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	<title>Climalteranti</title>
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	<description>Notizie sul clima che cambia</description>
	<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 21:39:36 +0000</pubDate>
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		<title>Diritto di dissentire, o di insinuare e offendere?</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Mar 2010 11:33:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Climalteranti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Abbagli]]></category>

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		<category><![CDATA[Le Scienze]]></category>

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		<description><![CDATA[Su “Le Scienze” Enrico Bellone paragona le preoccupazioni per il riscaldamento globale alle “paure sollevate dagli untori o dalle donne possedute dal demonio”, e porta a supporto delle sue tesi tre “verità” prese da un sito internet. Gli rispondono 49 studiosi italiani, in una lettera in seguito riportata. La replica di Bellone è debole e [...]<script type="text/javascript">SHARETHIS.addEntry({ title: "Diritto di dissentire, o di insinuare e offendere?", url: "http://www.climalteranti.it/2010/03/05/diritto-di-dissentire-o-di-insinuare-e-offendere/" });</script>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Su “Le Scienze” Enrico Bellone paragona le preoccupazioni per il riscaldamento globale alle “paure sollevate dagli untori o dalle donne possedute dal demonio”, e porta a supporto delle sue tesi tre “verità” prese da un sito internet. Gli rispondono 49 studiosi italiani, in una lettera in seguito riportata. La replica di Bellone è debole e confonde la libertà di opinione con la propaganda di insinuazioni offensive e senza fondamento.</em></p>
<p style="line-height: 150%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;"><em>.</em></span></p>
<p><a href="http://www.storiadimilano.it/Personaggi/Milanesi%20illustri/mora.htm" target="_blank"><img class="alignleft" style="margin: 5px; float: left;" src="http://www.climalteranti.it/uploads/201003/01.jpg" alt="" width="372" height="218" /></a>La pubblicazione, nel numero di febbraio 2010 de “Le Scienze”, <a href="http://www.climalteranti.it/uploads/201003/ScienzaBellone.pdf" target="_blank">di un articolo sul tema del cambiamenti climatici disinformato e pieno di palesi errori</a>, facilmente documentabili come illustrato di seguito, costituisce un motivo di preoccupazione per quanti sperano in un dibattito sereno e di alto livello su questa grande questione.<br />
Pur se firmato dal Prof. Enrico Bellone, di cui non possiamo non riconoscere l’importante attività di divulgazione scientifica svolta in passato, l’articolo contiene toni inaccettabili e ignora completamente il lavoro rigoroso e appassionato di migliaia di studiosi in tutto il mondo – e centinaia anche qui in Italia  - documentato da innumerevoli pubblicazioni scientifiche sulle più prestigiose riviste internazionali sottoposte all’attento vaglio della comunità scientifica.<br />
Nel merito, le tre “<em>verità sull’anidride carbonica</em>” proposte dal prof. Bellone sono argomenti inconsistenti, e rispondono ai ricorrenti miti e alle leggende metropolitane continuamente proposte, come una catena di S.Antonio, su riviste generaliste e siti internet di nessuna credibilità scientifica.<span id="more-238"></span></p>
<p>Infatti:</p>
<p>1)    Secondo Bellone “<em>la CO<sub>2</sub> è uno dei costituenti fondamentali della vita, perché consente quei processi di fotosintesi che fanno crescere i vegetali</em>”. Dal punto di vista biologico, la cosa è ovvia già agli studenti delle scuole medie. Dal punto di vista climatologico, invece, l’attuale variazione di concentrazione atmosferica in un arco di tempo così breve <a href="http://www.nature.com/nature/journal/v453/n7193/abs/nature06949.html" target="_blank">non è mai stata osservata negli ultimi 800.000 anni</a>, ossia ben prima della comparsa di <em>Homo sapiens</em>. Oltre alle eventuali variazioni dell’irradianza solare, l’incremento del 38 % registrato negli ultimi 250 anni è in grado  di alterare il bilancio energetico del pianeta, come spiegato da una teoria pubblicata più di 100 anni or sono.</p>
<p>2)    Secondo Bellone, “<em>durante il Medioevo si realizzarono temperature superiori a quelle odierne, ma le percentuali di CO<sub>2</sub> erano assai inferiori alle nostre</em>”; questa affermazione non trova fondamento nella letteratura scientifica, che invece ha mostrato, mediante l’analisi di molteplici indicatori climatici indiretti (proxy), come la cosiddetta anomalia climatica medioevale sia stata un fenomeno limitato ed eterogeneo dal punto di vista geografico, e le attuali temperature a scala globale e nord emisferica, pur tenendo conto delle incertezze di queste analisi, siano le più alte almeno degli ultimi  1500 anni (vedi <a href="http://stephenschneider.stanford.edu/Publications/PDF_Papers/MobergEtAl2005.pdf" target="_blank">qui</a> e <a href="http://www.sciencemag.org/cgi/content/full/326/5957/1256" target="_blank">qui</a>).</p>
<p>3)    Il fatto che “<em>la crescita [della temperatura] non è stata lineare…</em>” <a href="http://www.ipcc.ch/" target="_blank">è ampiamente spiegato nella letteratura scientifica</a>, e anche in molti libri a carattere divulgativo. La crescita della temperatura non è stata, e non sarà, lineare, sia per le notevoli fluttuazioni interannuali causate dalla variabilità naturale che per la presenza di altre sostanze interagenti con il sistema climatico (ad esempio le emissioni di particolato atmosferico che hanno “nascosto” la crescita delle temperature nel dopoguerra), con meccanismi di retroazione che svolgono un ruolo sì complesso, ma comprensibile nei suoi tratti fondamentali non solo agli esperti del settore, ma a chiunque abbia l’umiltà di studiare la fisica e la termodinamica del sistema climatico.</p>
<p>L’infondatezza delle tesi di Bellone è spiegabile con la debolezza della fonte su cui si basano, ossia <a href="http://www.climalteranti.it/uploads/20100215/Cascioli-Malaspina.PDF" target="_blank">un articolo pubblicato sul quotidiano “Avvenire” del 13 dicembre 2009</a>, ripreso dal sito internet “<a href="http://www.svipop.org/sezioniTematicheArticolo.php?idArt=536" target="_blank">Svipop</a>”. Questo sito, incredibilmente scambiato da Bellone per un “<em>buon canale europeo di informazione</em>”, è conosciuto per ospitare <a href="http://www.svipop.org/sezioniTematicheArticolo.php?idArt=554" target="_blank">le più strampalate teorie negazioniste sui cambiamenti climatici</a>, spesso accomunate solo da una <a href="http://www.svipop.org/ricercaArticoloAreeTem.php?idArt=563&amp;bckLink=recordinizio%253D0%2526srcKey%253Dclima" target="_blank">paranoia antiambientalista</a>.</p>
<p style="line-height: 110%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;"><em>.</em></span></p>
<p>Negli ultimi mesi molti sono stati gli attacchi alla ricerca sul cambiamento climatico e alle persone che se ne occupano. Questi attacchi non si sono basati su critiche dei dati e delle teorie, sempre legittime, ma su attacchi personali ai ricercatori e alle organizzazioni impegnate nella scienza del clima, con l&#8217;accusa di aver ordito una cospirazione per lucrare sul concetto di riscaldamento globale causato dall&#8217;uomo. Le accuse si sono rivelate inconsistenti ma hanno avuto successo nel disorientare l&#8217;opinione pubblica, non solo nel campo del cambiamento climatico, ma mettendo in dubbio l&#8217;integrità degli scienziati e delle organizzazioni scientifiche in tutti i campi.<br />
La letteratura scientifica internazionale, al di là del lavoro di sintesi che fa l’IPCC, è pressoché unanime nel ritenere che l&#8217;evidenza sperimentale per il cambiamento climatico in atto sia ampia e incontrovertibile e che non ci siano elementi di nessun tipo che possano giustificare l&#8217;abbandono dell&#8217;interpretazione che lo vuole causato, negli ultimi decenni, principalmente dall&#8217;attività umana e, in particolare, dall&#8217;uso dei combustibili fossili.<br />
Prepararsi al cambiamento, decarbonizzare l’economia mondiale per limitare i danni e limitare la nostra dipendenza dai combustibili fossili, rappresenta oggi una delle più grandi sfide  che la società attuale si trova ad affrontare. Negare ideologicamente i rischi legati ai cambiamenti climatici e non riconoscerne le opportunità che da esso scaturiscono significa fare un pessimo servizio alla nostra società e alle generazioni future.</p>
<p style="line-height: 110%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;"><em>.</em></span></p>
<p>Questo testo <a href="http://www.climalteranti.it/uploads/201003/RispostaBellone.pdf" target="_blank">è stato pubblicato su Le Scienze del marzo 2010</a>, e firmato da 49 studiosi italiani dei cambiamenti climatici.<br />
<span style="font-size: xx-small;">Fabrizio Antonioli (ENEA, Roma), Vincenzo Artale (ENEA, Roma), Carlo Barbante (Università Ca&#8217;Foscari Venezia), Ugo Bardi (Università di Firenze) , Guido Barone (Università di Napoli), Francesco Bignami (ISAC-CNR, Roma), Marco Bindi (Università di Firenze), Michele Brunetti (CNR, Bologna) , Carlo Cacciamani (ARPA Emilia Romagna), Stefano Caserini (Politecnico di Milano), Claudio Cassardo (Università di Torino), Sergio Castellari (CMCC, INGV, Bologna), Orietta Cazzuli (Arpa Lombardia, Milano), Luca Chiari (Università di Trento), Susanna Corti (ISAC-CNR, Bologna), Giulio De Leo (Università di Parma, Stanford University), Claudio Della Volpe (Università di Trento), Guido Di Donfrancesco (ENEA, Roma), Federico Fierli (ISAC-CNR, Bologna), Massimo Frezzotti (ENEA, Roma), Sandro Fuzzi (ISAC-CNR, Bologna), Paolo Gabrielli (The Ohio State University), Marino Gatto (Politecnico di Milano), Domenico Gaudioso (ISPRA, Roma), Mario Grosso (Politecnico di Milano), Silvio Gualdi (CMCC, INGV, Bologna), Piero Lionello (Università del Salento, Lecce), Valerio Lucarini (Università di Bologna, Università di Reading), Valter Maggi (Università Milano-Bicocca), Elisa Manzini (CMCC, INGV, Bologna), Vittorio Marletto (ARPA Emilia Romagna), Simona Masina (CMCC, INGV, Bologna), Maria Luisa Moriconi (ISAC-CNR, Roma), Elisabetta Mutto Accordi (Climalteranti.it), Teresa Nanni (ISAC-CNR, Bologna), Antonello Pasini (CNR, Roma), Daniele Pernigotti (Università Ca&#8217; Foscari, Venezia), Antonello Provenzale (ISAC-CNR, Torino), Maurizio Ribera d&#8217;Alcala&#8217; (Stazione Zoologica Anton Dohrn, Napoli), Volfango Rupolo (ENEA, Roma), Paolo Ruti (ENEA, Roma), Maurizio Sciortino (ENEA, Roma), Barbara Stenni (Università di Trieste), Orazio Sturniolo (ISAC-CNR, Bologna), Stefano Tibaldi (Università di Bologna), Francesco N. Tubiello (JRC, Ispra), Marcello Vichi (CMCC, INGV, Bologna), Marina Vitullo (ISPRA, Roma), Antonio Zecca (Università di Trento).</span></p>
<p style="line-height: 130%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;"><em>.</em></span></p>
<p><strong>La risposta di Enrico Bellone</strong><br />
Nella stessa pagina è contenuta la risposta di Enrico Bellone, intitolata “<a href="http://www.climalteranti.it/uploads/201003/RispostaBellone.pdf" target="_blank">Diritto di dissentire</a>”.</p>
<p><em>Rispondo volentieri. Mi accusate di aver usato «toni inaccettabili», ma non è inaccettabile il fatto di riportare le tesi di chi è scettico nei confronti di visioni catastrofiste sul contributo umano all’effetto serra. Ho citato un sito dove si parla della CO<sub>2</sub> e mi si rimprovera in quanto esso riprenderebbe un articolo apparso su «l’Avvenire»: e allora? Il rimprovero sarebbe giusto se la fisica del riscaldamento globale fosse incorniciata una volta per tutte nel «lavoro di sintesi» dell’IPCC. Ma le cose non stanno così, e lo sapete benissimo.<br />
Un climatologo di fama internazionale come Guido Visconti, nel suo libro Clima estremo, ha scritto che «oggi la scienza non è in grado di spiegare le variazioni climatiche che sono avvenute in passato: pertanto, non si capisce come la stessa scienza potrebbe essere in grado di prevedere quello che avverrà nel prossimo futuro. Malgrado ciò, organismi internazionali come l’IPCC annunciano, con cadenza regolare, previsioni per i prossimi 50 o 100 anni. Questa apparente capacità previsionale è la stessa che ha dato notorietà, e quindi assicurato fondi, a un’intera classe scientifica negli ultimi 20 anni».<br />
Poche settimane fa il sito del «Times» ha dato la parola al consulente scientifico del governo britannico, John Beddington, secondo il quale c’è bisogno di «maggiore onestà» nel formulare previsioni sul cambiamento climatico. Non solo: «I climatologi dovrebbero essere meno ostili nei confronti degli scettici che mettono in dubbio l’origine antropica del riscaldamento globale» (E.B.)</em></p>
<p style="line-height: 130%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;"><em>.</em></span></p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 5px; float: left;" src="http://www.climalteranti.it/uploads/201003/02.jpg" alt="" width="408" height="257" />Ancora, Bellone sembra non accorgersi del problema.<br />
