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	<description>Notizie e approfondimenti sul clima che cambia</description>
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		<title>La grande sete</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 13:13:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Climalteranti</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Recensione]]></category>
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		<description><![CDATA[Tra cambiamenti globali e ragioni locali, la risorsa acqua è minacciata. Il libro La grande sete tratta un tema chiave per l’adattamento e per la sopravvivenza della specie umana. È una lettura istruttiva il nuovo libro di Charles Fishman, La grande sete (The Big Thirst: The Secret Life and Turbulent Future of Water, 2011,  edito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Tra cambiamenti globali e ragioni locali, la risorsa acqua è minacciata. Il libro <a href="http://www.egeaonline.it/editore/catalogo/GRANDE_SETE_LA.aspx" target="_blank">La grande sete</a> tratta un tema chiave per l’adattamento e per la sopravvivenza della specie umana.</em></p>
<p><img class="alignright" style="margin: 2px; float: right;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Febbraio%202011/lb.jpg" alt="" width="288" height="408" />È una lettura istruttiva il nuovo libro di Charles Fishman, <a href="http://www.egeaonline.it/editore/catalogo/GRANDE_SETE_LA.aspx" target="_blank">La grande sete</a> (<em><a href="http://www.thebigthirst.com/" target="_blank">The Big Thirst: The Secret Life and Turbulent Future of Water</a>, 2011,  </em>edito in Italia da <a href="http://www.egeaonline.it/" target="_blank">Egea</a><em>, € 28</em>). Dopo <em><a href="http://www.ibs.it/code/9788842813644/pearce-fred/pianeta-senz-acqua.html" target="_blank">Un pianeta senz’acqua</a></em> di Fred Pearce (Il Saggiatore, 2006), un nuovo libro di scottante attualità ci mette di fronte alla crisi dell’acqua, al suo recente acuirsi ed ai suoi possibili sviluppi futuri. Il cambiamento climatico e lo spregiudicato utilizzo della risorsa idrica da parte dell’uomo sono i principali colpevoli.<br />
L’autore, dopo un’introduzione generale sull’acqua, le sue proprietà, la sua distribuzione sul globo, si focalizza su casi di studio recenti, negli Stati Uniti, in Australia, in Asia.<br />
Con linguaggio semplice e comprensibile, supportato da dati, cifre, interviste ed una <a href="http://www.thebigthirst.com/wp-content/uploads/2011/04/Fishman_footnotes.pdf" target="_blank">vastissima bibliografia</a>, Fishman ci guida nell’esplorazione del pianeta acqua, del suo uso e spreco, per scopi irrigui, industriali, civili.<br />
La tesi di Fishman è chiara: l’acqua è un bene universale, di cui tutti siamo proprietari; tuttavia la società la spreca. L’acqua non è scarsa sul pianeta, ma la sua disomogenea distribuzione geografica, la diminuzione delle piogge in aree tropicali densamente popolate e le scelte politiche ed economiche portano ad enormi sperequazioni nella disponibilità idrica.<br />
Nel deserto di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Las_Vegas" target="_blank">Las Vegas</a>, le <a href="http://www.snwa.com/assets/pdf/wr_plan.pdf" target="_blank">autorità lottano contro lo spreco dell’acqua</a>, per gli alberghi, le piscine, i giochi d’acqua, i campi da golf, mentre il <a href="http://www.usbr.gov/lc/region/g4000/hourly/mead-elv.html" target="_blank">lago Mead</a> scende pericolosamente. Nel periodo 2000-2010 infatti le precipitazioni sul bacino del lago sono diminuite drasticamente, tanto da ridurre l’invaso a metà del suo volume.<br />
In Australia è possibile morire <a href="http://www.theage.com.au/news/National/How-a-desert-claimed-two-illprepared-travellers/2005/04/12/1113251629492.html" target="_blank">di sete nel deserto dell’Outback</a> se le scorte d’acqua sono insufficienti, mentre milioni di litri di <a href="http://www.earthsystems.com.au/mapwater/water_map.htm" target="_blank">acqua vengono utilizzati</a>, per coltivare riso, ma anche per irrigare campi da golf. Ma l’ultima decade ha visto una siccità record <em>(Big dry</em>), tanto da svuotare tutti i serbatoi del <em>Queensland</em>, imponendo politiche di gestione dell’acqua più rispettose.<span id="more-1585"></span><br />
Fishman ci porta in India, dove l’acqua viene adorata, ma non rispettata. I fiumi sacri <a href="http://fore.research.yale.edu/information/Yamuna/Current_Condition_of_Yamuna_River.pdf" target="_blank">sono inquinati a livelli record</a>, <a href="http://books.google.it/books?id=3lsq6f0PNgcC&amp;pg=PR5&amp;lpg=PR5&amp;dq=looking+back+to+change+track&amp;source=bl&amp;ots=tH_xhxGCmy&amp;sig=sVW4GLQl_tfZsfnJcU3DmzyL7fY&amp;hl=it&amp;sa=X&amp;ei=QR0oT6pXy9vhBLKk8bYD&amp;ved=0CDsQ6AEwAw#v=onepage&amp;q=looking%20back%20to%20change%20track&amp;f=false" target="_blank">l’efficienza di irrigazione è così bassa</a> che quasi il 60% dell’acqua del paese viene sprecata, mentre la rete idrica nelle città fornisce acqua per poche ore al giorno. Nel frattempo, gli studiosi prevedono che due terzi del subcontinente indiano diventeranno sempre più aridi in futuro.<br />
Nell’<a href="http://www.google.it/search?hl=it&amp;q=taglialatela+giovanni+italian+water+sector&amp;meta=&amp;rlz=1I7SUNC_itUS410" target="_blank">introduzione all’edizione Italiana</a>, Fishman riporta una analisi dei <a href="http://www.globalpost.com/dispatch/italy/101108/bottled-water-tap-water" target="_blank">consumi di acqua minerale in bottiglia nella penisola</a>, contraddittoria e costosa, quando l’acqua pubblica possiede standard di qualità elevati.<br />
L’acqua viene quindi usata in quantità enormi, senza riguardo per il suo valore, per i costi economici, sociali ed ambientali, ne per la sua scarsità incipiente.<br />
Ma i nodi stanno venendo al pettine. Il cambiamento climatico nelle ultime decadi ha ridotto le piogge nei climi aridi e incrementato i <a href="http://www.waterforgood.sa.gov.au/rivers-reservoirs-aquifers/river-murray/drought-in-the-murray-darling-basin/" target="_blank">fenomeni di siccità</a>, le temperature crescenti sottraggono tramite evaporazione quantità enormi di acqua dai <a href="http://ecocentric.blogs.time.com/2011/02/10/climate-a-new-study-finds-that-global-warming-could-dry-out-the-southwest/" target="_blank">serbatoi</a>, e possono impattare sulla <a href="http://www.aboutrice.com/downloads/AustralianRiceGrowers_greenhouseChallenge.pdf" target="_blank">resa delle colture</a>. Colture una volta sostenibili in aree inospitali non lo sono più, o non lo saranno presto.<br />
Fishman ci spiega come il <a href="http://www.energy.ca.gov/2009publications/CEC-500-2009-032/CEC-500-2009-032-F.PDF" target="_blank">basso costo dell’acqua</a> nel mondo occidentale, un fatto apparentemente virtuoso per il consumatore, sia in realtà fuorviante. Il basso costo genera un’impressione di scarso valore, che giustifica sprechi ed inefficienze.<br />
Fishman illustra, tramite l’esempio dei <a href="http://www.dubaifaqs.com/dubai-fountain.php" target="_blank">flussi laminari</a>, come l’attenzione per l’acqua possa portare a risultati straordinari, mentre ironizza su prodotti tecnologici, come la <em>app</em> di iPhone  “<a href="http://foware.com/" target="_blank">Water your body</a>”, che indica quando si deve bere, come se il nostro corpo non avesse già un ottimo sistema di allarme per la disidratazione: la sete.<br />
Ma il messaggio finale di Fishman è ottimistico; il problema dell’acqua, a differenza di altri, come il <em>global change</em>, o la crisi economica, è, almeno in prima approssimazione, locale, ed ognuno di noi può fare qualcosa per risolverlo.<br />
Il libro di Fishman è, da un lato, un richiamo etico e morale alla riscoperta del valore inestimabile della risorsa acqua, indispensabile alla vita e, dall’altro una lucida analisi della follia idrovora dell’uomo, non più sostenibile di fronte alle condizioni climatiche presenti ed attese in futuro.<br />
Serve un cambiamento significativo nell’approccio all’uso dell’acqua, basato sulla consapevolezza della sua limitatezza e delle sue modifiche nell’era del cambiamento climatico. Senza tale cambiamento, le disuguaglianze sociali ed economiche legate alla sperequazione idrica potrebbero portare a conseguenze drammatiche.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Testo di <a href="http://www.climalteranti.it/info/daniele-bocchiola/" target="_blank">Daniele Bocchiola</a></p>
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		<title>In inverno può fare molto freddo</title>
		<link>http://www.climalteranti.it/2012/01/30/in-inverno-puo-fare-molto-freddo/</link>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 22:19:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Climalteranti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Anomalie]]></category>
		<category><![CDATA[Meteorologia]]></category>
		<category><![CDATA[Temperature]]></category>
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		<description><![CDATA[Ancora un volta, è meglio ribadire che il freddo e la neve di questi e dei prossimi giorni non sono in alcun modo in contraddizione con il riscaldamento globale in corso. Anche in un mondo che si sta surriscaldando, d’inverno possono esserci giorni freddi. &#160; I giorni 30-31 gennaio e 1 febbraio sono chiamati &#8220;i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Ancora un volta, è meglio ribadire che il freddo e la neve di questi e dei prossimi giorni non sono in alcun modo in contraddizione con il riscaldamento globale in corso. Anche in un mondo che si sta surriscaldando, d’inverno possono esserci giorni freddi.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 4px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Gennaio%202011/bvr.jpg" alt="" width="275" height="350" /></p>
<p>I giorni 30-31 gennaio e 1 febbraio sono chiamati &#8220;i giorni della merla&#8221; e sono considerati di solito i più freddi dell&#8217;anno; si tratta di una tradizione popolare molto forte specie nel centro nord, basata su una esperienza di generazioni; quest&#8217;anno questi giorni e i successivi saranno effettivamente caratterizzati da molto freddo su una grande parte dell’Italia e su quasi tutta l’Europa.<br />
Grazie ai progressi della <a href="http://magazine.linxedizioni.it/2012/01/17/la-scienza-del-meteo/" target="_blank">scienza del meteo</a> le <a href="http://www.meteociel.fr/modeles/ecmwf.php" target="_blank">mappe previsionali</a> attuali di diversi modelli previsionali (qui sono disponibili quelle aggiornate)  sono piuttosto concordi  nell’indicare nei primi giorni di febbraio una situazione retrograda della circolazione atmosferica, con flusso diretto di aria continentale artica siberiana molto secca e gelida, che percorrerà migliaia di km da nord-est verso sud-ovest sul territorio eurasiatico, partendo praticamente dalla Mongolia.<br />
Se questa previsione dovesse risultare corretta, l&#8217;irruzione  di questa massa d&#8217;aria sul territorio italiano ed il suo scontro con quella calda e umida del Mediterraneo provocherà la formazioni di depressioni sul Mediterraneo con maltempo e nevicate soprattutto al centro-sud, fino in pianura, soprattutto sulle regioni adriatiche, in prossimità dei rilievi appenninici, e sul Lazio, le quali, viste le temperature molto rigide, potrebbero apportare accumuli di neve anche consistenti nelle città di pianura, con possibilità di gelate estese, creando notevoli disagi. Si registreranno temperature minime molto rigide, vicine ai record del dicembre 2009, forse sfiorando i valori di altre <a href="http://www.youtube.com/watch?v=Aj0FaUqF4Ys" target="_blank">annate storiche come quella del 1991</a> o la meno nota ma pure intensa ondata di <a href="http://www.youtube.com/watch?v=opRYpRXTr08" target="_blank">gelo del gennaio 1979</a>. Per un aggiornamento in tempo reale sul tempo dei prossimi giorni, si consiglia comunque di informarsi presso i siti dei centri meteo più vicini, le ARPA, il <a href="http://www.meteoam.it/">servizio meteorologico nazionale</a> o la<a href="http://www.nimbus.it/"> SMI</a>.<span id="more-1527"></span></p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 3px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Gennaio%202011/trrr.jpg" alt="" width="345" height="300" /></p>
<p>Al momento non pare ci possano essere le condizioni per il verificarsi di ondate di gelo storiche paragonabili,  soprattutto per durata, con quelle del 1929 e del 1956.  In quelle occasioni le ondate di gelo durarono per gran parte dell’inverno (vedasi per esempio <a href="http://www.nimbus.it/meteoshop/VediLibro.asp?IdArticolo=559&amp;IdPag=%3CBR%3E" target="_blank">le cronache dei grandi inverni a Modena</a>)  mentre quest’anno il freddo arriva dopo un inverno mite e siccitoso. Tuttavia non è da escludere che con l&#8217;innevamento al suolo, il conseguente <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Albedo" target="_blank">effetto albedo</a>  e le forti inversioni termiche  si possano localmente avvicinare o battere record storici di temperature minime.</p>
<p>Oggi le informazioni meteo disponibili sono molto più accurate di un tempo, quando la previsione meteo era basata principalmente sul metodo sinottico e i modelli operativi erano ai primi passi; nonostante questo, anche allora si potevano fare previsioni con un elevato livello di professionalità, come quella del gen. Andrea Baroni per l’ondata di gelo del 1985 mostrata in questo video.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: x-small;"><em>Neve prevista. Emissione di COSMO-LEPS del 29/1/2012. Neve cumulata dalle 12 del  2/2 alle 12 del 3/2. Probabilità di superamento di1 cm/ 24 ore</em></span><br />
<span style="font-size: x-small;"> <em> [fonte ARPA-SIMC 2012]</em></span></p>
<p style="text-align: center;"><!-- Added by Smart Youtube @ www.prelovac.com --><span class="youtube"><object width="425" height="355" type="application/x-shockwave-flash" data="http://www.youtube.com/v/PeBDzlH_drE&amp;rel=1&amp;color1=3a3a3a&amp;color2=999999&amp;border=0"> <param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/PeBDzlH_drE&amp;rel=1&amp;color1=3a3a3a&amp;color2=999999&amp;border=0" /><param name="wmode" value="transparent" /></object></span></p>
<p>Tornando ai giorni della merla, è interessante notare che questi non sono in effetti nemmeno in media i più freddi dell&#8217;anno nel nord Italia (vedi per esempio <a href="http://www.3bmeteo.com/news-meteo/giorni+della+merla-+sono+i+giorni+piu-+freddi--51373" target="_blank">qui</a>) ma piuttosto lo sono nel centro sud; questo potrebbe (il condizionale è d&#8217;obbligo) indicare una mutazione climatica avvenuta negli ultimi secoli; d&#8217;altronde il fatto che i giorni della merla e le leggende che ne parlano abbiano una quota di incertezza (la leggenda ha varie versioni proprio per far fronte a questa incertezza) è collegato con la differenza fra clima e tempo meteorologico, ma noi possiamo collegare il verificarsi di episodi di gelo in questo periodo con la fusione dei due anticicloni principali dell&#8217;Europa occidentale, quello siberiano e quello delle Azzorre. Quando questo fenomeno si verifica si stabilisce una sorta di barriera alle perturbazioni umide provenienti dall&#8217;Atlantico con discesa di aria fredda dalle zone siberiane.</p>
<p><img class="alignright" style="margin: 1px; float: right;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Gennaio%202011/treg.jpg" alt="" width="351" height="492" />Ancora una volta, è il caso di ricordare che la presenza di un’irruzione di aria artica sul nostro territorio durante qualche giorno d’inverno, anche se molto intensa quale si prospetta nei prossimi giorni, si verifica normalmente almeno una volta all’anno, e non rappresenta un motivo di dubbio nei confronti del riscaldamento globale. Si tratta infatti di due cose diverse, da una parte esistono gli eventi meteorologici, che riguardano una piccola parte del pianeta, e talora sono compensati da eventi di tipologia opposta in altriluoghi o in altri momenti dello stesso anno; dall’altra invece si considera il clima dell’intero globo terracqueo, che rappresenta la media degli eventi meteorologici a grande scala e su un periodo di almeno trent’anni.. Infatti alcuni meteorologi e climatologi dicono  “<a href="http://www.ucar.edu/learn/1_2_1.htm" target="_blank">climate is what you expect, weather is what you get</a>” (cfr <a href="http://en.wikiquote.org/wiki/Robert_A._Heinlein" target="_blank">Robert Heinlein</a>), ovvero il clima è ciò che ci si aspetta e il tempo ciò che si prende (<a href="http://www.youtube.com/watch?v=iWSISIaIek4" target="_blank">qui</a> un semplice esempio giocando a dadi). Usare il tempo meteorologico di un singolo evento per inferire il clima ha lo stesso significato di chi, basandosi sui dati di vendita dei prodotti di un singolo contadino, volesse dedurre l’andamento del mercato globale. Il riscaldamento globale è inequivocabile, dimostrato da tante e diverse serie di dati (vedi <a href="http://www.skepticalscience.com/translation.php?a=11&amp;l=17" target="_blank">qui</a>, <a href="http://www.climalteranti.it/2011/11/03/ecco-perche-il-riscaldamento-globale-non-si-e-fermato/" target="_blank">qui</a> e <a href="http://www.climalteranti.it/2011/12/29/come-smascherare-il-trend-nascosto-dalla-variabilita-climatica/" target="_blank">qui</a>). Una semplice considerazione teorica, inoltre, dimostra come, in presenza di una variazione della distribuzione delle temperature che ne innalzi sia la media sia la varianza, la probabilità di eventi estremi caldi aumenta notevolmente, mentre quella di eventi estremi freddi diminuisce di poco, lasciando quindi ancora spazio al verificarsi di irruzioni fredde (vedi immagine a lato 4° rapporto IPCC).</p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 3px 10px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Gennaio%202011/blugial.jpg" alt="" width="473" height="274" /><img class="alignleft" style="float: left; margin: 3px 10px;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Gennaio%202011/aranc.jpg" alt="" width="473" height="310" />Anche se farà molto freddo, non va dimenticato che siamo pur sempre in inverno e fino a pochi giorni fa le medie delle temperature invernali (dicembre 2011- gennaio 2012 e <a href="http://www.nimbus.it/clima/2011/111201CaldoAutunnoNW.htm" target="_blank">autunno 2011</a>) delle temperature su Nord e centro Italia erano caratterizzate da un&#8217;anomalia positiva clamorosa notevole che ha riguardato gran parte dell’Europa continentale con valori di oltre3°C rispetto alla media del trentennio 1981-2010, mentre l’Italia ha fatto risultare anomalie comprese tra qualche decimo di grado all’estremo sud e quasi2°C sulle Alpi. Probabilmente, quest&#8217;ondata di gelo smorzerà un po&#8217; questa anomalia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Infine, non va dimenticato che è oggetto di dibattito scientifico quanto le anomalie bariche che provocano questi episodi di freddo intenso sia legate alla fusione dei ghiacci artici provocata proprio dal riscaldamento globale, <a href="http://www.climalteranti.it/2011/01/22/inverni-rigidi-e-riscaldamento-globale-dallabc-allo-stato-dellarte/" target="_blank">come già spiegato qui</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In conclusione, si può affermare con sicurezza che il freddo e la neve di questi giorni non sono in alcun modo in contraddizione con il riscaldamento globale in corso. Chi quindi intende riproporre battute ironiche sull’inesistenza del riscaldamento globale, è pregato almeno di provare a trovarne di nuove rispetto a quelle già sentite e viste negli ultimi inverni freddi, mostrate qui sotto</p>
<p><img class="alignleft" style="float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Gennaio%202011/stop.jpg" alt="" width="205" height="154" /><img class="alignnone" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Gennaio%202011/fumettoneve.jpg" alt="" width="373" height="152" /></p>
<p><img class="alignleft" style="float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Gennaio%202011/ecco.jpg" alt="" width="398" height="186" /><img class="alignnone" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Gennaio%202011/eloch.jpg" alt="" width="192" height="189" /></p>
<p><img style="margin: 2px;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Gennaio%202011/incontrorinv.jpg" alt="" width="351" height="249" /><img style="margin: 2px;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Gennaio%202011/puppazzo.jpg" alt="" width="214" height="250" /></p>
<p>Testo di <a href="http://www.climalteranti.it/info/carlo-cacciamani/" target="_blank">Carlo Cacciamani</a>, <a href="http://www.climalteranti.it/info/simone-casadei/" target="_blank">Simone Casadei</a>, <a href="http://www.climalteranti.it/info/stefano-caserini/" target="_blank">Stefano Caserini</a>, <a href="http://www.climalteranti.it/info/claudio-cassandro/" target="_blank">Claudio Cassardo</a>, <a href="http://www.climalteranti.it/info/claudio-della-volpe/" target="_blank">Claudio Della Volpe</a>, <a href="http://www.climalteranti.it/info/luca-lombroso/" target="_blank">Luca Lombroso</a></p>
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		<title>I rischi per l&#8217;acqua delle Alpi</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 18:33:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Climalteranti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Acqua]]></category>
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		<description><![CDATA[L’impatto dei cambiamenti climatici sulla disponibilità della risorsa acqua è una minaccia per la regione alpina e richiede una nuova impostazione nella gestione dell’&#8221;oro blu&#8221;. . L’Organizzazione Internazionale per la Protezione delle Alpi, CIPRA, ONG impegnata per lo sviluppo sostenibile delle Alpi ha presentato nel dicembre scorso una relazione (serie COMPACT) relativa all&#8217;impatto del cambiamento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>L’impatto dei cambiamenti climatici sulla disponibilità della risorsa acqua è una minaccia per la regione alpina e richiede una nuova impostazione nella gestione dell’&#8221;oro blu&#8221;.</em></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 3px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Gennaio%202011/mont.jpg" alt="" width="340" height="230" /></p>
<p>L’<a href="http://www.cipra.org/it/alpmedia/dossiers/23" target="_blank">Organizzazione Internazionale per la Protezione delle Alpi</a>, CIPRA, ONG impegnata per lo sviluppo sostenibile delle Alpi ha presentato nel dicembre scorso una relazione (serie <a href="http://www.cipra.org/it/cc.alps/risultati/compacts" target="_blank">COMPACT</a>) relativa all&#8217;impatto del cambiamento climatico sulla disponibilità di acqua nei territori Alpini. Proviamo a confrontarne qui le previsioni con quelle relative alle Alpi italiane.</p>
<p>Lo studio CIPRA riassume lo stato delle conoscenze scientifiche, l’indicazione misure politiche, strumenti ed esempi concreti di buone pratiche, con particolare attenzione alla gestione dei serbatoi idro-elettrici.  A proposito degli effetti del cambiamento climatico sulla risorsa idrica, il paragrafo 3.2 dello studio recita:<br />
“Secondo i dati dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (<a href="http://www.eea.europa.eu/publications/alps-climate-change-and-adaptation-2009" target="_blank">EEA, 2009a</a>) e del <a href="http://www.alpconv.org/documents/Permanent_Secretariat/web/RSAII/20090625_RSA_II_long.pdf" target="_blank">Segretariato Permanente della Convenzione delle Alpi (2009)</a>, la regione alpina ha visto un aumento di temperatura di +2°C nel ventesimo secolo, più del doppio di quello dell’emisfero settentrionale e due volte la media europea. Un ulteriore aumento di 2.6°-3.9°C e atteso entro la fine del corrente secolo, nuovamente di molto superiore rispetto all’andamento previsto su scala continentale (EEA, 2009a). Unitamente a variazioni nell’andamento stagionale delle temperature, i modelli previsionali ipotizzano una diminuzione delle precipitazioni totali e un’accresciuta frequenza di eventi eccezionali (periodi di siccità, alluvioni, ecc.).<span id="more-1497"></span><br />
Durante questo secolo, l’impatto dei cambiamenti climatici sull’idrologia alpina sarà notevole: si prevede una diminuzione delle precipitazioni variabile tra l’1 e l’11 %, mentre i periodi siccitosi estivi (almeno 5 giorni consecutivi senza precipitazioni) aumenteranno del 36 %, con incrementi relativamente superiori nelle Alpi settentrionali, attualmente meno interessate dal fenomeno. Le precipitazioni nevose subiranno un drastico ridimensionamento: del 40 % nei versanti settentrionali e del 70% in quelli meridionali (EEA, 2009a). Secondo <a href="http://www.oecd.org/dataoecd/1/13/37805798.pdf" target="_blank">Beniston (2006)</a> la combinazione di temperature più alte e variazioni nella distribuzione stagionale delle precipitazioni determinerà conseguenze molto accentuate sulle portate dei corsi d’acqua. Una minor quantità di neve associata a maggiori piogge durante l’inverno determinerà un consistente aumento delle portate invernali (fino al 19%) e una corrispondente diminuzione di quelle primaverili (meno 17 %) e soprattutto estive (le previsioni parlano di una riduzione del 55% nelle Alpi centrali e meridionali entro il 2100). Il Ministero dell’Ambiente tedesco prevede dati leggermente diversi: valori totali annuali simili agli attuali, con consistenti variazioni stagionali: aumento dal 15 al 30 % in inverno, dal 23 al 24 % in primavera, diminuzione dal 36 al 39 % in estate e dall’1 al 15 % in autunno (<a href="http://www.alpconv.org/documents/Permanent_Secretariat/web/library/klimawandel_bmu_en.pdf" target="_blank">BMU, 2007</a>).<br />
