inventario nazionale dei gas serra così come l’amministrazione e la gestione del registro nazionale sono compiti affidati all’ISPRA (*) .
La stima e la trasmissione delle emissioni di gas serra è stata fino ad oggi garantita da un gruppo di lavoro di 10 ricercatori (di cui 7 precari); la gestione del registro nazionale è al momento di fatto garantita da una sola ricercatrice con contratto atipico. Tale personale precario vede oggi compromessa la propria instabile situazione, a seguito della Legge 133/2008 , che opera pesanti restrizioni sul turn over, con il blocco delle stabilizzazioni dei precari, del rinnovo e proroga dei diversi tipi di contratto di lavoro.
E’ a rischio quindi non solo il mantenimento dell’eleggibilità per Kyoto, ma anche il rispetto della tempistica di comunicazione all’Unione Europea delle stime di gas serra (con conseguente attivazione della relative procedure d’infrazione), così come la piena operatività del registro nazionale. Le conseguenze sarebbero l’alterazione dei meccanismi di mercato del sistema di emission trading, transazioni valutabili nell’ordine di un miliardo di euro (1.000M€) nel periodo 2008-2012, con grave danno economico per le aziende italiane interessate.

Ci si chiede come l’Italia ritenga di onorare gli impegni presi a livello internazionale privandosi delle risorse necessarie: istituzioni preposte e personale appositamente formato, non immediatamente sostituibile, se non dopo anni di formazione specialistica.

Forse il nostro Paese, a differenza di altri, non considera la ricerca pubblica, e gli Enti che la svolgono, come una risorsa strategica su cui investire anche, e soprattutto, in tempo di crisi economica internazionale.
Una scelta miope: anche in questo caso i piccoli risparmi dell’oggi sarebbero largamente inferiori ai danni complessivi arrecati all’Italia.

(* ) L’ISPRA(Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) nasce dall’accorpamento di tre enti vigilati dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare: APAT (Agenzia per la protezione dell’ambiente e dei servizi tecnici); ICRAM (Istituto centrale per la ricerca sulle acque marine); INFS (Istituto nazionale per la fauna selvatica) con il fine dichiarato di razionalizzare le spese di gestione e amministrazione degli enti. Il nuovo istituto, come riportato nel DL 112/08, eredita tutte le funzioni e le risorse dei tre enti accorpati.

Testo di: Marina Vitullo e Daniela Romano

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Politica climatica italiana: c’è tempo fino a dicembre per cambiare posizione

La situazione economica mondiale non favorisce gli investimenti finalizzati alla riduzione delle emissioni di gas serra (GHG) ma la dichiarazione del Presidente della Commissione europea Barroso alle richieste rilasciate settimane fa da alcuni esponenti del Governo italiano non lascia dubbi: “Nessuna flessibilità per gli obiettivi di riduzione delle emissioni”.

Del resto non potrebbe essere altrimenti su un tema in cui da diversi anni l’Unione europea ha assunto una netta leadership, riuscendo anche per la sua fermezza a divenire un importante riferimento nel panorama internazionale.
Molteplici sono gli esempi in tal senso, a partire dal memorabile discorso di insediamento del Presidente francese Sarkozy che nel ribadire l’amicizia storica con gli alleati americani li richiamava con forza ad assumere un ruolo di guida e riferimento nella lotta ai cambiamenti climatici.
Non è stata da meno Angela Merkel che ha posto questo tema tra le priorità assolute del suo Governo e del semestre di presidenza europeo e che nello storico G8 di Heiligendamm è riuscita a modificare la posizione di G.W. Bush, facendogli riconoscere pubblicamente per la prima volta la principale responsabilità dell’uomo sul riscaldamento del pianeta. Germania che non era nuova a posizioni forti e responsabili sul clima, visto che aveva già rivendicato con forza la necessità di agire, indipendentemente dalle posizioni dei paesi che ancora non aderivano a Kyoto, attraverso il suo Ministro dell’Ambiente, Sigmar Gabriel, alla Conferenza di Nairobi del 2006.
Ancora più in là è arrivato Tony Blair in Gran Bretagna, con il bravissimo Ministro dell’Ambiente e già politico di rango David Milliband, con il suo impegno formale nel 2007 a tagliare le proprie emissioni del 60% entro il 2050. A lui si è aggiunto il fratello Ed, Segretario per le nuove energie e i cambiamenti climatici, incrementando tale impegno fino al 80% proprio negli scorsi giorni, quasi a dare una indiretta ma forte risposta al Governo italiano sulle perplessità di natura economica al taglio delle emissioni.