Il punto non è il diritto di dissentire, che è certo garantito a tutti anche per cose ancora più evidenti dei cambiamenti climatici. C’è il diritto di dissentire sui risultati delle scienze del clima esattamente come esiste quello sui danni del fumo di sigaretta o sul fatto che la terra non sia piatta. La libertà di opinione è <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Libert%C3%A0_di_manifestazione_del_pensiero" target="_blank">un diritto riconosciuto negli ordinamenti democratici</a> e tutti siamo d’accordo che sia giusto così.<br />
Il Prof. Bellone è liberissimo di non conoscere <a href="http://www.climalteranti.it/2009/05/13/i-modelli-del-clima-la-gestione-dell%e2%80%99incertezza%e2%80%a6/" target="_blank">le basi scientifiche e gli strumenti modellistici con cui si elaborano le proiezioni climatiche</a>, o anche solo le <a href="http://www.climalteranti.it/2009/01/21/raffreddamento-globale-ghiacci-artici-previsioni-dell%e2%80%99ipcc/" target="_blank">differenze fra proiezioni e previsioni</a> e di voler trasmettere le sue opinioni al pubblico de “Le Scienze”.<br />
Cosa diversa è se per sostenere le sue opinioni, considerate infondate dalla stragrande maggioranza degli studiosi del clima, il Prof. Bellone offende chi ha opinioni diverse, prima paragonandolo agli “<em>untori</em>” o alle “<em>donne possedute dal demonio</em>”, poi facendo insinuazioni sull’ ”<em>apparente capacità previsionale</em>” che “<em>ha dato notorietà, e quindi assicurato fondi, a un’intera classe scientifica negli ultimi 20 anni</em>”.<br />
Dispiace dirlo per i meriti storici che Bellone ha avuto, non solo nella ricerca ma anche nella divulgazione scientifica, ma da parte di un Ordinario di Storia della Scienza e delle Tecniche ci si sarebbe aspettato tutt’altro rigore nel verificare le proprie fonti scientifiche, nonché un rispetto ben maggiore per quanti, ai massimi livelli scientifici, studiano i dati e le possibili evoluzioni del clima del nostro pianeta.<br />
Il dibattito sulle cause e gli impatti dei cambiamenti climatici rimane aperto a chiunque sia interessato ad argomentare sulla base di dati e studi scientifici, ma non può scadere nella disputa ideologica e nell’offesa gratuita.</p>
<p style="line-height: 200%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;"><em>.</em></span></p>
<p>Testo a cura del Comitato Scientifico di Climalteranti.</p>
<p><a href="http://sharethis.com/item?&wp=2.5.1&amp;publisher=98de5fed-88fc-4607-8aca-8211aa9997dd&amp;title=Diritto+di+dissentire%2C+o+di+insinuare+e+offendere%3F&amp;url=http%3A%2F%2Fwww.climalteranti.it%2F2010%2F03%2F05%2Fdiritto-di-dissentire-o-di-insinuare-e-offendere%2F">ShareThis</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Tu quoque, Giorello</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Mar 2010 08:11:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Climalteranti</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Anche l’autorevole Giulio Giorello ha pubblicato un articolo con molti errori passaggi confusi sul tema dei cambiamenti climatici.
.
Dispiace proprio dover criticare Giulio Giorello, per l’articolo pubblicato sul Corriere della Sera  di domenica 21 febbraio intitolato “Mr. Clima: e va in crisi la fiducia della gente“. Giorello è una persona di grandissima preparazione intellettuale, tanto vasta [...]<script type="text/javascript">SHARETHIS.addEntry({ title: "Tu quoque, Giorello", url: "http://www.climalteranti.it/2010/03/01/tu-quoque-giorello/" });</script>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Anche l’autorevole Giulio Giorello ha pubblicato un articolo con molti errori passaggi confusi sul tema dei cambiamenti climatici.</em></p>
<p style="line-height: 150%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;"><em>.</em></span></p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 5px; float: left;" src="http://www.climalteranti.it/uploads/20100301/1.jpg" alt="" width="261" height="198" />Dispiace proprio dover criticare Giulio Giorello, per l’articolo pubblicato sul Corriere della Sera  di domenica 21 febbraio intitolato “<a href="http://www.climalteranti.it/uploads/20100301/GiorelloCdS-21022010.pdf" target="_blank"><em>Mr. Clima: e va in crisi la fiducia della gente</em></a>“. Giorello è una persona di grandissima preparazione intellettuale, tanto vasta è importante è la sua opera nel campo della filosofia della scienza, che chi scrive nutre nei suoi confronti tanta stima e una sorta di timore reverenziale.</p>
<p style="line-height: 120%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;"><em>.</em></span></p>
<p>Giorello è uno dei più autorevoli eredi e rappresentanti in Italia della scuola di Filosofia della Scienza che ha avuto in Geymonat il più famoso rappresentante. Con franchezza e sincerità però ci sentiamo di dire che per quanto ha scritto sul Corriere a proposito del problema dei cambiamenti climatici, Geymonat si starà  rivoltando nella tomba.<br />
Nell’articolo citato, Giulio Giorello si avventura in considerazioni a dir poco discutibili sui cambiamenti climatici, i modelli e i dati, “<em>l’esperimento umano</em>” consistente nell’emissione di gas serra (da lui definito “<em>ben poca cosa!</em>” rispetto agli esperimenti che la natura fa col clima) e le “<em>implicazioni politico-ideologiche</em>” tratte volutamente da molti, secondo lui, dai dati stessi.<span id="more-237"></span></p>
<p><img style="margin: 5px;" src="http://www.climalteranti.it/uploads/20100301/2.jpg" alt="" width="646" height="70" /></p>
<p>L’articolo trae spunto dalla notizia delle <a href="http://unfccc.int/files/press/news_room/press_releases_and_advisories/application/pdf/pr_20100218_ydboer.pdf" target="_blank">dimissioni di Yvo De Boer</a>; l’impaginazione dell’articolo fa pensare che De Boer, Executive Secretary del segretariato della <a href="http://www.unfccc.int" target="_blank">Convezione sui cambiamenti climatici</a>, si sia dimesso a causa di (presunte) esagerazioni e bugie scoperte nella teoria del riscaldamento globle. Il titolo è del Corriere è &#8220;<em>le dimissioni dopo i dati gonfiati</em>&#8220;, come se ci  fosse un legame fra i presunti &#8220;dati gonfiati&#8221;  (dall&#8217;IPCC) e le dimissioni di De Boer dall&#8217;UNFCCC; questo legame non c’è, tutto è semplicemente dovuto alla confusione fra i due organismi ONU da parte di qualche redattore disinformato.<br />
Giorello affronta il tema delle “<em>previsioni apocalittiche</em>” (scioglimento dei ghiacci polari, crescita delle acque e persino… il fallimento di non pochi impianti di sport invernali) “sfornate” da “esperti”  e ci informa che da qualche anno è emersa una tendenza contraria (un’era glaciale è ormai prossima), che ha diviso il mondo degli specialisti del clima.<br />
Non è chiaro a quali esperti si riferisca Giorello. È poco probabile che si tratti di quelli che si confrontano nella letteratura scientifica, in cui questa divisione e questo cambio di rotta proprio non si vede. Saranno forse gli opinionisti dei quotidiani, di cui Giorello dovrebbe essere in grado di valutare la credibilità scientifica.<br />
Imprecisioni e stravaganti affermazioni si rincorrono: secondo Giorello &#8220;<em>il meccanismo climatico è così  complesso che nessuna componente può essere considerata isolatamente</em>&#8221; e &#8220;<em>l&#8217;emissione del  calore del sole cambia secondo schemi ciclici</em>&#8220;, &#8220;<em>l&#8217;emissione di gas serra sarebbe ben poca cosa</em>&#8220;. E poi &#8220;<em>modelli che dal riscaldamento di pochi gradi portano all&#8217;era glaciale con sacche di caldo torrido</em>&#8221; e &#8220;<em>l&#8217;emissione del calore del <img class="alignleft" style="margin: 5px; float: left;" src="http://www.climalteranti.it/uploads/20100301/3.jpg" alt="" width="369" height="238" />sole&#8230; può indebolire la temperatura estiva allontanandosi dall&#8217;equatore</em>&#8220;&#8230;&#8221;<em>formazione di grandi lastroni di ghiaccio</em>&#8221; senza dimenticare che &#8220;<em>isole di caldo torrido potrebbero resistere in una Terra globalmente gelida</em>&#8220;.</p>
<p>Sinceramente sfugge il significato di queste uscite pseudoscientifiche, riportate senza ordine e soprattutto senza far riferimento alcuno a studi, ricerche, dati di letteratura. Sembra quasi ci sia una volontà di non essere chiari e inserire frasi ad effetto, col rischio di scadere in una mistificazione totale della realtà.<br />
In sostanza basta <a href="http://www.climalteranti.it/2010/01/08/2009%c2%a0un-anno-caldo-che-e-sembrato-freddo/" target="_blank">un anno &#8220;normale&#8221; (cioè nella norma 1960-1990) e con un po’ di neve</a>, <a href="http://www.yaleclimatemediaforum.org/2009/12/cru-emails-whats-really-there/" target="_blank">alcune email rubate strumentalizzate senza veri motivi di merito</a>, <a href="http://www.climalteranti.it/realclimate-ita/#ipccnoninfallibile" target="_blank">qualche errore irrilevante in un rapporto di 3000 pagine</a>, per dire che c&#8217;è solo confusione, che non ci sono certezze, che il clima futuro potrà essere più caldo ma anche più freddo, che potrà piovere di più o di meno.<br />
Tali tematiche sfuggono però ad una trattazione organica e dettagliata, ad un’analisi critica, tecnico/scientifica, dei dati osservati e delle proiezioni climatiche. Continuando a far confusione tra tempo e clima, e confondendo la variabilità inter-annuale con i trend di lungo periodo.<br />
A rischio di apparire noiosi vale la pena ripeterlo: un inverno freddo non significa che si è arrestato il trend di aumento delle temperature, visto che questo lo si valuta su tempi lunghi (decenni e più).<br />
Pur se è comprensibile che sui grandi quotidiani il taglio debba essere divulgativo e poco approfondito, dispiace notare come la superficialità sia usata come strumento unico di comunicazione; questo non è certo un buon servizio alla Scienza, che necessità al contrario anche di chiarezza di esposizione per essere comprensibile.<br />
Condividendo in pieno l’affermazione di Giorello che &#8220;<em>dai guai dello sviluppo si possa cercare di uscire non con meno, ma con più scienza</em>&#8220;, auspichiamo che almeno in campo scientifico la comunicazione sia più informata.</p>
<p><a href="http://www.brunodefinetti.it/" target="_blank"><img class="alignleft" style="margin: 5px; float: left;" src="http://www.climalteranti.it/uploads/20100301/4.jpg" alt="" width="140" height="188" /></a>“<em>Più scienza</em>” non può voler dire fraintendere e bollare con “<em>apocalittiche</em>” le preoccupazioni della comunità scientifica sul tema di cambiamenti climatici, o lanciare accuse, non supportate da riferimenti, secondi cui  ci sarebbe stata un’”<em>insistenza  unilaterale</em>”  sui dati che confermano l’origine antropogenica degli attuali cambiamenti climatici.<br />
Il riscaldamento globale non è verità assoluta, è un fenomeno <a href="http://www.climalteranti.it/2010/02/24/il-clima-il-vento-dell%E2%80%99opinione-e-il-vento-della-storia/" target="_blank">con una solida spiegazione teorica e migliaia di dati osservativi che lo confermano</a>.<br />
Ci auguriamo quindi che Giorello ci aiuti a trasmettere l’esigenza di un dibattito non dogmatico e di una scienza del clima come creatura viva, vivace. Come ha insegnato il grande matematico Bruno De Finetti, <a href="http://www.fileden.com/files/2007/11/10/1574909/Ateo-46-2006-5.pdf" target="_blank">cosi’ ben citato dallo stesso Giulio Giorello</a>:</p>
<p style="line-height: 150%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;"><em>.</em></span></p>
<p><em>Se viene intesa come scopritrice di verità assolute, la scienza rimane disoccupata per mancanza di verità assolute. Ma ciò non porta a distruggere la scienza, porta soltanto ad una diversa concezione di scienza, nonché una diversa concezione della natura: se cade infranto il freddo idolo marmoreo di una scienza perfetta, eterna e universale, ecco in sua vece al nostro fianco una creatura viva, la scienza che il nostro pensiero liberamente crea. La natura non le apparirà più come un mostruoso incorreggibilmente esatto congegno di precisione, dove accade tutto quello che deve accadere, perché non potrebbe non accadere, e dove tutto si può prevedere, purché si sappia come funzionano gli ingranaggi che entrano in gioco. Nessuna scienza ci permetterà di dire: tale fatto accadrà, andrà così e così, perché ciò è conseguenza di tale legge, e tale legge è una verità assoluta, ma tantomeno ci condurrà a concludere scetticamente: la verità assoluta non esiste, e quindi tale fatto può accadere e può non accadere, nulla io ne so. Quel che si potrà dire è questo: io prevedo che tale fatto avverrà, e avverrà nel tal modo, perché l’esperienza del passato e l’elaborazione scientifica cui il pensiero dell’uomo l’ha sottoposta mi fanno sembrare ragionevole questa previsione.</em></p>
<p style="line-height: 200%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;"><em>.</em></span></p>
<p>Testo di: Simone Casadei, Claudio della Volpe, Marina Vitullo, Stefano Caserini</p>
<p><a href="http://sharethis.com/item?&wp=2.5.1&amp;publisher=98de5fed-88fc-4607-8aca-8211aa9997dd&amp;title=Tu+quoque%2C+Giorello&amp;url=http%3A%2F%2Fwww.climalteranti.it%2F2010%2F03%2F01%2Ftu-quoque-giorello%2F">ShareThis</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Il clima, il vento dell’opinione e il vento della storia</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Feb 2010 13:52:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Climalteranti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Storia]]></category>