Nel breve periodo questi cambiamenti possono essere compensati dallo scioglimento dei ghiacciai e del permafrost. Nel lungo periodo vi é invece preoccupazione per la persistenza di queste fondamentali riserve d’acqua. I ghiacciai hanno perso il 20-30 % del loro volume dal 1980; i picchi di temperatura della sola annata 2003 hanno causato una diminuzione del 10% nella loro massa. Secondo <a href="http://www.zora.uzh.ch/40425/1/Haeberli_Climate_Change_High-mountain_Regions_2010-2.pdf" target="_blank">Haeberli (2009)</a> la superficie dei ghiacciai potrebbe ridursi entro il 2050 di una quota variabile tra il 50 ed il 75 %.</p>
<p>È lecito chiedersi se tale situazione riguarda anche l’Italia. Studi recenti mostrano come l’incremento della temperatura globale e nell’arco Alpino e delle diminuite precipitazioni nevose negli ultimi 50 anni abbia comportato una diminuzione areale dei ghiacciai delle Alpi stesse fino al 50% in alcuni casi  (<em>p.es.</em> <a href="http://www.springerlink.com/content/w643887326q21376/" target="_blank">Bocchiola e Diolaiuti, 2010</a>; <a href="http://ppg.sagepub.com/content/35/2/161.abstract" target="_blank">Diolaiuti et al., 2011</a>; in stampa).</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" style="margin: 1px; float: centre;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Gennaio%202011/gra.jpg" alt="" width="616" height="268" /></p>
<p align="center">Figura 1. Cambiamenti nella distribuzione stagionale delle precipitazioni nelle Alpi (da <a href="http://www.oecd.org/dataoecd/1/13/37805798.pdf" target="_blank">Beniston, 2006</a>)</p>
<p> <img class="alignnone" style="margin: 1px; float: centre;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Gennaio%202011/grf.jpg" alt="" width="400" height="250" /><img class="alignleft" style="margin: 1px;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Gennaio%202011/bo.jpg" alt="" width="210" height="260" /></p>
<p style="text-align: center;">Figura 2. Asx, gruppi glaciali dell’Adamello Lombardo. A dx Trends annuali  della copertura nivale media annua <em>HS<sub>av</sub></em> per la stazione di Avio, nel gruppo Adamello (1920 m slm),  anomalia invernale (JFM) delle pressioni sull’Atlantico del Nord (Northern Atlantic Oscillation, NAO) e area <em>A<sub>g</sub></em> e volumi stimati <em>V<sub>g</sub></em> dei ghiacciai dell’Adamello (BS) per il periodo 1983-2003 (da: <a href="http://www.springerlink.com/content/w643887326q21376/" target="_blank">Bocchiola e Diolaiuti, 2010</a>).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 1px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Gennaio%202011/bi.jpg" alt="" width="289" height="193" /></p>
<p><img class="alignnone" style="margin: 1px; float: centre;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Gennaio%202011/gi.jpg" alt="" width="353" height="179" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-align: center;">Figura 3. Ghiacciai di Cima  Piazzi (SO). A sx in nero perimetro ed aree relative al 1954 (1 ghiacciaio Cadonnè, 2 ghiacciaio Dosdè, i più grandi del gruppo). A dx Variazione % ΔA dei ghiacciai del gruppo tra l’anno 1954 e l’anno 2003 (da: </span><a style="text-align: center;" href="http://ppg.sagepub.com/content/35/2/161.abstract" target="_blank">Diolaiuti et al., 2011</a><span style="text-align: center;">)</span></p>
<p><img class="alignleft" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Gennaio%202011/lom.jpg" alt="" width="250" height="220" /> <img class="alignnone" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Gennaio%202011/giu.jpg" alt="" width="400" height="250" /></p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-align: center;">Figura 4.Variazioni areali dei ghiacciai Lombardi per il periodo 1992-2003. Asx Distribuzione dei ghiacciai studiati. Dx Variazione areale per classi dimensionali. In: Diolaiuti </span><em style="text-align: center;">et al.</em><span style="text-align: center;">, in press.</span></p>
<p>Gli scenari di precipitazione nivale per il secolo mostrano risultati variabili, ma suggeriscono la forte possibilità di una sostanziale decrescita del manto nivale (<em>e.g.</em> <a href="http://www.nat-hazards-earth-syst-sci.net/title_and_author_search.html?x=0&amp;y=0&amp;author=groppelli" target="_blank">Groppelli <em>et al.</em>, 2011</a>; Soncini e<em> </em>Bocchiola, <a href="http://www.aineva.it/" target="_blank">2011a</a>; <a href="http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0165232X11001133" target="_blank">2011b</a>). Soncini e Bocchiola (2011b) utilizzando le proiezioni fornite dal modello GCM <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Community_Climate_System_Model" target="_blank">NCAR-CCSM3</a>, hanno evidenziato una possibile diminuzione media del manto nivale sulle Alpi italiane fino al 40% ca. da qui al 2060, e fino al 60% ca. entro il 2100. Sebbene l’incertezza di tali proiezioni  le renda notoriamente inaffidabili in senso assoluto, le tendenze delineate sembrano consistenti con quanto evidenziato nel report CIPRA.</p>
<p><img class="alignnone" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Gennaio%202011/cell.jpg" alt="" width="300" height="250" /><img class="alignnone" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Gennaio%202011/ner.jpg" alt="" width="360" height="270" /></p>
<p align="center">Figura 5. Variazioni attese della copertura nivale sulle Alpi italiane entro il 2100 utilizzando gli output del modello GCM NCAR-CCSM3 (da: Soncini e<em> </em>Bocchiola, <a href="http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0165232X11001133" target="_blank">2011b</a>).  A sx, celle di riferimento del GCM. A dx spessore medio del manto nivale (espresso in mm di acqua equivalente, SWE).</p>
<p>Per quanto  concerne le portate nei fiumi Alpini italiani, per esempio Groppelli <em>et al.</em> (2011), studiando il fiume Oglio, bacino Alpino a forte contributo nivale, chiuso al lago d’Iseo (BS), soggetto a regolazione per l’irrigazione delle pianura padana, hanno mostrato come una potenziale variazione delle temperature e precipitazioni possa modificare sensibilmente il ciclo idrologico dell’area. In particolare, una riduzione delle precipitazioni annuali dell’ordine del 15% o simili, unita ad un aumento della temperature dell’ordine di ca.2 °C tra il 2000 ed il 2050, porterebbe ad una diminuzione delle portate circolanti all’incirca equivalente, con una rilevante diminuzione (siccità) dei deflussi tardo primaverili (per carenza di neve), ed autunnali, ed una perdita dell’andamento tipicamente bimodale dei deflussi in regime alpino.</p>
<p><img class="alignnone" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Gennaio%202011/ita.jpg" alt="" width="320" height="220" /><img class="alignnone" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Gennaio%202011/lin.jpg" alt="" width="320" height="210" /></p>
<p align="center">Figura 6. Deflussi medi mensili dal fiume Oglio al lago d’Iseo. A sx inquadramento. A dx, deflussi nel periodo 1990-99 (linea nera) &#8211; e proiezioni per il periodo 2045-2054 (linea rossa) (Scenario CCST, riduzione delle precipitazioni annuali dell’ordine del 15%, aumento della temperature dell’ordine di ca. 2 °Ctra le due decadi). Da: <a href="http://www.nat-hazards-earth-syst-sci.net/title_and_author_search.html?x=0&amp;y=0&amp;author=groppelli" target="_blank">Groppelli <em>et al.</em>, 2011</a>).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Anche in questo caso, al di là delle cifre assolute, le tendenze attese concordano in sostanza concordanti con quanto riportato dallo studio CIPRA.<br />
Oltre agli aspetti qui analizzati, la diminuzione della coltre nivale e delle aree glaciali ha forti impatti sulle attività economiche delle regioni Alpine, fortemente legate alla disponibilità di neve per il turismo invernale (<em>p.es.</em> <a href="http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0165232X0500193X" target="_blank">Diolaiuti <em>et al.</em>, 2006</a>). Inoltre, tale coltre alimenta gran parte degli impianti idroelettrici dell’arco Alpino, il cui utilizzo è sostanzialmente basato sulle dinamiche di scioglimento nivo-glaciale. Tali risvolti economici delle variazioni climatiche non sono quindi da trascurare.<br />
Riguardo alla risorsa idrica, sembra opportuna una riflessione sulle future strategie di gestione dell’acqua in fase di variazione climatica. Le conclusioni dello studio recitano:<br />
“…<em>La carenza di acqua sulle Alpi non dipende tanto da scarsità della risorsa, quanto soprattutto dalla crescente competizione tra i settori che la utilizzano e, soprattutto, dalle modificazioni dei cicli idrologici, e quindi dell’ecologia, dei corsi d’acqua. Questi effetti derivano dalla complessa interazione di andamenti generali, nuove normative e cambiamenti climatici. Questi ultimi non possono essere considerati da soli. È fondamentale passare da un sistema gestionale basato sulla domanda ad uno che invece consideri prioritariamente la risorsa e ne valuti attentamente la disponibilità…</em>”.<br />
Una futura scarsità di acqua avrebbe ricadute su tutti i settori e le attività della società, dall’idropotabile all’idroelettrico, all’agricoltura, con possibili ricadute anche sulla disponibilità di prodotti colturali, in particolare in fase di cambiamento climatico (<em>p.es.</em> <a href="http://www.springerlink.com/content/e3r1rk0460267227/fulltext.pdf" target="_blank">Torriani <em>et al.</em>, 2007</a>; Nana, 2011).<br />
Sembra quindi a chi scrive ragionevole e necessario ricercare un nuovo approccio all’uso ed alla tutela della risorsa idrica, più consapevole della sua limitatezza e fragilità in relazione all’uomo ed ai mutamenti climatici.</p>
<p><strong>Riferimenti bibliografici</strong></p>
<p>Beniston, M., 2006. Climatic change in theAlps. Presented at the workshop: Adaptation to the Impacts of Climate Change in the European Alps inWengen,Switzerland, 4-6 October 2006.</p>
<p>BMU, Federal Ministry of the Environment, Nature Conservation and Nuclear Safety, 2007. Climate change in the alps  facts &#8211; impacts &#8211; adaptation</p>
<p>Bocchiola, D., Diolaiuti, G., 2010. Evidence of climate change within the Adamello Glacier ofItaly, Theor. App. Climat., 100, 3-4, 351-369.</p>
<p>Cannone. N., Diolaiuti, G., Guglielmin, M., Smiraglia, C. (2008). Accelerating climate change impacts on alpine glacier forefield ecosystems in the European Alps, Ecological Applications, 18<strong>, </strong>3<strong>, </strong>637-648<strong>.</strong></p>
<p>CIPRA, 2011. Acqua e cambiamenti climatici Compact n. 03/2011.</p>
<p>Diolaiuti, G., Smiraglia, C., Pelfini, M., Belo, M., Pavan, M., Vassena, G., 2006. The recent evolution of an Alpine glacier used for summer skiing (Vedretta Piana,Stelvio Pass,Italy). Cold Regions Science and Technology, 44, 206-216.</p>
<p>Diolaiuti, G., Bocchiola, D., D’agata, C., Smiraglia, C., In press.  Evidence of climate change impact upon glaciers’ recession within  the Italian alps: the case of Lombardyglaciers, Theoretical and Applied Climatology, In press, January 2012. Available upon request by <a href="mailto:daniele.bocchiola@polimi.it" target="_blank">daniele.bocchiola@polimi.it</a></p>
<p>Diolaiuti, G., Maragno, D., D’Agata,  C., Smiraglia, C., Bocchiola, D.,2011. Acontribution to the knowledge of  the last fifty years of Alpine glacier history: the 1954-2003 area and geometry changes of Dosdè Piazzi glaciers (Lombardy-Alps,Italy), Progress in Physical Geography, 35(2), 161-182.</p>
<p>EEA, 2009. Regional climate change and adaptation- The Alps facing the challenge of changing water resources, Report N° 8.</p>
<p>Groppelli, B., Soncini, A., Bocchiola, D., Rosso, R., 2011. Evaluation of future hydrological cycle under climate change scenarios in a mesoscale Alpine watershed of Italy, NHESS,<strong> </strong>11, 1769-1785.</p>
<p>Haeberli, W., 2009. Climate change and high-mountain regions – Adaptation strategies for theAlps. In: Kreutzmann H., Hofer T., Richter J.: Meeting of minds – Decision makers from Asian and Alpine mountain countries sharing policy experiences in regional cooperation for sustainable mountain development, 59-66. Bonn.</p>
<p>Nana, E., 2011 Scenari di produttività agricola in fase di cambiamento climatico: il caso del mais nel cremonese. Tesi di Laurea, a.a. 2010-2011, Mat. 736504, Relatore: Dr. Daniele Bocchiola. Available upon request by <a href="mailto:daniele.bocchiola@polimi.it" target="_blank">daniele.bocchiola@polimi.it</a></p>
<p>Segretariato Permanente della Convenzione delle Alpi, PSAC, 2009. Water and water management issues. Report on the State of theAlps. Alpine Convention, Alpine Signals &#8211; Special Edition 2.</p>
<p>Soncini, A., Bocchiola, D., 2011b. Assessment of future snowfall regimes within the Italian Alps using general circulation models, CRST, 68, 113-123.</p>
<p>Soncini, A., Bocchiola, D., 2011a. Valutazione dei regimi futuri delle precipitazioni nivali sulle Alpi Italiane usando modelli di circolazione globale, Neve e Valanghe, 72, 34-47.</p>
<p>Torriani D., Calanca P., Lips M., Ammann H., Beniston M., Fuhrer J., 2007. Regional assessment of climate change impacts on maize productivity and  associated production risk inSwitzerland. Regional assessment of climate change impacts, 7, 209-221</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Testo di <a href="http://www.climalteranti.it/info/daniele-bocchiola/" target="_blank">Daniele Bocchiola</a></em></p>
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		<title>Neve chimica? No, è neve da nebbia</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Jan 2012 07:13:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Climalteranti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fenomenologia]]></category>
		<category><![CDATA[Inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[Neve]]></category>
		<category><![CDATA[Pianura padana]]></category>

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		<description><![CDATA[La neve scarseggia o manca del tutto su molte zone di montagna, e l’inverno 2011/12  fin qui è stato mite ed avaro di precipitazioni al centro-nord. In compenso, secondo molti mass media in pianura padana sarebbe caduta la “neve chimica”, che invece è “neve da nebbia”, in alcuni punti accumulatasi sulla galaverna &#160; In questi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>La neve scarseggia o manca del tutto su molte zone di montagna, e l’inverno 2011/12  fin qui è stato mite ed avaro di precipitazioni al centro-nord. In compenso, secondo molti mass media in pianura padana sarebbe caduta la “neve chimica”, che invece è “neve da nebbia”, in alcuni punti accumulatasi sulla galaverna</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 3px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Gennaio%202011/nev.jpg" alt="" width="350" height="230" /></p>
<p>In questi giorni, incredibile ma vero, fa &#8220;sensazione&#8221; il freddo a gennaio. Sui media, sulla stampa, nei discorsi tra la gente comune, al bar, in treno si commenta il freddo quasi come se fosse una novità avere temperature sotto lo zero a gennaio, come se inconsciamente ci fossimo già adattati al cambiamento climatico e a frequenti inverni miti. Non fa invece sensazione la <a href="http://notizie.tiscali.it/regioni/piemonte/feeds/12/01/16/t_16_02_ADN20120116180448.html?piemonte&amp;sub=ultimora" target="_blank">mancanza di neve</a> su molte zone delle Alpi e dell’Appennino, forse perché si pensa che la tecnologia possa sopperire ai limiti della natura, come la neve trasportata <a href="http://www.corriere.it/cronache/11_dicembre_12/neve-cannoni_0ce339ac-2496-11e1-8d41-b588752759fb.shtml" target="_blank">dall’elicottero in Trentino</a> (<a href="http://www.youtube.com/watch?v=z5Gs0Do6mfg" target="_blank">video qui</a>) o coi <a href="http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/12_gennaio_10/parco-sempione-coppa-mondo-sci-fondo-race-city-neve-artificiale-caldo-1902803433596.shtml" target="_blank">camion in centro a Milano</a> per la bizzarra scelta di svolgere in città una gara di sci di fondo, e senza parlare, poi, dei cannoni che innevano regolarmente gli impianti sciistici in alta quota.</p>
<p><span id="more-1477"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 3px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Gennaio%202011/nev2.jpg" alt="" width="350" height="200" /></p>
<div>
<p> Per ora tuttavia in pianura di neve naturale non ne è caduta, ma fa grande sensazione e clamore la “neve chimica”: ne parla il <a href="http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/12_gennaio_17/neve-chimica-smog-caprara_e4d06b6c-40d6-11e1-b71c-2a80ccba9858.shtml" target="_blank">Corriere della sera</a>,  <a href="http://www.leggo.it/articolo.php?id=159153" target="_blank">Leggo</a>, e molti <a href="http://www.meteogiornale.it/notizia/22316-1-neve-chimica-approfondimenti-come-si-forma" target="_blank">portali di meteorologia</a> amatoriale e commerciale. L’agenzia di stampa <a href="http://www.agi.it/in-primo-piano/notizie/201201181244-ipp-rt10101-smog_neve_chimica_in_val_padana_fiocchi_senza_nuvole" target="_blank">AGI parla addirittura di “fiocchi senza nuvole”</a>, ma la nube invece c’è: è la nebbia, che sostanzialmente è una nube con base al suolo in quanto [ formata, come le nubi, da minutissime goccioline di acqua con eventuale presenza di piccolissimi cristalli di ghiaccio se fa molto freddo.<br />
Nessun testo scientifico o manuale di meteorologia operativa o osservativa dà una definizione dell’espressione “neve chimica”: il termine è errato, anche se in uso da un po’ di tempo, specie nel mondo dei siti e forum di meteorologia amatoriale, da cui probabilmente è sorto e si è diffuso.<br />
Da notare che questa espressione si è divulgata soltanto in Italia, in quanto non si trova nulla di simile né nel mondo anglosassone, né in quello spagnolo e neppure su quello francese (anzi, l’unico sito francese in cui viene menzionata l’espressione &#8220;neige chimique&#8221; è questo <a href="http://forums.infoclimat.fr/topic/25358-neige-chimique/" target="_blank">blog di meteorologi</a> che ne deplorano l&#8217;uso ). Oltretutto il termine suggerisce che questa neve sia particolarmente inquinata, o addirittura composta principalmente da inquinanti, mentre risulta composta sostanzialmente d&#8217;acqua, con gli stessi inquinanti presenti nella pioggia o nella comune nebbia da cui si origina.<br />
Di cosa si tratta veramente? La definizione di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Neve_chimica" target="_blank">neve chimica</a> presente fino a pochi giorni fa su Wikipedia non citava alcuna fonte, scientifica ed è stata recentemente corretta. È invece più corretto chiamare questo fenomeno “neve da nebbia”, come giustamente dice in un’intervista all’<a href="http://www.ecodallecitta.it/notizie.php?id=110097" target="_blank">Eco delle Città</a> Daniele Cat Berro della <a href="http://www.nimbus.it/" target="_blank">Società Meteorologica Italiana</a> “<em>Non si tratta di un fenomeno eccezionale. Era diventato meno frequente. Però è improprio chiamarlo neve chimica, sarebbe più corretto chiamarla “nebbia congelante precipitante”</em> .</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><!-- Added by Smart Youtube @ www.prelovac.com --><span class="youtube"><object width="425" height="355" type="application/x-shockwave-flash" data="http://www.youtube.com/v/eQIX_q8xEbI&amp;rel=1&amp;color1=3a3a3a&amp;color2=999999&amp;border=0"> <param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/eQIX_q8xEbI&amp;rel=1&amp;color1=3a3a3a&amp;color2=999999&amp;border=0" /><param name="wmode" value="transparent" /></object></span></p>
<p style="text-align: center;"><em>Lunedì 16 gennaio 2012, la presunta “neve chimica” a Verona”: si tratta invece di “fog precipitation” o “neve da nebbia”.  Nel processo l’inquinamento atmosferico può avere un contributo, ma la chimica non c’entra.</em></p>
<p>Nel “Manuale delle osservazioni” dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale si parla diffusamente delle “<a href="http://www.wmo.int/pages/prog/www/IMOP/publications/CIMO-Guide/CIMO%20Guide%207th%20Edition,%202008/Part%20I/Chapter%206.pdf" target="_blank">fog precipitation</a>”, ben note da tempo, citate per esempio nel par.6.1.1 del <a href="http://www.wmo.int/pages/prog/www/IMOP/publications/CIMO-Guide/CIMO_Guide-7th_Edition-2008.html" target="_blank">WMO n.8 &#8211; Guide to meteorological instruments and methods of observation</a> (seventh edition).  Nello stesso manuale si dice che “<em>I meteorologi sono generalmente più interessati alla nebbia come un ostacolo alla visibilità che come una forma di precipitazioni</em>”, anche se il fenomeno ha un certo ruolo dal punto di vista idrologico, così come sono note le “precipitazioni occulte” dovute a nebbia, brina e rugiada.  Le precipitazioni da nebbia non sono affatto una novità, si verificano spesso deboli o debolissime pioviggini in presenza di nebbia (senza che nessuno parli di “pioggia chimica”) e meno frequentemente appunto precipitazioni solide (neve congelante precipitante o neve da nebbia) quando le temperature sono rigide (ma tipiche della stagione) come in questi giorni.</p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 3px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Gennaio%202011/nev3.jpg" alt="" width="260" height="350" />Più in dettaglio, qualunque precipitazione si origina per accumulo di vapore acqueo su nuclei di condensazione (in inglese <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Cloud_condensation_nuclei" target="_blank">cloud condensation nuclei</a>, CCN). Questi possono essere rappresentati da aerosol, polveri, particelle microscopiche di vario tipo, di origine naturale  (spray marino, incendi boschivi naturali, tempeste di sabbia) o antropica (emissioni industriali, processi di combustione, riscaldamento, autoveicoli, freni dei tram, &#8230;),Se non ci fossero i CCN, la fisica ci dice che dovremmo arrivare a umidità del 400% prima che il vapore d&#8217;acqua possa condensare sulla sua stessa molecola.</p>
<p>È chiaro che nelle città e in generale in tutta la pianura padana ci sono molte polveri e che in queste giornate quasi tutta la pianura è interessata da superamenti delle soglie di attenzione dei PM10 (in <a href="http://www.arpa.emr.it/liberiamo/" target="_blank">Emilia Romagna</a>, in <a href="http://www.arpa.veneto.it/bollettini/htm/rete_pm10.asp" target="_blank">Veneto</a> e <a href="http://ita.arpalombardia.it/ita/index.asp" target="_blank">Lombardia</a> per esempio). In condizioni di alta pressione, questi  persistono nello strato stabile sotto l&#8217;inversione termica accumulandosi nel tempo, e  possono agire da CCN. Di solito, quando c&#8217;è nebbia il terreno è umido, spesso bagnato, perché le goccioline di acqua liquida prodottesi nella nebbia si aggregano e precipitano. E anche se in quel caso nessuno annuncia l’arrivo della pioggia dalla nebbia, si tratta dello stesso fenomeno.<br />
Quando fa freddo e ci sono parecchi gradi sotto zero come in questi giorni, si può avere o il congelamento di qualche gocciolina di acqua in ghiaccio, o la sublimazione inversa del vapore in ghiaccio sul CCN (per quest&#8217;ultimo fenomeno, deve essere molto freddo). Nel momento in cui la nebbia contiene sia goccioline (minutissime) di acqua liquida, sia particelle (finissime) di ghiaccio, per un altro meccanismo fisico noto col nome di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Bergeron_process">Bergeron-Findeisen</a> le particelle di ghiaccio si ingrossano a spese di quelle di acqua. Poi, con la turbolenza dell&#8217;aria, le particelle minute di ghiaccio possono aggregarsi tra loro, usando come &#8220;colla&#8221; le gocce di acqua liquida, e formare fiocchi, con un meccanismo del tutto simile a quello che avviene nelle nubi. Del resto, se lo strato di nebbia è sufficientemente denso, non è assolutamente diverso da una nube&#8230; Perché dunque stupirsi se si generano precipitazioni?</p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 3px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Gennaio%202011/nev4.jpg" alt="" width="350" height="291" />Il suggestivo paesaggio bianco è poi dovuto al fenomeno “nebbia brinosa” (in inglese freezing fog, codice METAR FZFG) o <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Galaverna" target="_blank">galaverna</a>,  che peraltro si accumula col tempo e può raggiungere anche spessori notevoli e solo in minima parte dovuti alla precipitazione. E non avviene solo in pianura ma anche in montagna. In particolare, la galaverna si forma quando i minuscoli cristalli di ghiaccio che volano in aria nella nebbia si &#8220;attaccano&#8221; a qualunque superficie. L&#8217;incollamento può essere favorito dalla presenza di gocce di acqua liquida allo stato sopraffuso; il ghiaccio appare bianco e dà lo stesso effetto della neve, però le superfici appaiono ammantate di ghiaccio da tutti i lati (e quindi anche in basso). A differenza della brina, tutti gli oggetti nello strato di nebbia (alberi, fili elettrici, strade, balconi, &#8230;), e non solo quelli vicino al suolo (p.es. l&#8217;erba), appaiono &#8220;ricamati&#8221; dal ghiaccio. Questo fenomeno si differenzia dal gelicidio o vetrone che è un fenomeno analogo ma si forma quando sono le gocce di acqua sopraffusa ad attaccarsi agli oggetti. In questo caso esse solidificano in ghiaccio ed il ghiaccio che si forma è vitreo e trasparente; è frequente in presenza di vento e in montagna.</p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 3px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Gennaio%202011/nev5.jpg" alt="" width="250" height="300" />Le nevicate da nebbia e la galaverna sono fenomeni relativamente rari perché non è frequente avere nebbie con temperature sotto lo zero (ed anche perché la legge di Clausius-Clapeyron ci insegna che la quantità di acqua condensata diminuisce quasi esponenzialmente al diminuire della temperatura), ma non sono certo fenomeni straordinari. Si sono già verificate più volte in passato, in particolare, ma non solo, nelle annate caratterizzate da lunghi periodi alta pressione come quella in corso o in periodi molto freddi. Per esempio nel gennaio 2006, nel gennaio 2002 o più indietro nel tempo negli inverni siccitosi del 1988/89 e 1989/90; diversi casi e fotografie sono documentati in particolare nelle monografie sul <a href="http://www.nimbus.it/meteoshop/VediLibro.asp?IdArticolo=574&amp;IdPag=3" target="_blank">clima di Torino</a> e sul <a href="http://www.nimbus.it/meteoshop/VediLibro.asp?IdArticolo=559&amp;IdPag=%3CBR%3E" target="_blank">clima di Modena</a>. In Internet, poi, si trovano diversi casi avvenuti in Inghilterra (<a href="http://www.google.com/url?sa=t&amp;rct=j&amp;q=%22snowfall%20from%20fog%22&amp;source=web&amp;cd=2&amp;ved=0CDYQFjAB&amp;url=http%3A%2F%2Farxiv.org%2Fpdf%2F0902.1326&amp;ei=fYkWT4SfIOeWiQeK49GEBA&amp;usg=AFQjCNHqTtlClI-hAz2jbDZJ-IBxe0t8qA&amp;cad=rja" target="_blank">qui</a> c’è addirittura un articolo che descrive il fenomeno con molte foto; <a href="http://www.ukweatherworld.co.uk/forum/index.php?/topic/63109-snow-reports-19th-feb/" target="_blank">qui</a> si parla di un evento avvenuto nel 2003; un altro blog lo si trova <a href="http://forum.netweather.tv/topic/67866-north-west-england-slightly-less-cold-spell-discussion-part-21/page__st__198" target="_blank">qui</a>; e ancora <a href="file:///C:/var/tmp/:/www.brucesussman.com/extreme-weather/did-man-made-snow-fall-in-mcminnville/" target="_blank">questo sito</a> contiene diverse foto di un altro evento avvenuto sempre in Inghilterra).</p>