Nel frattempo è mutato radicalmente anche il panorama extraeuropeo, a partire dall’adesione dell’Australia al Protocollo di Kyoto nel dicembre dello scorso anno.
L’annunciata mossa politica del neo premier Kevin Rudd ha isolato ulteriormente gli USA al di fuori di Kyoto e portato l’Australia a fianco dell’Unione europea in termine di impegni concreti.
Non a caso Penny Wong, Ministro con delega ai cambiamenti climatici, ha dichiarato di ufficializzare entro la fine dell’anno i propri obiettivi di riduzione dei GHG, impegno che sembra raggiungerà il valore del 25%, in piena sintonia con i livelli europei.
Anche negli USA il vento è cambiato e considerata chiusa la Presidenza USA, contestata anche per le posizioni troppo influenzate dall’industria petrolifera su questi temi, si guarda già al nuovo Presidente.
Che sia Obama o McCain sembra essere poco rilevante sul fronte dei cambiamenti climatici, visto che entrambi hanno dichiarato di voler adottare una linea politica completamente diversa dalla precedente, allineandosi invece alle tante esperienze volontarie che si stanno espandendo a macchia d’olio tra i Sindaci ed i Governatori americani e che spesso riprendono quantitativamente gli impegni di riduzione che erano previsti per gli USA dal Protocollo di Kyoto .
È già pronta anche un progetto di legge, promesso già a fine 2006 dopo le elezioni di medio termine da un trio di Senatori capitanato da Barbara Boxer, che replica lo schema dell’Emission Trading già in essere in Europa.
Addirittura Cina ed India, che vengono spesso additati come scusante per giustificare l’inattività di qualche paese industrializzato, riconoscono con la Bali Road Map un proprio ruolo attivo e ricevono per questo i complimenti di Yvo de Boer, Segretario dell’UNFCCC.
Del resto molti sembrano dimenticare che entrambi hanno fin dall’inizio ratificato il Protocollo di Kyoto, documento che non prevedeva però per loro nella fase iniziale alcun obiettivo di riduzione delle emissioni.

Ciò era riconosciuto anche all’interno della Convenzione di Rio dell’ONU del ’92, vista la difficile posizione dei paesi in via di sviluppo di offrire ai propri abitanti delle migliori condizioni di vita. Il documento in questione, che ha ricevuto l’adesione e la ratifica dei Paesi di tutto il mondo, richiedeva a tutti i Paesi industrializzati di fare il primo passo nella riduzione delle proprie emissioni di GHG.
In un panorama internazionale così orientato a muoversi, pur con velocità diverse, in un’unica direzione stupisce le posizioni manifestate in questo periodo da parte di alcuni esponenti del Governo italiano, a volte accompagnate anche da un’informazione che, in modo anacronistico, cerca ancora di mettere in dubbio i cambiamenti climatici e le relative responsabilità del genere umano. Sarebbe forse più apprezzabile ed un segno di importante statura politica assumersi pubblicamente le responsabilità, anche a nome dei diversi Governi precedenti, per quanto non è stato fatto fino ad oggi e per il tempo che si è sprecato.
L’unica speranza che ci resta a questo punto è che il Governo Italiano  esprima un cambio di posizione, portando l’Italia a fianco dei principali Paesi del panorama europeo ed internazionale.

Il vertice di Poznan è vicino e gli occhi di tutto il mondo, compresi quelli del nuovo Presidente degli USA saranno puntati anche su di noi.

Testo di Daniele Pernigotti

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Una tempesta solo italiana?

E’ passata la tempesta dello scontro Governo Italiano – Commissione europea sul tema dei costi del pacchetto 20-20-20. Se ne sono sentite delle belle, c’è materiale per una dozzina di nomination per il “Premio a qualcuno piace caldo 2008″ (qualcuna è già arrivata e con calma in futuro appariranno nella pagina dedicata al Premio.

Cerchiamo di fare un po’ di ordine.

I vari documenti del pacchetto clima si trovano alla pagina “Climate Action” della Commissione europea:

L’analisi della Commissione europea “Model based Analysis of the 2008 EU Policy Package on Climate Change and Renewables“, alla base della suddivisione degli impegni fra gli stati, si trova dal febbraio 2008 qui, con tanto di allegati

I documenti prodotti dal Ministero dell’Ambiente del Territorio e del Mare sono disponibili qui e qui.