		<category><![CDATA[Fleming]]></category>

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		<description><![CDATA[Il clima, il vento dell’opinione e il vento della storia
La scienza del clima ha quasi 200 anni, come mostra la raccolta dei principali articoli scientifici realizzata dal Prof. James R. Fleming. Questi articoli mostrano il crescente consenso e la convergenza delle opinioni scientifiche che indica l’importanza dei cambiamenti climatici attuali e le prevalenti responsabilità umane.

.
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il clima, il vento dell’opinione e il vento della storia<br />
La scienza del clima ha quasi 200 anni, come mostra la raccolta dei principali articoli scientifici realizzata dal <a href="http://www.colby.edu/profile/jfleming/" target="_blank">Prof. James R. Fleming</a>. Questi articoli mostrano il crescente consenso e la convergenza delle opinioni scientifiche che indica l’importanza dei cambiamenti climatici attuali e le prevalenti responsabilità umane.</em></p>
<p><img class="alignleft" style="float: left;" src="http://www.climalteranti.it/uploads/20100224/1.jpg" alt="" width="344" height="265" /><em></em></p>
<p style="line-height: 500%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;"><em>.</em></span></p>
<p><em><strong>L&#8217;esperimento di Tyndall (1861)</strong></em></p>
<p style="line-height: 1500%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p><em>Molto spesso si crede che la scienza del clima e dei cambiamenti climatici sia recente e che pertanto sia fondata su conoscenze imprecise e ancora da consolidare. È a causa di questa – errata - credenza che si sentono frequentemente annunciare dei presunti repentini stravolgimenti delle conoscenze acquisite o si attribuisce eccessiva importanza a singoli dati o articoli scientifici. Invece il dibattito scientifico sul tema dei cambiamenti climatici ha una storia importante quanto interessante. Ma purtroppo, i libri di studio di molti di quelli che dibattono non hanno alcuna traccia di questa storia, e quindi, da un punto di vista scolastico, abbiamo a che fare con degli &#8220;illetterati del clima&#8221; che seguono il vento delle opinioni più disparate.</em><span id="more-236"></span></p>
<p><em>Il <a href="http://www.colby.edu/profile/jfleming/" target="_blank">Prof. James R. Fleming</a> del Colby College, Maine, è un valente storico della scienza e della tecnologia, ed in un <a href="http://wiki.nsdl.org/index.php/PALE:ClassicArticles/GlobalWarming" target="_blank">saggio</a> del 2008 fa soffiare forte il vento della storia, presentando alcuni degli articoli scientifici più rilevanti delle scienze del clima e del sistema terra. Nel saggio originale sono selezionati 20 articoli che coprono il periodo 1824-1995. Ogni articolo è scaricabile in formato pdf e accompagnato da un breve commento che ne inquadra il contesto storico, elenca i contributi fondamentali ed anche i passi falsi, che sono stati poi la base per un dibattito scientifico ed un raffinamento successivo delle conoscenze. Riportiamo di seguito un adattamento di alcune delle parti principali del saggio rimandando ai link finali per i testi originali.</em></p>
<p style="line-height: 120%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;"><em>.</em></span></p>
<p>Per tutti coloro che cercano di comprendere a fondo i temi dei cambiamenti climatici e del riscaldamento globale da parte dei gas serra è consigliabile non solo di leggere la letteratura corrente, ma anche gli articoli scientifici più rilevanti dei primi periodi. Questo tipo di indagine storica è particolarmente rilevante poiché, in un arco temporale che va dai decenni ai secoli, le idee sul clima sono cambiate più rapidamente dei cambiamenti effettivi del sistema climatico. Perciò, gli studiosi delle dinamiche del clima dovrebbero anche essere consci delle dinamiche della scienza – il cambiamento delle idee scientifiche e delle loro applicazioni nel corso del tempo.</p>
<p style="line-height: 120%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;"><em>.</em></span></p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 5px; float: left;" src="http://www.climalteranti.it/uploads/20100224/2.jpg" alt="" width="313" height="333" />Gli storici della scienza cercano di spiegare come gli scienziati privilegino certi punti di vista su fenomeni che riguardano il funzionamento dell’intero globo, che abbiano componenti sia naturali che antropogeniche, e che variano continuamente in una molteplicità di scale spaziali e temporali. Cerchiamo in particolare di comprendere a fondo quello che gli scienziati sapevano sui cambiamenti climatici in ogni periodo storico ed in che modo abbiano raggiunto quelle conoscenze. […]</p>
<p>Le pubblicazioni originali degli scienziati, unite al materiale di archivio, costituiscono i mattoni di base della storia della scienza. Leggere un articolo scientifico “con le parole degli autori” è un impegno notevole. Il lettore deve considerare la terminologia, le tecnologie ed i metodi di un’altra era. È possibile che un tale esercizio sollevi più domande che risposte – e questo può essere un punto di partenza per la ricerca storica, oppure può sensibilizzare il lettore verso le complessità del passato e porre le ricerche attuali in una prospettiva più ampia che consideri i risultati precedenti. […]</p>
<p style="line-height: 120%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;"><em>.</em></span></p>
<p>Studi teorici, esperimenti, misure e modelli sono considerati ugualmente in questa selezione. Il XIX secolo è rappresentato da 4 articoli. Gli articoli teorici degli scienziati francesi <a href="http://onramp.nsdl.org/eserv/onramp:17201/n1-Fourier_1824corrected.pdf" target="_blank">Fourier e Poulliet</a> sono riportati nelle loro traduzioni inglesi, e introducono un mondo estraneo nel quale l’effetto serra, la “temperatura dello spazio”, ed il calore residuo della formazione della Terra giocano insieme un ruolo nella determinazione delle temperature terrestri. Nonostante precedano le leggi di base del trasferimento radiativo, queste teorie erano comunque basate su accurati esperimenti di laboratorio ed osservazioni del mondo naturale. L’articolo pionieristico di <a href="http://onramp.nsdl.org/eserv/onramp:16571/n3.Tyndall_1861corrected.pdf" target="_blank">Tyndall</a> del 1861 riporta i risultati di esperimenti di laboratorio sulle proprietà di assorbimento di quelli che sono diventati noti come “gas serra”, mentre il modello di <a href="http://onramp.nsdl.org/eserv/onramp:17357/n4.Arrhenius1896.pdf" target="_blank">Arrhenius</a> del 1896, il primo del suo genere, esamina le variazioni glaciali e interglaciali e l’influenza delle concentrazioni di CO<sub>2</sub>. In questo articolo “scopriamo” gli esperimenti di raddoppiamento della CO<sub>2</sub> nei modelli e la nozione che il riscaldamento può intensificarsi alle alte latitudini.</p>
<p style="line-height: 120%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;"><em>.</em></span></p>
<p>Lo studio di <a href="http://onramp.nsdl.org/eserv/onramp:17202/n5._Ekholm__1901.pdf" target="_blank">Ekholm</a> del 1901 sulle variazioni climatiche è notevole per il suo contenuto enciclopedico e per l’analisi delle influenze umane sul sistema climatico, includendo le allora innovative idee sul possibile riscaldamento climatico di origine antropogenica. Dopo un intervallo di alcuni decenni, <a href="http://www.rmets.org/pdf/qjcallender38.pdf" target="_blank">Callendar</a>, nel 1938 , rinnova la teoria del cambiamento climatico legato alla CO<sub>2</sub> mettendo assieme l’aumento delle temperature, la crescita della CO<sub>2</sub> atmosferica, ed una nuova, molto più dettagliata comprensione dello spettro di assorbimento ed emissione nell’infrarosso — il cosiddetto “effetto Callendar”. Callendar fu il primo a stimare il valore preindustriale di CO<sub>2</sub> atmosferica (il suo 290 ppmv è un ottimo valore ancora oggi) e scrisse:</p>
<p><em>Siccome l’uomo sta cambiando la composizione dell’atmosfera ad un tasso veramente eccezionale rispetto alla scala di tempo geologica, è naturale interrogarsi sugli effetti probabili di tale cambiamento. Dalle migliori analisi di laboratorio, appare evidente che il principale risultato di un aumento di biossido di carbonio […] sarebbe un graduale aumento delle temperature medie delle regioni più fredde della terra.</em></p>
<p><a href="http://onramp.nsdl.org/eserv/onramp:16572/n7._Plass__1956corrected.pdf" target="_blank">Gilbert Plass</a> condivise fortemente le conclusioni di Callender, e nei primi anni ’50, predispose il primo modello al computer riguardante l’effetto serra naturale, includendo anche le attività umane. L’articolo di <a href="http://onramp.nsdl.org/eserv/onramp:16573/n8._Bolin___Eriksson__1958corrected.pdf" target="_blank">Bolin e Eriksson</a> del 1958 aiutò a chiarire la chimica dei carbonati negli oceani ed il loro ruolo nell’assorbimento della CO<sub>2</sub>. Infine, l’articolo “profetico” di <a href="http://ams.allenpress.com/archive/1520-0469/20/2/pdf/i1520-0469-20-2-130.pdf" target="_blank">Edward Lorenz</a> sul caos deterministico nelle scienze atmosferiche, pubblicato nel 1963, ebbe un impatto significativo e di largo respiro su tutta la scienza in generale, e addirittura sulla conoscenza popolare (il cosiddetto “<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Effetto_farfalla" target="_blank">effetto farfalla</a>”). […]</p>
<p style="line-height: 120%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;"><em>.</em></span></p>
<p>La seconda parte della collezione di articoli tratta della varietà dei modelli climatici sviluppati negli ultimi 40 anni, a partire dagli studi di sensitività climatica di <a href="http://ams.allenpress.com/archive/1520-0469/24/3/pdf/i1520-0469-24-3-241.pdf" target="_blank">Manabe e Wetherland</a> per mezzo di un modello di circolazione generale ed i modelli di bilancio energetico di <a href="http://onramp.nsdl.org/eserv/onramp:17358/n11.Budyko1969.pdf" target="_blank">Budyko</a> e <a href="http://ams.allenpress.com/archive/1520-0450/8/3/pdf/i1520-0450-8-3-392.pdf" target="_blank">Sellers</a>. Gli articoli di <a href="http://www.sciencemag.org/cgi/rapidpdf/213/4511/957?ijkey=aAXr.Ejbb0ces&amp;keytype=ref&amp;siteid=sci" target="_blank">Hansen et al.</a>, <a href="http://www.sciencemag.org/cgi/rapidpdf/245/4917/513?ijkey=cp7OKWep7Rs4M&amp;keytype=ref&amp;siteid=sci" target="_blank">Cess et al.</a> e <a href="http://onramp.nsdl.org/eserv/onramp:17391/Santer1995.pdf" target="_blank">Santer et al.</a> sono tre ulteriori esempi di quegli studi di sensitività che ci portano ai rapporti recenti dell’<a href="http://www.ipcc.ch/" target="_blank">IPCC</a>. Ma c’è molto di più che la modellistica negli studi dei cambiamenti climatici. L’articolo di <a href="http://onramp.nsdl.org/eserv/onramp:16512/n12.Keeling1970-fin.pdf" target="_blank">Keeling</a> <img class="alignright" style="margin: 5px; float: right;" src="http://www.climalteranti.it/uploads/20100224/3.jpg" alt="" width="349" height="484" />del 1970 riferisce sulle misure in atto ancora oggi della CO<sub>2</sub> <a href="http://cdiac.ornl.gov/trends/co2/sio-keel.html" target="_blank">alle Hawaii ed in Antartide</a>. Keeling lanciò un avvertimento sull’aumento della popolazione mondiale e sull’uso crescente di combustibili fossili. Egli sottolineò l’imminenza di un picco nella produzione di petrolio e la possibilità che il cambiamento climatico causato dalle emissioni antropogeniche sarebbe diventato un problema serio.</p>
<p><a href="http://ams.allenpress.com/archive/1520-0469/28/3/pdf/i1520-0469-28-3-305.pdf" target="_blank">Vonder Haar e Suomi</a> utilizzarono le nuove tecnologie satellitari per fare le prime misure dirette del bilancio radiativo, un’attività che venne ripetuta in continuo da allora. Nel 1974 venne scoperto che i clorofluorocarburi avevano un’azione chimica negativa sui livelli di ozono stratosferico. Nel giro di un anno <a href="http://pale.nsdl.org/cac/global_warming/Ramanathan_1975.pdf" target="_blank">Ramanathan</a> sottolineò il loro effetto sul clima sulla base delle loro proprietà di assorbimento nell’infrarosso. Nell’ambito di un’iniziativa dell’<a href="http://www.nasonline.org" target="_blank">Accademia Nazionale delle Scienze</a> nel 1979 e ripetuta spesso da allora, <a href="http://books.nap.edu/catalog.php?record_id=12181" target="_blank">Charney</a> ed altri autori sintetizzarono le opinioni scientifiche sugli effetti dell’aumento dei livelli di biossido di carbonio. La ricostruzione storica di <a href="http://www.springerlink.com/content/u80612vv348v25r7/?p=baab2cf9545240a380d915fdccceb838&amp;pi=2" target="_blank">Kellogg</a> sull’impatto umano sul clima serve a ricordarci che siamo stati consapevoli, per lungo tempo, delle possibili conseguenze del nostro consumo senza precedenti di combustibili fossili. Molti degli articoli menzionati da Kellogg sono stati proprio inclusi in questa collezione.</p>
<p style="line-height: 120%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;"><em>.</em></span></p>
<p>[…] In aggiunta alla grande diversità di stili ed al lungo arco temporale che coprono, questi articoli sono notevoli per il crescente consenso che mostrano, una convergenza di opinioni scientifiche che indica l’importanza dei cambiamenti climatici e della nostra responsabilità nella scelta di azioni per ridurre gli impatti umani.</p>
<p>Testo originale di James R. Fleming (traduzione e adattamento di Marcello Vichi. La versione completa della traduzione è disponibile sul <a href="http://www.cmcc.it/ipcc-focal-point" target="_blank">sito del Focal Point IPCC Italia</a>.</p>
<p style="line-height: 120%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;"><em>.</em></span></p>
<p>I link degli articoli o sono stati resi disponibili dagli editori, e sono pertanto soggetti ai <a href="http://wiki.nsdl.org/index.php/PALE:PublisherTerms" target="_blank">termini di utilizzo</a>, oppure sono di dominio pubblico.</p>
<p>Collegamenti agli articoli ed ai relativi saggi in lingua originale</p>
<p>1 ) <a href="http://wiki.nsdl.org/index.php/PALE:ClassicArticles/GlobalWarming/Article1" target="_blank">Fourier, Jean-Baptiste Joseph, 1824. Remarques générales sur les températures du globe terrestre et des espaces planétaires. Ann. chim. phys. (Paris) 2nd ser., 27, 136-67. English transl. 1837 by Ebeneser Burgess, General remarks on the temperature of the earth and outer space. Amer. J. Sci. 32, 1-20.</a><br />
2 ) <a href="http://wiki.nsdl.org/index.php/PALE:ClassicArticles/GlobalWarming/Article2" target="_blank">Pouillet, Claude S. M., 1838. Mémoire su la chaleur solaire, sur les pouvoirs rayonnants et absorbants de l&#8217;air atmosphérique, et sur les températures de l&#8217;espace, Comptes Rendus de l&#8217;Académie des Sciences 7, no. 2, 24-65. English transl. 1846 by Richard Taylor, &#8220;Memoir on solar heat, the radiative effects of the atmosphere, and the temperature of space.&#8221; Scientific Memoirs 4, 44-90.</a><br />
3 ) <a href="http://wiki.nsdl.org/index.php/PALE:ClassicArticles/GlobalWarming/Article3" target="_blank">Tyndall, John, 1861. On the Absorption and Radiation of Heat by Gases and Vapours, and on the Physical Connection of Radiation, Absorption, and Conduction. Phil. Mag. ser. 4, vol. 22, 169–94, 273–85.</a><br />
4 ) <a href="http://wiki.nsdl.org/index.php/PALE:ClassicArticles/GlobalWarming/Article4" target="_blank">Arrhenius, Svante, 1896. On the Influence of Carbonic Acid in the Air upon the Temperature of the Ground. Phil. Mag. ser. 5, vol. 41, 237-276.</a><br />
5 ) <a href="http://wiki.nsdl.org/index.php/PALE:ClassicArticles/GlobalWarming/Article5" target="_blank">Ekholm, Nils, 1901. On the Variations of the Climate of the Geological and Historical Past and Their Causes. Quart. J. Roy. Meteorol. Soc. 27, 1-61.</a><br />
6 ) <a href="http://wiki.nsdl.org/index.php/PALE:ClassicArticles/GlobalWarming/Article6" target="_blank">Callendar, G.S., 1938. The Artificial Production of Carbon Dioxide and Its Influence on Temperature. Quart. J. Roy. Meteor. Soc., 64, 223–240.</a><br />
7 ) <a href="http://wiki.nsdl.org/index.php/PALE:ClassicArticles/GlobalWarming/Article7" target="_blank">Plass, Gilbert N., 1956. The Carbon Dioxide Theory of Climatic Change. Tellus 8, 140–154.</a><br />
8 ) <a href="http://wiki.nsdl.org/index.php/PALE:ClassicArticles/GlobalWarming/Article8" target="_blank">Bolin, Bert and Erik Eriksson, 1958. Changes in the Carbon Dioxide Content of the Atmosphere and Sea due to Fossil Fuel Combustion. In The Amosphere and the Sea in Motion: Scientific Contributions to the Rossby Memorial Volume, Bert Bolin, ed. New York, Rockefeller Institute Press, 130–142.</a><br />
9 ) <a href="http://wiki.nsdl.org/index.php/PALE:ClassicArticles/GlobalWarming/Article9" target="_blank">Lorenz, E.N., 1963. Deterministic nonperiodic flow. J. Atmos. Sci. 20, 130–141.</a><br />
10 ) <a href="http://wiki.nsdl.org/index.php/PALE:ClassicArticles/GlobalWarming/Article10" target="_blank">Manabe, Syukuro and Richard T. Wetherald, 1967. Thermal Equilibrium of the Atmosphere with a Given Distribution of Relative Humidity. J. Atmos. Sci. 24 (May 1967): 241-259.</a><br />
11 ) <a href="http://wiki.nsdl.org/index.php/PALE:ClassicArticles/GlobalWarming/Article11" target="_blank">Budyko, M. I., 1969: The effect of solar radiation variations on the climate of the Earth. Tellus 21, 611-619. and Sellers, W. D., 1969. A global climatic model based on the energy balance of the Earth-atmosphere system. J. Appl. Meteorol. 8, 392-400.</a><br />
12 ) <a href="http://wiki.nsdl.org/index.php/PALE:ClassicArticles/GlobalWarming/Article12" target="_blank">Keeling, C. D. 1970 “Is Carbon Dioxide from Fossil Fuel Changing Man’s Environment?” Proc. Amer. Phil. Soc. 114, 10-17.</a><br />
13 ) <a href="http://wiki.nsdl.org/index.php/PALE:ClassicArticles/GlobalWarming/Article13" target="_blank">Vonder Haar, Thomas H., and Verner E. Suomi, 1971: Measurements of the Earth’s radiation budget from satellites during a five-year period. Part 1: Extended time and space means. J. Atmos. Sci., 28, 305-314.</a><br />
14 ) <a href="http://wiki.nsdl.org/index.php/PALE_CONTENT:SCIENCE" target="_blank">Ramanathan, V. 1975. Greenhouse effect due to chlorofluorocarbons: climatic implications. Science, 190, 50-52.</a><br />
15 ) <a href="http://wiki.nsdl.org/index.php/PALE:ClassicArticles/GlobalWarming/Article15" target="_blank">Charney, Jule G., Akio Arakawa, D. James Baker, Bert Bolin, Robert E. Dickinson, Richard M. Goody, Cecil E. Leith, Henry M. Stommel, and Carl I. Wunch, 1979. Carbon Dioxide and Climate: A Scientific Assessment, Washington, DC, National Academy of Sciences, 22 pp.</a><br />
16 ) <a href="http://wiki.nsdl.org/index.php/PALE_CONTENT:SCIENCE#Climate_impact_of_increasing_atmospheric_carbon_dioxide." target="_blank">Hansen, J., D. Johnson, A. Lacis, S. Lebedeff, P. Lee, D. Rind, and G. Russell 1981. Climate impact of increasing atmospheric carbon dioxide. Science 213, 957-966.</a><br />
17 ) <a href="http://wiki.nsdl.org/index.php/PALE:ClassicArticles/GlobalWarming/Article17" target="_blank">Kellogg, W.W. 1987. Mankind’s Impact on Climate: The Evolution of an Awareness. Climatic Change 10, no. 2, 113-136.</a><br />
18 ) <a href="http://wiki.nsdl.org/index.php/PALE:ClassicArticles/GlobalWarming/Article18" target="_blank">Hansen, J., I. Fung, A. Lacis, D. Rind, S. Lebedeff, R. Ruedy, G. Russell, and P. Stone 1988. Global climate changes as forecast by Goddard Institute for Space Studies three-dimensional model. J. Geophys. Res. 93, 9341-9364.</a><br />
19 ) <a href="http://wiki.nsdl.org/index.php/PALE_CONTENT:SCIENCE#Interpretation_of_cloud-climate_feedback_as_produced_by_14_atmospheric_general_circulation_models." target="_blank">Cess, R. D., G. L. Potter, J. P. Blanchet, G. J. Boer, S. J. Ghan, J. T. Kiehl, H. Le Treut, Z.-X. Liang, J. F. B. Mitchell, J.-J. Morcrette, D. A. Randall, M. R. Riches, E. Roeckner, U. Schlese, A. Slingo, K. E. Taylor. W. M. Washington, R. T. Wetherald and I. Yagai, 1989: Interpretation of cloud-climate feedback as produced by 14 atmospheric general circulation models. Science, 245, 513-516.</a><br />
20 ) <a href="http://wiki.nsdl.org/index.php/PALE:ClassicArticles/GlobalWarming/Article20" target="_blank">Santer, B. D., K. E. Taylor, T. M. L. Wigley, J. E. Penner, P. D. Jones and U. Cubasch, 1995: Towards the detection and attribution of an anthropogenic effect on climate. Climate Dynamics 12, 77-100.</a></p>
<p style="line-height: 200%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;"><em>.</em></span></p>
<p>Testo di Marcello Vichi, con la collaborazione di Paolo Gabrielli e Stefano Caserini</p>
<p><a href="http://sharethis.com/item?&wp=2.5.1&amp;publisher=98de5fed-88fc-4607-8aca-8211aa9997dd&amp;title=Il+clima%2C+il+vento+dell%E2%80%99opinione+e+il+vento+della+storia&amp;url=http%3A%2F%2Fwww.climalteranti.it%2F2010%2F02%2F24%2Fil-clima-il-vento-dell%25e2%2580%2599opinione-e-il-vento-della-storia%2F">ShareThis</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Una storia semplice</title>
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		<comments>http://www.climalteranti.it/2010/02/20/una-storia-semplice/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 20 Feb 2010 16:37:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Climalteranti</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Il Prof. Adriano Mazzarella, in un comunicato pubblicato sul sito dell’Università di Napoli sostiene che la fusione della calotta artica sia dovuta ad un’ attività vulcanica sottomarina. Attribuisce tale scoperta ad una recente spedizione scientifica diretta dal dott. Robert Sohn della Woods Hole Oceanographic Institution.
Contattato da Ugo Bardi il dott. Sohn smentisce in modo categorico: [...]<script type="text/javascript">SHARETHIS.addEntry({ title: "Una storia semplice", url: "http://www.climalteranti.it/2010/02/20/una-storia-semplice/" });</script>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin: 5px; float: left;" src="http://www.climalteranti.it/uploads/articovulcani.jpg" alt="" width="358" height="124" />Il Prof. Adriano Mazzarella, in un comunicato pubblicato sul <a href="http://www.news.unina.it/dettagli_area.jsp?ID=8154" target="_blank">sito dell’Università di Napoli</a> sostiene che la fusione della calotta artica sia dovuta ad un’ attività vulcanica sottomarina. Attribuisce tale scoperta ad una recente spedizione scientifica diretta dal <a href="http://www.whoi.edu/profile.do?id=rsohn" target="_blank">dott. Robert Sohn della Woods Hole Oceanographic Institution</a>.<br />
<a href="http://ugobardi.blogspot.com/2010/02/la-non-leggenda-dei-vulcani-artici.html" target="_blank">Contattato da Ugo Bardi</a> il dott. Sohn smentisce in modo categorico: l’energia dei vulcani è largamente inferiore a quella necessaria per fondere quei ghiacci, e in ogni caso i vulcani sono molto distanti dalla zona della fusione dei ghiacci.<span id="more-233"></span></p>
<p style="line-height: 150%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;">.</span>Secondo il Prof. Mazzarella “<em>il colossale fornello geotermico si accende e si spegne sotto i ghiacciai dell’Artico in maniera del tutto naturale e questo giustifica pienamente la variabilità areale dei ghiacciai artici che da tempo i mass media imputano solo all’azione forsennata di produzione dell’anidride carbonica (CO<sub>2</sub>) da parte dell’uomo</em>”.<span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>No, le cose non stanno così (purtroppo).</p>
<p>Sarebbe quindi auspicabile che dal sito dell’Università di Napoli venisse tolto il <a href="http://www.news.unina.it/dettagli_area.jsp?ID=8154" target="_blank">comunicato</a>, o almeno la sua conclusione, in cui è scritto: “<em>I vari convegni internazionali che cercano di fissare un tetto alle emissioni di CO<sub>2</sub> passeranno alla storia come la più inutile manifestazione di presunzione dell’uomo</em>”.</p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>Per approfondire la vicenda si può leggere <a href="http://ugobardi.blogspot.com/2010/02/la-non-leggenda-dei-vulcani-artici.html" target="_blank">il racconto di Ugo Bardi sul blog “Effetto Cassandra”</a>.</p>
<p style="line-height: 200%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>Testo di: Stefano Caserini</p>
<p><a href="http://sharethis.com/item?&wp=2.5.1&amp;publisher=98de5fed-88fc-4607-8aca-8211aa9997dd&amp;title=Una+storia+semplice&amp;url=http%3A%2F%2Fwww.climalteranti.it%2F2010%2F02%2F20%2Funa-storia-semplice%2F">ShareThis</a></p>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Diffidare di chi usa il mattone della vita</title>
		<link>http://www.climalteranti.it/2010/02/15/diffidare-di-chi-usa-il-mattone-della-vita/</link>
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		<pubDate>Mon, 15 Feb 2010 20:51:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Climalteranti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[CO2]]></category>