<p>In conclusione, il nome corretto del fenomeno meteorologico è “nebbia brinosa”, o il più popolare “galaverna” per la deposizione di ghiaccio su alberi, suolo e superfici in genere e “precipitazioni da nebbia” (dall’inglese “fog precipitation”) o “nebbia congelante precipitante” quando avviene sotto zero e in fase solida. Se vogliamo usare un termine semplice, chiaro e divulgativo, ma corretto, il  più appropriato per il fenomeno avvenuto in questi giorni è “<strong><em>neve da nebbia</em></strong>”. La chimica in tutto questo non c&#8217;entra niente, ed anzi il processo di formazione non è chimico bensì fisico.</p>
<p>Al limite, si possono imputare le attività umane per l’elevata concentrazione di nuclei di condensazione. Infatti, è indubbiamente vero che i CCN favoriscono la formazione delle nebbie (tanto è vero che, negli anni &#8217;70 e &#8217;80, quando si bruciava la nafta, combustibile che emette ben più particolato degli attuali, le statistiche di nebbia in Val Padana (si veda ad esempio il testo di Giuliacci edito da ERSA) danno valori molto maggiori nel numero di giorni con nebbia rispetto ad oggi. E siccome allora faceva più freddo di oggi, le piogge e nevicate da nebbia erano certamente più frequenti, anche se non venivano enfatizzate sui giornali. Tuttavia, va ricordato che l’inquinamento non è il solo responsabile delle precipitazioni da nebbia, visto che servono anche condizioni meteo opportune (la giusta combinazione di umidità, temperatura, assenza di vento, presenza di inversione termica da anticiclone, ecc.).<br />
Non è nemmeno una novità che cadendo, la <a href="http://www.linformazione.com/2011/11/non-bastano-i-nitriti-ora-piove-acqua-nera/" target="_blank">pioggia</a>, la neve e <a href="http://www.youtube.com/watch?v=3Sac2VDCFds&amp;list=UUDm0Xa9D6n-HePsaVJOBdHg&amp;index=1&amp;feature=plcp" target="_blank">la nebbia</a> raccolgano gli inquinanti; restano quindi ugualmente indispensabili le azioni per la riduzione dell’inquinamento atmosferico, oltre che delle emissioni climalteranti in genere: è proprio appena un uscito un interessante <a href="http://www.sciencemag.org/content/335/6065/183.full" target="_blank">paper su Science</a> sui benefici reciproci  delle azioni sulla qualità dell’aria e sui cambiamenti climatici, su cui torneremo in un prossimo post.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Testo di Claudio Cassardo e Luca Lombroso, con il contributo di Federico Antognazza, Gianni Comoretto, Elisabetta Mutto Accordi e Daniele Pernigotti</p>
<p>Fotografie di Luca Lombroso e Andrea Zambelli</p>
</div>
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		<title>Il cigno nero del clima</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 10:36:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Climalteranti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Eventi estremi]]></category>
		<category><![CDATA[Recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Statistiche]]></category>
		<category><![CDATA[cigno nero]]></category>
		<category><![CDATA[Taleb]]></category>

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		<description><![CDATA[La storia è piena di eventi unici ed estremamente impattanti ritenuti imprevedibili a priori. Sono quelli che Nassim Nicholas Taleb, noto filosofo empirista ed operatore di borsa, definisce “cigni neri”. In questa categoria possono ricadere non solo gli eventi climatici estremi ma anche i drivers socio-economici del riscaldamento globale.  Quando per la prima volta vediamo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>La storia è piena di eventi unici ed estremamente impattanti ritenuti imprevedibili a priori. Sono quelli che Nassim Nicholas Taleb, noto filosofo empirista ed operatore di borsa, definisce “cigni neri”. In questa categoria possono ricadere non solo gli eventi climatici estremi ma anche i drivers socio-economici del riscaldamento globale. </em></p>
<p><img class="alignright" style="margin: 0px; float: right;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Gennaio%202011/cigno.jpg" alt="" width="253" height="290" />Quando per la prima volta vediamo un cigno nero, la nostra certezza che tutti i cigni siano bianchi crolla all’improvviso e così, inaspettatamente, può cambiare anche la nostra visione del mondo. Per dirla con Nassim Nicholas Taleb, ideatore della <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Black_swan_theory" target="_blank">teoria del cigno nero</a> e autore di “<a href="http://www.ibs.it/code/9788842814788/taleb-nassim-n-/cigno-nero-come.html" target="_blank">Il cigno nero, come l’improbabile governa la nostra vita</a>” (2007, New York, <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/The_Black_Swan_%28Taleb_book%29" target="_blank">3 milioni di copie vendute</a>) un cigno nero è “un evento raro/inaspettato, con un impatto enorme, prevedibile solo retrospettivamente”, ovvero a fatto avvenuto. Di cigni neri è costellata la storia umana: dall’11 settembre al successo di Google, dalla scalata di Hitler al potere fino alla scoperta della penicillina. Insomma, un cigno nero è  un fatto né positivo né negativo, è solo un evento inaspettato che si verifica, cambiando il mondo intero, la nostra città o anche “solo” la nostra vita.</p>
<p>Secondo Taleb, nonostante i cigni neri avrebbero sempre guidato la storia, questi ci sorprendono ogni volta. La nostra sorpresa di fronte ad un cigno nero è spiegabile attraverso meccanismi di natura psicologica insiti nella natura umana per i quali tendiamo a focalizzarci solo su una minima parte (nota) della realtà mentre non consideriamo la parte preponderante (ignota). Dal punto di vista tecnico si tratta di una stima errata delle probabilità, basata quasi sempre sulla <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Distribuzione_normale" target="_blank">distribuzione gaussiana</a>, la classica curva a campana. Secondo questo semplice modello, gli eventi più probabili risiedono nei pressi della media mentre le possibilità di verificarsi di tutti gli altri casi diminuiscono molto rapidamente. Tanto che nel giro di poche deviazioni standard cadiamo nel campo di quello che, da un punto di vista pratico, è…. “praticamente impossibile”. <span id="more-1462"></span>Il punto fondamentale di Taleb è che, in realtà, abbiamo una conoscenza limitatissima o nulla della reale curva di distribuzione di probabilità di molti eventi (magari non-gaussiana) e, in particolar modo, di quelli dipendenti da processi socio-economici. Taleb suggerisce che questo tipo di fenomeni non siano prevedibili, con buona pace di quegli economisti i cui modelli (basati sulla distribuzione gaussiana) non avevano previsto inezie come…. la crisi economica mondiale.</p>
<p>Ma la “teoria del cigno nero”, oltre che in campo socio-economico, può essere applicata anche in ambito strettamente scientifico?  Probabilmente meno. La possibilità di escludere con certezza molti eventi fisici, chimici e biologici è infatti decisamente più elevata perché molti fenomeni naturali si distribuiscono effettivamente secondo curve a campana ben conosciute. Così, ad esempio, l’esistenza di una persona del peso di 800 kgpuò essere esclusa a priori senza alcuna ombra di dubbio. Tuttavia Taleb scrive che alcuni eventi meteorologici estremi possono essere riconducibili alla categoria dei cigni neri. In questo caso, siccome la loro <a href="http://www.skepticalscience.com/Extreme-Events-Increase-With-Global-Warming.html" target="_blank">distribuzione di probabilità è influenzata dai cambiamenti climatici</a>, anche questi ultimi sarebbero sensibili alla teoria del cigno nero.</p>
<p><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Hurricane_Katrina" target="_blank">L’uragano Katrina</a>, che ha devastato le coste della Louisiana nel 2005, è stato dunque un cigno nero? E <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/2003_European_heat_wave" target="_blank">l’ondata di calore che nel 2003 ha investito l’Europa</a>? Credo che Taleb farebbe rientrare questi eventi tra i cigni neri per tre motivi: 1) l’apparente rarità di questi eventi, 2) il loro grande impatto 3) la nostra bassa conoscenza della loro distribuzione di probabilità e quindi la nostra scarsa capacità di prevederli apriori. E <a href="http://www.sciencedaily.com/releases/2011/03/110318091141.htm" target="_blank">l’ondata di calore che ha investito la Russia nel 2010</a>? Secondo Taleb questo evento potrebbe invece essere stato un cosiddetto “cigno grigio”, in quanto l’ondata di calore del2003 in Europa ha reso non del tutto inaspettato l’evento del2010 in Russia.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" style="margin: 0px; float: centre;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Gennaio%202011/graf.jpg" alt="" width="545" height="373" /></p>
<p><em>Le ondate di calore del 2003 e 2010 in Europa suggeriscono che la distribuzione delle temperature del secolo scorso sia ormai superata e che i cambiamenti climatici hanno ormai modificato pesantemente la curva di frequenza delle temperature (<a href="http://www.sciencemag.org/content/332/6026/220.short" target="_blank">tratto da Barriopedro et al. 2011</a>)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’unico modo per “smascherare i cigni neri” che accadono in natura, è perciò quello di affidarci allo studio dei cambiamenti ambientali del passato (inclusi, ma non solo, quelli climatici), il cui fine più nobile è proprio quello di fare luce sulla loro distribuzione di probabilità. E così potremmo scoprire che alcuni fenomeni naturali potenzialmente identificabili come cigni neri, potrebbero essere invece comuni anche su scale temporali inaspettatamente corte come ad esempio i maremoti (<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/2004_Indian_Ocean_earthquake_and_tsunami" target="_blank">lo tsunami che ha devastato il Pacifico nel 2004</a>), collisioni con asteroidi/comete  (<a href="http://www-th.bo.infn.it/tunguska/" target="_blank">l’impatto con un corpo celeste nel 1908 a Tunguska, Siberia</a>) o ancora le eruzioni dei super-vulcani (<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Toba_catastrophe_theory" target="_blank">l’eruzione di  Toba, Sumatra</a>, 75,000 anni fa).</p>
<p>Quali sono invece le implicazioni della teoria del cigno nero relativamente agli sviluppi futuri del riscaldamento globale antropogenico? In questo caso sembra che la teoria di Taleb trovi il terreno di applicazione più fertile.  L’evoluzione del riscaldamento globale di natura antropogenica è infatti controllata da fattori socio-economici, guidati a loro volta dall’oggetto più imprevedibile del pianeta (e forse dell’universo) ovvero la mente umana. L’IPCC si sarebbe parzialmente cautelata di fronte a tali incertezze evitando una previsione climatica da qui al 2100, ma descrivendo invece <a href="http://www.climalteranti.it/2011/04/01/lesaurimento-dei-combustibili-fossili-ci-salvera-dal-riscaldamento-globale/" target="_blank">vari scenari controllati dalla maggior o minor decarbonizzazione della nostra economia</a>.</p>
<p>Tuttavia la teoria del cigno nero non sembra dare alcuna speranza di poter azzeccare neanche uno dei possibili scenari di riscaldamento antropogenico. Questo a causa della presunta imprevedibilità dei processi socio-economici che lascerebbero alla modellizzazione del riscaldamento antropogenico il solo ruolo di strumento utile per poter prevedere solo come i cigni neri (una grande variazione del prezzo dei combustibili fossili, una scoperta fondamentale nell’ambito delle energie rinnovabili, l’esplosione della green economy ecc.) influenzeranno il clima del pianeta, ma… solo una volta che questi si saranno manifestati.</p>
<p>In conclusione Taleb pone dubbi enormi sullo stato reale della conoscenza umana, dandoci contemporaneamente un’importante prospettiva filosofica della nostra storia, del nostro futuro ma anche della nostra stessa vita individuale. Una prospettiva che ancor più che innovativa (Socrate diceva… io so di non sapere) è soprattutto sorprendentemente utile. Taleb infatti non ci lascia impotenti e rassegnati di fronte alla nostra manifesta ignoranza ma suggerisce l’inimmaginabile, ovvero di sfruttare quello che non sappiamo in maniera perfino più utile rispetto a quello che conosciamo. Come? Mettendo la statistica dalla nostra parte ed esponendo le nostre vite e la nostra società a quante più occasioni abbiano il potenziale di farci incontrare il nostro “cigno d’oro” (dico io). Insomma, innalzeremo le nostre possibilità di vivere meglio, o perfino di salvarci, quanto più saremo intelligentemente dinamici. Chi si ferma, è perduto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Testo di <a href="http://www.climalteranti.it/info/paolo-gabrielli/" target="_blank">Paolo Gabrielli</a> con contributi di Elisabetta Mutto Accordi, Stefano Caserini, Sylvie Coyaud e Daniele Pernigotti.</p>
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		<title>AAA cercasi campagne di comunicazione sul cambiamento climatico</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 14:28:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Climalteranti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[coca cola]]></category>

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		<description><![CDATA[Per rendere proficuo il lavoro di ricerca e di analisi svolto dalla comunità scientifica è fondamentale strutturare campagne di comunicazione di lungo periodo che mirino a informare e sensibilizzare l&#8217;opinione pubblica sul cambiamento climatico. Perché Coca Cola non smette mai di fare pubblicità durante tutto l’arco dell’anno? E perché ogni campagna presenta un’impostazione sempre diversa, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Per rendere proficuo il lavoro di ricerca e di analisi svolto dalla comunità scientifica è fondamentale strutturare campagne di comunicazione di lungo periodo che mirino a informare e sensibilizzare l&#8217;opinione pubblica sul cambiamento climatico.</em></p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 3px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Gennaio%202011/orso.jpg" alt="" width="296" height="253" />Perché Coca Cola non smette mai di fare pubblicità durante tutto l’arco dell’anno? E perché ogni campagna presenta un’impostazione sempre diversa, in cui si invita a vedere il prodotto da un punto di vista differente?</p>
<p>Le motivazioni sono molte, una delle principali, apparentemente banale ma non scontata, risiede nel fatto che in comunicazione la ripetizione di un messaggio rappresenta un elemento determinate per la riuscita e l’efficacia di un progetto.</p>
<p>L’opinione pubblica è infatti bersagliata da informazioni di ogni genere, da aziende, enti, organizzazioni, istituzioni che chiedono la sua attenzione utilizzando le forme più svariate, dalla televisione al web, dalla cartellonistica alle brochure di promozione, agli spam nelle caselle e-mail, etc.</p>
<p>E chi il messaggio lo deve diffondere deve affrontare un contesto veramente complesso, in cui la gara per colpire il bersaglio è quotidiana e il tentativo di escogitare strumenti e contenuti nuovi è costante.<span id="more-1450"></span></p>
<p>Lo scopo infatti, quando si fa comunicazione, è innanzitutto quello di riuscire ad elevarsi rispetto agli altri competitor, quindi a distinguersi, poi <img class="alignleft" style="margin: 3px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Gennaio%202011/cocacola.jpg" alt="" width="341" height="238" />ad affermarsi e in fine a stabilire un contatto. Il processo è lento e  complicato, il passaggio da una fase all’altra è il più delle volte obbligatorio e richiede una ripetizione continua di informazioni, che ovviamente è diverso da caso a caso e dipende dal contesto, dall’argomento e dal target.</p>
<p>Ecco perché Coca Cola non smette mai di fare campagne pubblicitarie. Perché per il suo obbiettivo di business la comunicazione rappresenta un elemento centrale, basilare, fondamentale.</p>
<p>Trasponiamo il concetto al nostro argomento, quello del cambiamento climatico. Quante vere campagne di informazione sono state realizzate in Italia che siano andate oltre il tempo necessario a migliorare l’immagine per una raccolta fondi o per il 5 per mille, che si siano prolungate al di là di un evento contingente, che siano state studiate per sensibilizzare non tanto chi in qualche modo lo è già, ma chi ignora completamente l’argomento?</p>
<p>Le principali campagne restano quelle delle aziende che promuovono i propri eco-prodotti: dalla carta, ai pannelli solari, ai detersivi, alle auto etc etc.</p>
<p>Quindi quel che succede è che investiamo fondi in ricerche, molte volte anche di altissimo livello, che forniscono un numero indefinito di dati e informazioni utilissime, che nella maggior dei casi muoiono però tra le slide di power point magari interessantissimi, proiettati però su schermi luminosi che vengono visti quando va bene da un centinaio di persone.</p>
<p>Il ricercatore, il tecnico, l’esperto singolarmente fanno quel che possono, vanno a presentare le proprie relazioni dove vengono invitati,  organizzano convegni, magari se c’è un budget realizzano alla bella e meglio anche qualche brochure. Ma sono gocce che si disperdono perché gli stessi destinatari del messaggio il più delle volte non si sentiranno ripetere le medesime informazioni con quella costanza che permetterebbe loro di assimilarle e tradurle in una vera modifica comportamentale.</p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 3px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Gennaio%202011/verde.jpg" alt="" width="376" height="198" />Basta pensare alla raccolta differenziata. In alcune città ci sono voluti mesi di polemiche e proteste per avviarla, ma oggi negli stessi luoghi, proprio perché il cambiamento culturale è avvenuto, per molti il fatto di gettare la plastica assieme all’umido appare come un gesto di inciviltà. Eppure fra quelle persone ce n’erano tantissime che non si ponevano minimamente il problema e tuttavia ora, anche in loro, l’approccio è differente.<br />
Ed è questa la vera sfida e il vero problema per chi si occupa di sensibilizzare e fare divulgazione rispetto ai temi del cambiamento climatico e in generale della tutela ambientale: smettere di comunicare solo attraverso i soliti canali che vengono usati per lo più da addetti ai lavori o persone già sensibilizzate e strutturare invece percorsi di comunicazione di lungo periodo che prevedano l’utilizzo integrato di strumenti diversi.<br />
L’approccio dell’opinione pubblica al tema dei cambiamenti climatici infatti ci dice che i messaggi non possono più essere improvvisati, ma vanno studiati attraverso un uso sapiente e incrociato delle varie discipline, dalla sociologia, alla psicologia, al marketing, alla comunicazione e chi è depositario dei contenuti dovrebbe mettersi a disposizione della società con umiltà. Ormai è evidente, da tempo l’immagine dell’orso polare, così come è successo per la fame nel mondo con il bambino mal nutrito, non tocca più le persone che anzi, sentendosi impotenti, allontanano il problema.<br />
E a chi dice che è colpa della carenza di budget si deve rispondere che serve un orientamento differente anche in quest’ambito, per risparmiare i pochi fondi e destinarli a forme di comunicazione di maggiore efficacia. Ad esempio organizzando meno convegni e più conferenze on line, utilizzando in modo più oculato i finanziamenti dei progetti europei che molte volte vengono sprecati in iniziative banali e di scarso appeal.<br />
Vanno ricercate anche nuove partnership e nuovi modi di collaborare. Interessante ad esempio è il<a href="http://www.mrplanet.it/#/chisono" target="_blank"> progetto Mr Planet</a> portato avanti dal Gruppo Finelco in cui, grazie ad un <a href="http://www.mrplanet.it/#/podcast" target="_blank">appuntamento quotidiano</a>, gli ascoltatori di radio 105, radio Monte Carlo e Virgin radio, sentono parlare ogni giorno di tutela dell’ambiente in modo semplice e non troppo astratto.<br />
Sì perché orami è chiaro che va cercato un approccio più concreto. E del resto ora c’è uno sfortunato vantaggio che può giocare a favore della sensibilizzazione. Fino a qualche tempo fa infatti si poneva il problema che il cambiamento climatico non toccasse in modo palese l’Italia e quindi che venisse sentito come qualcosa di distante. Oggi invece le alluvioni ci offrono una triste opportunità che fino ad ora non è stata colta: informare l’opinione pubblica nel lungo periodo, non solo in occasioni delle catastrofi, mettendo in evidenza i danni e i rischi, ma soprattutto le soluzioni che in molti casi, visto il numero di vittime,  potranno risultare vitali nel vero senso della parola.<br />
La politica difficilmente arriverà a fornire soluzioni in tempi rapidi ed è per questo che serve una pressione da parte dell’opinione pubblica, che va appunto sollecitata con campagne di informazione capillari e incisive che scuotano le coscienze e gli interessi non solo dei giovani, ma soprattutto degli adulti che, con le loro scelte quotidiane e il loro potere di acquisto, spostano quintali di CO2 e incidono sulla gestione dei territori e del sistema sociale.<br />
E senza voler essere cinici, forse anche la crisi potrà tornare utile, bisogna mirare a stimolare una nuova presa di coscienza del paese e del pianeta per com’è e non per come lo vorremmo, altrimenti di tutti i dati e le informazioni che abbiamo a disposizione, di tutti i beni di consumo che possediamo, rischieremo di non farcene proprio più nulla.</p>
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<p><a href="http://www.climalteranti.it/info/elisabetta-mutto-accordi/" target="_blank">Elisabetta Mutto Accordi</a></p>
]]></content:encoded>
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		<title>2011: un&#8217;altra conferma del caldo anomalo</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 22:57:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Climalteranti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dati]]></category>
		<category><![CDATA[Meteorologia]]></category>
		<category><![CDATA[Temperature]]></category>
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		<description><![CDATA[Dopo il record del caldo sfiorato dal 2010, le prime statistiche mostrano che il 2011 ha fatto registrare &#8220;soltanto&#8221; una moderata anomalia positiva rispetto alle medie 1961-90. Ancora una volta, sono le zone polari che hanno dato il maggiore contributo. Spicca l&#8217;anomalia positiva relativa al mese di dicembre su gran parte dell&#8217;Europa. &#160; &#160; Anomalia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: medium;"><em><span style="font-family: Times New Roman;">Dopo il record del caldo sfiorato dal 2010, le prime statistiche mostrano che il 2011 ha fatto registrare &#8220;soltanto&#8221; una moderata anomalia positiva rispetto alle medie 1961-90. Ancora una volta, sono le zone polari che hanno dato il maggiore contributo. Spicca l&#8217;anomalia positiva relativa al mese di dicembre su gran parte dell&#8217;Europa. </span></em></span></p>
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<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Times New Roman;"><em><img class="alignleft" style="margin: 3px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Gennaio%202011/one.jpg" alt="" width="407" height="348" /></em></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Times New Roman;"><em><span style="font-size: small;">Anomalia di temperatura superficiale (in °C) sull&#8217;Europa nel 2011 rispetto al periodo di riferimento 1961-1990. Grafico generato dalle informazioni </span></em><span style="font-size: small;"><a href="http://www.cdc.noaa.gov/data/composites/day/" target="_blank"><em><span style="color: #0000ff;">NCEP/NOAA.</span></em></a></span></span></span></p>