Una posizione intermedia è stata portata dagli Amici della Terra, che in un intervento disponibile qui, hanno rivolte dure accuse alla Commissione: “la ripartizione degli impegni del pacchetto energia è avvenuta in base a criteri non trasparenti, non discussi e diversi da quelli ambientali“.

Un po’ di chiarezza su quanto accaduto l’hanno fatto due pregevoli scritti di Marzio Galeotti, pubblicati sul Lavoce.info (Testo 1 e Testo 2).

Riassumendo: nei documenti prodotti dal Ministero ci sono alcune affermazioni non vere (la non disponibilità dei dati…), alcune scelte metodologiche molto discutibili (sommare i singoli costi di ognuno dei “20″, senza tener conto delle sinergie), e soprattutto non sono stati considerati i benefici delle politiche climatiche. Sarà arduo per il Ministero con quegli argomenti fare breccia a Bruxelles.

Si vedrà in futuro. Sembra che l’Italia presenterà venerdi’ 31 ottobre in una riunione con la Commissione un documento di 6 pagine con 18 domande, che per ora solo Libero Mercato ha potuto leggere.

Per ora sembra che i rilievi italiani non abbiano fatto molta impressione. Nelle conclusioni del Consiglio dei ministri dell’ambiente (conclusioni-del-consiglio-eu-del-20102008) che si è svolto in Lussemburgo il 20 ottobre non c’è traccia delle mozioni avanzate dall’Italia.

Anche la rivista Nature, che ha discusso le traversie europee sulle politiche climatiche, non ha neppure considerato i rilevi italiani; come ha notato Antonello Pasini, forse perché le considerazioni del Governo italiano sono state ritenute strumentali (“il solito Pierino che non ha fatto i compiti e cerca una scappatoia all’ultimo momento…“).

Un’ipotesi è che la tempesta sul 20-20-20 sia stata solo italiana, ad uso e consumo interno.

A margine dei dibattito sui costi, va segnalata la presenza nel dibattito di alcuni classici del negazionismo climatico, che non hanno mancato di ottenere titoli e spazio sulla stampa.


La riduzione delle emissioni dell’Italia è troppo piccola

Indicare come troppo piccole le riduzioni delle emissioni di gas serra dell’Italia (e dell’Europa !), sottintendendo che quindi non ne vale la pena: “l’incidenza di riduzione delle emissioni per il nostro paese sarà dello 0,3% e per tutta l’Ue del 2-3 per cento“, hanno dichiarato su vari giornali il Ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo e il Presidente di Confindustria Emma Mercegaglia. Se ne trova traccia persino nel documenti del Ministero.

Con la stessa logica, ognuno potrebbe dire che non c’è motivo di pagare le tasse, visto che le proprie tasse sono certo molto meno dello 0.3 % del gettito fiscale italiano…


La riduzione delle emissioni dell’Italia è troppo impegnativa

Il Protocollo di Kyoto andrebbe riscritto (e perché non riscrivere il trattato di Yalta?): i costi del Protocollo di Kyoto o del pacchetto 20-20-20 sono troppo alti: non possiamo permetterceli.. Troppo alti rispetto a cosa?

Eppure ci siamo permessi altri costi, ad esempio “l’iniezione di liquidità” per le banche o per Alitalia. Ci possiamo permettere i costi del pacchetto 20-20-20, per poi raccoglierne i benefici; possiamo decidere di non farlo, ma è una delle scelte possibili.


Riduciamo solo se gli altri …

Sempre dal nostro Ministro per l’ambiente: prendiamo impegni solo se altri, Cina e India, prendono impegni analoghi (vedi).

Come convincere gli Indiani, che emettono pro-capite un quarto delle nostre emissioni di gas serra, a ridurre le emissioni?


Offese gratuite

L’offesa per gli argomenti altrui non manca. In questo si è segnalato il ministro Brunetta, che ha dichiarato che il pacchetto 20-20-20 è nientemeno che “una follia”

Gli argomenti a sostegno di questa tesi non ci sono; tranquillizza il fatto che il ministro, che si è vantato di essere un premio Nobel mancato sull’economia, ha all’attivo due pubblicazioni scientifiche nel catalogo dell’ ISI Web of Science (Vedi il Documento).

A proposito di Nobel mancati, per gli affezionati va segnalato l’intervento sul tema del Prof. Antonino Zichichi : “Di Kyoto si può fare a meno, del rigore scientifico no”.

Testo di Stefano Caserini, con contributi di Claudio Cassardo e Marina Vitullo

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