		<category><![CDATA[Emissioni]]></category>

		<category><![CDATA[Errori]]></category>

		<category><![CDATA[Fotosintesi]]></category>

		<category><![CDATA[Imprecisioni]]></category>

		<category><![CDATA[Avvenire]]></category>

		<category><![CDATA[Malaspina]]></category>

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		<description><![CDATA[È ovvio che la CO2 è un mattone della vita, ma nonostante questo può dare problemi al clima. Chi usa nel dibattito sul clima l’argomento del “mattone della vita”, spesso incorre in altri errori. Non fa eccezione una recente intervista al Colonnello Malaspina.
.
Quando sento citare, nel dibattito sui cambiamenti climatici, l’argomento che “la CO2 è [...]<script type="text/javascript">SHARETHIS.addEntry({ title: "Diffidare di chi usa il mattone della vita", url: "http://www.climalteranti.it/2010/02/15/diffidare-di-chi-usa-il-mattone-della-vita/" });</script>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>È ovvio che la CO<sub>2</sub> è un mattone della vita, ma nonostante questo può dare problemi al clima. Chi usa nel dibattito sul clima l’argomento del “mattone della vita”, spesso incorre in altri errori. Non fa eccezione una recente intervista al Colonnello Malaspina.</em></p>
<p style="line-height: 150%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 5px; float: left;" src="http://www.climalteranti.it/uploads/20100215/01.jpg" alt="" width="336" height="219" />Quando sento citare, nel dibattito sui cambiamenti climatici, l’argomento che “<em>la CO<sub>2</sub> è un mattone della vita</em>”, è come se suonasse un campanello d’allarme: ho imparato che è probabile che seguiranno sorprese, altri argomenti molto deboli, spesso palesemente sbagliati.<br />
Insomma, dovrebbe essere una cosa scontata che la CO<sub>2</sub> è un mattone della vita, che la <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Fotosintesi_clorofilliana" target="_blank">fotosintesi</a> ci serve parecchio. Si studia alle scuole elementari, è così noto e incontestato che non ha senso ripeterlo. C’è anche il rischio di essere associati ad un famoso comico che usava la risposta <a href="http://www.ridens.it/artisti/56/Fabrizio-Fontana.html" target="_blank">“fotosintesi clorofilliana” come risposta jolly</a> per tutte le <img class="alignleft" style="margin: 5px; float: left;" src="http://www.climalteranti.it/uploads/20100215/02.jpg" alt="" width="296" height="230" />occasioni.<br />
In un dibattito sulla protezione dalle alluvioni o sugli annegamenti estivi, chi tirasse fuori l’argomento che “<em>l’acqua è un mattone della vita</em>”, verrebbe guardato con sconcerto.<br />
Il fatto, ovvio, è che sia la CO<sub>2</sub> che l’acqua sono sì mattoni della vita, ma possono dare altri problemi. Chiedetelo agli alluvionati o ai quasi annegati.<br />
“You call it pollution, we call it life” è stato per tanto tempo uno slogan dell’Exxon Mobil e di <a href="http://www.npr.org/templates/story/story.php?storyId=5425355" target="_blank">altre lobby negazioniste statunitensi</a>.<br />
È quindi di un argomento retorico, un slogan utile quando non si hanno argomenti più solidi.<span id="more-232"></span></p>
<p style="line-height: 150%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>È questo il caso delle argomentazioni usate dal Colonnello Fabio Malaspina <a href="http://www.climalteranti.it/uploads/20100215/Cascioli-Malaspina.PDF" target="_blank">nell’intervista a Riccardo Cascioli pubblicata su Avvenire del 13/12/2009</a>.<br />
“<em>Processo alla CO<sub>2</sub>? Non scherziamo, l&#8217;anidride carbonica è uno dei mattoni della vita, è grazie alla CO<sub>2</sub> che c’è il processo di fotosintesi che permette alla vegetazione di crescere</em>”.<br />
Come prevedibile, anche Malspina infila nell’articolo una serie di imprecisioni o di infortuni.</p>
<p style="line-height: 150%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>Secondo Malaspina, le concentrazioni di CO<sub>2</sub> sono “<em>le più alte degli ultimi secoli</em>”. Questo non è sbagliato, ma è almeno reticente.  Le attuali concentrazioni di CO<sub>2</sub> sono sicuramente <a href="http://www.nature.com/nature/journal/v453/n7193/abs/nature06949.html" target="_blank">le più alte degli ultimi 800.000 anni</a>, ossia da ben prima dell’esistenza dell’Homo Sapiens. Come hanno mostrato gli ultimi importanti lavori scientifici, molto probabilmente i livelli attuali sono superiori a quelli degli ultimi 5 milioni di anni, ossia prima che comparissero sul pianeta le prime scimmie antropomorfe. Fra “ultimi secoli” e “5 milioni di anni” la differenza non è piccola.</p>
<p style="line-height: 150%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>Prosegue Malapsina: “<em>La temperatura globale del medioevo è stata più calda dell’attuale per il nostro pianeta</em>”: questa affermazione non trova fondamento nella letteratura scientifica, in cui invece si trovano numerosi lavori che mostrano il contrario, ossia che le attuali temperature sono le più alte degli ultimi 2000 anni (si veda <a href="http://www.pnas.org/content/105/36/13252.abstract" target="_blank">qui</a>, <a href="http://stephenschneider.stanford.edu/Publications/PDF_Papers/MobergEtAl2005.pdf" target="_blank">qui</a> o <a href="http://www.springerlink.com/content/6801631u70ng0432/">qui</a>).<br />
L’argomento delle temperature medioevali, tanto superato in campo scientifico quanto ricorrente al di fuori, è comunque irrilevante per diminuire la preoccupazione per l’attuale riscaldamento. Anzi, se i dati del passato testimoniassero una maggiore variabilità naturale delle temperature, questo starebbe ad indicare una maggiore sensitività climatica, ossia una maggiore risposta del sistema climatico alle forzanti. E quindi farebbe preoccupare di più per i possibili aumenti di temperatura del futuro.</p>
<p style="line-height: 150%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>Malspina incorre in altre imprecisioni laddove sostiene che la CO<sub>2</sub> attualmente è intorno allo 0,035 % e prima dell&#8217;industrializzazione - nel 1750- era circa lo 0,03 %. Detta così sembra un aumento dello 0,005 %, ossia 50 ppm. Invece, l’aumento dal periodo industriale (280 ppm) ai livelli attuali (<a href="http://www.esrl.noaa.gov/gmd/ccgg/trends/" target="_blank">oltre 387 ppm</a>) è di più di 100 ppm, ossia più del doppio di quanto indicato.</p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 5px; float: left;" src="http://www.climalteranti.it/uploads/20100215/03.jpg" alt="" width="389" height="263" />Secondo Malaspina, la CO<sub>2</sub> ha un impatto sul sistema climatico (giusto!) …come lo può avere ogni azione umana (sbagliato). Eh no, non è vero che ogni attività umana influenza il clima: molte altre non lo fanno. Tanto che un argomento negazionista molto usato è che l’uomo è troppo piccolo per modificare il clima del pianeta.<br />
Malaspina cita la <a href="http://stephenschneider.stanford.edu/Publications/PDF_Papers/Ruddiman2003.pdf" target="_blank">teoria di Ruddiman</a>, secondo cui i nostri antenati agricoltori, primi responsabili dell’emissione di gas serra in atmosfera con le prime attività agricole, abbiano portato  a significative modifiche al clima del Pianeta.  La teoria di Ruddiman (basate su simulazioni condotte con un modello climatico, per giunta di 6 anni fa, di quelli tanto detestati dai negazionisti perché in grado di indicare gli effetti pericolosi del riscaldamento globale) è oggi poco considerata dagli esperti della materia, essendo stata confutata dal <a href="http://www.nature.com/nature/journal/v461/n7263/full/nature08393.html" target="_blank">gruppo di Thomas Stocker</a>. Con elevata probabilità l’uomo non ha influenzato il clima in quell&#8217;epoca. <a href="http://www.esf.org/activities/esf-conferences/details/2009/confdetail285.html" target="_blank">In un convegno della scorsa estate in Austria</a>, dove c&#8217;erano tutti i protagonisti della discussione, si è visto che anche lo stesso Rudimann si e&#8217; ormai quasi rassegnato.</p>
<p style="line-height: 150%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>Gli errori più gravi arrivano nel finale, nell’ultima risposta. Il Colonnello sembra mettere in discussione il contributo umano sulle emissioni in atmosfera e all’aumento della CO<sub>2</sub> (risponde “No” alla domanda se sia possibile “<em>almeno quantificare il contributo umano alle emissioni sul totale o alla concentrazione di CO<sub>2</sub> nell&#8217;atmosfera</em>”) dimostrando almeno poca fiducia negli inventari delle emissioni e di non considerare gli studi che hanno mostrato con tecniche isotopiche <a href="http://www.realclimate.org/index.php/archives/2004/12/how-do-we-know-that-recent-cosub2sub-increases-are-due-to-human-activities-updated/" target="_blank">l’origine fossile dell’aumento di CO<sub>2</sub></a>.<br />
Subito dopo, Malaspina sostiene che “<em>La crisi economica ha infatti provocato una riduzione del 3% delle emissioni antropiche. Al momento la concentrazione di CO<sub>2</sub> in atmosfera continua a crescere. e ciò viene spiegato con l&#8217;effetto trascinamento del sistema. Ma nei prossimi anni dovremo valutare l&#8217;effetto reale delle emissioni antropiche sulla concentrazione di CO<sub>2</sub></em>”.<br />
La riduzione delle emissioni del 3%, è una proiezione effettuata <a href="http://www.iea.org/press/pressdetail.asp?PRESS_REL_ID=290" target="_blank">dall’Agenzia Internazionale dell’Energia</a> (proiezione che, insolitamente, viene data per già realizzata, senza alcuna incertezza), ma riguarda le sole emissioni da attività energetiche, che sono una quota importante ma non tutte le emissioni di gas serra. Se si legge il rapporto si capisce molto bene che per l’IEA si tratta di una riduzione temporanea, legata alla crisi economica, e che secondo l’EEA il mondo è ancora molto lontano dal raggiungere il picco delle emissioni di gas serra (notare che l’IEA nello stesso raporto scrive: “<em>The message is simple and stark: if the world continues on the basis of today&#8217;s energy and climate policies, the consequences of climate change will be severe.</em>”).<br />
Il fatto è che subito dopo aver citato la riduzione del 3% delle emissioni, il discorso sembra adombrare la possibilità che la CO<sub>2</sub>, a seguito di questa riduzione del 3%, non debba più crescere (e che quindi cresca per un “<em>effetto di trascinamento</em>”), e che ci siano dubbi sul futuro aumento della CO<sub>2</sub> nell’atmosfera (<em>dovremo valutare l&#8217;effetto reale delle emissioni antropiche…</em>).<br />
Su questo c’è poco da valutare: nei prossimi anni la CO<sub>2</sub> salirà di sicuro. Anche se ci fosse una riduzione (del 3% o anche del 10 %), lo sbilanciamento fra emissioni e rimozioni di CO<sub>2</sub> è talmente grande che la CO<sub>2</sub> continuerà a crescere. Per arrestare l’aumento della CO<sub>2</sub> è necessario emettere solo quanto la biosfera e gli oceani sono in gradi di rimuovere. Ad esempio, per stabilizzare la CO<sub>2</sub> ad un livello di 450 ppm <a href="http://www.springerlink.com/content/r272jg6071257627/fulltext.pdf" target="_blank">servirebbe nel 2050 una riduzione delle emissioni fra il 50 e l’85 %</a> (rispetto ai livelli del 2000). E sono queste riduzioni l’obiettivo, ambizioso, delle politiche climatiche <a href="http://unfccc.int/home/items/5262.php" target="_blank">tutt’ora in discussione</a>.</p>
<p style="line-height: 200%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>Testo di Stefano Caserini, con un contributo di Paolo Gabrielli.</p>
<p><a href="http://sharethis.com/item?&wp=2.5.1&amp;publisher=98de5fed-88fc-4607-8aca-8211aa9997dd&amp;title=Diffidare+di+chi+usa+il+mattone+della+vita&amp;url=http%3A%2F%2Fwww.climalteranti.it%2F2010%2F02%2F15%2Fdiffidare-di-chi-usa-il-mattone-della-vita%2F">ShareThis</a></p>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>CHE FINE HA FATTO TUVALU?</title>
		<link>http://www.climalteranti.it/2010/02/09/che-fine-ha-fatto-tuvalu/</link>
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		<pubDate>Tue, 09 Feb 2010 11:23:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Climalteranti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Giornali]]></category>