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<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Times New Roman;">Eccoci di nuovo pronti a fare in anteprima una valutazione sulle anomalie termiche dell&#8217;anno appena trascorso, a scala globale e regionale. Le analisi ufficiali dei dati delle stazioni normalmente vengono pubblicate dopo qualche tempo, necessario per effettuare la validazione dei dati acquisiti ed escludere quindi la presenza di errori sfuggiti ai controlli preliminari. </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Times New Roman;">Riporto qui in seguito una lista di alcuni siti web di centri di ricerca che calcolano valori di temperatura media globale: </span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li><span style="font-size: medium;"><a href="http://www.esrl.noaa.gov/psd/data/correlation/" target="_blank"><span style="color: #0000ff; font-family: Times New Roman;">NCEP/NOAA</span></a><span style="font-family: Times New Roman;"> (NOAA National Centers for Environmental Prediction)</span></span></li>
<li><span style="font-size: medium;"><a href="http://data.giss.nasa.gov/gistemp/tabledata_v3/GLB.Ts+dSST.txt" target="_blank"><span style="color: #0000ff; font-family: Times New Roman;">NASA GISS</span></a><span style="font-family: Times New Roman;"> (NASA Goddard Institute for Space Studies)</span></span></li>
<li><span style="font-size: medium;"><a href="ftp://ftp.ncdc.noaa.gov/pub/data/anomalies/annual.land_ocean.90S.90N.df_1901-2000mean.dat" target="_blank"><span style="color: #0000ff; font-family: Times New Roman;">NOAA NCDC</span></a><span style="font-family: Times New Roman;"> (NOAA National Climate Data Center)</span></span></li>
<li><span style="font-size: medium;"><a href="http://www.cru.uea.ac.uk/cru/data/temperature/crutem3gl.txt" target="_blank"><span style="color: #0000ff; font-family: Times New Roman;">HadCRU</span></a><span style="font-family: Times New Roman;"> (Hadley Centre/Climate Research Unit)</span></span></li>
<li><span style="font-size: medium;"><a href="http://www1.ncdc.noaa.gov/pub/data/cmb/temp-and-precip/upper-air/rss_monthly_msu_amsu_channel_tlt_anomalies_land_and_ocean.txt" target="_blank"><span style="color: #0000ff; font-family: Times New Roman;">RSS</span></a><span style="font-family: Times New Roman;"> (dati satellitari Remote Sensing Systems [compagnia privata supportata dalla NASA])</span></span></li>
<li><span style="font-size: medium;"><a href="http://www.nsstc.uah.edu/public/msu/t2lt/tltglhmam_5.4" target="_blank"><span style="color: #0000ff; font-family: Times New Roman;">UAH</span></a><span style="font-family: Times New Roman;"> (University of Alabama at Huntsville), dati della bassa troposfera)</span></span></li>
<li><span style="font-size: medium;"><a href="http://berkeleyearth.org/data/" target="_blank"><span style="color: #0000ff; font-family: Times New Roman;">BEST</span></a><span style="font-family: Times New Roman;"> (Berkeley Earth Surface Temperature)</span></span></li>
<li><span style="font-size: medium;"><a href="http://eca.knmi.nl/dailydata/index.php" target="_blank"><span style="color: #0000ff; font-family: Times New Roman;">ECA</span></a><span style="font-family: Times New Roman;"> (European Climate Assessment Dataset Network)</span></span></li>
<li><span style="font-size: medium;"><a href="http://cdiac.esd.ornl.gov/epubs/ndp/ndp041/ndp041.html" target="_blank"><span style="color: #0000ff; font-family: Times New Roman;">GHCN version 1</span></a><span style="font-family: Times New Roman;">, (CDIAC, Global Historical Climatology Network)<span id="more-1401"></span></span></span></li>
</ul>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Times New Roman;">Come ormai di consuetudine, per un commento “a caldo” all&#8217;anno appena trascorso mi ispiro alla fonte di dati quasi immediatamente disponibile, e cioè quella del </span><span style="color: #0000ff; font-family: Times New Roman;"><a href="http://www.esrl.noaa.gov/psd/data/correlation/" target="_blank">NCEP/NOAA</a></span><span style="font-family: Times New Roman;">. Ricordo che si tratta di dati elaborati e non grezzi: in particolare, vengono mediati su un grigliato di 2,5 gradi in longitudine e latitudine, il che equivale, alle nostre latitudini, ad un quadrato di circa 300 x 300 km2. </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Times New Roman;">Il valore medio globale ottenuto con i dati NCEP/NOAA (dopo la correzione dell&#8217;errore sistematico di circa 0,2°C evidenziato </span><span style="color: #0000ff; font-family: Times New Roman;"><a href="http://personalpages.to.infn.it/~cassardo/pensieri/2011_01_04.html" target="_blank">nel post di un anno fa</a></span><span style="font-family: Times New Roman;">) risulta di 14,80°C. Anche se personalmente non amo le classifiche, per i curiosi aggiungo che il 2011 si colloca in nona posizione nella classifica degli ultimi 31 anni (1981-2011) del database NCEP/NOAA, a 0,14°C di distanza dal 2010 ed a 0,16°C di distanza dal 2005, l&#8217;anno più caldo di questa serie (i 2011 è invece decimo in classifica nel “</span><span style="color: #0000ff; font-family: Times New Roman;"><a href="http://www.wmo.int/pages/mediacentre/press_releases/gcs_2011_en.html" target="_blank">comunicato preliminare</a></span><span style="font-family: Times New Roman;">” dell’Organizzazione meteorologica mondiale, che si basa sulle serie HadCRU, NOAA e NASA). </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Times New Roman;">L&#8217;anomalia rispetto al periodo di riferimento 1961-90 è di 0,40°C. Se si valuta invece, l&#8217;anomalia rispetto al periodo di riferimento più recente, ossia il 1981-2010, essa risulta di 0,17°C, quindi ancora positiva. Pertanto, non vi è dubbio alcuno che anche il 2011 possa essere definito un anno più caldo della media: l&#8217;anomalia termica positiva registrata, pur essendo minore rispetto a quella del 2010, allunga la successione di anni con temperature superiori alla media che si stanno susseguendo da oltre trent&#8217;anni, con eccezioni ormai sempre più rare. Ricordiamo anche che l&#8217;errore sulla media fornito dai vari centri è dell&#8217;ordine di 0,05°C. </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Times New Roman;">Guardando l&#8217;immagine della distribuzione delle anomalie di temperatura nel 2011 sul globo, si nota una prevalenza delle aree ad anomalia positiva. Tuttavia, è anche evidente che sono concentrate nella fascia compresa tra le latitudini dell&#8217;Antartide e le medie latitudini europee, dove sono raramente superiori a 2°C, con anomalie negative non inferiori a -1°C. </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Times New Roman;">Più in dettaglio, le regioni equatoriali dell&#8217;oceano Atlantico, l&#8217;Africa, l&#8217;oceano Indiano ed il Pacifico occidentale mostrano anomalie debolmente positive, mentre il Pacifico orientale e l&#8217;Indonesia mostrano una prevalenza di anomalie debolmente negative, così come le regioni tropicali. Questo in particolare sulle aree desertiche africane, mentre le medie latitudini evidenziano un comportamento variegato dipendente dalla longitudine ma con una prevalenza di anomalie positive. Le latitudini boreali superiori a 50° e parte dell&#8217;Europa occidentale evidenziano invece anomalie positive maggiori, spesso superiori a 2°C, e nelle regioni polari sono più vistose, spesso superiori a 4°C e con picchi di oltre 8°C. </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Times New Roman;">Sull&#8217;area europea, in mezzo al mare di anomalie positive (non ci si lasci ingannare dai colori scuri), spiccano due nuclei leggermente negativi sulla Turchia e tra Libia e Tunisia. I valori maggiori si riscontrano sulla Francia e tra Germania, Austria e Ungheria con oltre 2°C, e più a nord sulla Scandinavia, con oltre 3°C, per non parlare delle latitudini più settentrionali, dove quasi sicuramente l&#8217;assenza di ghiaccio sul mare rispetto al trentennio di riferimento favorisce valori termici superiori in quasi tutti gli anni. </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Times New Roman;">Uno sguardo sul continente asiatico mostra anche in questo caso (non ci si lasci anche qui ingannare dai colori scuri) una prevalenza di aree ad anomalia positiva, anche se diverse regioni evidenziano anomalie leggermente negative. Anche in Asia le zone più fredde, dalla Siberia al mar glaciale artico, evidenziano anomalie positive molto vistose. </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Times New Roman;"><img class="aligncenter" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Gennaio%202011/two.jpg" alt="" width="582" height="431" /></span></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Times New Roman;"><span style="font-size: small;"><em>Anomalia di temperatura superficiale (in °C) sul globo nel 2011 rispetto al periodo di riferimento 1961-1990.<br />
Grafico generato dalle informazioni </em><em><span style="color: #0000ff;"><a href="http://www.cdc.noaa.gov/data/composites/day/" target="_blank">NCEP/NOAA.</a></span></em></span></span></span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Times New Roman;"><span style="font-size: small;"><img class="aligncenter" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Gennaio%202011/three.jpg" alt="" width="588" height="461" /></span></span></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Times New Roman;"><span style="font-size: small;"><em>Anomalia di temperatura superficiale (in °C) sull&#8217;Asia nel 2011 rispetto al periodo di riferimento 1961-1990.<br />
Grafico generato dalle informazioni </em><em><span style="color: #0000ff;"><a href="http://www.cdc.noaa.gov/data/composites/day/" target="_blank">NCEP/NOAA</a>.</span></em></span></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Times New Roman;">Passiamo ora a guardare la distribuzione della pressione a livello del mare a scala globale. A livello di anomalia, si nota subito che tutta l&#8217;Europa, l&#8217;Asia orientale, tutto il Pacifico, e le parti meridionali dell&#8217;Atlantico e dell&#8217;Indiano mostrano anomalie positive di 2 hPa o più, mentre le aree polari mostrano anomalie negative rilevanti che ricoprono quasi tutta l&#8217;Artide e circondano l&#8217;Antartide, piccando sul mar circumantartico ed isolando un nucleo di anomalia positiva sulla terraferma, non lontano dalla penisola antartica. </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Times New Roman;">Anche l&#8217;anomalia dell&#8217;altezza di geopotenziale a 500 hPa mostra alcune figure simili a quella della pressione superficiale, confermando il massimo sull&#8217;Europa e quelli sul Pacifico e sugli oceani meridionali ed i minimi intorno all&#8217;Antartide, mentre evidenzia due minimi più vistosi al largo della Groenlandia e sul Canada. La media di quest&#8217;ultima variabile appare positiva, mentre quella della pressione superficiale è negativa. </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Times New Roman;">Fisicamente, non sorprende trovare segni contrastanti tra le anomalie di temperatura e quelle di pressione a livello superficiale in quanto, normalmente, la presenza di aria più fredda della norma è associata a pressioni superiori alla norma a livello del suolo, e viceversa. È proprio per questo motivo che, d&#8217;estate, l&#8217;area di alta pressione delle Azzorre risulta più intensa mentre d&#8217;inverno è quella siberiana a presentare i valori più estremi: infatti, in entrambi i casi la superficie sottostante risulta più fredda (sulla Siberia a causa del bilancio radiativo negativo, sull&#8217;oceano a causa della maggiore inerzia termica dell&#8217;acqua). Al contrario, il valore dell&#8217;altezza di geopotenziale a 500 hPa (quindi circa al centro della troposfera), pur risentendo ovviamente della struttura del campo barico superficiale, è anche influenzato dai valori nei pressi della tropopausa. </span></span></p>
<p><img class="aligncenter" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Gennaio%202011/four.jpg" alt="" width="566" height="423" /></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: times new roman,times;"><em><span style="font-size: small;">Anomalia di pressione superficiale (in hPa) sul globo nel 2011 rispetto al periodo di riferimento 1961-1990. Grafico generato dalle informazioni <a href="http://www.cdc.noaa.gov/data/composites/day/" target="_blank">NCEP/NOAA.</a></span></em></span></p>
<p style="text-align: center;"><em><span style="font-size: small;"><img class="aligncenter" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Gennaio%202011/five.jpg" alt="" width="608" height="463" /></span></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><span style="font-size: small;"><span style="font-family: times new roman,times;"><em>Anomalia di altezza di geopotenziale a 500 hPa (in m) sul globo nel 2011 rispetto al periodo di riferimento 1961-1990. Grafico generato dalle informazioni <a href="http://www.cdc.noaa.gov/data/composites/day/" target="_blank">NCEP/NOAA.</a></em></span></span></em></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Times New Roman;">Dopo l&#8217;analisi sull&#8217;anno intero, vediamo il dettaglio di alcune stagioni. L&#8217;estate evidenzia anomalie positive anche consistenti in tutto l&#8217;emisfero nord, e in particolare sull&#8217;Europa orientale, sugli USA e sul mar glaciale artico sopra il Canada, e sull&#8217;Asia nordorientale. L&#8217;emisfero sud, pur mostrando qualche chiazza in più di anomalie negative, vede comunque prevalere il segno più, con valori shock di oltre 10°C sul continente antartico. L&#8217;Europa occidentale ha anomalie modeste, ma pur sempre positive e superiori a 10°C (parte dell&#8217;Italia è attraversata dall&#8217;isoterma 2°C), per cui non stupisce apprendere che i ghiacciai alpini hanno sofferto nel 2011 un&#8217;altra stagione di rilevanti regressi (si veda ad esempio </span><span style="color: #0000ff; font-family: Times New Roman;"><a href="http://www.nimbus.it/ghiacciai/2011/110916Ciardoney.htm" target="_blank">qui</a></span><span style="font-family: Times New Roman;">). </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Times New Roman;">Per la stagione fredda, ho invece scelto di visualizzare il trimestre ottobre-dicembre, anche se non corrisponde alla ripartizione tradizionalmente usata in climatologia (dove l&#8217;autunno comprende il trimestre settembre-novembre). Si nota come praticamente tutto l&#8217;emisfero nord mostri un&#8217;anomalia positiva, ad eccezione della Groenlandia, del nordAfrica e della zona tra mar Nero e mar Caspio, con valori alti su Canada e Siberia (oltre 4°C sul Québec, confermato dal dato di anomalia a Montreal, dove addirittura nelle prime due settimane di dicembre non si sono osservate temperature massime sottozero, come ci ricorda la <span style="color: #0000ff;"><a href="http://www.montrealgazette.com/technology/Everything+happening+predicted/5926046/story.html" target="_blank">Montreal Gazette</a></span>) ed un picco di oltre 14°C sull&#8217;Artico! Nell&#8217;emisfero sud, gli oceani e la fascia tropicale mostrano anomalie negative, seppure lievi, presenti anche sulle coste antartiche, mentre la fascia equatoriale, quella delle medie latitudini e soprattutto la parte centrale del continente antartico (picco di oltre 4°C) evidenziano anomalie positive. </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Times New Roman;">Lo zoom sull&#8217;Europa mostra bene il massimo relativo di oltre 2°C sulla Francia e quello di oltre 4°C sulla Finlandia. Gran parte dell&#8217;Italia, così come anche tutto il bacino del Mediterraneo occidentale, sono ricoperti da un&#8217;anomalia termica compresa tra 1°C e 2°C. Sebbene tali valori siano inferiori ai massimi delle regioni polari, tuttavia, trattandosi di medie trimestrali, sono significativi e si correlano molto bene all&#8217;intensa attività convettiva che si è manifestata in particolare durante l&#8217;inizio del mese di novembre sull&#8217;Italia nordoccidentale, dove ha causato alluvioni disastrose (si veda </span><span style="color: #0000ff; font-family: Times New Roman;"><a href="http://www.nimbus.it/eventi/2011/111104AlluvioneLiguriaPiemonte.htm" target="_blank">qui</a></span><span style="font-family: Times New Roman;">, </span><span style="color: #0000ff; font-family: Times New Roman;"><a href="http://www.nimbus.it/eventi/2011/111105AlluvioneGenova.htm" target="_blank">qui</a></span><span style="font-family: Times New Roman;"> e </span><span style="color: #0000ff; font-family: Times New Roman;"><a href="http://www.nimbus.it/eventi/2011/111114CinqueTerre.htm" target="_blank">qui</a></span><span style="font-family: Times New Roman;">), e sul Mediterraneo, dove ha favorito la conversione del ciclone extratropicale Rolf in una tempesta tropicale (si veda </span><span style="color: #0000ff; font-family: Times New Roman;"><a href="http://personalpages.to.infn.it/~cassardo/pensieri/2011_11_09.html" target="_blank">qui</a></span><span style="font-family: Times New Roman;"> e </span><span style="color: #0000ff; font-family: Times New Roman;"><a href="http://www.nimbus.it/eventi/2011/111108Rolf.htm" target="_blank">qui</a></span><span style="font-family: Times New Roman;"> per i dettagli). Sempre sull&#8217;Italia nordoccidentale, i valori di anomalia di circa 2°C sono confermati, tra gli altri, anche numericamente dalle rilevazioni effettuate nelle stazioni di Torino e Pontremoli (si veda </span><span style="color: #0000ff; font-family: Times New Roman;"><a href="http://www.nimbus.it/clima/2011/111201CaldoAutunnoNW.htm" target="_blank">qui</a></span><span style="font-family: Times New Roman;"> per i dati). </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Times New Roman;">Per quanto riguarda il mese di dicembre, a livello globale, si nota che, rispetto alla mappa globale del trimestre ottobre-dicembre, in alcune zone del globo si sono manifestate anomalie negative più rilevanti, come ad esempio nella fascia di territori che vanno in obliquo dalle coste dell&#8217;Alaska verso sudovest fino all&#8217;Algeria. Valori altrettanto negativi (circa -2°C) si rilevano in Australia e sulla Groenlandia. Inoltre, gran parte del Pacifico ed una buona fetta dell&#8217;Atlantico meridionale mostrano una lieve anomalia negativa, ed anche sul continente Antartico le zone ad anomalia positiva si sono ristrette ed eguagliano quelle ad anomalia negativa. In compenso, sul mar glaciale artico l&#8217;anomalia positiva si è rafforzata e risulta particolarmente rilevante, con un picco di oltre 14°C che si riflette poi sulla media trimestrale (segno della sua perseveranza nella stagione autunnale e, presumibilmente, anche in quella invernale). Ribadisco che, a mio giudizio, questi valori così rilevanti sull&#8217;artico in posizioni vicine alle aree di costa sono molto probabilmente dovuti agli effetti della mancanza della copertura glaciale nell&#8217;area rispetto al periodo di riferimento. L&#8217;Italia si è invece trovata inserita all&#8217;interno delle anomalie positive e sta sperimentando un inverno insolitamente mite che, almeno per quanto riguarda il mese di dicembre, lo accomuna al famigerato </span><span style="color: #0000ff; font-family: Times New Roman;"><a href="http://personalpages.to.infn.it/~cassardo/pensieri/2007_03_01.html" target="_blank">&#8220;anno senza inverno&#8221;</a></span><span style="font-family: Times New Roman;">, ovvero il 2006-7. </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Times New Roman;">È interessante notare che, se si esclude un&#8217;unica settimana con eventi significativi di pioggia, il periodo agosto-dicembre 2011 sull&#8217;Italia nordoccidentale è risultato particolarmente caldo e secco, ai limiti della siccità. Tuttavia, l&#8217;unica settimana con precipitazioni ha fatto registrare apporti così rilevanti da scatenare fenomeni alluvionali che hanno provocato danni rilevanti. Nello stesso periodo e nella stessa regione, pertanto, si sono registrati pertanto sia casi di siccità sia fenomeni alluvionali. Anche se un singolo evento non fa statistica, tuttavia non può non saltare all&#8217;occhio che l&#8217;incremento della frequenza di fenomeni estremi è proprio una delle conseguenze del riscaldamento globale. </span></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Times New Roman;"><img class="aligncenter" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Gennaio%202011/six.jpg" alt="" width="628" height="462" /><span style="font-size: small;">Anomalia di temperatura superficiale (in °C) sul globo nell&#8217;estate 2011 rispetto al periodo di riferimento 1961-1990. Grafico generato dalle informazioni <a href="http://www.cdc.noaa.gov/data/composites/day/" target="_blank">NCEP/NOAA.</a></span></span></span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Times New Roman;"><span style="font-size: small;"><img class="aligncenter" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Gennaio%202011/seven.jpg" alt="" width="582" height="454" /></span></span></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Times New Roman;"><em>Anomalia di temperatura superficiale (in °C) sul globo nel trimestre ottobre-dicembre 2011 rispetto al periodo di riferimento 1961-1990. Grafico generato dalle informazioni <a href="http://www.cdc.noaa.gov/data/composites/day/" target="_blank">NCEP/NOAA.</a></em></span></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Times New Roman;"><img class="aligncenter" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Gennaio%202011/eight.jpg" alt="" width="586" height="472" /></span></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Times New Roman;"><em>Anomalia di temperatura superficiale (in °C) sull&#8217;Europa nel trimestre ottobre-dicembre 2011 rispetto al periodo di riferimento 1961-1990. Grafico generato dalle informazioni <a href="http://www.cdc.noaa.gov/data/composites/day/" target="_blank">NCEP/NOAA.</a></em></span></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Times New Roman;"><img class="aligncenter" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Gennaio%202011/nine.jpg" alt="" width="596" height="428" /></span></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Times New Roman;"><em>Anomalia di temperatura superficiale (in °C) sul globo nel mese di dicembre 2011 rispetto al periodo di riferimento 1961-1990. Grafico generato dalle informazioni <a href="http://www.cdc.noaa.gov/data/composites/day/" target="_blank">NCEP/NOAA.</a></em></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Times New Roman;">Per concludere, alcune considerazioni. Per quanto riguarda i </span><span style="color: #0000ff; font-family: Times New Roman;"><a href="http://data.giss.nasa.gov/gistemp/tabledata_v3/GLB.Ts+dSST.txt" target="_blank">dati GISS</a></span><span style="font-family: Times New Roman;">, è possibile effettuare una stima dell&#8217;anomalia del 2011 valutando il periodo Dicembre 2010 &#8211; Novembre 2011 (il cui dato normalmente è compreso nella forchetta +/-0.02°C rispetto al dato annuale standard): si ottiene il valore di 0.51°C (media sul periodo 1951-1980) che, riportato sul periodo 1961-90, diventa 0.44°C, ovvero 0.12°C inferiore al valore del 2010. I due database dimostrano pertanto una buona concordanza di valori. </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Times New Roman;">Inoltre, nel 2009 e nel 2010, le temperature medie globali hanno mostrato un aumento. In precedenza, a partire dal 1951, le serie dei dati CRU e GISS ci dicono che sequenze di due anni consecutivi o più con temperature in aumento si erano verificati in altri 10 casi: nel 2001-2, 1997-8, 1994-5, 1985-6-7-8, 1979-80-81, 1972-3, 1969-70, 1965-6-7, 1957-8, 1952-3. Soltanto in tre occasioni, e cioè nel 1987, 1981 e 1967, come si vede nel grafico sottostante tratto, si è registrato un terzo anno consecutivo con temperature in aumento, mentre in un solo caso si sono registrati ben quattro anni consecutivi con temperature in aumento: nel periodo 1985-88. Il 2011 ha fatto registrare una diminuzione di temperatura di -0.16°C rispetto al 2010, un valore in sintonia con le variazioni negative negli altri casi in cui a due anni di incremento era seguito un anno di diminuzione. </span></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Times New Roman;"><img class="aligncenter" style="margin: 1px; float: center;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Gennaio%202011/ten.jpg" alt="" width="363" height="311" /></span></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"> <em>Andamenti delle anomalie di temperatura media globale (in °C) negli ultimi 33 anni rispetto al periodo di riferimento 1961-1990. Grafico estratto da <a href="http://iopscience.iop.org/1748-9326/6/4/044022/pdf/1748-9326_6_4_044022.pdf">questo articolo</a>, già <a href="../2011/12/29/come-smascherare-il-trend-nascosto-dalla-variabilita-climatica/">commentato qui</a>.</em></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: medium;"> </span><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Times New Roman;">Testo di: <a href="http://www.climalteranti.it/info/claudio-cassandro/" target="_blank">Claudio Cassardo</a></span></span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Da Pierluigi Battista ancora offese e invenzioni</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Jan 2012 07:27:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Climalteranti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Disinformazione]]></category>
		<category><![CDATA[Offese]]></category>
		<category><![CDATA[Battista]]></category>
		<category><![CDATA[Corriere della Sera]]></category>