		<category><![CDATA[Informazione]]></category>

		<category><![CDATA[Statistiche]]></category>

		<category><![CDATA[Eurobarometro]]></category>

		<category><![CDATA[Observa]]></category>

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		<description><![CDATA[A Copenhagen è andata male, a Copenhagen è andata bene, a Copenhagen è andata così così.
Mentre la comunità scientifica, il mondo della politica, delle lobby e delle organizzazioni non governative portano avanti il dibattito sul futuro del pianeta, emerge un dato di fatto: l’opinione pubblica dei cambiamenti climatici si è già dimenticata.
Si è dimenticata dell’orso [...]<script type="text/javascript">SHARETHIS.addEntry({ title: "CHE FINE HA FATTO TUVALU?", url: "http://www.climalteranti.it/2010/02/09/che-fine-ha-fatto-tuvalu/" });</script>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.worldviewofglobalwarming.org/images/TuvaluTideWave4.jpg" target="_blank"><img class="alignright" style="margin: 5px; float: right;" src="http://www.climalteranti.it/uploads/20100209/01.jpg" alt="" width="369" height="244" /></a>A Copenhagen è andata male, a Copenhagen è andata bene, a Copenhagen è andata così così.<br />
Mentre la comunità scientifica, il mondo della politica, delle lobby e delle organizzazioni non governative portano avanti il dibattito sul futuro del pianeta, emerge un dato di fatto: l’opinione pubblica dei cambiamenti climatici si è già dimenticata.<br />
Si è dimenticata dell’orso polare, dei giorni in cui seguiva con curiosità e attesa le trattative del Summit mondiale e di quando si è indignata di fronte a quello che da molti è stato definito “il fallimento dei capi di stato”.<br />
Perché?</p>
<p>I motivi sono diversi e meriterebbero un’analisi approfondita delle dinamiche sociali ma di certo una delle cause va ricondotta al fatto che da quel 19 dicembre, data di chiusura della COP 15, sono nate e morte migliaia di nuove notizie a cui appassionarsi.<br />
L’opinione pubblica si è lasciata travolgere ancora una volta dal torrente in piena del mondo dell’informazione e passo dopo passo, partendo da Sodarno è arrivata ad Haiti, ben distante da quelle <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Tuvalu">isole Tuvalu</a> che per tanti giorni sono state motivo di commozione.<span id="more-230"></span><br />
Non si tratta più quindi di discutere solo di cosa siano i cambiamenti climatici, dove si manifestino, come colpiscano il pianeta e quale sarà la loro evoluzione. Si tratta di strutturare una riflessione che predisponga azioni competenti per informare in modo più adeguato la società, renderla più consapevole dei processi di mutamento in corso e metterla nella condizione di prendere una posizione che si possa tradurre in richieste di azione per il mondo della politica, dal locale al nazionale.<br />
A evidenziare questo bisogno è anche l’<a href="http://ec.europa.eu/public_opinion/archives/ebs/ebs_322_fact_it_en.pdf" target="_blank">ultimo aggiornamento all’Eurobarometro</a>.</p>
<p><a href="http://www.climalteranti.it/uploads/20100209/02.jpg" target="_blank"><img class="alignleft" style="margin: 5px; float: left;" src="http://www.climalteranti.it/uploads/20100209/02.jpg" alt="" width="331" height="322" /></a>Mentre la statistica relativa ai 27 paesi della UE ci dice che i maggiori problemi a livello mondiale sono la povertà, al primo posto e i cambiamenti climatici, al secondo. I dati relativi al nostro bel Paese ci spiegano che gli italiani sono in linea con il resto dell’Europa solo per quanto concerne la povertà. Infatti al secondo posto viene messa la paura che scoppi una nuova pandemia, al terzo il terrorismo, al quarto la crisi economica e solo al quinto i cambiamenti climatici.<br />
Tuttavia i numeri ci dicono anche che i cambiamenti climatici sono considerati un problema molto serio dal 63% del campione, in linea per altro con la UE a 27, ma è diffuso il punto di vista di chi crede che non sia stato fatto abbastanza per combatterli né dalle industrie (72%), né dagli stessi cittadini (68%), né dai Governi (67%), né dagli enti locali (64%), né dall’Unione Europea (58%).</p>
<p style="line-height: 120%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>Senza scomodare Freud e la psicologia, possiamo dire che normalmente noi dimentichiamo le cose che non riteniamo importanti oppure accantoniamo quelle che risultano scomode. Per i cambiamenti climatici possiamo considerare entrambe le ipotesi: non interessano e vengono accantonati tra i pensieri difficili da gestire.<br />
Ed infatti le <a href="http://www.observa.it/public/docs/4.12.09_Italiani%20meno%20sensibili%20al%20clima%20ma%20cresce%20la%20rilevanza%20dei%20dati%20scientifici.pdf" target="_blank">statistiche di Observa</a>, centro di ricerca indipendente che promuove la riflessione e il dibattito sui rapporti tra scienza e società, ci dicono che “Rispetto al 2007, i cittadini convinti che il clima stia effettivamente cambiando sono diminuiti dal 90% al 71,7%” ed è passata dal 4,1 al 9,2 la percentuale di coloro che non sanno.<br />
Quindi?</p>
<p>Quindi va adottato un approccio olistico che miri ad un vero e proprio cambiamento culturale che interrompa la banalizzazione secondo la quale è colpa solo dei giornalisti che sono imprecisi o solo della comunità scientifica che parla un linguaggio troppo difficile.</p>
<p><a href="http://www.worldviewofglobalwarming.org/images/TuvaluTideKids5TH.jpg" target="_blank"><img class="alignleft" style="margin: 5px; float: left;" src="http://www.climalteranti.it/uploads/20100209/03.jpg" alt="" width="333" height="236" /></a>Uno step dovrebbe riguardare senza dubbio il mondo dei media. Come il medico rispetta il giuramento di Ippocrate, come si esige il massimo del rigore dagli scienziati, va evitato che gli organi di stampa possano svilire il lavoro di anni di ricerca con articoli non corretti sbattuti in prima pagina.<br />
Va vista quindi in modo positivo la <a href="http://www.camera.it/_dati/lavori/stampati/pdf/16PDL0025280.pdf" target="_blank">Proposta di legge</a> che mira a <a href="http://www.odg.it/site/?q=content/ordine-dei-giornalisti-riprende-l%E2%80%99iter-di-riforma-alla-camera" target="_blank">riformare il mondo del giornalismo</a> e che ha ripreso l’iter di discussione in Commissione Cultura alla Camera dei Deputati a fine gennaio.</p>
<p style="line-height: 320%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>Altro passo dovrebbe essere fatto dall’opinione pubblica abituata ormai a seguire le notizie dei tg e dei giornali come una telenovela. Andrebbe invece dato all’informazione un nuovo valore, completamente diverso, non come qualcosa da consumare ma piuttosto da utilizzare, una risorsa vera propria, una fonte di conoscenza, come viene detto ad esempio in <a href="http://db.formez.it/FontiNor.nsf/bb05f9ea5aa422dbc1256a930025c290/8F4AB6D813985455C12571730028DBB5/$file/Nuovo%20modello%20comunicazione%20ambientale%20per%20UE-Report%20EEA.pdf" target="_blank">questo documento</a> dell’European Environment Agency (ad es. a pag.32).<br />
Non ultimo in termine di importanza è il cambiamento che dovrebbe compiere il mondo della ricerca per essere più incisivo nella divulgazione e per conquistare quindi la fiducia della società e coinvolgerla. Consapevole dei limiti del mercato dei media, dove gli stessi giornalisti sono costretti ad adeguarsi alle regole di un sistema che richiede notizie sempre fresche, che non permette una specializzazione e che obbliga a lavorare ad un ritmo molto veloce, dovrebbe darsi un ruolo nuovo di vero agevolatore così da permettere una migliore diffusione e dunque una migliore comprensione.</p>
<p style="line-height: 200%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>Testo di Elisabetta Mutto Accordi</p>
<p><a href="http://sharethis.com/item?&wp=2.5.1&amp;publisher=98de5fed-88fc-4607-8aca-8211aa9997dd&amp;title=CHE+FINE+HA+FATTO+TUVALU%3F&amp;url=http%3A%2F%2Fwww.climalteranti.it%2F2010%2F02%2F09%2Fche-fine-ha-fatto-tuvalu%2F">ShareThis</a></p>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Quando su Kyoto si danno i numeri</title>
		<link>http://www.climalteranti.it/2010/02/05/quando-su-kyoto-si-danno-i-numeri/</link>
		<comments>http://www.climalteranti.it/2010/02/05/quando-su-kyoto-si-danno-i-numeri/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 05 Feb 2010 11:38:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Climalteranti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Negoziazioni]]></category>

		<category><![CDATA[Obiettivi]]></category>

		<category><![CDATA[Protocollo di Kyoto]]></category>

		<category><![CDATA[Riduzioni]]></category>

		<category><![CDATA[La Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[A cinque anni dall’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto (16 febbraio 2005), non sembrano  in molti a volerlo festeggiare con affetto.  Anzi, si fa a gara a sparagli adosso. Che il Protocollo di Kyoto abbia fallito i propri obiettivi sembra ormai una realta’ che nessuno mette piu’ discussione. “Ecco perche’ Kyoto e’stato un fallimento:  [...]<script type="text/javascript">SHARETHIS.addEntry({ title: "Quando su Kyoto si danno i numeri", url: "http://www.climalteranti.it/2010/02/05/quando-su-kyoto-si-danno-i-numeri/" });</script>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin: 5px; float: left;" src="http://www.climalteranti.it/uploads/20100205/01.jpg" alt="" width="188" height="169" />A cinque anni dall’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto (16 febbraio 2005), non sembrano  in molti a volerlo festeggiare con affetto.  Anzi, si fa a gara a sparagli adosso. Che il Protocollo di Kyoto abbia fallito i propri obiettivi sembra ormai una realta’ che nessuno mette piu’ discussione. “Ecco perche’ Kyoto e’stato un fallimento:  bisognava tagliare le emissioni del 5%, sono cresciute del 41%” riportava a tutta pagina <a href="http://rassegna.governo.it/testo.asp?d=41386733" target="_blank">la Stampa del 7 Dicembre</a>.  Neanche i giornalisti, ormai, si prendono la briga di controllare. Si tratta di una sorta di “verita’ da assuefazione”: siccome lo dicono tutti, allora sara’ vero.</p>
<p style="line-height: 300%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>Allora, vediamo se e’ vero.</p>
<p>Iniziamo chiarendoci le idee su quali siano davvero gli obiettivi  del Protocollo di Kyoto. Molti si riferiscono all’obiettivo vincolante di riduzione delle emissioni di gas serra del  5%, da valutare come media del periodo 2008-2012 rispetto al 1990 (anno base). Ma chi aveva questi obiettivi? Qui la confusione regna  sovrana.  Evidentemente,  il giornalista della Stampa (e con lui molti altri) pensa che l’obiettivo di Kyoto fosse globale, cioe’che riguardasse tutti i Paesi.  Falso. L’obiettivo del 5% (precisamente del 5,2%) riguardava solo i 37 Paesi <img class="alignleft" style="float: left;" src="http://www.climalteranti.it/uploads/20100205/02.jpg" alt="" width="394" height="124" />“Annex-1” (industrializzati) che hanno firmato l’<a href="http://unfccc.int/kyoto_protocol/items/2830.php" target="_blank">accordo nel 1997</a>. L’accordo sarebbe entrato in vigore se fosse stato poi ratificato da un numero di Paesi responsabili di almeno il 55% delle emissioni dei Paesi Annex-1.  Nonostante gli USA non lo abbiano ratificato, grazie alla ratifica di tutti gli altri Paesi (per ultimo la Russia), il Protocollo e’entrato in vigore nel 2005. Senza gli Usa, l’obiettivo di riduzione complessivo dei Paesi Annex-1 aderenti a Kyoto risulta di circa -4% rispetto al 1990 (vedasi <a href="http://unfccc.int/kyoto_protocol/items/3145.php" target="_blank">qui</a> per  la lista completa per paesi con obiettivi di riduzione).  Volendo raffrontate questi obiettivi  con l‘<a href="http://unfccc.int/national_reports/annex_i_ghg_inventories/national_inventories_submissions/items/4771.php" target="_blank">andamento reale delle emissioni</a>, si ottiene il grafico qui sotto (dati per il peridodo 1990-2007 senza il settore LULUCF, Land Use Land Use Change and Forestry).<span id="more-229"></span></p>
<p><img style="margin: 5px;" src="http://www.climalteranti.it/uploads/20100205/03.jpg" alt="" width="584" height="340" /><br />
<em>Figura: emissioni dei Paesi Annex-1 (industrializzati), con o senza USA, rispetto agli obiettivi previsti dal Protocollo di Kyoto. Queste emissioni escludono il settore LULUCF.<br />
</em><br />
Nel 2007, le emissioni dei Paesi Annex-1 senza USA  sono risultate ben piu’ basse rispetto al loro obiettivo (-13.9% contro -4%). Ad essere precisi, quindi, l’obiettivo  di Kyoto e’ raggiunto e abbondantemente superato.  Anche se si considerano tutti i Paesi Annex-1 (USA compresi), le emissioni  al 2007 non si discostando molto dall’obiettivo originario a cui Kyoto puntava (-3.9% contro -5.2%). Senza parlare di altri fattori che renderanno il raggiungimento degli obiettivi ancora piu’facile: gli assorbimenti del settore LULUCF (esclusi dal grafico, che equivalgono a circa il 2% delle emissioni del 1990), e il crollo delle emissioni nel 2008 e 2009 dovuto alla crisi finanziaria (i dati ufficiali fino al 2008 si avranno il 15 Aprile 2010).</p>
<p>L’Unione Europea non sta messa male, e si prevede che <a href="http://www.eea.europa.eu/publications/eea_report_2009_9/ghg-trends-and-projections-2009-summary.pdf" target="_blank">raggiungera’ il proprio obiettivo (-8% per EU-15) senza troppi problemi</a>. Da notare invece che l’Italia, con un obiettivo di -6.5% rispetto al 1990, nel 2007 stava a +7%.</p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 5px; float: left;" src="http://www.climalteranti.it/uploads/20100205/04.jpg" alt="" width="281" height="208" />Comunque, attenzione: se dire che Kyoto ha fallito sulla base dei numeri e’un’emerita sciocchezza, dire che e’stato un successo puo’essere altrettanto azzardato:  la principale causa di riduzione delle emissioni  nei Paesi Annex-1 e’ stata la de-industrializzazione conseguente al crollo dell’ex impero sovietico, un evento chiaramente indipendente da Kyoto.  Anche se gli ultimi anni molti Paesi Europei si sono iniziati a dare da fare seriamente, per valutare realmente l’effetto delle politiche di riduzione di gas serra conseguenti  all’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto occorre probabilmente attendere piu’ tempo.<br />
Se sui numeri e’meglio quindi sospendere il giudizio, c’e’ qualcos’altro per cui si puo’giudicare Kyoto?</p>
<p>Per brevita’, segnaliamo (tra tanti possibili) due aspetti positivi e due negativi:</p>
<p>Tra i positivi, e’indubbio che il Protocollo di Kyoto ha contribuito ad innescare una discussione che, tra alti e bassi, ha portato ad affrontare il tema dei cambiamenti climatici ai massimi livelli politici. Inoltre, attraverso i cosidetti “meccanismi flessibili”, ha creato un vero e proprio mercato del carbonio, che dovrebbe favorire la riduzione delle emissioni nel modo piu’ efficace ed economico possibile.</p>
<p>Tra gli apetti  negativi, non si puo’ ignorare che molti Paesi industrializzati raggiungeranno i loro obiettivi con ben pochi sforzi: questo suggerisce che gli obiettivi erano tutt’altro che ambiziosi. Inoltre, i paesi “non Annex-1” (in via di sviluppo) hanno quasi raddoppiato le emissioni dal 1990, passando da circa 12500 a oltre 24000 Mt CO<sub>2</sub>eq. Complessivamente, quindi, le emissioni globali sono aumentate di circa il 40% dal 1990, vanificando totalmente gli (assai modesti) obiettivi di Kyoto.</p>
<p>E’ principalmente per superare queste due debolezze  che c’e’stata la Conferenza di Copenhagen: lo scopo era (ed e’tuttora) ottenere obiettivi ben piu’ambiziosi da parte dei paesi industriallizati e coinvolgere anche i Paesi in via di Sviluppo.</p>
<p>In definitiva, come spesso accade, le cose sono piu’complesse di quanto uno sguardo superficiale potrebbe suggerire. Il Protocollo di Kyoto e’ lungi dall’essere perfetto, ma ha certamente iniziato un percorso di portata storica. Se e’ lecito criticarlo, almeno si spari agli obiettivi giusti.</p>
<p style="line-height: 200%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>Testo di Giacomo Grassi</p>
<p><a href="http://sharethis.com/item?&wp=2.5.1&amp;publisher=98de5fed-88fc-4607-8aca-8211aa9997dd&amp;title=Quando+su+Kyoto+si+danno+i+numeri&amp;url=http%3A%2F%2Fwww.climalteranti.it%2F2010%2F02%2F05%2Fquando-su-kyoto-si-danno-i-numeri%2F">ShareThis</a></p>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>I ghiacciai alpini NON stavano peggio 70 anni fa</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Feb 2010 11:54:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Climalteranti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Bufale]]></category>

		<category><![CDATA[Disinformazione]]></category>

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		<category><![CDATA[Repubblica]]></category>

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		<description><![CDATA[Un recente studio svizzero suggerisce che negli anni ‘40 una radiazione solare più intensa avrebbe causato un rateo di fusione annuale dei ghiacciai superiore a quello registrato oggi. “Repubblica” raccoglie e distorce la notizia, riportando che in quel periodo i ghiacciai alpini erano meno estesi di oggi. Ma non è così.
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La superficie e la lunghezza [...]<script type="text/javascript">SHARETHIS.addEntry({ title: "I ghiacciai alpini NON stavano peggio 70 anni fa", url: "http://www.climalteranti.it/2010/02/01/i-ghiacciai-alpini-non-stavano-peggio-70-anni-fa/" });</script>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Un recente studio svizzero suggerisce che negli anni ‘40 una radiazione solare più intensa avrebbe causato un rateo di fusione annuale dei ghiacciai superiore a quello registrato oggi. “Repubblica” raccoglie e distorce la notizia, riportando che in quel periodo i ghiacciai alpini erano meno estesi di oggi. Ma non è così.</em></p>
<p style="line-height: 150%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 5px; float: left;" src="http://www.climalteranti.it/uploads/20100201/1.jpg" alt="" width="293" height="80" />La superficie e la lunghezza dei ghiacciai rispondono sostanzialmente alle variazioni di temperatura e delle precipitazioni nevose, con tempi di reazione che possono variare da qualche anno a qualche decennio, a seconda della forma e delle dimensioni dei ghiacciai stessi. L’andamento meteorologico della singola annata influenza invece solo il bilancio di massa annuale, che dipende dalla somma dei processi di accumulo (dovuto generalmente alle nevicate) e di ablazione (dovuta generalmente alla fusione estiva) in un anno. Per influenzare l&#8217;estensione e la lunghezza dei ghiacciai è necessario che un determinato andamento del bilancio di massa (positivo o negativo) persista per anni o decenni; per questo motivo i ghiacciai sono ampiamente riconosciuti come uno dei migliori indicatori delle variazioni climatiche su scala pluridecennale. È ormai assodato che oggigiorno il ritiro generalizzato dei ghiacciai sia dovuto essenzialmente all’aumento globale della <a href="http://www.jstor.org/pss/4314732" target="_blank">temperatura</a> tanto che dalle misure delle fluttuazioni delle fronti glaciali si è potuta ottenere una ricostruzione indipendente dell’<a href="http://www.sciencemag.org/cgi/content/abstract/308/5722/675" target="_blank">aumento globale della temperatura</a> che risulta coerente con gli altri tipi di <a href="http://www.climalteranti.it/realclimate-ita/#hey" target="_blank">analisi più tradizionali</a>.<span id="more-226"></span></p>
<p align="center"><img style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px;" src="http://www.climalteranti.it/uploads/20100201/2.jpg" alt="" width="540" height="355" /></p>
<p><em>Il ghiacciaio del Careser nel gruppo montuoso dell’Ortles-Cevedale nel 1947 e nel 2007 (le foto del Careser in questo post sono una cortesia di Luca Carturan).</em></p>
<p style="line-height: 150%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 5px; float: left;" src="http://www.climalteranti.it/uploads/20100201/3.jpg" alt="" width="222" height="294" />A fronte della mole di evidenze a riprova dell’attuale ritiro dei ghiacciai (si veda ad esempio <a href="http://europa.agu.org:8005/?view=article&amp;uri=/journals/gl/gl0619/2006GL027511/2006GL027511.xml&amp;t=gl,2006,kaser" target="_blank">qui</a>) non può sfuggire un messaggio completamente fuori dal coro come quello lanciato da <em>Repubblica</em> il 3 gennaio 2010 in un <a href="http://www.climalteranti.it/uploads/20100201/repubblica.pdf" target="_blank">articolo a firma Luigi Bignami</a>, che riferendosi ai ghiacciai alpini, ha titolato “<em>Nuova ricerca: sulle Alpi 70 anni fa bacini più piccoli di quelli di oggi</em>”. L’articolo è stato addirittura lanciato da un box in prima pagina intitolato “Quando i ghiacci si sciolsero e rinacquero”, in cui si legge la perentoria frase: “L’idea ricorrente che l’attuale riduzione dei ghiacciai alpini non abbia confronti con situazioni analoghe è stata smentita da uno studio realizzato dai glaciologi dell’ETH”.</p>
<p>Questo articolo prende spunto da una <a href="http://europa.agu.org:8005/?view=article&amp;uri=/journals/gl/gl0923/2009GL040789/2009GL040789.xml&amp;t=2009,huss" target="_blank">recente ricerca svizzera</a> che però non ha nulla a che fare con l’analisi della variazione dell’estensione dei ghiacciai alpini. Questo studio riporta invece i risultati riguardanti la fusione annuale di 4 ghiacciai svizzeri durante l’ultimo secolo ovvero di come sostanzialmente sia variata anno dopo anno l’ablazione che, come abbiamo visto, è solo la componente negativa del bilancio di massa annuale. In particolare questa ricerca indica come negli anni ’40 la fusione fosse stata maggiore del 4% rispetto all’ultimo decennio. Dunque gli autori NON “<em>hanno cercato i rapporti esistenti tra i cambiamenti climatici e le variazioni di dimensione dei ghiacciai</em>” come riportato erroneamente da <em>Repubblica </em>ma hanno solo studiato le variazioni annuali della fusione di questi 4 ghiacciai alpini durante l’ultimo secolo, confrontando in particolare gli anni ’40 e l’ultimo decennio.</p>
<p>Il granchio preso da <em>Repubblica </em>non è da poco: sarebbe un po’ come dire che, siccome negli anni ‘40 i ghiacciai fondevano di più durante le estati, allora l’area e la posizione delle fronti dei ghiacciai in quegli anni erano meno estese o più arretrate di oggi. Una montagna di dati ci indica invece che i ghiacciai alpini durante tutto l’ultimo secolo sono sempre stati più estesi rispetto ad oggi (anche se magari non come riportato nella mappa di <em>Repubblica </em>che illustra un confronto tra un’improbabile distribuzione dei ghiacciai nel 1850 ed oggi). Ad esempio <a href="http://www.grid.unep.ch/glaciers/pdfs/6_5.pdf" target="_blank">qui</a> si illustra come la lunghezza di tutti i ghiacciai alpini monitorati negli anni 40’ fosse largamente superiore rispetto ad oggi.<br />
<em>Repubblica </em>cerca poi di aggiustare maldestramente il tiro riportando che, secondo lo studio svizzero, nonostante le temperature negli anni 40’ fossero state inferiori, i “ghiacciai dell’arco alpino si ritiravano ad una velocità superiore a quella dei giorni nostri”. Il messaggio che sembra uscirne è dunque che la ricerca svizzera avrebbe accertato che il ritiro delle fronti glaciali negli anni ’40 sarebbe stato più rapido rispetto ad oggi. Nonostante lo studio svizzero metta invece in luce solo una fusione annuale apparentemente superiore (il che non implica necessariamente un ritiro più veloce delle fronti glaciali, soprattutto in un arco temporale di soli 10 anni), paradossalmente <em>Repubblica </em>potrebbe in questo caso aver indovinato e offerto un’ipotesi ragionevole. I ghiacciai alpini negli anni ‘40 erano molto più estesi e dunque scendevano fino a quote decisamente inferiori di oggi: ecco perché la velocità di ritiro delle fronti glaciali in quegli anni potrebbe dunque essere stata veramente superiore rispetto ai giorni nostri!</p>
<p>In tutta questa confusione, anche gli autori della ricerca svizzera sembrano averci messo del loro. Citando (questa volta correttamente) la ricerca in questione, <em>Repubblica </em>ha riportato ”<em>Se si estrapolano i dati per l’intero decennio dei Quaranta risulta che la quantità di neve e ghiaccio che si è sciolta è stata superiore del 4% rispetto a quella dell’ultimo decennio</em>”. In effetti lo studio svizzero riporta che durante il decennio 1942-1952 la fusione sui ghiacciai è stata superiore del 17% rispetto alla media secolare, mentre durante il decennio 1998-2008 la fusione è stata superiore solo del 13%. Quindi il decennio 1942-1952, nonostante abbia avuto una temperatura media inferiore, avrebbe visto una fusione del 4% superiore rispetto al decennio 1998-2008, cosa che gli autori attribuiscono ad una maggior radiazione solare.</p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 5px; float: left;" src="http://www.climalteranti.it/uploads/20100201/4.jpg" alt="" width="260" height="374" />Peccato che gli autori svizzeri non specifichino che questa differenza non è statisticamente significativa (significatività che, ove opportuno, avevano sempre indicato puntualmente). Un rapido calcolo che tiene conto anche della variabilità annuale (deviazione standard), indica infatti che la fusione annuale negli anni ’40 e nell’ultimo decennio sono state superiori del 17 ± 26 % e del 13 ± 23 % rispetto alla media secolare. Escludendo i due anni in cui si sarebbero verificate le fusioni di gran lunga maggiori (1947 e 2003), si ottengono ratei di fusione superiori alla media piuttosto diversi:  9 ± 15% per gli anni ’40 e 8 ± 16% nell’ultimo decennio. Se poi si tenesse anche conto del grado di incertezza con cui può essere simulata la fusione, legata a processi complessi quali le variazioni di massa e di energia che avvengono in un ghiacciaio, allora la variabilità associata sarebbe ancora più elevata di quella appena calcolata (già enorme). In conclusione, l’affermazione riportata dallo studio svizzero che “<em>La fusione di neve e ghiaccio nei 4 siti alpini di alta quota è stata maggiore del 4%  negli anni ’40 rispetto all’ultimo decennio</em>” risulta quantomeno azzardata, in quanto non robusta dal punto di vista statistico. È desolante rimarcare come questo improbabile 4% sia stato poi trasformato da <em>Repubblica </em>in “-4%: estensione dei ghiacci negli anni 40 rispetto ad oggi”.</p>
<p>Infine, anche l’individuazione, da parte della ricerca svizzera, della radiazione solare quale principale responsabile di una forte fusione dei ghiacciai negli anni ‘40, non sembra inattaccabile in quanto, per calcolare la fusione annuale dei 4 ghiacciai, le ricostruzioni delle temperature e delle precipitazioni usate sono state estrapolate da registrazioni ottenute a quote molto meno elevate (facendo dunque assunzioni importanti quali gradienti altitudinali costanti). Inoltre appare molto difficile simulare variazioni dell’albedo (radiazione riflessa dai ghiacciai) in un periodo come quello degli anni ’40 per il quale non si dispone di osservazioni. Per non parlare poi della simulazione della nuvolosità in alta quota durante quegli stessi anni…<br />
In ogni caso, gli anni ’40 sono stati veramente un “bagno di sangue” per i ghiacciai alpini, i quali hanno essenzialmente battuto tutti in <a href="http://www.disat.unimib.it/ghiacciai/graficozanon.htm" target="_blank">ritirata</a>, proprio come oggi, con fusioni annuali sicuramente comparabili. Tuttavia ogni conclusione (basata su soli 4 ghiacciai), tendente a stabilire se la fusione di tutti i ghiacciai alpini in quel periodo fosse stata più o meno intensa di oggi, sembra quantomeno prematura.</p>
<p>In conclusione, non è vero che i ghiacci alpini erano più estesi nei decenni passati.<br />
Il titolo e l’articolo di <em>Repubblica </em>contengono gravi errori, e così è per gli scritti di quanti <a href="http://www.mascellaro.it/node/39765" target="_blank">hanno rilanciato questa notizia</a>.</p>
<p style="line-height: 200%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>Testo di Paolo Gabrielli</p>
<p><a href="http://sharethis.com/item?&wp=2.5.1&amp;publisher=98de5fed-88fc-4607-8aca-8211aa9997dd&amp;title=I+ghiacciai+alpini+NON+stavano+peggio+70+anni+fa&amp;url=http%3A%2F%2Fwww.climalteranti.it%2F2010%2F02%2F01%2Fi-ghiacciai-alpini-non-stavano-peggio-70-anni-fa%2F">ShareThis</a></p>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>La comune dimensione etica dei cambiamenti climatici</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jan 2010 08:19:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Climalteranti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Etica]]></category>