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		<description><![CDATA[Uno dei principali editorialisti del Corriere della Sera ha scritto un altro articolo disinformato contenente gravi e generiche accuse alla comunità scientifica che si occupa di clima e cambiamenti climatici. Una risposta è arrivata da una lettera di protesta e richiesta di rettifica sottoscritta da quasi un centinaio di studiosi italiani, a cui Climalteranti aderisce. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Uno dei principali editorialisti del Corriere della Sera ha scritto un altro articolo disinformato contenente gravi e generiche accuse alla comunità scientifica che si occupa di clima e cambiamenti climatici. Una risposta è arrivata da una lettera di protesta e richiesta di rettifica sottoscritta da quasi un centinaio di studiosi italiani, a cui Climalteranti aderisce.</em></p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 3px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Gennaio%202012/bbbbbbbbbbb.jpg" alt="" width="289" height="306" />Fra gli articoli peggiori scritti a commento dell’esito della <a href="http://www.climalteranti.it/tag/durban/" target="_blank">conferenza di Durban</a>, una menzione speciale merita l’articolo di Pierluigi Battista “<em><a href="http://www.corriere.it/ambiente/11_dicembre_12/20111212NAZ25_20_25dfe068-24a0-11e1-8d41-b588752759fb.shtml" target="_blank">Se l&#8217;apocalisse ecologica adesso può aspettare</a></em>”, pubblicato il 12 dicembre sul Corriere della Sera, e richiamato in prima pagina del quotidiano di Via Solferino.<br />
In <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2010/febbraio/08/scomode_dubbie_verita_Gore_co_9_100208086.shtml" target="_blank">precedenti</a> articoli l’autore aveva già dato prova di un approccio disinformato e supponente al tema dei cambiamenti climatici, come raccontato  <a href="http://www.climalteranti.it/2010/05/27/al-bar-con-pierluigi-battista/" target="_blank">in un precedente post</a>. Più che le ennesime imprecisioni e invenzioni (<a href="http://ocasapiens-dweb.blogautore.repubblica.it/2011/12/12/dallinviato-in-via-solferino/" target="_blank">elencate in questo post da Sylvie Coyaud</a>), l’articolo merita la segnalazione per due esempi di come un opinionista possa deformare la realtà per farla adattare alle proprie – precostituite – opinioni.</p>
<p>Il primo esempio è relativo alla sostanza dell’articolo, che realizza un testa coda logico basandosi su una sequenza di presupposti sbagliati. La tesi di Battista è che i motivi della “<em>settimana inconcludente e verbosa di Durban</em>” stiano nel disinteresse dei governi per il problema del clima, ora interessati più ad occuparsi dei problemi della crisi economica (“<em>è come se la crisi dell&#8217;Occidente avesse messo la sordina agli allarmismi ambientalisti degli anni passati</em>”). La conclusione, stupefacente, è che ….quindi non si tratta di una vera emergenza ambientale (<em>“La delusione di Durban? Passerà. Come l&#8217;emergenza ambientale”</em>).<br />
In altre parole, Battista si inventa la realtà (il mondo in cui “<em>l&#8217;ansia, l&#8217;urgenza, l&#8217;ipersensibilità ecologica si siano dissolte, non solo a Durban, ma nell&#8217;opinione pubblica mondiale, e occidentale in particolare</em>”) per sostenere la sua opinione già ribadita in molti articoli, ossia che quello del clima è allarmismo che presto sgonfierà.</p>
<p><em><span id="more-1383"></span></em><a href="http://www.climalteranti.it/2011/12/23/l-importanza-degli-accordi-di-durban/" target="_blank">Quanto deciso a Durban</a>, le decisioni già prese dall’Unione Europea e il ruolo dell’Europa nello spingere i negoziati, non esistono (“<em>i governi occidentali sembrano meno intenzionati a incalzare i riottosi”</em>).</p>
<p>Il secondo esempio è che Battista ha approfittato anche di questa occasione per buttare l’ennesima palata di fango contro la comunità scientifica che si occupa di clima e cambiamenti climatici, che viene descritta come “<em>inaffidabile e manovriera</em>” responsabile di aver fornito “<em>dati incautamente imprecisi</em>”. Al solito, non entra nel merito, ma è presumibile che si riferisca ancora alle polemiche sui presunti “falsi” commessi dagli scienziati nel <a href="http://www.climalteranti.it/2010/04/22/perche-si-e-sgonfiato-il-climategate-1-il-trucco-che-non-c-era/" target="_blank">presunto scandalo del Climategate</a>.<br />
Evidentemente i risultati di 9 commissioni di inchiesta (<a href="http://books.nap.edu/openbook.php?record_id=11676&amp;page=R1" target="_blank">una</a> <a href="http://www.publications.parliament.uk/pa/cm200910/cmselect/cmsctech/387/387i.pdf" target="_blank">due</a> <a href="http://www.uea.ac.uk/mac/comm/media/press/CRUstatements/SAP" target="_blank">tre</a> <a href="http://www.uea.ac.uk/mac/comm/media/press/CRUstatements/SAP" target="_blank">quattro</a> <a href="http://www.cce-review.org/" target="_blank">cinque</a> <a href="http://live.psu.edu/pdf/Final_Investigation_Report.pdf" target="_blank">sei</a> <a href="http://epa.gov/climatechange/endangerment/petitions/volume1.html#1-1-4" target="_blank">sette</a> <a href="http://www.noaanews.noaa.gov/stories2011/20110224_climate.html" target="_blank">otto</a> <a href="http://live.psu.edu/fullimg/userpics/10026/Final_Investigation_Report.pdf" target="_blank">nove</a>) non sono bastati al garantista Pierluigi Battista, che in modo davvero poco professionale basa il suo duro giudizio sul sentito dire.</p>
<p>A queste ennesime offese la comunità scientifica italiana che si occupa di clima ha reagito, con una lettera inviata per email a Pierluigi Battista e al direttore del Corriere della Sera, redatta da Sergio Castellari e sottoscritta in solo 3 giorni da quasi un centinaio di studiosi, a cui Climalteranti aderisce.</p>
<p>Nell&#8217;email che ha accompagnato la lettera con le firme degli scienziati italiani, è stata chiesta la pubblicazione della suddetta lettera sul Corriere della Sera, la pubblicazione di una rettifica in merito a quanto genericamente e immotivatamente affermato o la pubblicazione di un articolo redatto da un esponente della comunità scientifica climatica (tra quelli che hanno sottoscritto la lettera).<br />
Climalteranti, si augura che in virtù dello spirito di collaborazione e della volontà di informare correttamente i lettori su queste tematiche, si possa giungere ad una ritrattazione di queste offese gratuite.</p>
<p>Qui di seguito pubblichiamo la lettera con i firmatari.</p>
<p><em>19 dicembre 2011</em><br />
<em>I sottoscritti, appartenenti alla comunità scientifica italiana, in particolare quella “meteoclimatica”, intendono manifestare il proprio dissenso nei confronti del Corriere della Sera ed, in particolare, dell&#8217;editorialista Pierluigi Battista, il quale nell&#8217;articolo &#8220;Se l&#8217;apocalisse ecologica adesso può aspettare&#8221; del 12 dicembre 2011, in merito al &#8220;global warming&#8221;, fa un generico ed infondato riferimento a &#8220;dati incautamente imprecisi forniti da una comunità scientifica inaffidabile e manovriera&#8221;.</em><br />
<em>Si tratta dell’ennesimo attacco sommario contro una peraltro non meglio identificata “comunità scientifica” che viene in maniera disinvolta lesa nella sua reputazione e nel suo prestigio (nei quali tale Comunità si identifica e sui quali costruisce la propria affidabilità ed attendibilità) da un giudizio approssimativo, semplicistico e privo di ogni fondamento argomentativo.</em><br />
<em>Sarebbe auspicabile che professionisti di prestigio come Pierluigi Battista e quotidiani di ampia e indiscussa professionalità come il Corriere della Sera si premunissero di approfondire ed argomentare con obiettività e rigore qualsiasi fatto od opinione che intendano far entrare nel processo di formazione dell’opinione individuale e, di conseguenza, dell’opinione pubblica.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Elenco dei sottoscrittori </strong></p>
<p><em>Sergio Castellari</em><br />
<em>Primo Tecnologo &#8211; Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV)</em><br />
<em>Senior Scientist – Centro Euro-Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici (CMCC)</em><br />
<em>Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) Focal Point per l’Italia</em></p>
<p><em>Carlo Cacciamani </em><br />
<em>Direttore &#8211; Servizio IdroMeteoClima ARPA (ARPA-SIMC) &#8211; Centro Funzionale Regione Emilia-Romagna</em>  <em></em></p>
<p><em>Stefano Tibaldi</em><br />
<em>Professore Associato – Dip. di Fisica – Università di Bologna </em><br />
<em>Direttore Generale dell’Arpa Emilia-Romagna</em><br />
<em> </em><br />
<em>Riccardo Valentini</em><br />
<em>Professore Ordinario</em><strong><em> – </em></strong><em>Dip. per l&#8217;innovazione nei sistemi biologici, agroalimentari e forestali (DIBAF) </em><strong><em>- </em></strong><em>Università degli studi della Tuscia. </em><br />
<em>Direttore Divisione “Impatti sull&#8217;Agricoltura, Foreste ed Ecosistemi naturali terrestri” &#8211; Centro Euro-Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici (CMCC)</em><br />
<em>Presidente Global Terrestrial Observing System (GTOS)</em></p>
<p><em>Claudio Cassardo</em><br />
<em>Professore Associato – Dip. di Fisica Generale &#8220;A. Avogadro&#8221; &#8211; Università degli Studi di Torino</em><br />
<em> </em><br />
<em>Walter Maggi</em><br />
<em>Professore Associato – Dip. di Scienze dell&#8217;Ambiente e del Territorio &#8211; Università degli Studi di Milano-Bicocca</em><br />
<em> </em><br />
<em>Marino Gatto</em><br />
<em>Professore Ordinario – Gruppo di Ecologia – Dip. di Elettronica e Informazione &#8211; Politecnico di Milano</em><br />
<em> </em><br />
<em>Silvio Gualdi</em><br />
<em>Primo Ricercatore &#8211; Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV)</em><br />
<em>Senior Scientist e Direttore Divisione “Servizi Climatici” &#8211; Centro Euro-Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici (CMCC)</em><br />
<em> </em><br />
<em>Alessio Bellucci</em><br />
<em>Senior Scientist &#8211; Centro Euro-Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici (CMCC)</em><br />
<em> </em><br />
<em>Elisa Manzini</em><br />
<em>Scientist. &#8211; Max-Planck-Institut für Meteorologie, Amburgo, Germania</em><br />
<em> </em><br />
<em>Sandro Fuzzi</em><br />
<em>Dirigente di Ricerca &#8211; </em><em>Istituto di Scienze dell&#8217;Atmosfera e del Clima &#8211; Consiglio Nazionale delle Ricerche</em><br />
<em>Coordinatore Progetto Cambiamenti globali del CNR</em><em></em><br />
<em>Review Editor nel Rapporto IPCC AR5 WGI</em><br />
<em> </em><br />
<em>Maria Cristina Facchini</em><br />
<em>Dirigente di Ricerca - Istituto di Scienze dell&#8217;Atmosfera e del Clima &#8211; Consiglio Nazionale delle Ricerche </em><br />
<em>Lead Author </em><em>nel Rapporto IPCC AR5 WGI </em><em> </em><br />
<em> </em><br />
<em>Andrea Buzzi</em><br />
<em>Dirigente di Ricerca &#8211; Istituto di Scienze dell&#8217;Atmosfera e del Clima (ISAC) &#8211; Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR)</em><br />
<strong><em> </em></strong><br />
<em>Piero Lionello, </em><br />
<em>Professore Associato &#8211; Università del Salento </em><br />
<em>Centro Euro-Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici (CMCC)</em><br />
<em>Presidente programma internazionale MedCLIVAR</em><em></em><br />
<em> </em><br />
<em>Valerio Lucarini</em><br />
<em>Professore di Meteorologia Teorica &#8211; Università di Amburgo, Germania</em><br />
<em> </em><br />
<em>Domenico Gaudioso</em><br />
<em>Primo Tecnologo &#8211; Responsabile Servizio Monitoraggio e prevenzione degli impatti sull’atmosfera &#8211; </em><em>Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale</em><em> (ISPRA)</em><br />
<em> </em><br />
<em>Paolo Ruti</em><br />
<em>Primo Ricercatore &#8211; Responsabile Laboratorio Modellistica Climatica e Impatti &#8211; Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l&#8217;energia e lo sviluppo economico sostenibile (ENEA)</em><br />
<em> </em><br />
<em>Fabrizio Antonioli </em><br />
<em>Direttore di Ricerca &#8211; </em><em>Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (ENEA</em><em></em><br />
<em> </em><br />
<em>Franco Desiato</em><br />
<em>Primo Tecnologo &#8211; Responsabile Settore Clima e Meteorologia Applicata &#8211; Istituto Superiore per la Ricerca e la Protezione Ambientale (ISPRA)</em><br />
<em> </em><br />
<em>Antonello Pasini</em><br />
<em>Ricercatore &#8211; Istituto sull’Inquinamento Atmosferico (IIA) </em><em>- Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR)</em><br />
<em> </em><br />
<em>Michele Brunetti</em><br />
<em>Ricercatore </em><em>- Istituto di Scienze dell&#8217;Atmosfera e del Clima (ISAC) &#8211; Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR)</em><br />
<em> </em><br />
<em>Emanuele Bohm</em><br />
<em>Ricercatore </em><em>- Istituto di Scienze dell&#8217;Atmosfera e del Clima (ISAC) &#8211; Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR)</em><br />
<em> </em><br />
<em>Valentina Pavan</em><br />
<em>Collaboratore Tecnico Esperto &#8211; Servizio IdroMeteoClima ARPA (ARPA-SIMC) &#8211; Centro Funzionale Regione Emilia-Romagna</em></p>
<p><em>Renzo Mosetti</em><br />
<em>Dirigente di Ricerca &#8211; Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS)</em><br />
<em> </em><br />
<em>Carlo Barbante</em><br />
<em>Professore Ordinario – Dip. di Scienze Ambientali, Informatica e Statistica &#8211; Università &#8220;Ca&#8217; Foscari&#8221; di Venezia </em><br />
<em>Marco Cervino </em><br />
<em>Ricercatore </em><em>- Istituto di Scienze dell&#8217;Atmosfera e del Clima (ISAC) &#8211; Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR)</em></p>
<p><em>Guido Di Donfrancesco   </em><br />
<em>Primo Ricercatore &#8211; Unità Tecnica Antartide – Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (ENEA)</em></p>
<p><em> Federico Fierli</em><br />
<em>Ricercatore </em><em>- Istituto di Scienze dell&#8217;Atmosfera e del Clima (ISAC) &#8211; Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR)</em><br />
<em>Docente di Climatologia, Dip. di Fisica, Università di Roma &#8220;Tor Vergata&#8221;</em><br />
<em> </em><br />
<em>Paolo Bonasoni</em><br />
<em>Primo Ricercatore </em><em>- Istituto di Scienze dell&#8217;Atmosfera e del Clima (ISAC) &#8211; Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR)</em><br />
<em> </em><br />
<em>Fernando Congeduti</em><br />
<em>Ex Primo Ricercatore, associato all&#8217;Istituto di Scienze dell&#8217;Atmosfera e del Clima </em><em>(ISAC) &#8211; Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR)</em><br />
<em> </em><br />
<em>Francesca Barnaba  </em><br />
<em>Ricercatrice </em><em>- Istituto di Scienze dell&#8217;Atmosfera e del Clima (ISAC) &#8211; Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR)</em><br />
<em> </em><br />
<em>Nicoletta Roberto </em><br />
<em>Assegnista di ricerca </em><em>- Istituto di Scienze dell&#8217;Atmosfera e del Clima (ISAC) – Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR)</em><br />
<em> </em><br />
<em>Stefano Materia</em><br />
<em>Post-doc &#8211; Centro Euro-Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici (CMCC)</em><br />
<em> </em><br />
<em>Stefano Decesari</em><br />
<em>Ricercatore </em><em>- Istituto di Scienze dell&#8217;Atmosfera e del Clima (ISAC) &#8211; Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR)</em><br />
<em> </em><br />
<em>Maria Luisa Moriconi</em><br />
<em>Ricercatrice </em><em>- Istituto di Scienze dell&#8217;Atmosfera e del Clima (ISAC) &#8211; Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR)</em><br />
<em> </em><br />
<em>Francesco Cairo</em><br />
<em>Primo Ricercatore &#8211; Istituto di Scienze dell&#8217;Atmosfera e del Clima (ISAC) &#8211; Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR)</em></p>
<p><em> Maurizio Ribera d&#8217;Alcala&#8217;</em><br />
<em>Dirigente di Ricerca &#8211; Stazione Zoologica Anton Dohrn</em><em></em><br />
<em> </em><br />
<em>Antonella Sanna</em><br />
<em>Scientist &#8211; Centro Euro-Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici (CMCC)</em><br />
<em> </em><br />
<em>Dario Zampieri</em><br />
<em>Professore Associato – </em><em>Dip. di Geoscienze -Università di Padova</em><br />
<em> </em><br />
<em>Riccardo De Lauretis </em><br />
<em>Primo Tecnologo &#8211; Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale</em><em> (ISPRA)</em><br />
<em> </em><br />
<em>Giulio De Leo</em><br />
<em>Professore Ordinario – Dip. di Scienze Ambientali &#8211; Università degli Studi di Parma</em><br />
<em> </em><br />
<em>Chiara Cagnazzo</em><br />
<em>Scientist &#8211; Centro Euro-Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici (CMCC)</em><br />
<em> </em><br />
<em>Susanna Corti</em><br />
<em>Prima Ricercatrice &#8211; </em><em>Istituto di Scienze dell&#8217;Atmosfera e del Clima (ISAC) &#8211; Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR)</em><br />
<em> </em><br />
<em>Guido Barone</em><br />
<em>ex Professore Ordinario di Chimica Fisica dell&#8217;Ambiente &#8211; Università Federico II di Napoli</em><em></em><br />
<em> </em><br />
<em>Antonio Zecca</em><br />
<em>Ex Professore Associato – Dip. di Fisica &#8211; Università di Trento</em><br />
<em> </em><br />
<em>Vittorio Marletto </em><br />
<em>Agrometeorologo &#8211; Servizio IdroMeteoClima ARPA (ARPA-SIMC) &#8211; Centro Funzionale Regione Emilia-Romagna</em><br />
<em> </em><br />
<em>Luca Lombroso, </em><br />
<em>Responsabile Tecnico Osservatorio Geofisico &#8211; Università di Modena e Reggio Emilia </em><em></em><br />
<em>Meteorologo televisivo  </em><em></em><br />
<em> </em><br />
<em>Marco Bindi</em><br />
<em>Professore Ordinario – </em><em>Dip. di Scienze delle Produzioni Vegetali, del Suolo e dell’Ambiente Agroforestale (DiPSA) – Università di Firenze</em><br />
<em>Lead Author del rapport IPCC AR5 WGII</em><br />
<em> </em><br />
<em>Teresa Nanni</em><br />
<em>Istituto di Scienze dell&#8217;Atmosfera e del Clima (ISAC) &#8211; Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR)</em><br />
<em> </em><br />
<em>Antonello Provenzale</em><br />
<em>Dirigente di Ricerca &#8211; Istituto di Scienze dell&#8217;Atmosfera e del Clima (ISAC) &#8211; Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR)</em><br />
<em> </em><br />
<em>Paolo Gabrielli</em><br />
<em>Research Scientist (PI) &#8211; Ice Core Paleoclimatology Research Group &#8211; Byrd Polar Research Center – The Ohio State University, Columbus, OH, USA</em><br />
<em> </em><br />
<em>Annarita Mariotti</em><br />
<em>Adjunct Associate Professor &#8211; Earth System Science Interdisciplinary Center (ESSIC) -  University of Maryland, College Park, MD, USA</em><br />
<em> </em><br />
<em>Michele Vurro</em><br />
<em>Dirigente di Ricerca &#8211; Istituto di Ricerca sulle Acque (<em>IRSA</em>) </em><em>- Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR)</em><br />
<em> </em><br />
<em>Franco Miglietta</em><br />
<em>Dirigente di Ricerca – Istituto di Biometeorologia (IBIMET) </em><em>- Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR)</em><br />
<em> </em><br />
<em>Franco Pedrotti </em><br />
<em>Professore emerito &#8211; Università degli studi di Camerino</em><br />
<em> </em><br />
<em>Giuseppe Scarascia-Mugnozza</em><br />
<em>Direttore Dip. Agronomia, Foreste e Territorio del Consiglio Ricerca in Agricoltura<br />
Professore Ordinario di Selvicoltura e Ecofisiologia Forestale &#8211; Università degli studi della Tuscia</em><br />
<em> </em><br />
<em>Andrea Bigano</em><br />
<em>Senior Researcher &#8211; Fondazione Eni Enrico Mattei<br />
Scientist &#8211; Centro Euro-Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici</em><br />
<em> </em><br />
<em>Massimo Tavoni</em><br />
<em>Senior Researcher &#8211; Fondazione Eni Enrico Mattei (FEEM) e Centro Euro-Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici (CMCC)</em><br />
<em> </em><br />
<em>Valentina Bosetti </em><br />
<em>Senior Researcher &#8211; Fondazione Eni Enrico Mattei (FEEM) e Centro Euro-Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici (CMCC)</em><br />
<em><br />
Francesco Bosello</em><br />
<em>Ricercatore – Dip. di Scienze Economiche Aziendali e Statistiche &#8211; Università degli Studi di Milano</em><br />
<em>Affiliate Scientist</em><em> e responsabile area: &#8220;Economic Assessment of Climate Impacts and Adaptation Policy -  Centro Euro-Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici (CMCC)</em><br />
<em> </em><br />
<em>Donatella Spano</em><br />
<em>Professore Ordinario &#8211; Dipartimento di Scienze della Natura e del Territorio &#8211; Universitá di Sassari<br />
Prorettore alla Ricerca dell&#8217;Universitá di Sassari</em><br />
<em>Responsabile della sede di Sassari del Centro Euro-Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici (CMCC)</em><br />
<em> </em><br />
<em>Ezio Todini </em><br />
<em>Professore Ordinario – <a href="http://www.geomin.unibo.it/" target="_blank">Dip. di Scienze della Terra e Geologico — Ambientali </a>- Alma Mater Università di Bologna</em><br />
<em> </em><br />
<em>Riccardo Reitano</em><br />
<em>Professore Associato – Dip. di Fisica e Astronomia &#8211; Università di Catania</em><br />
<em> </em><br />
<em>Gianni Comoretto </em><br />
<em>Astronomo associato &#8211; Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) &#8211; Osservatorio di Arcetri</em><br />
<em> </em><br />
<em>Ugo Bardi</em><br />
<em>Professore Associato – </em><em>Dip. di Chimica &#8211; Università di Firenze</em><br />
<em> </em><br />
<em>Claudio Della Volpe </em><br />
<em>Ricercatore – Dip. di Ingegneria dei Materiali e Tecnologie Industriali &#8211; Università di Trento</em></p>
<p><em>Toufic El Asmar</em><br />
<em>Agronomo – Consulente presso <a href="http://it.linkedin.com/company/fao?trk=ppro_cprof" target="_blank">Food Agriculture Organization of the United Nations (FAO</a></em><em>) – ONU </em><br />
<em>Vice Presidente ASPO Italia</em><br />
<em> </em><br />
<em>Fabrizio Capaccioni </em><br />
<em>Primo Ricercatore &#8211; Istituto di Astrofisica Spaziale e Fisica Cosmica &#8211; Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF)</em></p>
<p><em>Roberto Orosei </em><br />
<em>Ricercatore &#8211; Istituto di Fisica dello Spazio Interplanetario &#8211; Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF)</em><br />
<em><br />
</em><em>Paolo Saraceno</em><br />
<em>Ex Dirigente  di Ricerca &#8211; associato </em><em>Istituto di Fisica dello Spazio Interplanetario </em><em>- Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF)</em><br />
<em> </em><br />
<em>Vito Francesco Polcaro </em><br />
<em>Ricercatore associato &#8211; Istituto di Astrofisica Spaziale e Fisica Cosmica &#8211; Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF)</em><br />
<em> </em><br />
<em>Alberto Di Fazio</em><br />
<em>Astronomo Ricercatore emeritus &#8211; Istituto Nazionale di Astrofisica</em><br />
<em>Commiss. Naz. CNR/IGBP</em><br />
<em>Global Dynamics Institute </em><br />
<em> </em><br />
<em>Vincenzo Balzani</em><br />
<em>Professore emerito &#8211; Alma Mater Università di Bologna</em></p>
<h2><em> </em></h2>
<p><strong>Elenco delle sottoscrizioni giunte successivamente all’invio della lettera la Corriere della Sera.</strong></p>
<p><em>Pasquale Schiano </em><br />
<em>Dirigente del Dipartimento di Informatica e Calcolo &#8211; Centro Italiano Ricerche Aerospaziali (CIRA)</em><br />
<em>Direttore Divisione Impatti sul Suolo e sulle Coste &#8211; </em><em>Centro Euro-Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici (CMCC)</em><br />
<em> </em><br />
<em>Franco Andreone<br />
Museo Regionale di Scienze Naturali, Torino</em></p>
<p><em>Eleonora Masini</em><br />
<em>Professore di ecologia umana e previsione sociale &#8211; Università Gregoriana, Roma</em><br />
<em> </em><br />
<em>Silvestro Greco</em><br />
<em>Biologo marino</em><br />
<em>Assessore all&#8217;Ambiente Regione Calabria, coordinatore assessori italiani all&#8217;Ambiente</em><br />
<em> </em><br />
<em>Augusto Vigna Taglianti</em><br />
<em>Professore &#8211; </em><em>Dipartimento Biologia animale e dell&#8217;uomo, Università La Sapienza di Roma<br />
Direttore del Museo di Zoologia<br />
Presidente del Comitato Scientifico per la Fauna d&#8217;Italia<br />
Presidente della Società Entomologica Italiana</em><br />
<em> </em><br />
<em>Fiorenza Micheli<br />
Professor &#8211; Hopkins Marine Station &#8211; Stanford University, Pacific Grove, CA, USA</em><em></em><br />
<em> </em><br />
<em>Fulvio Fraticelli<br />
Direttore scientifico Bioparco Roma<br />
Membro direttivo Centro Italiano Studi Ornitologici (CISO)</em><br />
<em> </em><br />
<em>Mariachiara Tallacchini</em><br />
<em>Professore ordinario di Scienza, Tecnologia e Diritto &#8211; Facoltà di Giurisprudenza – Università Cattolica di Piacenza<br />
Professore incaricato di Bioetica – Facoltà di Biotecnologie – Università degli studi di Milano</em><br />
<em> </em><br />
<em>Silvana Galassi </em><br />
<em>Professoressa di Ecologia &#8211; Dipartimento di Biologia &#8211; Università degli Studi di Milano, </em><br />
<em> </em><br />
<em>Antonio Di Natale </em><br />
<em>Responsabile scientifico dell&#8217;Acquario di Genova</em><br />
<em> </em><br />
<em>Alessandro Montemaggiori</em><br />
<em>Istituto di Ecologia Applicata (IEA), Roma</em><br />
<em> </em><br />
<em>Mario Tozzi</em><br />
<em>Istituto Geologia Ambientale e Geoingegneria (IGAG) . </em><em>Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR)</em><em><br />
Dipartimento Scienze della Terra &#8211; Università La Sapienza Roma.</em><em></em><br />
<em> </em><br />
<em>Franco Andaloro</em><br />
<em>Direttore di Ricerca &#8211; Istituto Centrale per la Ricerca scientifica e tecnologica Applicata al Mare (ICRAM)</em><br />
<em> </em><br />
<em>Andrea Masullo</em><br />
<em>Responsabile scientifico di Greenaccord (</em><em>– associazione internazionale di giornalisti per una corretta informazione in campo ambientale</em><br />
<em> </em><br />
<em>Ireneo Ferrari</em><br />
<em>Professore di Ecologia &#8211; Università di Parma</em><br />
<em> </em><br />
<em>Marco Marchetti</em><br />
<em>Professore di Conservazione delle risorse forestali &#8211; Università del Molise</em><br />
<em> </em></p>
<p><em>Il Comitato Scientifico di Climalteranti.it</em></p>
<p><em> </em></p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>SINTESI DELLA CONFERENZA SUL CLIMA DI DURBAN</title>
		<link>http://www.climalteranti.it/2012/01/05/sintesi-della-conferenza-sul-cambiamento-climatico-di-durban/</link>
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		<pubDate>Thu, 05 Jan 2012 19:20:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Climalteranti</dc:creator>
				<category><![CDATA[COP]]></category>
		<category><![CDATA[Negoziazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Durban]]></category>
		<category><![CDATA[Protocollo di Kyoto]]></category>
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		<description><![CDATA[Pubblichiamo un ampio stralcio dell’analisi dei risultati della conferenza sul cambiamento climatico di Durban realizzata dall’IISD (International Institute for Sustainable Development) e diffusa con l’Earth Negotiations Bulletin, un servizio aggiornato e autorevole di informazione sulle negoziazioni sull’ambiente e lo sviluppo sostenibile. Ringraziamo Roberto Guizzi per il lavoro di traduzione. La Conferenza delle Nazioni Unite sui [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Pubblichiamo un ampio stralcio del<a href="http://www.iisd.ca/download/pdf/enb12534e.pdf" target="_blank">l’analisi dei risultati della conferenza sul cambiamento climatico di Durban realizzata dall’IISD</a> (<a href="http://www.iisd.ca/" target="_blank">International Institute for Sustainable Development</a>) e diffusa con l’<a title="Earth Negotiations Bulletin" href="http://www.iisd.ca/enbvol/enb-background.htm">Earth Negotiations Bulletin</a><strong>, </strong>un servizio aggiornato e autorevole di informazione sulle negoziazioni sull’ambiente e lo sviluppo sostenibile. Ringraziamo Roberto Guizzi per il lavoro di traduzione.</em></p>
<p><a href="http://www.iisd.ca/climate/cop17/" target="_blank"><img class="alignright" style="margin: 3px; float: right;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Gennaio%202012/aaaaaaaaaaaa.jpg" alt="" width="409" height="271" /></a>La Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici in Durban, Sud Africa, si è tenuta dal 28 Novembre al 11 Dicembre 2011. È consistita in una serie di eventi, inclusa la diciassettesima sessione della Conferenza delle Parti (COP 17), della Convenzione delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UN Framework Convention on Climate Change &#8211; UNFCCC) , il settimo incontro della conferenza degli Aderenti al Protocollo di Kyoto (CMP 7). A supporto di queste due principali, si sono aggiunti altri quattro organismi negoziali: la ripresa della 14ª sessione dell’“Ad hoc Working Group on Long-term Cooperative Action” sotto l’egida della Convenzione (AWG-LCA); la ripresa della 16ª sessione dell’“Ad hoc Working Group on Further Commitments for Annex I Parties under the Kyoto Protocol (AWG-KP)”; e la 35ª sessione di altri due organismi: “Subsidiary Body for Implementation (SBI)” e “ Subsidiary Body for Scientific and Technological Advice (SBSTA). <span id="more-1365"></span>Erano presenti di 12.480 partecipanti, inclusi più di 5.400 delegati dei governi, 5.800 rappresentanti di uffici ed agenzie delle Nazioni Unite, enti Intergovernativi e organizzazioni della società civile, e oltre 1.200 rappresentanti dei media.<br />
Le riunioni hanno dato luogo alla adozione di 19 decisioni COP, di 17 decisioni CMP e alla approvazione di varie Conclusioni di altri enti presenti. I risultati coprono una vasta gamma di argomenti, ed in particolare</p>
<ul style="list-style-type: disc;">
<li>un secondo periodo di impegno nell’ambito del Protocollo di Kyoto,</li>
<li>una azione cooperativa a lungo termine, nell’ambito della Convenzione [UNFCCC],</li>
<li>il lancio di un nuovo processo finalizzato ad un accordo con forza legale applicabile a tutti gli Stati Aderenti alla Convenzione</li>
<li>la decisione di rendere operativo il Fondo Verde (Green Climate Fund-GCF)</li>
</ul>
<p>Dopo le frustrazioni di Copenaghen e dopo le battaglie a Cancún per salvaguardare l’approccio multilaterale, a Durban i negoziatori hanno deciso una svolta che ha non soltanto resuscitato il Protocollo di Kyoto, ma anche, così facendo, preso una decisione che condurrà a negoziati più inclusivi sui cambiamenti climatici. C’è stata la forte sensazione che alcuni aspetti delle risoluzioni di Durban, guidati dalla necessità di rispettare impegni da lungo tempo inevasi (Bali Roadmap), possano dare slancio a un nuovo processo che permetterà di tenere conto con continuità di una serie di interessi differenziati attraverso e all’interno delle tradizionali linee di divisione tra nazioni sviluppate e in via di sviluppo.<br />
Molti hanno espresso soddisfazione per le decisione adottate, incluso quella sul Fondo verde, la Piattaforma di Durban, e per l’avvio di un accordo con forza legale. Altri invece ritenevano urgente ed essenziale più ambizione nell’affrontare la distanza tra le iniziative esistenti di mitigazione e le necessarie riduzioni delle emissioni, come da raccomandazione scientifiche.</p>
<p><strong>Breve analisi della COP 17 e della CMP 7<br />
</strong><em>UBUNTU: Mezzi e fini per una nuova era nei negoziati sul clima ?<br />
[“Io sono perché tu sei.” Proverbio africano]<br />
</em></p>
<p>Mescolando significati storici e leadership, gli ospiti sudafricani hanno incitato i negoziatori ad abbracciare lo spirito di “Ubuntu” o interdipendenza. Attraverso spazio e tempo, doveva superare il tribolato passato del Protocollo di Kyoto, reinventare una azione multilaterale per i cambiamenti climatici del secolo, e con un impegno trasparente verso l’equità nel colmare il divario tra le misure suggerite dalla scienze e quelle decise dalla politica?????.<br />
In parallelo, nuove alleanze sono state costruite per facilitare un accordo su un pacchetto bilanciato che estende il Protocollo di Kyoto ed inizia un processo per definire un accordo successivo, mentre si creano istituzioni capaci di realizzare azioni sia di adattamento che di mitigazione.<br />
Nei negoziati s’intrecciavano diversi legami: alcuni costruiti per portare avanti le negoziazioni, alcuni inerenti il campo delle politiche sui cambiamenti climatici, e altri basati sulla comprensione della necessità di soluzioni globali per le sfide globali del 21° secolo.</p>
<p><strong>La ricerca di punti di intesa</strong>.<br />
<em>[Le diversità oneste sono spesso segni salutari di progresso - Mahatma Gandi ]</em></p>
<p>All’inizio le aspettative erano modeste: molte nazioni pensavano di riuscire tutt’al più a rendere operativi gli accordi di Cancún. Altre volevano un pacchetto di misure bilanciate e interdipendenti entro un anno, che risolvesse i problemi del Protocollo di Kyoto, indirizzasse un nuovo trattato, legalmente vincolante, e che rendesse attivo il Fondo verde.<br />
Durante la prima settimana, i delegati iniziarono tranquille e franche conversazioni, aiutandosi a rilevare le rispettive “linee di confine” su una serie di elementi correlati, ereditati da Bali, Cancún e Copenaghen. Diedero così un nuovo dinamismo alle trattative, capirono meglio le posizioni presentate dalle loro controparti, e come rispettare circostanze e relativi vincoli delle varie nazioni. Fecero eccezione solo alcune nazioni dell’ALBA (Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra America).<br />
Sebbene per dozzine di problemi la revisione parola-per-parola dei testi rimanesse penosamente lenta, le controparti iniziarono a cercare “mutue riassicurazioni” su ciò che la Presidenza sudafricana chiamava il “quadro d’insieme”: i modi per riconciliare l’imminente termine degli impegni del primo periodo-Kyoto alla fine del 2012, e le garanzie per il 2020, delineate a Cancún, da codificare in uno strumento complessivo che inquadrasse i diversi tipi di sforzo in una cornice comune. Qualsiasi nuovo strumento deve fornire una architettura legale (e comune) e nel contempo riflettere e supportare la varietà di sforzi di paesi arrivati a stadi differenti di sviluppo, e rispettare &#8211; mentre li riforma &#8211; i principi della Convenzione: responsabilità comuni ma differenziate.<br />
Le consultazioni informali dell’inizio hanno chiarito gli aspetti tecnici del secondo periodo di impegno del Protocollo di Kyoto, specialmente l’approccio in due tempi. La definizione dei limiti quantitativi alle emissioni e degli obiettivi di riduzione (Quantified Emission Limitation and Reduction Objectives &#8211; QELRO) e la loro adozione come correzioni all’allegato B (Annex B) è stata rinviata all’ottavo “Meeting of the Parties” del Protocollo di Kyoto, un accorgimento per mantenere collegati i futuri partecipanti.<br />
Il dibattito su come gestire gli otto anni tra la fine del 2012 e il 2020, ha creato l’occasione per la “roadmap” sostenuta da Connie Hedegaard, la commissaria UE per l’azione per il clima, e dai suoi colleghi/e nell’UE. Sin dai tempi di Copenaghen, l’UE si era mostrata pronta a ridurre del 30% le emissioni di gas serra, ma non da sola &#8211; a meno che le altre Nazioni del UNFCCC non decidessero rapidamente di avviare le trattative per un nuovo accordo sulle emissioni (???), inclusivo e legalmente vincolante per tutte le parti in causa. Questa richiesta-chiave, che traeva legittimità dalla conferenza di Bali, ha contribuito a strutturare i negoziati di Durban.<br />
Di sicuro, la UE ha preparato la bozza sul punto cardine, esplicitando il proprio piano in anticipo nel processo, ed offrendosi di svolgere il pesante lavoro per salvare il Protocollo di Kyoto purché il cammino fosse condiviso dalle altre nazioni &#8211; sviluppate o in via di sviluppo.<br />
Le varie Parti presenti hanno compreso il rischio di un spazio vuoto tra il primo e il secondo periodo di impegno, ma presenteranno su base volontaria la loro “QELRO” entro il 1° Maggio 2012. Si tratterà di un esercizio di “offerta e applicazione” (pledge and translate) che, a differenza di Kyoto, per ora non sarà basato su un schema completo di obiettivi-ambizioni. I piani individuali saranno poi convertiti in “QUELROs” CHE SAREBBERO??? senza riferimento ad un target globale di mitigazione. Ecco perché sono scettiche le ONG ambientaliste, che chiedevano impegni immediati per mantenere l’aumento della temperatura globale tra 1,5 e 2° C.<br />
I progressi su ciascun aspetto della Piattaforma di Durban, hanno sbloccato altri elementi. Per esempio, all’inizio della seconda settimana i delegati hanno fatto progressi sul Fondo verde quale meccanismo finanziario della Convenzione che possa mobilitare 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020. Le notizie sui progressi del Fondo, un risultato prioritario per il paese ospite e l’Africa subsahariana, si son sono rivelati un fattore positivo. All’arrivo dei Ministri, si è percepita una lieve possibilità di successo, anche se in mezzo a crescenti preoccupazioni sulla gestione diplomatica della Presidenza.<br />
Rifacendosi alle tradizioni africane, la Presidente Maite Nkoana-Mashabane ha coinvolto le Parti in una serie di  riunioni (“Indaba”) nello spirito di “Ubuntu” (interdipendenza), sperando che riscoprissero la saggezza “riunendosi per risolvere i problemi condivisi dalla comunità allargata”. Le “Indaba” hanno riguardato i rapporti in sessione plenaria, le sessioni tecniche per negoziatori, il tavolo di più di 50 ministri nei giorni finali. Siccome le sessioni ministeriali non sembravano cogliere le occasioni di accordo che si presentavano, alcune controparti chiesero alla Presidenza di identificare e presentare i problemi principali. La Presidenza fece distribuire alle sessioni “Indaba” dei rapporti di lavoro, suggerendo approcci differenti per il secondo periodo di impegno (in forma di tabelle), assieme ad elementi del “quadro d’insieme”.</p>
<p><strong>Una nuova geometria politica</strong>.<br />
<em>[Solo uomini liberi possono negoziare. La tua e la mia libertà non possono essere separate - Nelson Mandela] </em></p>
<p><em></em>Alla Presidenza era delegata una grande responsabilità nel programmare la catena interdipendente di risultati con chiarezza ed abilità. Giovedì a tarda sera l’ansia cresceva e, nelle prime ore di venerdì mattina, si tennero riunioni “Indaba” ad alto livello, ristrette a 26 controparti in rappresentanza dei maggiori gruppi di negoziatori. Qui si cominciarono ad abbozzare i termini finali dell’accordo, grazie anche a riunioni parallele guidate dai ministri per focalizzare intese comuni.<br />
Mentre s’avvicinava la fine della conferenza, l’impegno dell’UE, dell’Alliance of Small Island States (AOSIS) e del gruppo delle Least Developed Countries (LDC) accelerò i negoziati. L’atmosfera cambiò decisamente dopo che AOSIS e LDC dichiararono di sostenere la “roadmap” dell’UE, collegando il secondo periodo di impegno al lancio anticipato di nuove negoziazioni sotto l’egida della Convenzione. La strategia di Connie Hedegaard a Durban era ben diversa da quella che aveva usato a Copenaghen, dove gli europei si erano trovati isolati nei loro tentativi di guidare il movimento verso un secondo periodo di impegno.<br />
Il supporto di AOSIS e LDC non era sufficiente, la UE doveva chiarire a Cina ed India che i loro piani avrebbero dovuto convertirsi in decisioni legalmente vincolanti. Come sottolineò un osservatore, l’idea di una tempistica basata sul 2020 per ogni futuro strumento sotto l’egida della Convenzione, rassicurò Brasile, India, Cina e Sudafrica (BASIC) sul fatto gli impegni che avevano preso a Cancún sarebbero stati ritenuti accettabili.<br />
La Presidenza e la EU riuscirono a coinvolgere il Brasile, mentre la Cina lasciava l’India farsi portavoce dei BASIC sulla questione dell’“equità”, sulle responsabilità comuni ma differenziate, concernente i diritti allo sviluppo attuale e gli impegni di mitigazione.<br />
L’equità sarà prioritaria nella ricerca condivisa di un nuovo strumento, mentre la distribuzione e la gravità delle responsabilità di mitigazione rispecchiano sempre di più il dibattito sull’accesso allo spazio ecologico, guidato da una domanda etica dalle nazioni meno sviluppate e più vulnerabili.<br />
Chiedono che il mondo superi un “apartheid atmosferico” in cui i benefici dello sviluppo e l’accesso all’energia sono ancora concentrati nelle mani di pochi. L’equità deve improntare qualunque decisione riconosca perdite e danni e cerchi di rimediarci.<br />
Il rinvio di ogni nuovo strumento al 2020, concesso dalla EU alle nazioni BASIC, è stato aspramente criticato da AOSIS e dalle ONG ambientaliste. Nonostante alcune compensazioni nel documento finale &#8211; specie la Revisione 2013-2015 per migliorare gli obiettivi di mitigazione &#8211; temono che sia troppo poco e troppo tardi.<br />
Dati i problemi complessi e le tensioni persino tra alleati, alla Presidenza sudafricana veniva chiesto di offrire riassicurazioni ogni qual volta l’interdipendenza di una controparte diveniva un prezzo inaccettabile per un&#8217;altra. D’altronde le posizioni dei BASIC mettevano il Sudafrica in conflitto con altri paesi dell’Unione  Africana.<br />
NON E’ CHE SI CAPISCA BENE…<br />
Da un lato, le nazioni BASIC hanno parlato per la prima volta in sessione plenaria come un unico negoziatore. Dall’altro, i potenziali risultati positivi di Durban avrebbero rafforzato la leadership del Sudafrica nel proprio continente. Decisi a impedire che il Protocollo di Kyoto fosse “seppellito in suolo africano”, gli ospiti sudafricani hanno optato per un secondo periodo di impegno e una rinnovata decisione, guidata dalla scienza, di chiudere “le carenze di mitigazione” in cambio di vantaggi sotto forma del Fondo verde, dell’organizzazione dell’“Adaptation Committee”, e della disponibilità di nuove tecnologie.<br />
Sebbene ci fosse un margine politico sufficiente, l‘accordo si materializzò  solo all’ultimo minuo. Descritto come un “momento cruciale” in seduta plenaria &#8211; forse il più autentico esempio di “Indaba” &#8211; le prime ore di domenica mattina permisero all’UE di raggiungere un compromesso con l’India sulla descrizione, in termini legalmente accettabili, del nuovo strumento dell’ UNFCCC. Alle undici, le controparti si accordarono su un processo per sviluppare un protocollo &#8211; o “risultato concordato con forza legale” &#8211; sotto l’egida della Convenzione, e applicabile a tutte le controparti.<br />
Gli europei scopriranno col tempo la vera portata del compromesso concesso all’India, se altre nazioni costruissero una “via di uscita” attorno alla terminologia legale, ancora vaga, di un nuovo protocollo.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>“Indaba” virtuale</strong>.<br />
<em>[Internet è la piazza centrale per il villaggio globale - Bill Gates] </em></p>
<p><em></em>A Durban si celebrava il 14° compleanno del Protocollo di Kyoto, ma nelle sale della conferenza i negoziatori erano consapevoli della travagliata storia delle politiche del clima e della storica opportunità di cambiare il rapporto tra le generazioni e di ridefinire le responsabilità. I veterani che si erano formati nelle trattative per la Convenzione e/o il Protocollo originale, sapevano che ormai la loro platea era la società globale, la quale voleva azioni significative ed immediate. La popolarizzazione e la spettacolarizzazione delle politiche sul clima sono fra le maggiori novità rispetto a Kyoto. Il mutamento era sin troppo evidente quando le dichiarazioni dei ministri venivano istantaneamente trasmesse dalle stanze dell’“Indaba” al villaggio globale.<br />
Al di fuori delle aule ufficiali, la società civile organizzava proprie “Indabas”, forum carnevaleschi, eventi collaterali, dimostrazioni di tecnologie verdi, folcloristiche marce di protesta, il tutto commentato in tempo reale su Twitter , Facebook e migliaia di blog. Il Sudafrica certamente capiva che i media sociali esprimevano giudizi sul divario tra gli impegni annunciati e quelli attese dagli ambientalisti. In un momento critico dei negoziati, la Presidente della COP convocò un incontro con l’unico scopo di assicurare che le aspettative della società civile globale fossero presentate e mantenere la pressione sui ministri e i loro negoziatori.<br />
In un altro momento emblematico,  mentre i negoziatori sembravano sull’orlo del collasso o dell’impasse, un ex militante dell’African National Congress ora capo di Greenpeace-Sudafrica, Kumi Naidoo, guidò i delegati in canti anti-apartheid che questa volta auspicavano la giustizia climatica. Dozzine di dilettanti e/o professionisti dei nuovi media fecero pubblicità a Naidoo mentre veniva per espulso dal Centro congressi.</p>
<p><strong>Una nuova era nelle negoziazioni sul Clima</strong>.</p>
<p>Mentre le sfide globali del 21° secolo richiedono certamente soluzioni globali, non va dimenticato che il cambiamento climatico ha impatti locali. Durante la conferenza, il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha ricordato un suo incontro con un ragazzo dell’isola Kiribati che aveva paura di essere portato via durante la notte dall’innalzarsi del livello del mare. L’aneddotto evoca le nazioni più vulnerabili, ma anche i giovani che si preoccupano dei cambiamenti climatici poiché “vivranno le loro vite nel futuro”.<br />
Alle generazioni precedenti, reclamano con urgenza obiettivi più ambiziosi per contenere l’aumento delle temperature, e una etica globale di inclusione e di imparzialità costruita su basi di trasparenza e rendicontazione. Queste sono le voci ascoltate nei corridoi, che interpellavano i delegati, che disseminavano ogni avvitamento e svolta dei negoziati fra la comunità virtuale, impietosa di Internet. Sono le voci che hanno giudicato severamente la piattaforma di Durban.<br />
I negoziatori, tuttavia, rappresentano le aspettative incrementali delle proprie istituzioni e si giudicano con criteri più  modesti. Dal loro punto di vista, i negoziati in Durban hanno prodotto una svolta; non solo hanno resuscitato il Protocollo di Kyoto, nel contempo hanno gettato le basi di un sistema simmetrico di rendicontazione per gli sforzi di mitigazione di ogni paese. L’architettura variabile, ma simmetrica, di ciascun nuovo strumento sarà importante per come esempio per gli Stati Uniti, il cui governo deve convincere gli scettici di casa sul fatto che ora si prospetta uno sforzo realmente universale.<br />
Tuttavia, chi misura il successo guardando agli obiettivi di riduzione indicati dalla scienza, sono poco entusiasti della Piattaforma di Durban. L’endemico e ventennale “incrementalismo” delle trattative ha portato di nuovo a compromessi e rinvii.<br />
Ma non a una rottura. Entro il 2012, una volta completati i vari programmi di lavoro e creati i nuovi organismi UNFCCC, la governance dei negoziati sarà più razionale, l’implementazione delle decisioni più trasparenti. Le nazioni ora devono definire le strategie per giungere ad un trattato globale entro i prossimi quattro anni. Con le proprie azioni politiche, le proprie scelte economiche, anche i cittadini decideranno se imboccare la strada verso quella che in Cina chiamano la “civiltà ecologica”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Testo tratto da:  IISD Reporting Services. 2011. “Summary of the Durban Climate Change Conference: 28 November &#8211; 11 December 2011,” <em>Earth Negotiations Bulletin</em> 12:534 (13 December). Disponibile online all’indirizzo: <a href="http://www.iisd.ca/download/pdf/enb12534e.pdf" target="_blank">www.iisd.ca/download/pdf/enb12534e.pdf</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Traduzione di Roberto Guizzi</p>
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		<title>Come smascherare il trend nascosto dalla variabilità climatica</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Dec 2011 17:40:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Climalteranti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il trend di aumento delle temperature del pianeta è in parte nascosto dalla variabilità climatica. Un recente studio mostra come “smascherare” il trend. L&#8217;escursione della marea è lenta e, almeno in Mediterraneo, relativamente modesta. Se non si vuol riconoscerla mentre sale basta guardare il su e giù delle onde, molto più rapido e ampio, per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il trend di aumento delle temperature del pianeta è in parte nascosto dalla variabilità climatica. Un recente studio mostra come “smascherare” il trend. </em></p>
<p>L&#8217;escursione della marea è lenta e, almeno in Mediterraneo, relativamente modesta. Se non si vuol riconoscerla mentre sale basta guardare il su e giù delle onde, molto più rapido e ampio, per qualche minuto e convincersi che ciò che conta sono proprio queste.<br />
La temperatura del pianeta si comporta in modo analogo, ha oscillazioni relativamente ampie dovute alla variabilità naturale che mascherano l&#8217;andamento di lungo periodo. Quest&#8217;ultimo, per poter essere evidenziato, ha bisogno di serie temporali abbastanza lunghe in modo che il l’andamento &#8211; in crescita o in calo &#8211; superi la variabilità naturale. Questo modo di procedere è quello che abbiamo cercato di illustrare in un <a href="http://www.climalteranti.it/2011/11/03/ecco-perche-il-riscaldamento-globale-non-si-e-fermato/" target="_blank">post precedente</a>.<br />
È però possibile fare di più se si conoscono almeno i principali fenomeni che causano la variabilità naturale; è quanto hanno fatto Foster e Rahmstorf in un <a href="http://iopscience.iop.org/1748-9326/6/4/044022" target="_blank">lavoro pubblicato recentemente</a>. Per distinguere il trend dal “rumore” nei dati di temperatura, i due ricercatori hanno considerato tre fattori:</p>
<ol>
<li>la variabilità solare espressa dalla irradianza totale o dal numero di macchie solari;</li>
<li>i cicli <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/El_Ni%C3%B1o" target="_blank">ENSO</a> espressi dall&#8217;<a href="http://www.esrl.noaa.gov/psd/enso/mei/" target="_blank">indice MEI</a> o dall&#8217;<a href="http://www.cgd.ucar.edu/cas/catalog/climind/soi.html" target="_blank">indice SOI</a>;</li>
<li>gli <a href="http://data.giss.nasa.gov/modelforce/strataer/" target="_blank">aerosol vulcanici nella stratosfera</a> stimati da due diverse fonti.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<p><span id="more-1222"></span></p>
<p>Gli autori analizzano cinque diverse serie di temperatura, due di superficie (<a href="http://data.giss.nasa.gov/gistemp/" target="_blank">GISS</a>, <a href="www.ncdc.noaa.gov/cmb-faq/anomalies.html" target="_blank">NCDC</a> e <a href="www.cru.uea.ac.uk/cru/data/temperature/#datdow" target="_blank">HadCRUT3v</a><span style="text-decoration: underline;">)</span> e due satellitari della bassa troposfera (<a href="www.remss.com/msu/msu_data_description.html#zonal_anomalies" target="_blank">RSS</a> e <a href="http://vortex.nsstc.uah.edu/public/msu/t2lt/uahncdc.lt" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">U</span></a><a href="http://vortex.nsstc.uah.edu/public/msu/t2lt/uahncdc.lt" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">AH</span></a>) e limitano l&#8217;analisi al periodo comune dal 1979 al 2010. L&#8217;effetto dei tre fattori esogeni elencati prima viene calcolato tramite regressione multipla separatamente per ogni serie di temperatura, prendendo in considerazione anche l&#8217;eventuale ritardo nell&#8217;effetto prodotto da ciascuno dei tre. Infine, l&#8217;effetto dei fattori esogeni viene sottratto alle serie di temperatura originali, lasciando così il solo trend “ripulito”.<br />