		<category><![CDATA[Regioni]]></category>

		<category><![CDATA[Gore]]></category>

		<category><![CDATA[Testa]]></category>

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		<description><![CDATA[Pur se alcuni propongono la riscoperta della religione per sensibilizzare sulla necessità delle politiche climatiche, la dimensione etica del problema climatico riguarda tutte le persone.
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La deludente conclusione della Conferenza di Copenhagen è stata per molti un momento di riflessione preoccupata, accompagnata da una domanda: sono ancora fondate le speranze che l’umanità possa davvero realizzare l’obiettivo [...]<script type="text/javascript">SHARETHIS.addEntry({ title: "La comune dimensione etica dei cambiamenti climatici", url: "http://www.climalteranti.it/2010/01/27/la-comune-dimensione-etica-dei-cambiamenti-climatici/" });</script>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Pur se alcuni propongono la riscoperta della religione per sensibilizzare sulla necessità delle politiche climatiche, la dimensione etica del problema climatico riguarda tutte le persone.</em></p>
<p style="line-height: 150%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 5px; float: left;" src="http://www.climalteranti.it/uploads/20100127/1.jpg" alt="" width="300" height="295" />La deludente conclusione della Conferenza di Copenhagen è stata per molti un momento di riflessione preoccupata, accompagnata da una domanda: sono ancora fondate le speranze che l’umanità possa davvero realizzare l’obiettivo della <a href="http://www.unfccc.int" target="_blank">Convenzione sul Clima</a>, nata a Rio de Janeiro nel 1992, ossia evitare “un interferenza dannosa con il clima”?<br />
Pur se come ho già <a href="http://www.climalteranti.it/2009/12/21/cop15-luci-ombre-%e2%80%a6e-bufale/" target="_blank">avuto modo di scrivere</a> nell’esito della COP15 ci sono anche alcuni aspetti positivi, è evidente il divario fra le politiche di mitigazione, necessarie per evitare un surriscaldamento dannoso del pianeta, e le politiche decise o in corso di decisione.<br />
E, cosa ancora più grave, questo divario sta crescendo.<br />
Da un lato infatti, la comunità scientifica, ormai impegnata ai massimi livelli su questa grande questione, sta sfornando a ripetizione lavori di grandissimo spessore che tolgono i dubbi residui sulla realtà del riscaldamento in atto, sulla determinante influenza umana e sulla pericolosità dei danni attesi nei prossimi decenni. Ormai gli studiosi del clima discutono sui dettagli, e forniscono un quadro sempre più preoccupante. Basta leggere gli editoriali di riviste come <a href="http://www.sciencemag.org/cgi/content/summary/326/5958/1319" target="_blank">Science</a>, <a href="http://www.nature.com/nature/journal/v458/n7242/full/4581077a.html " target="_blank">Nature</a> o <a href="http://www.pnas.org/content/105/38/14239.extract" target="_blank">PNAS</a>, o i rapporti di sintesi fatti dagli scienziati stessi. L’ultimo, il <a href="http://www.Copenhagendiagnosis.org" target="_blank">Copenhagen Diagnosis</a>, realizzato come una sorta di aggiornamento del <a href="http://www.ipcc.ch" target="_blank">Quarto Rapporto IPCC del 2007</a> proprio per la COP15, è quasi brutale in alcuni passaggi in cui mostra come la realtà sta seguendo le previsioni più pessimistiche del passato (ad esempio sull’andamento delle emissioni o la scomparsa del ghiaccio marino artico).<span id="more-224"></span></p>
<p><img src="http://www.climalteranti.it/uploads/20100127/2.jpg" alt="" width="650" height="205" /></p>
<p><em>A sinistra: Emissioni di CO<sub>2</sub> da combustibili fossili; andamento reale e proiezioni degli scenari SRES dell’IPCC<br />
A destra: estensione del ghiaccio marino artico; dati osservati e proiezione dei modelli IPCC<br />
Fonte: <a href="http://www.copenhagendiagnosis.com" target="_blank">Copenhagen Diagnosis</a></em></p>
<p style="line-height: 120%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>Che la situazione sia sempre più preoccupante è mostrato d’altra parte dalla perdita di spessore delle tesi dei cosiddetti “scettici”, spesso meglio definibili come negazionisti, in quanto dediti ormai ad un’attività di riciclaggio di miti e leggende su cui la comunità scientifica ha dato da anni risposte convincenti. I pochi articoli pubblicati nella letteratura scientifica che in qualche modo potrebbero far sorgere dubbi su importanti carenze nella conoscenza del sistema climatico, vengono ormai demoliti in pochi mesi, a volte anche in modo un po’ rude (come è capitato agli ultimi lavori di <a href="http://rabett.blogspot.com/2009/12/dissed.html" target="_blank">Nicola Scafetta</a> e <a href="http://www.realclimate.org/index.php/archives/2010/01/first-published-response-to-lindzen-and-choi/" target="_blank">Richard Lindzen</a>). Non è quindi un caso che la polemica più accesa dell’ultimo anno, che secondo qualcuno avrebbe messo in discussione le conclusioni della scienza del clima, sia originata da un furto di email private scambiate da alcuni scienziati; pur se la vicenda ha avuto un’incredibile risonanza mediatica, non è emerso un solo elemento di rilevanza scientifica, non è stato cambiato alcun dato o rapporto, niente che possa permetterci di preoccuparci di meno. Come era, purtroppo, <a href="http://www.climalteranti.it/2009/11/27/dalle-email-rubate%e2%80%a6-tre-motivi-per-rimanere-di-buon-umore/" target="_blank">prevedibile</a>.<br />
Se ormai <a href="http://www.energiaspiegata.it/2009/12/da-scienziato-ad-attivista-intervista-a-james-hansen/" target="_blank">voci importanti della comunità scientifica</a> propongono un obiettivo di stabilizzazione a <a href="http://www.350.org/" target="_blank">350 ppm di CO<sub>2</sub></a>, ossia 38 ppm al di sotto dei livelli attuali, la politica è in grande, enorme ritardo.<br />
Le molte attese per un accordo a Copenhagen erano motivate dalla crescente consapevolezza della necessità di un vero salto di qualità delle politiche climatiche. Salto fallito, se mai davvero tentato a Copenhagen. Le posizioni in campo sono molto distanti, e non solo fra USA e Cina.<br />
Il 2010 sarà un altro anno cruciale per le politiche sul clima, ma va detto che le visioni pessimiste ora hanno qualche argomento in più.</p>
<p>Dove sta il problema? Si chiedeva <a href="http://www.energiaspiegata.it/2009/11/perche-non-si-combatte-leffetto-serra/" target="_blank">Chicco Testa in un precedente post sul sito di Energia Spiegata</a>.<br />
Alle due spiegazioni proposte da Testa, la ricerca di consenso politico di breve/medio periodo che caratterizza la politica, nonché la povertà come ostacolo all’innovazione e alle tecnologie pulite, ne aggiungo altre.<br />
La prima, che richiederebbe tanto spazio per essere discussa, può essere sintetizzata nella tesi che l’attuale sistema economico non è stato pensato per garantire uno sviluppo e un benessere durevole per tutti, ed è quindi del tutto comprensibile che senza seri correttivi possa portare a danni rilevanti per l’ambiente e gli esseri umani, con gravi squilibri geografici e generazionali.<br />
La seconda, di cui ho parlato nell’<a href="http://www.edizioniambiente.it/eda/catalogo/libri/161/" target="_blank">ultimo capitolo dei miei libri</a> ha origini psicologiche e sociologiche: è umano voler rimuovere fatti e azioni scomode, che ci danno ansia, inquietudine. Noi abbiamo voglia di essere rassicurati, non vediamo l’ora. Ad esempio, le nevicate invernali ci confortano perché ci permettono di illuderci della non esistenza del riscaldamento globale.<br />
Infine, un altro fattore che spiega la grande inerzia del cambiamento, il ritardo nelle azioni di trasformazione dei sistemi produttivi e dei comportamenti individuali, è la mancanza nella maggior parte della popolazione delle informazioni basilari sulla questione climatica, in un contesto di analfabetismo scientifico diffuso e incoraggiato da alcuni mezzi di informazione. Non è un problema solo italiano ma è soprattutto italiano.<br />
Siamo il paese in cui i principali programmi televisivi che parlano di scienza sono <a href="http://www.tv.mediaset.it/italia1/mistero/" target="_blank">Mistero</a> e <a href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/voyager-il-divulgatore-di-stronzate-nel-senso-di-frankfurt/" target="_blank">Voyager</a>, in cui ai vertici di uno dei massimo organi di ricerca scientifica c’è un convinto anti-evoluzionista e crede che l’uomo <a href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/levoluzionismo-fantasie-il-creazionismo-antiscientifico-del-vicepresidente-del-cnr/" target="_blank">sia stato creato qualche millennio or sono</a>. Perché stupirsi dunque se i più non sanno cosa siano i cambiamenti climatici, e dunque facilmente oscillano fra la negazione e l’allarmismo catastrofista ?<br />
Non sono quindi senza fondamento le voci pessimiste sul futuro climatico del pianeta. Molto c’è da fare, a tanti e diversi livelli. Ma per uno sforzo epico come è quello di trasformare radicalmente in pochi decenni un sistema energetico e un rapporto predatorio verso le risorse del pianeta, la comprensione della rilevanza della questione climatica, la convinzione della necessità del cambiamento giocheranno un ruolo fondamentale. Come ha scritto Testa, la “guerra” al surriscaldamento globale non si può combattere con la scarsa determinazione di questi anni.</p>
<p style="line-height: 110%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p><img src="http://www.climalteranti.it/uploads/20100127/3.jpg" alt="" width="649" height="214" /></p>
<p><em>Gli alimenti di una settimana per una famiglia negli Stati Uniti e in Chad.<br />
(Fonte: Ashok Khosla, Climate Change and Other Global Challenges, COP15 Side event del 14/12/2009)</em></p>
<p style="line-height: 120%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>Fra le via d’uscita dall’attuale situazione sarà necessario riconoscere la crisi climatica nella sua dimensione sistemica, nel suo essere prima di tutto un problema di giustizia, di equità, una questione etica.<br />
E questo è un problema perché l’etica spesso è considerata solo come parte di una dimensione religiosa, insomma un tema da lasciare ai preti (nei talk show televisivi, se si parla di un tema etico, si fa entrare l’alto prelato…).<br />
È singolare come negli ultimi tempi numerose voci, <a href="http://www.energiaspiegata.it/wp-content/uploads/2009/12/al_gore_espresso.doc" target="_blank">fra cui ad esempio Al Gore</a>, abbiano proposto la riscoperta della dimensione religiosa (“la salvaguardia del creato”) come mezzo per sensibilizzarci sulla necessità delle politiche climatiche. In realtà, proprio dai movimenti religiosi più integralisti è venuto in passato un grande sostegno <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Domestic_policy_of_the_George_W._Bush_administration#Environment" target="_blank">a chi ha ostacolato in modo sistematico le politiche climatiche</a>; anche in Italia <a href="http://www.svipop.org/" target="_blank">diverse</a> <a href="http://cristianiperlambiente.blogspot.com/" target="_blank">organizzazioni</a> dell’integralismo religioso sono in prima fila nel propagandare <a href="http://www.climalteranti.it/2009/12/16/e%E2%80%99-la-volta-di-radio-maria-le-vie-della-disinformazione-sono-infinite/" target="_blank">tesi negazioniste sul clima</a>, tanto che il premio “A qualcuno piace caldo” è stato assegnato <a href="http://www.climalteranti.it/premio-a-qualcuno-piace-caldo/premio-a-qualcuno-piace-caldo-2008/" target="_blank">per il 2008 a due loro esponenti</a>.</p>
<p style="line-height: 120%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>È probabile che in un mondo in progressivo surriscaldamento, anche i movimenti religiosi scopriranno in <img class="alignleft" style="margin: 5px; float: left;" src="http://www.climalteranti.it/uploads/20100127/4.jpg" alt="" width="278" height="244" />futuro la gravità del problema climatico, per gli impatti sulle persone più povere del pianeta, come una questione centrale dello sviluppo. Ma visto com’è andata fino ad oggi, non è sicuro che ci sarà qualcosa oltre alle solite dichiarazioni di facciata sulla necessità di proteggere l’ambiente e il cosiddetto creato.<br />
Forse sarebbe più saggio ascoltare quanto <a href="http://www.aip.org/history/climate/index.html" target="_blank">la scienza del clima dice da decenni</a>, ricordando che la dimensione etica del problema climatico riguarda tutte le persone, al di là dall’avere o meno fede in entità soprannaturali.<br />
In fondo, le domande sul senso di questo inseguimento continuo della crescita delle produzioni e dei consumi della nostra società, o su come vorremmo essere ricordati dalle generazioni future, ci riguardano tutti. Ci coinvolgono ad un livello profondo della nostra vita, in quanto si tratta di ridefinire i limiti delle aspettative umane.<br />
Questo, alla fine, è il problema principale della questione climatica.</p>
<p style="line-height: 200%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>Testo di Stefano Caserini, pubblicato su <a href="http://www.energiaspiegata.it/" target="_blank">Energiaspiegata</a>.<br />
<em>Prima e ultima foto: manifestanti a Copenhegen, dicembre 2009.</em></p>
<p><a href="http://sharethis.com/item?&wp=2.5.1&amp;publisher=98de5fed-88fc-4607-8aca-8211aa9997dd&amp;title=La+comune+dimensione+etica+dei+cambiamenti+climatici&amp;url=http%3A%2F%2Fwww.climalteranti.it%2F2010%2F01%2F27%2Fla-comune-dimensione-etica-dei-cambiamenti-climatici%2F">ShareThis</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>2012, fine del mondo o della scienza?</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jan 2010 20:42:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Climalteranti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Catastrofismo]]></category>

		<category><![CDATA[cinema]]></category>

		<category><![CDATA[2012]]></category>

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		<description><![CDATA[La pseudo-teoria di origine astronomica della fine del mondo il 21 dicembre 2012 non ha alcun fondamento scientifico; viceversa, i parametri orbitali del pianeta hanno avuto un’influenza enorme sul clima del passato.
.
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>La pseudo-teoria di origine astronomica della fine del mondo il 21 dicembre 2012 non ha alcun fondamento scientifico; viceversa, i parametri orbitali del pianeta hanno avuto un’influenza enorme sul clima del passato.</em></p>
<p style="line-height: 150%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>È uscito nei mesi scorsi il pubblicizzato film catastrofista <a href="http://www.whowillsurvive2012.com/" target="_blank">2012</a>. Il film narra di un’improvvisa esplosione sulla superficie solare che, innescando delle reazioni a catena nel sottosuolo terrestre, provoca una completa ridistribuzione delle terre emerse con una conseguente serie di cataclismi che porta alla quasi completa scomparsa dell’umanità…</p>
<p style="line-height: 120%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 5px; float: left;" src="http://www.climalteranti.it/uploads/20100120/1.jpg" alt="" width="287" height="399" />Gli eventi narrati nel film 2012 sono ispirati all’antico calendario Maya che, ideato circa 2500 anni fa, è basato su antiche teorie astronomiche ed è imperniato su un ciclo di 5125 anni che terminerà il <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/2012_Doomsday_prediction" target="_blank">21 Dicembre 2012</a>. Di qui è nata tutta una serie di speculazioni di origine prettamente new age relative ad un’associata serie di cataclismi naturali che porterebbero in breve alla fine del mondo.<br />
Dal punto di vista dell’intrattenimento il film ripaga tutte le aspettative e permette di passare due ore abbondanti di fronte a quello che è probabilmente il più avanzato stato dell’arte negli effetti speciali. Tuttavia, come è facile immaginare per una produzione di questo tipo, i complimenti non possono che fermarsi qui. E forse non vale neppure la pena cominciare a snocciolare tutte le bufale scientifiche su cui il film è imperniato.<br />
L’inconsistenza scientifica della teoria della “fine del mondo nel 2012” (come discusso anche in una <a href="http://channel.nationalgeographic.com/episode/2012-countdown-to-armageddon-4438#tab-Overview" target="_blank">recente produzione</a> del National Geographic non le ha impedito di divenire un “caso” di successo, complici anche trasmissioni televisive di dubbia qualità che usano mescolare un po’ di terminologia scientifica con la misteriologia, nelle quali si approfondiscono pseudoscientificamente discorsi di alieni, cerchi di grano e i misteri delle tombe egizie. Programmi quali <a href="http://www.tv.mediaset.it/italia1/mistero/" target="_blank">Mistero</a> e <a href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/voyager-il-divulgatore-di-stronzate-nel-senso-di-frankfurt/" target="_blank">Voyager</a> , veri e propri mezzi di disinformazione di massa, che purtroppo sfruttano e sviluppano l’analfabetismo scientifico così diffuso nel nostro paese.<span id="more-223"></span></p>
<p style="line-height: 130%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 5px; float: left;" src="http://www.climalteranti.it/uploads/20100120/2.jpg" alt="" width="248" height="354" />L’intrattenimento catastrofista funziona, ed è probabilmente uno dei business piú fiorenti di Hollywood. Si ricorda sicuramente il film “<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/The_Day_After_Tomorrow" target="_blank">The day after tomorrow</a>” nel quale si narrava di un improvviso arresto della circolazione oceanica innescato dal riscaldamento globale, il quale portava il pianeta nel bel mezzo di una nuova era glaciale nel giro di qualche giorno. Seppur ispirato alle teorie del famoso paleoceanografo <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Wallace_S._Broecker" target="_blank">Wally Broecker</a>, la possibilità di un arresto repentino della corrente oceanica dovuta al riscaldamento globale è oggi ritenuta <a href="http://www.ipcc.ch/publications_and_data/publications_ipcc_fourth_assessment_report_synthesis_report.htm" target="_blank">improbabile</a>. Il quarto rapporto IPCC indica piuttosto che “La circolazione termoalina dell’Oceano Atlantico, che insieme alla Corrente del Golfo è responsabile del clima mite alle alte latitudini dell’Europa occidentale, potrebbe rallentare nel XXI secolo a causa delle emissioni antropogeniche dei gas serra”.<br />
Se vogliamo, una ricaduta positiva di questo film può essere che da allora un larghissimo pubblico è divenuto improvvisamente consapevole dell’esistenza e dell’importanza della circolazione oceanica per il clima terrestre. Tant’è che non passa conferenza pubblica sul clima in cui al relatore non venga puntualmente chiesto se un evento di questo tipo possa essere possibile o meno. È plausibile dunque che, anche nel caso del film 2012, non tutto il male possa venir per nuocere?<br />
La risposta non è facile: da una lato questi film fanno pensare al fatto che il mondo potrebbe cambiare, divenendo molto diverso da come lo conosciamo. Dall’altro l’allarmismo catastrofista non permette di percepire correttamente il necessario senso di urgenza e di importanza della questione climatica. L’allarmismo catastrofista non può che far pensare alla favola di Esopo, nella quale il continuo allarme per l’arrivo del lupo fa abbassare la soglia di attenzione; un atteggiamento controproducente, perché provoca paura ma anche senso di impotenza, rassegnazione e alla lunga disinteresse.</p>
<p style="line-height: 120%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>Invece dunque che concentrasi sugli errori, del film 2012, è forse più interessante provare a fare il “gioco” inverso rispetto a quello abituale, ovvero di vedere quali spunti ispiranti il film 2012 possano essere realmente riconducibili ad aspetti scientifici. Se ovviamente i vari scenari climatici non prevedono nulla di particolare per il 2012 (si, l’IPCC fallirebbe completamente nel prevedere la fine del mondo…), è forse più interessante cercare di ricostruire cosa possa essere eventualmente accaduto dal punto di vista climatico all’inizio di questo ciclo astronomico (ovvero alla fine dell’ultimo) 5122 anni fa….circa. Per compiere quest’indagine abbiamo a disposizione un numero sorprendente di tracce che ci sono pervenute dal passato.<br />
All’inizio del secolo scorso, sul fondo del lago Tahoe in Sierra Nevada, si scoprono dei <a href="http://www.escholarship.org/uc/item/4s95f878" target="_blank">tronchi d’albero sommersi</a> che, datati attraverso l’analisi del carbonio 14, rivelano un’età di circa 5000 anni. Nel 1991, dai ghiacciai in ritiro delle Alpi Tirolesi, emerge il corpo mummificato di Otzi, l’<a href="http://geog-www.sbs.ohio-state.edu/courses/g820.01/sp06/alpine_iceman.pdf" target="_blank">Iceman</a> la cui età risulta di circa 5000 anni. Nel 2002, a Quelccaya nel sud del Perú, emergono dalla calotta di ghiaccio in ritiro delle <a href="http://geog-www.sbs.ohio-state.edu/courses/g820.01/sp06/alpine_iceman.pdf" target="_blank">piante</a> ancora radicate al suolo e perfettamente conservate che rivelano un’età di circa 5000 anni. E proprio circa 5000 anni fa il Sahara, da ampia distesa verdeggiante che era, si trasforma rapidamente nel deserto che <a href="http://www.sciencedirect.com/science?_ob=ArticleURL&amp;_udi=B6VBC-40378TB-S&amp;_user=10&amp;_rdoc=1&amp;_fmt=&amp;_orig=search&amp;_sort=d&amp;_docanchor=&amp;view=c&amp;_searchStrId=1112786545&amp;_rerunOrigin=scholar.google&amp;_acct=C000050221&amp;_version=1&amp;_urlVersion=0&amp;_userid=10&amp;md5=ec0f47f05849d6046adc9644d38665d6" target="_blank">conosciamo</a>. La serie di avvenimenti riconducibile ad un brusco avvenimento avvenuto intorno a 5000 anni fa non finisce qui ed un vasto elenco, ancorché non esaustivo, è riportato <a href="http://botany.uibk.ac.at/downloads/magny2.pdf" target="_blank">qui</a>.<br />
La causa di quello che è accaduto 5000 anni fa è dibattuta e non esiste ancora una spiegazione convincente. A causa del ciclo di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Milankovitch_cycles" target="_blank">precessione</a> di 26000 anni dell’asse terrestre, durante la prima parte dell’Olocene (iniziato circa 11000 anni fa), l’emisfero nord era soggetto ad un irraggiamento solare estivo maggiore rispetto all’emisfero sud e viceversa durante la seconda parte. A metà dell’Olocene (5000-6000 anni fa) si è dunque assistito ad un periodo di transizione in cui i due emisferi sono stati irraggiati dal sole in maniera pressoché identica. In questa breve fase le fasce climatiche terrestri (temperata e tropicale) potrebbero essersi ridistribuite in seguito alla migrazione verso sud della <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Intertropical_Convergence_Zone" target="_blank">zona di convergenza intertropicale</a>.<br />
L’idea generale che sta emergendo è che 5000 anni fa sia avvenuta un rapido cambiamento climatico che, invece di provocare una marcata variazione globale della temperatura, ha piuttosto ridistribuito le precipitazioni sul globo terrestre. Tuttavia, una causa unicamente di tipo orbitale non spiega la rapidità di quest’evento climatico che potrebbe dunque essere stato amplificato da processi di feedback a carattere regionale (si veda per esempio <a href="http://www.sciencedirect.com/science?_ob=ArticleURL&amp;_udi=B6VBC-40378TB-S&amp;_user=10&amp;_rdoc=1&amp;_fmt=&amp;_orig=search&amp;_sort=d&amp;_docanchor=&amp;view=c&amp;_searchStrId=1112786545&amp;_rerunOrigin=scholar.google&amp;_acct=C000050221&amp;_version=1&amp;_urlVersion=0&amp;_userid=10&amp;md5=ec0f47f05849d6046adc9644d38665d6" target="_blank">qui</a>). In ogni caso questo rapido evento nel bel mezzo dell’Olocene sta cominciando a minare il concetto, largamente accettato, che l’Olocene sia stato un periodo relativamente stabile dal punto di vista climatico.</p>
<p align="center"><a href="http://scientilla.files.wordpress.com/2009/11/calendario_solar_maya1.jpg" target="_blank"><img src="http://www.climalteranti.it/uploads/20100120/3.jpg" alt="" width="395" height="391" /></a></p>
<p>A questo punto ci si potrebbe chiedere se i Maya, avendo ideato il loro calendario astronomico ben 2500 anni dopo questo rapido evento, abbiano magari potuto predire a posteriori questo cambiamento climatico di origine orbitale. Ci si può anche chiedere se i Maya, grazie al loro persistente e diretto contatto con il sistema naturale, avessero magari potuto sviluppare delle raffinate conoscenze andate poi perdute…. conoscenze difficili da recuperare a causa del nostro sempre maggiore distacco dalla realtà naturale, un isolamento che nella maggior parte dei casi ci preclude perfino la semplice osservazione del cielo stellato. In ogni caso, pur se gli archeologi e gli antropologi hanno mostrato la complessità delle conoscenze della civiltà Maya, le conoscenze attuali sono incomparabilmente superiori. E se da un lato questo ci rassicura su presunti effetti catastrofici, derivati ad esempio dall’allineamento dei pianeti, dall’altro ci mostra come gli effetti dei cambiamenti climatici in atto possono essere pericolosi.</p>
<p style="line-height: 120%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>In conclusione, non vale proprio la pena trattenere il fiato per l’improbabile imminente distruzione del pianeta nel 2012 dovuta alle forze del cosmo; conviene piuttosto concentrarsi sui molto più probabili danni che provocheranno gli esseri umani continuando ad emettere i gas serra in atmosfera.</p>
<p style="line-height: 200%; margin-top: 6; margin-bottom: 6"><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>Testo di Paolo Gabrielli e Stefano Caserini</p>
<p><a href="http://sharethis.com/item?&wp=2.5.1&amp;publisher=98de5fed-88fc-4607-8aca-8211aa9997dd&amp;title=2012%2C+fine+del+mondo+o+della+scienza%3F&amp;url=http%3A%2F%2Fwww.climalteranti.it%2F2010%2F01%2F20%2F2012-fine-del-mondo-o-della-scienza%2F">ShareThis</a></p>]]></content:encoded>
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