Il risultato di questa procedura  è mostrato nella figura 1.</p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
<a href="http://iopscience.iop.org/1748-9326/6/4/044022" target="_blank"><img class="alignleft" style="margin: 2px 3px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Dicembre%202011/ndhjquiwiubdqdwqa.jpg" alt="" width="373" height="359" /></a><br />
Come si vede nella figura, la procedura utilizzata rimuove con successo gran parte della variabilità naturale, l&#8217;andamento complessivo risulta più chiaro e rende evidente l&#8217;accordo fra le cinque serie di dati. I valori del trend risultano essere molto simili fra le tre serie di temperatura superficiale, compresi fra 0,170 e 0,175 °C/decennio, mentre per le serie satellitari una (RSS) risulta essere 0,157 e l’alt<em></em>ra (UAH) 0,141°C/decennio.</p>
<p>Nel complesso, durante il trentennio <em></em>analizzato l&#8217;effetto dei fattori esogeni è stato quello di ridurre leggermente il trend di aumento delle temperature, salvo per la serie UAH il cui trend è rimasto invariato.<br />
Dalla regressione multipla è poss<em></em>ibile separare il contributo al trend dei tre diversi effetti analizzati. Come si evince dalla tabella, l&#8217;ENSO e la variabilità solare hanno contribuito ad un raffreddamento mentre gli aerosol stratosferici ad un riscaldamento.<br />
&nbsp;</p>
<p>&nbsp;<br />
<a href="http://iopscience.iop.org/1748-9326/6/4/044022" target="_blank"><img class="alignleft" style="margin: 0px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Dicembre%202011/uuubuubububb.jpg" alt="" width="376" height="176" /></a><br />
&nbsp;Così epurato dai fattori esogeni, il trend consente di concludere che negli ultimi 32 anni il riscaldamento globale è stato in crescita regolare; ogni apparenza di rallentamento o di stasi è dovuta al contributo di fattori quali l&#8217;ENSO, la variabilità dell&#8217;attività vulcanica e quella solare.<br />
&nbsp;</p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://iopscience.iop.org/1748-9326/6/4/044022" target="_blank"><img class="alignleft" style="margin: 1px 3px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Dicembre%202011/uytdtrdstsweaaaaaaaaa.jpg" alt="" width="374" height="350" /></a><br />
&nbsp;<br />
Il notevole accordo fra le cinque serie di temperatura porta gli autori a creare una serie composita dalla semplice media fra le stesse (Figura 2),  che rappresenta quindi gli ultimi 32 anni di riscaldamento globale.</p>
<p>Questo studio è quindi l’ennesimo argomento (altri sono <a href="http://www.climalteranti.it/2011/11/03/ecco-perche-il-riscaldamento-globale-non-si-e-fermato/" target="_blank">qui</a> e <a href="http://www.skepticalscience.com/translation.php?a=11&amp;l=17" target="_blank">qui</a>) che mostra come il riscaldamento globale non si sia fermato e non abbia affatto rallentato. Coloro i quali ancora affermano il contrario, tipicamente sui media e sui blog, possono solo contare su qualche grafico prodotto ad arte per lasciare l&#8217;impressione voluta al lettore poco accorto; di certo non analizzano i dati e tanto meno riportano la letteratura scientifica.<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
<a href="http://www.climalteranti.it/info/riccardo-reitano/" target="_blank">Testo di Riccardo Reitano</a></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>L’importanza degli accordi di Durban</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2011 10:39:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Climalteranti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Molti articoli sull’esito della conferenza di Durban pubblicati sui quotidiani italiani mostrano come numerosi giornalisti e opinionisti sappiano poco dei negoziati internazionali sul clima. I negoziati sul clima hanno una storia e una scomoda complessità, da cui bisogna partire per comprendere l’importanza di quanto approvato dalla COP17 a Durban. Un post un po’ più lungo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Molti articoli sull’esito della conferenza di Durban pubblicati sui quotidiani italiani mostrano come numerosi giornalisti e opinionisti sappiano poco dei negoziati internazionali sul clima.</em><br />
<em>I negoziati sul clima hanno una storia e una scomoda complessità, da cui bisogna partire per comprendere l’importanza di quanto approvato dalla COP17 a Durban. </em><br />
<em>Un post un po’ più lungo del solito, per augurare al meglio un buon 2012.</em></p>
<p><a href="http://www.iisd.ca/climate/cop17/" target="_blank"><img class="alignleft" style="margin-top: 0px; margin-bottom: 0px;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Dicembre%202011/a-1.jpg" alt="" width="665" height="128" /></a><br />
<a href="http://www.iisd.ca/climate/cop17/" target="_blank"><img class="alignleft" style="margin-top: 0px; margin-bottom: 0px;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Dicembre%202011/b-1.jpg" alt="" width="663" height="95" /></a></p>
<p><a href="http://www.iisd.ca/climate/cop17/" target="_blank"><img class="alignleft" style="margin: 0px 3px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Dicembre%202011/c-1.jpg" alt="" width="260" height="178" /></a>Le opinioni sono, ovviamente, tutte legittime. Ma devono tener conto dei fatti, di quanto è successo. Possiamo pensarla diversamente sul futuro delle politiche climatiche o su quanto grave sia il ritardo della politica. Possiamo ritenere che un vertice del genere sia una sceneggiata che lascia intatti gli interessi fossili costituiti. Ma quanto si è deciso o non deciso a Durban dovrebbe essere un fatto condiviso.<br />
Se un giornalista (Massimo Gaggi, Corriere della Sera del 11 dicembre) scrive che <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2011/dicembre/11/Inevitabile_Fallimento_co_9_111211018.shtml" target="_blank">“<em>quello di Durban è stato più un megaconvegno sulle sfide che attendono il genere umano che un vero negoziato&#8230;</em>”</a>, non esprime una legittima opinione, ma disinforma su quanto è successo per due settimane. Non essendo presente, probabilmente immagina una riunione in cui molti partecipanti, dopo aver fatto capire che non volevano mettersi d’accordo, se ne sono andati in giro o in safari, e qualcuno rimaneva a raccontarsi storie sul futuro del pianeta.<br />
A Durban invece ci sono state trattative lunghe e complesse: chi vi ha assistito o partecipato e ha fatto notte per discutere, un po’ si arrabbia a leggere quelle affermazioni.<span id="more-1155"></span><br />
Un giornalista o un opinionista doveva sapere che dal sito dell’UNFCCC, cioè anche da casa, era possibile disporre quotidianamente dell’agenda dei negoziati, con tutti i punti all’ordine del giorno; che dal <a href="http://unfccc4.meta-fusion.com/kongresse/cop17/templ/ovw_onDemand.php?id_kongressmain=201" target="_blank">webcast UNFCCC</a> era possibile seguire in diretta le plenarie dei principali tavoli negoziali; oppure che <a href="http://www.iisd.ca/climate/cop17/" target="_blank">il sito dell’IISD forniva un resoconto puntuale e dettagliato delle negoziazioni del giorno precedente</a>.<br />
Prima di andare in stampa poteva ascoltarsi nel <a href="http://unfccc4.meta-fusion.com/kongresse/cop17/templ/ovw_onDemand.php?id_kongressmain=201" target="_blank">webcast le ultime conferenze stampa</a> a Durban del capo delegazione dell’UE <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Connie_Hedegaard" target="_blank">Connie Hedegaard</a> o degli USA <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Todd_Stern" target="_blank">Todd Stern</a>, per capire lo stato delle trattative dalle incisive domande dei giornalisti presenti.<br />
<a href="http://www.iisd.ca/climate/cop17/" target="_blank"><img class="alignleft" style="margin: 0px 3px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Dicembre%202011/d-1.jpg" alt="" width="353" height="64" /></a>Così si sarebbe potuto evitare l’infortunio occorso al Corriere della Sera, che il giorno dell’accordo di Durban titolava in prima pagina “<em>E&#8217; fallito il vertice sul clima</em>”. Avendo potuto verificare che <a href="http://www.climalteranti.it/2011/12/06/cinque-grafici-per-una-cena/" target="_blank">nonostante gli errori ci sia la volontà di informare correttamente i lettori</a>, ci si chiede come sia possibile che per <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2011/dicembre/11/Inevitabile_Fallimento_co_9_111211018.shtml" target="_blank">due</a> <a href="http://www.corriere.it/ambiente/11_dicembre_12/commento-durban-battista_25dfe068-24a0-11e1-8d41-b588752759fb.shtml" target="_blank">giorni</a> in prima pagina siano stati richiamati articoli contenenti affermazioni palesemente infondate. Probabilmente numerosi giornalisti non si rendono conto delle loro lacune di conoscenza quando accettano di scrivere su questo tema: non sono a conoscenza di alcuni fatti basilari, di come funziona il meccanismo negoziale e cosa c’è in discussione.</p>
<p>Anche nei post successivi entreremo nei dettagli di quanto è successo a Durban; nello spirito di servizio che anima il lavoro di Climalteranti, proviamo a ripartire dai fondamentali, a spiegare alcuni fatti del processo negoziale dell’UNFCCC e alcune decisioni importanti prese a Durban.</p>
<p><strong>I negoziati sul clima sono inevitabilmente complessi</strong><br />
A Durban non c’era un tavolo negoziale, ma sei paralleli:<br />
1) la 17° sessione della <a href="http://unfccc.int/bodies/body/6383.php" target="_blank">Conferenza</a> delle Parti della <a href="http://unfccc.int/key_documents/the_convention/items/2853.php" target="_blank">Convenzione</a> (<a href="http://unfccc.int/meetings/durban_nov_2011/session/6294.php" target="_blank">COP17-UNFCCC</a>)<br />
2) la 35° sessione dell’<a href="http://unfccc.int/bodies/body/6406.php" target="_blank">Organo sussidiario per l’attuazione della Convenzione</a> (<a href="http://unfccc.int/meetings/durban_nov_2011/session/6395.php" target="_blank">SBI: Subsidiary Body for Implementation</a>)<br />
3) la 35° sessione dell’<a href="http://unfccc.int/bodies/body/6399.php" target="_blank">Organo sussidiario di consulenza scientifica e tecnica</a> (<a href="http://unfccc.int/meetings/durban_nov_2011/session/6321.php" target="_blank">SBSTA: Subsidiary Body for Scientific and Technological Advice</a>).<br />
4) la 7° sessione della <a href="http://unfccc.int/bodies/body/6397.php" target="_blank">Conferenza delle Parti del Protocollo di Kyoto</a> (<a href="http://unfccc.int/meetings/durban_nov_2011/session/6250.php" target="_blank">CMP7</a>)<br />
5) la 16° sessione del Gruppo di lavoro sugli impegni futuri del protocollo di Kyoto per i paesi Annex I  (<a href="http://unfccc.int/meetings/durban_nov_2011/session/6452.php" target="_blank">AWG-KP: Ad hoc Working Group on Further Commitments for Annex I Parties under the Kyoto Protoco</a>l).<br />
6) la 14° sessione del <a href="http://unfccc.int/bodies/body/6431.php" target="_blank">Gruppo di lavoro sulle azioni a lungo termine</a> (<a href="http://unfccc.int/meetings/durban_nov_2011/session/6451.php" target="_blank">AWC-LCA: Ad hoc Working Group on Long-term Cooperative Action under the Convention</a>)</p>
<p>I primi tre sono nati con la <a href="http://unfccc.int/not_assigned/b/items/1417.php" target="_blank">Convenzione</a> stessa nel 1992, il quarto e il quinto in seguito all’approvazione del <a href="http://assemblealegislativa.regione.emilia-romagna.it/wcm/biblioteca/apub/pbib/dossier/index/2007/clima/doc_atti_int/atti_int/protocollo_kyoto_it.pdf" target="_blank">Protocollo di Kyoto</a> nel 2005, l’ultimo  nel dicembre 2007 con il <a href="http://unfccc.int/essential_background/library/items/3599.php?such=j&amp;symbol=FCCC/CP/2007/6/Add.1#beg" target="_blank">Bali Action Plan</a>.<br />
<a href="http://www.iisd.ca/climate/cop17/" target="_blank"><img class="alignleft" style="margin: 0px 3px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Dicembre%202011/jj.jpg" alt="" width="312" height="102" /></a>Ognuno di questi tavoli ha proprie regole, tempi, obiettivi, documenti approvati, in bozza o come conclusione finale. Oltre a questi ci sono decine di sottogruppi, gruppi di lavoro, gruppi di contatto o gruppi di consultazione informale, anche su temi di grandissima rilevanza (ad esempio <a href="http://unfccc.int/files/meetings/durban_nov_2011/decisions/application/pdf/awgkp_ghgsectors.pdf" target="_blank">verifica delle emissioni</a>, contabilizzazione  degli assorbimenti e delle emissioni di gas serra legate alle attività forestali [<a href="http://unfccc.int/files/meetings/durban_nov_2011/decisions/application/pdf/awgkp_lulucf.pdf" target="_blank">LULUCF</a> – <a href="http://unfccc.int/files/meetings/durban_nov_2011/decisions/application/pdf/cop17_safeguards.pdf" target="_blank">REDD</a>], implementazione di meccanismi finanziari come <a href="http://unfccc.int/files/meetings/durban_nov_2011/decisions/application/pdf/awgkp_emissionstrading.pdf" target="_blank">l’Emission Trading</a>, il <a href="http://unfccc.int/files/meetings/durban_nov_2011/decisions/application/pdf/cmp7_cdmguidance.pdf" target="_blank">Clean Development Mechanism</a>, i progetti di <a href="http://unfccc.int/files/meetings/durban_nov_2011/decisions/application/pdf/cmp7_guidance_article6.pdf" target="_blank">Joint Implementation</a>).<br />
Sono negoziati complessi perché in gioco c’è la rottamazione di un intero sistema energetico, la fine della deforestazione, il finanziamento di azioni di adattamento agli impatti dei cambiamenti climatici per i paesi molto vulnerabili, e interessi geopolitici e strategici colossali.</p>
<p><strong>I motivi della difficoltà di un secondo accordo </strong><br />
Il Protocollo di Kyoto  si basava sulla divisione netta tra paesi sviluppati con una responsabilità storica nelle emissioni di gas serra e i paesi in via di sviluppo che non erano stati fino ad allora responsabili delle maggiori emissioni. Negli ultimi anni, la situazione economica e tecnologica è completamente mutata: i paesi in via di sviluppo contribuiscono ora al 58%  delle emissioni globali di gas serra e continuano a crescere velocemente. Anche se le loro emissioni pro-capite sono ancora più basse di quelli dei paesi Annex I, questo ha portato molti paesi industrializzati a rimettere in discussione la struttura del Protocollo di Kyoto che pone obiettivi vincolanti solo ai paesi Annex I.<br />
<span style="color: #000000;">D’altra parte, i paesi emergenti hanno emissioni procapite ancora nettamente inferiori a quelli dei paesi Annex I, e citano a loro favore anche la “responsabilità storica” dei paesi industrializzati, che hanno sviluppato il loro sistema energetico nell’800 e da allora hanno iniziato ad emettere anidride carbonica. Se si guardano le emissioni cumulate dei diversi paesi negli ultimi 150 anni, come  mostrato <a href="http://www.climalteranti.it/2010/11/15/un-argomento-non-valido-contro-gli-impegni-di-riduzione-delle-emissioni/" target="_blank"><span style="color: #000000;">in questo precedente post</span></a>, è un argomento con un fondamento.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Questi sono i motivi che rendono difficile un secondo accordo sul clima, e che hanno reso necessario un intenso lavoro negoziale che ha prodotto a Durban alcuni risultati che non devono essere sottovalutati.</span></p>
<p><strong>L’importanza degli accordi di Durban</strong></p>
<p><a href="http://www.iisd.ca/climate/cop17/" target="_blank"><img class="alignleft" style="margin: 0px 3px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Dicembre%202011/kk.jpg" alt="" width="394" height="101" /></a>Gli accordi di cui sono state messe le fondamenta nella <a href="http://www.cop17-cmp7durban.com/" target="_blank">COP17 a Durban</a> sono, potenzialmente, molto ambiziosi.  Vediamo perché attraverso le due principali decisioni prese in tema di riduzioni delle emissioni.</p>
<p>1) È stato deciso di proseguire con un secondo periodo di <a href="http://unfccc.int/files/meetings/durban_nov_2011/decisions/application/pdf/awgkp_outcome.pdf" target="_blank"> impegno del Protocollo di Kyoto</a> (the committment period -2 of Kyoto Protocol – CP2-KP) con obiettivi vincolanti legalmente di riduzione delle emissioni solo per i Paesi Annex I, che avrà inizio nel 2013 e si estenderà fino al 2017 (o fino al 2020). Non tutti i paesi Annex 1 proseguiranno nel Kyoto-2: Canada, Giappone, Russia, e Stati Uniti hanno già dato forfait, per diversi motivi. Rimangono Europa, Australia, Nuova Zelanda, Svizzera, Norvegia e pochi altri.  Le riduzioni complessive attualmente in discussione per i paesi partecipanti oscillano tra il 15 e il 25 % nel 2020 rispetto al 1990. La quantificazione degli impegni effettivi per i diversi Paesi avverrà successivamente, sulla base delle comunicazioni che i Paesi devono effettuare entro maggio 2012.</p>
<p><a href="http://www.iisd.ca/climate/cop17/" target="_blank"><img class="alignleft" style="margin: 0px 4px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Dicembre%202011/vv.jpg" alt="" width="252" height="168" /></a>L’Unione Europea ha già deciso di impegnarsi a raggiungere <a href="http://www.consilium.europa.eu/uedocs/cms_data/docs/pressdata/en/ec/104692.pdf" target="_blank">-20% nel 2020</a> rispetto al 1990, ma è disposta a considerare obiettivi più ambiziosi (fino a -30%) se altri paesi faranno sforzi analoghi. Tenendo conto che i paesi per ora partecipanti al CP2-KP rappresentano non più del 15% delle emissioni globali, questa decisione va valutata non per il suo significato numerico (poco più che simbolico), ma per quello politico: convincere i paesi in via di sviluppo ad accettare la cosiddetta “piattaforma di Durban” (vedi dopo).<br />
Per i paesi industrializzati che non parteciperanno al CP2-KP non si preannuncia un totale disimpegno. Gli Stati Uniti, ad esempio, hanno confermato l’offerta avanzata a Copenaghen di riduzione volontaria delle emissioni del <a href="http://unfccc.int/meetings/copenhagen_dec_2009/items/5264.php" target="_blank">17% al 2020</a> rispetto al 2005.<br />
Sebbene al momento questo rappresenti più un buon proposito che un impegno vincolante, è tuttavia da notare il maggior livello di ambizione rispetto a quanto fatto finora.</p>
<p>2) È stato istituito un Gruppo di lavoro sulla “piattaforma di Durban” per definire entro il 2015 “<em>un nuovo protocollo o altro strumento <a href="http://www.iisd.ca/climate/cop17/" target="_blank"><img class="alignleft" style="margin: 1px 4px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Dicembre%202011/ff.jpg" alt="" width="263" height="175" /></a>legale o esito condiviso dotato di forza legale”, </em>che comprenda tutti i Paesi. Il gruppo di lavoro dovrà occuparsi di temi fondamentali come mitigazione, adattamento, meccanismi finanziari, sviluppo di nuove tecnologie e capacity building. Tale gruppo avrà l’obiettivo quindi di innalzare il livello di ambizione globale, anche sulla base dei risultati del <a href="http://www.ipcc.ch/meetings/session32/syr_final_scoping_document.pdf" target="_blank">Quinto rapporto sul Clima</a> dell’<a href="http://www.ipcc.ch/" target="_blank">IPCC</a> che verrà pubblicato tra il 2013 e 2014. L’aspetto fondamentale è che i “paesi in via di sviluppo” (e.s. Cina e India) abbiano alla fine accettato l’idea di avere anche loro obiettivi “vincolanti” (a partire dal 2020). Sebbene sarà certamente difficile trovare un accordo nel 2015, e sebbene ci siano molti punti ancora da chiarire (es. cosa significa esattamente  “strumento dotato di forza legale”?), a Durban si sono poste le basi per superare la dicotomia paesi ricchi – paesi poveri che per anni ha tenuto in ostaggio l’intera discussione sugli impegni di riduzione, impedendo di fare passi in avanti.</p>
<p>Questa è la realtà sul tavolo dei negoziati in corso. Certo, sono per ora solo assicurazioni e impegni non formali (pledges), <a href="http://www.climateactiontracker.org/" target="_blank">spesso ancora vaghi e insufficienti</a>, ma un accordo internazionale così rilevante non è facile da costruire, non può che partire da condizioni simili per cercare – attraverso compromessi, flessibilità, revisioni o spinte sucessive – di arrivare ad un consenso che renda gli impegni il più possibile vincolanti (commitments).</p>
<p>Si può certo vedere il bicchiere mezzo vuoto. Gli impegni finora offerti sono assolutamente insufficienti ad affrontare il problema climatico. A Durban si è deciso il percorso e le condizioni per arrivare in seguito ad una decisione sul nuovo trattato globale, mentre servirebbero impegni forti, immediati e con vincoli legali.<br />
Però il bicchiere è anche mezzo pieno. A Durban è stato ottenuto il massimo che ci si poteva realisticamente aspettare. Di questi tempi, convincere i paesi in via di sviluppo ad avviare un tavolo negoziale su obiettivi di riduzione “vincolanti” anche per loro è un bel successo politico (in larga parte da attribuire alla determinazione della UE). Un mancato accordo avrebbe con ogni probabilità provocato una crisi del multilateralismo climatico ed un ulteriore ridimensionamento delle aspettative in tema di mitigazione.</p>
<p>Ricordare questi fatti non significa che tutto va bene e che il clima è salvo, tutt’altro: la battaglia per il clima è ancora da combattere, dentro e fuori le negoziazioni ONU. Ma per discutere di come uscire dalla crisi climatica conviene confrontarsi con la realtà e non solo con le nostre aspirazioni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Testo di <a href="http://www.climalteranti.it/info/stefano-caserini/" target="_blank">Stefano Caserini</a>, <a href="http://www.climalteranti.it/info/giacomo-grassi/" target="_blank">Giacomo Grassi</a>, <a href="http://www.climalteranti.it/info/marina-vitullo/" target="_blank">Marina Vitullo</a>, <a href="http://www.climalteranti.it/info/sylvie-coyaud/" target="_blank">Sylvie Coyaud</a> e <a href="http://www.climalteranti.it/info/sergio-castellari/" target="_blank">Sergio Castellari</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>30 dicembre 2011</strong></p>
<p>Al fine di evitare un’eccessiva e scorretta generalizzazione, è stata effettuata una correzione al testo  introducendo  l’aggettivo  “numerosi” prima di “giornalisti” in queste due frasi.</p>
<p><em>Molti articoli sull’esito della conferenza di Durban pubblicati sui quotidiani italiani mostrano come molti giornalisti e opinionisti sappiano poco dei negoziati internazionali sul clima.</em></p>
<p>e</p>
<p><em>Probabilmente molti giornalisti non si rendono conto delle loro lacune di conoscenza</em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Le vere risposte alla crisi climatica arriveranno dal basso</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Dec 2011 20:16:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Climalteranti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Iniziamo un dibattito sul futuro delle politiche climatiche e delle negoziazioni sul clima, ospitando un parere fortemente critico sull’esito della COP17 di Durban, che pubblichiamo, pur non condividendone numerosi passaggi, per mostrare la diversità delle posizioni e degli argomenti in gioco. . Il vertice di Durban, la 17° “Conference of Parties” (COP 17), è finita [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Iniziamo un dibattito sul futuro delle politiche climatiche e delle negoziazioni sul clima, ospitando un parere fortemente critico sull’esito della COP17 di Durban, che pubblichiamo, pur non condividendone numerosi passaggi, per mostrare la diversità delle posizioni e degli argomenti in gioco.</em></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p><a href="http://www.iisd.ca/climate/cop17/" target="_blank"><img class="alignleft" style="margin: 5px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Dicembre%202011/12.jpg" alt="" width="397" height="265" /></a>Il vertice di Durban, la 17° “Conference of Parties” (COP 17), è finita con un compromesso che – in vista delle dimensioni del problema – equivale a un fallimento. Le spinte alla politica del clima verranno nei prossimi anni dalle attività locali e nazionali con un ruolo importante di coordinamento ed incentivazione dell’Unione europea e verranno purtroppo dagli eventi meteorologici estremi e dai loro impatti sull’economia e sulle vite umane. Opportunità e catastrofi saranno le forze propulsive al posto di una politica climatica guidata da risultati scientifici e discorsi razionali.<br />
Fra i risultati più importanti di Durban, il protocollo di Kyoto, di cui la prima fase termina nel 2012, rimane in vigore, però senza Canada, Russia, Giappone e Nuova Zelanda. Forse fino al 2017, forse fino al 2020. Si vedrà. I paesi che anche dopo il 2012 prenderanno impegni vincolanti per la riduzione di gas serra saranno l’Unione Europea, la Svizzera e la Norvegia, cioè il 15% delle emissioni globali, il resto del mondo farà come meglio crede.<span id="more-1144"></span><br />
Un nuovo accordo globale di cui dovrebbero far parte anche gli Stati Uniti, l’India e la Cina verrebbe applicato a partire dal 2020. Prenderà forse la forma di un accordo, forse di uno “strumento giuridico” o di una “soluzione concertata”, il che non sono sottigliezze linguistiche ma profonde differenze tra un documento vincolante &#8211; i primi due – o uno del tutto impotente e insignificante.<br />
L’IPCC, il gruppo di migliaia di studiosi che negli ultimi due decenni hanno fornito la base scientifica per la politica climatica viene dequalificato. Per le decisioni future i risultati dell’Intergovernmental Panel on Climate Change non saranno più, appunto, la “base”, ma il processo sarà “informato” dal lavoro e dai risultati di questo eminente gruppo di studiosi.<br />
Il risultato era prevedibile e fanno male anche le associazioni ambientaliste a nutrire prima di ogni conferenza mondiale speranze come se da questo processo internazionale dovesse venire la salvezza. Dopo la COP 14 nel 2008 a Poznan in Polonia si diceva che pur non avendo raggiunto un nuovo accordo post-2012, erano state poste le basi per metterlo nero su bianco l’anno successivo a Copenaghen. E infatti il Comune di Copenaghen, il governo danese e anche la Commissione europea lanciavano una smisurata campagna di pubblicità e relazioni pubbliche. A “Hopenhagen”, il porto della speranza, sarebbe avvenuto il miracolo di un nuovo trattato. Il mini-accordo non vincolante uscito COP 15 era invece un passo indietro.<br />
L’anno scorso, a Cancùn i risultati sono stati all’altezza delle sfide. Visto i miseri risultati di Durban vedremo come la carovana dei circa 10.000 globetrotter delle trattative climatiche cercheranno di vendere la prossima conferenza nel petrolifero Qatar.<br />
Le risposte ai cambiamenti climatici devono arrivare da altri luoghi, non da conferenze organizzate dalle Nazioni Unite, come la Convenzione quadro sul clima nel 1992 a Rio. Il che non significa che sia inutile, anzi è di grande importanza, lavorare per un nuovo accordo internazionale nei prossimi anni, ma l’accordo e la forma che prenderà saranno il risultato di processi che si svolgono a livello nazionale e più ancora a livello locale.</p>
<p>Il processo internazionale riflette più che altro le dinamiche politiche ed economiche all’interno degli stati nazionali; gli spazi di manovra dei politici che partecipano alle trattative di alto livello sul clima sono definiti dalla costellazione politica interna, dalla stabilità economica e dalle aspettative della popolazione per un benessere futuro. Due anni fa a Copenaghen, il discorso deludente di Obama &#8211; quando ancora si aspettava molto dal nuovo presidente progressista &#8211; non si doveva alla sua insensibilità verso i cambiamenti climatici, ma al fatto che non aveva allora (né ora) una maggioranza del Senato e della Camera a favore di un trattato internazionale vincolante sul clima.<br />
Nella situazione attuale, la disponibilità dei paesi emergenti a un accordo che metta in discussione i loro obiettivi di sviluppo economico a favore della protezione del clima tende a zero. A Durban sono stati la Cina e l’India a rifiutarsi categoricamente di firmare qualsiasi accordo internazionale vincolante. Il problema l’avete creato voi, esultava con rabbia il ministro indiano all’ambiente, Natarajan, non ci piegheremo alle “minacce dell’Unione europea”, si tratta di una questione di giustizia climatica. E il suo collega Xie con altrettanta veemenza ripeteva che la Cina è un paese in via di sviluppo e deve quindi far crescere la propria economia.<br />
Un’adesione dell’India e della Cina a un trattato internazionale sarebbe pensabile solo se vedessero riduzioni quantificabili dei gas serra nei vecchi paesi industriali e la possibilità concreta di un trasferimento massiccio di tecnologie e di fondi per rendere attuabile uno sviluppo economico teso a un benessere <em>low carbon</em>.<br />
Risiede lì la prospettiva più promettente di combattere i cambiamenti climatici: l’Europa deve continuare a spingere per un accordo internazionale, a far pressione sulla Cina, l’India e gli Stati Uniti, ma deve soprattutto dimostrare a grande scala che benessere, prosperità e innovazione possono accompagnarsi a un forte calo delle emissioni di gas serra.<br />
L’uscita dall’era fossile non può scaturire da conferenze internazionali. Un trattato vincolante ha poche chance mentre tutti sono convinti che ogni ulteriore impegno metta a rischio l’uscita dalle crisi finanziarie ed economiche in atto.<br />
Per la politica i cambiamenti climatici e più in generale la questione ecologica sono diventati marginali. Ma se non si trattasse di nuovi obblighi da subire, bensì di nuove opportunità da cogliere? è questa l’idea della svolta energetica che la Germania ha deciso nell’estate del 2011: abbandonare il carbone che distrugge il clima, uscire dal nucleare e dai suoi rischi di incidente, rinunciare alle materie prime, che comunque finiranno tra pochi decenni, a favore di fonti energetiche rinnovabili. Funzionerà? Se la svolta energetica dovesse fallire, la Germania non sarà più un leader dei paesi industrializzati. Se dovesse riuscire, forse gli accordi internazionali non saranno più tanto importanti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Karl Ludwig Schibel, <a href="http://www.climatealliance.it/" target="_blank">Alleanza per il clima</a></p>
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		<title>Cos’è successo nella notte insonne di Durban?</title>
		<link>http://www.climalteranti.it/2011/12/11/cos-e-successo-nella-notte-insonne-di-durban/</link>
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		<pubDate>Sun, 11 Dec 2011 17:48:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Climalteranti</dc:creator>
				<category><![CDATA[COP]]></category>
		<category><![CDATA[Negoziazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Durban]]></category>
		<category><![CDATA[UNFCCC]]></category>

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		<description><![CDATA[36 decisioni formali adottate sull&#8217;estensione di Kyoto, sulla roadmap per un accordo globale, sull&#8217;adattamento e sui finanziamenti per l’adattamento e la mitigazione nei paesi più poveri. È stato approvato un compromesso imperfetto, che integra anni di trattative. Un altro passo in avanti per l’azione globale contro i cambiamenti climatici          I negoziati sui futuri impegni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>36 decisioni formali adottate sull&#8217;estensione di Kyoto, sulla roadmap per un accordo globale, sull&#8217;adattamento e sui finanziamenti per l’adattamento e la mitigazione nei paesi più poveri. È stato approvato un compromesso imperfetto, che integra anni di trattative. Un altro passo in avanti per l’azione globale contro i cambiamenti climatici          </em></p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 5px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Dicembre%202011/h.jpg" alt="" width="356" height="237" />I negoziati sui futuri impegni contro i cambiamenti climatici sono stati ancora una volta intensi e il loro finale estenuante.</p>
<p>A Durban, in Sudafrica, si è svolta la 17a (COP17) “Conference of the Parties to the UNFCCC” insieme alla 7a (CMP7) della “Conference of the Parties serving as the Meeting of the Parties to the Kyoto Protocol”. Terminata all’alba di domenica 11 dicembre, dopo 14 giorni di lavoro e quasi 20 ore di lavori senza interruzioni, la sessione ha superato il precedente record della COP13/CMP3 a Bali nel 2007, conclusa nel primo pomeriggio di sabato.<br />
<a href="http://www.iisd.ca/climate/cop17/" target="_blank">Come si può vedere nella cronaca dell’IISD</a>, nella notte fra il 10 e l’11 dicembre c’è stata una trattativa frenetica e ininterrotta su due tavoli paralleli. La presidente della COP17 Maite Nkoana-Mashabane e la segretaria dell’UNFCCC Christiana Figueres hanno tenuto una conferenza stampa alle 5.30 del mattino. Quella della delegazione europea guidata dalla Commissaria al Clima Connie Hedegaard si è tenuta subito dopo, alle 6 del mattino. Come nella tradizione UNFCCC, le plenarie e le conferenze stampa si possono ascoltare <a href="http://utils.babylon.com/abt/index.php?url=unfccc4%20meta-fusion%20kongresse%20cop17%20templ%20ovw_onDemand" target="_blank">nei webcast che sono disponibili a questa pagina</a>.<br />
Lo sforzo per raggiungere un consenso ai vari tavoli della COP17 e della COMP7 ha prodotto numerose decisioni formali approvate nell’ultimo giorno: trentasei rispetto alle venticinque approvate alla precedente sessione di Cancún nel 2010. Questi documenti sono tutti disponibili sulla home page UNFCCC del meeting, <a href="http://unfccc.int/2860.php" target="_blank">qui</a>.<br />
I risultati principali si possono leggere nel comunicato stampa del segretariato UNFCC, disponibile <a href="http://unfccc.int/files/press/press_releases_advisories/application/pdf/pr20111112cop17final.pdf" target="_blank">qui</a>. <span id="more-1111"></span></p>
<p>Nell’attesa di studiare con calma i documenti, i commenti e le dichiarazioni nelle conferenze stampa, si può dire come la presidente della COP che è stato approvato un compromesso imperfetto, che integra anni di trattative:<br />
- È stato esteso ancora per un anno il tavolo negoziale AWG-LCA (Ad Hoc Working Group on Long-term Cooperative Action under the Convention), nato alla sessione di Bali (2007) per  realizzare quanto delineato nella Decisione  1/CP.13 (Bali Action Plan),  cioè una visione comune tra i Paesi (“shared vision”) sulle azioni a lungo termine, e identificare un obiettivo globale per ridurre sostanzialmente le emissioni di gas-serra entro il 2050 raggiungendo il picco in un tempo utile e attivando azioni non solo di mitigazione, ma anche di adattamento, di trasferimento di tecnologie e di finanziamento verso i paesi in via di sviluppo;<br />
- è stato creato un nuovo tavolo negoziale: <a href="http://unfccc.int/files/meetings/durban_nov_2011/decisions/application/pdf/cop17_durbanplatform.pdf" target="_blank">AWG-DB (Ad Hoc Working Group &#8211; Durban Platform)</a>, per definire entro il 2015 un nuovo protocollo o altro strumento legale o esito condiviso dotato di forza legale, che abbracci tutti i Paesi. Proprio la definizione dell’obiettivo che questo tavolo AWG-DP ha rallentato negli ultimi giorni il raggiungimento del consenso, che alla fine ha prodotto la seguente frase di compromesso: “<em>a protocol, another legal instrument or a agreed outcome with legal force under the United Nations Framework Convention on Climate Change applicable to all Parties</em>”;<br />
- è stato approvato <a href="http://unfccc.int/files/meetings/durban_nov_2011/decisions/application/pdf/awgkp_outcome.pdf" target="_blank">un secondo periodo del Protocollo di Kyoto, che dovrà partire alla scadenza del primo periodo di impegno, ossia dal 1 gennaio 2013. Gli impegni futuri dei paesi industrializzati non sono stati decisi e saranno comunicati entro il 1 maggio 2012.</a> Il secondo periodo scadrà il 31 dicembre 2017 o 2020, da stabilirsi nella prossima sessione nel 2012. Si prende atto che tre paesi escono dal Protocollo di  Kyoto: Canada, Giappone e Russia. Inoltre è stata approvata l‘aggiunta del trifluoruro di azoto (NF3) nella lista di gas-serra da limitare nelle emissioni del Protocollo di Kyoto.</p>
<p>Compromessi e rinvii a parte, qualche passo avanti si è fatto:</p>
<ul>
<li>sono stati approvati gli elementi fondamentali del Fondo Climatico Verde (“Green Climate Fund”), e indicati i paesi nei quali verrà messo in opera entro il 2012;</li>
<li>sempre nel 2012 diventerà operativo il Meccanismo Tecnologico per lo sviluppo e la condivisione di soluzioni tecnologiche per la mitigazione e l’adattamento (si veda il capitolo 5 del <a href="http://unfccc.int/files/meetings/durban_nov_2011/decisions/application/pdf/cop17_lcaoutcome.pdf" target="_blank">documento LCA</a>);</li>
<li>sono stati definiti i termini di riferimento per il Climate Technology Centre and Network e nel 2012 verrà selezionato il paese ospitante.</li>
<li>sono state adottate nuove regole di conteggio degli assorbimenti ed emissioni di gas serra per le foreste nei paesi ricchi (“Land Use Land Use Change and Forestry”, o LULUCF). E&#8217; una decisione molto importante perche&#8217; il settore LULUCF rappresenta uno degli argomenti tecnicamente piu&#8217; complessi (ci si lavora da 4-5 anni) e controversi dell’intero negoziato. Questa decisione e’ fondamentale affinchè paesi come Australia e Nuova Zelanda possano partecipare al secondo periodo di impegno del Protocollo di Kyoto.</li>
</ul>
<p>Si sono prese anche decisioni che riguardano l’adattamento ai cambiamenti climatici<br />
-  entrata in vigore del Comitato per l&#8217;Adattamento (&#8220;Adaptation Committee&#8221;) al fine di meglio coordinare le azioni di adattamento a livello globale;<br />
-  iniziale definizione delle modalità e linee guida per l&#8217;elaborazione e l&#8217;attuazione di Piani Nazionali di Adattamento (&#8220;National Adaptation Plans&#8221;, NAP) per ridurre la vulnerabilità ai cambiamenti climatici dei paesi meno avanzati (least developed countries &#8211; LDC),  con esortazione ai paesi sviluppati a fornire supporto finanziario a questi NAP attraverso accordi bilaterali e multilaterali e anche mediante il Fondo per i Paesi meno Avanzati (Least Developed Countries Fund);<br />
- un programma di lavoro sulle perdite e i danni ambientali attribuibili ai cambiamenti climatici nei paesi più vulnerabili, (&#8220;Work programme on Loss and Damage&#8221;) che, nel riconoscere <a href="http://www.ipcc.ch/news_and_events/docs/ipcc34/SREX_FD_SPM_final.pdf" target="_blank">l’importante lavoro dell’IPCC sulla gestione degli effetti degli eventi estremi</a>, verterà su tre aree tematiche: valutazione del rischio associato agli effetti dei cambiamenti climatici; esplorazione di un ventaglio di possibili approcci per gestirlo; ruolo della Convenzione nell’affrontare queste tematiche;<br />
-  la continuazione del Nairobi Work Programme sugli impatti, la vulnerabilità e l&#8217;adattamento (NWP) al fine di assistere tutti i paesi e in particolare quelli in via di sviluppo e di approfondire la conoscenza sugli impatti dei cambiamenti climatici mediante attività seminariali e di condivisione di esperienze.<br />
- sono state adottate le procedure per i progetti di cattura e stoccaggio di carbonio (Carbon-Capture and Storage – CCS) nell’ambito del Meccanismo di Sviluppo Pulito (Clean Development mechanism &#8211; CDM) del Protocollo di Kyoto.</p>
<p>Cos’è successo, quindi, a Durban? Un accordo epocale o un altro fallimento, come già alcuni giornali hanno titolato nei giorni scorsi?<br />
Dalle prime analisi, sembrano proseguire, anche se lentamente, sia la ripartizione degli sforzi per ridurre le emissioni che il rafforzamento delle azioni di adattamento e di finanziamento per i paesi in via di sviluppo nei prossimi decenni e in particolare da qui al 2020. Per il futuro delle politiche climatiche è un progresso cruciale, e difficile vista la lontananza delle posizioni in campo su vari temi in discussione: dalle emissioni di chi ha storicamente determinato il pericolo a quelle di chi sta per diventare emettitore di prima grandezza, dalla finanza alle tecnologie.</p>
<p>Ascoltare i toni dei dibattiti durante le plenarie o i due working group, sul Protocollo di Kyoto e sulla Cooperazione a lungo termine, fa capire come ormai sia diffusa la consapevolezza dell’importanza dell’accordo, e dei rischi che si corrono nel ritardare le  riduzioni. Ancora una volta, l’UNFCCC ha riconosciuto (come viene scritto in varie decisioni) l’importante ruolo del Comitato Intergovernativo per i Cambiamenti Climatici (IPCC) nel fornire aggiornamenti tecnico-scientifici &#8211; che hanno il consenso di tutti i paesi -sulle conoscenze in scienza del clima.<br />
Nell’UNFCCC inoltre si riconosce all’unanimità, dall’Arabia Saudita agli USA, che il problema dei cambiamenti climatici esiste ed è serio. I  documenti ufficiali riconoscono il divario fra le decisioni politiche e le misure necessarie, secondo la comunità scientifica, per stabilizzare le temperature del pianeta ed evitare pericoli più gravi. Un’ammissione che, da ottimisti, si può includere fra i passi avanti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Testo di <a href="http://www.climalteranti.it/info/stefano-caserini/" target="_blank">Stefano Caserini</a>, <a href="http://www.climalteranti.it/info/sergio-castellari/" target="_blank">Sergio Castellari</a>,  <a href="http://www.climalteranti.it/info/valentino-piana/" target="_blank">Valentino Piana</a>, <a href="http://www.climalteranti.it/info/sylvie-coyaud/" target="_blank">Sylvie Coyaud</a></p>
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		<title>Cinque grafici per una cena</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Dec 2011 23:40:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Climalteranti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Premio]]></category>
		<category><![CDATA[De Bortoli]]></category>

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		<description><![CDATA[Nei giorni scorsi, una delegazione del Comitato Scientifico di Climalteranti.it ha consegnato a Ferruccio De Bortoli il premio “A Qualcuno Piace Caldo”, assegnato per il 2010 al “Corriere della Sera” di cui è direttore (le motivazioni sono qui). L’incontro è stato molto cordiale, una cena in un ristorante in zona Brera a Milano, ed è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin: 5px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Dicembre%202011/corr.jpg" alt="" width="256" height="191" /></p>
<p>Nei giorni scorsi, una delegazione del <a href="../../../../../info/" target="_blank">Comitato Scientifico di Climalteranti.it</a> ha consegnato a <a href="http://www.google.it/url?sa=t&amp;rct=j&amp;q=ferruccio%20de%20bortoli&amp;source=web&amp;cd=1&amp;ved=0CDQQFjAA&amp;url=http%3A%2F%2Fit.wikipedia.org%2Fwiki%2FFerruccio_de_Bortoli&amp;ei=iqzaTtKAEeqJ4gT425mRDg&amp;usg=AFQjCNEI51fH7F7K42mhFFsgVT84CNaDmg&amp;sig2=qz8bIZ9krtWsEXRoNXgMwg&amp;cad=rj">Ferruccio De Bortoli</a> il <a href="../../../../../premio-a-qualcuno-piace-caldo/">premio “A Qualcuno Piace Caldo”,</a> assegnato per il 2010 al “Corriere della Sera” di cui è direttore (le motivazioni sono <a href="../../../../../2011/09/19/assegnato-il-premio-a-qualcuno-piace-caldo-2010/">qui</a>).</p>
<p>L’incontro è stato molto cordiale, una cena in un ristorante in zona Brera a Milano, ed è stata un’occasione per parlare, fra le altre cose, della comunicazione del tema dei cambiamenti climatici, dell’ambiente e dell’energia. .</p>
<p>Ci ha fatto piacere non solo l’eleganza con cui il Direttore ha accettato il premio, riconoscendo le criticità negli articoli segnalati, ma anche il suo interesse in materia e la sua attenzione. Per la cortesia dimostrata, nonché per l’ottima cena, un ringraziamento a Ferruccio De Bortoli da tutto il gruppo di Climalteranti, che rimane sempre disponibile al confronto e al supporto per una migliore informazione sulla scienza del clima.</p>
<p><span id="more-1056"></span></p>
<p>Prima dell’arrivo delle prelibatezze, c’è stato il modo di entrare un po’ nei dettagli tecnici, e di spiegare perché i cambiamenti climatici ci preoccupano. Avevamo preparato 5 grafici, scelti fra i tantissimi che la scienza mette oggi a disposizione.</p>
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<p><a href="http://www.ccrc.unsw.edu.au/Copenhagen/Copenhagen_Diagnosis_LOW.pdf%20" target="_blank"><img class="alignleft" style="margin: 1px 9px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Dicembre%202011/a.jpg" alt="" width="307" height="200" /></a>Il primo viene dal rapporto <a href="http://www.copenhagendiagnosis.com/">The Copenhagen Diagnosis: Climate Science Report</a> (Figura 21), e unisce la ricostruzione delle temperature medie globali per il periodo 500-2006 <a href="http://holocene.meteo.psu.edu/shared/articles/MannetalPNAS08.pdf">(proposta da Mann et al. 2008)</a> con le proiezioni delle temperature medie globali al 2100 <a href="http://www.ipcc.ch/publications_and_data/ar4/syr/en/spms3.html">riassunte dal Quarto Rapporto dell’IPCC</a>. Ha il pregio di mostrare quanto le temperature del 2100 saranno distanti dall’andamento medio nei quindici secoli precedenti, e da quelle attuali.</p>
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<p><a href="http://www.ucsusa.org/assets/documents/ssi/DoranEOS09.pdf" target="_blank"><img class="alignleft" style="margin: 1px 9px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Dicembre%202011/b.jpg" alt="" width="336" height="207" /></a>Il secondo grafico riguarda il dibattito sulle responsabilità umane nel riscaldamento del pianeta. Uno <a href="http://www.ucsusa.org/assets/documents/ssi/DoranEOS09.pdf">studio del 2009</a> ha mostrato che alla domanda “L’attività umana è un fattore significativo nel variare le temperature globali del pianeta?” la comunità scientifica è unita nel rispondere sì, e che la percentuale di consenso è vicina al 100% nel caso di addetti ai lavori (climatologi che svolgono un ruolo di ricerca attiva in campo climatico). Non c’è l’unanimità, come non c’è mai su questi temi , ma ci siamo molto vicini.</p>
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<p><a href="http://www.ipcc.ch/publications_and_data/ar4/wg1/en/ch11s11-3-3-2.html" target="_blank"><img class="alignleft" style="margin: 5px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Dicembre%202011/c.jpg" alt="" width="368" height="160" /></a></p>
<p>L’adattamento ai cambiamenti climatici ci sembra un punto cruciale. Per questo è necessario far sapere quello che potrebbe succedere (e in parte sta già succedendo) in Italia e in Europa a seguito del riscaldamento globale. Il terzo grafico è relativo alle proiezioni delle temperature e delle precipitazioni <a href="http://www.ipcc.ch/publications_and_data/ar4/wg1/en/ch11s11-3-3-2.html">per l’Europa ed il bacino del Mediterraneo</a>, già oggetto di un <a href="../../../../../2009/05/13/i-modelli-del-clima-la-gestione-dell%e2%80%99incertezza%e2%80%a6/">post</a> precedente.</p>
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<p><a href="http://ensembles-eu.metoffice.com/docs/Ensembles_final_report_Nov09.pdf" target="_blank"><img class="alignleft" style="margin: 0px 5px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Dicembre%202011/d.jpg" alt="" width="369" height="165" /></a></p>
<p>I dati delle temperature e delle precipitazioni medie sono importanti, ma ancora più chiaro parlano le proiezioni del numero di giorni molto caldi, con temperatura apparente maggiore di 40 °C. È un grafico presente nei risultati del <a href="http://www.ensembles-eu.org/">progetto Ensemble</a>, di cui abbiamo precedentemente riferito <a href="../../../../../2010/01/03/sull%e2%80%99affidabilita-dei-modelli-2-gli-ultimi-%e2%80%93-preoccupanti-scenari-del-progetto-ensembles/">qui</a> e <a href="../../../../../2010/01/13/sull%e2%80%99affidabilita-dei-modelli-3-conclusione-perche-sono-urgenti-le-azioni-di-adattamento/http:/www.climalteranti.it/2010/01/13/sull%e2%80%99affidabilita-dei-modelli-3-conclusione-perche-sono-urgenti-le-azioni">qui</a>.</p>
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<p><a><img class="alignleft" style="margin: 0px 5px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Dicembre%202011/e.jpg" alt="" width="280" height="187" /></a></p>
<p>Molti degli articoli “incriminati” del Corriere parlavano dei ghiacci, <a href="../../../../../2010/04/29/ma-i-ghiacciai-dell-himalaya-continuano-a-ritirarsi/">e delle conseguenti polemiche</a>. Abbiamo quindi mostrato <a href="http://www.nature.com/nature/journal/v479/n7374/full/nature10581.html">l’ultimo grafico uscito il 24 novembre su Nature</a>, una ricostruzione storica dell’estensione del ghiaccio marino artico negli ultimi 1450 anni. Mette nella giusta prospettiva una riduzione che non è esagerato definire drammatica.</p>
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<p>E’ stata una scelta difficile. Non è detto che sia la migliore, i grafici eloquenti sono moltissimi . Invitiamo a segnalarli nei commenti, potrebbero servirci in futuro, per un’altra cena.</p>
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<p>Testo di <a href="http://www.climalteranti.it/info/marina-vitullo/" target="_blank">Marina Vitullo</a> e <a href="http://www.climalteranti.it/info/stefano-caserini/" target="_blank">Stefano Caserini</a></p>
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		<title>FAQ – domande più frequenti (e risposte)</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Dec 2011 19:34:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Climalteranti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Protocollo di Kyoto]]></category>

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		<description><![CDATA[Climalteranti ha predisposto un nuovo servizio per quanti vogliono reperire informazioni per capire il dibattito sul tema dei cambiamenti climatici. Nella pagina FAQ (Frequently Asked Question), sono reperibili le più frequenti domande degli scettici, seguite dalle risposte fornite dal mondo scientifico. Le risposte sono state create dagli autori del sito Skeptical Science e tradotte in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Climalteranti ha predisposto un nuovo servizio per quanti vogliono reperire informazioni per capire il dibattito sul tema dei cambiamenti climatici.<br />
Nella pagina <a href="http://www.climalteranti.it/faq/" target="_blank">FAQ (Frequently Asked Question)</a>, sono reperibili le più frequenti domande degli scettici, seguite dalle risposte fornite dal mondo scientifico.<br />
Le risposte sono state cr<img class="alignleft" style="margin: 3px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Dicembre%202011/am1.jpg" alt="" width="271" height="63" />eate dagli autori del sito <a href="http://www.skepticalscience.com/translation.php?lang=17" target="_blank">Skeptical Science</a> e tradotte in italiano da <a href="http://www.climalteranti.it/info/luigi-ciattaglia/" target="_blank">Luigi Ciattaglia</a>. A queste sono state affiancate alcune risposte fornite dai post pubblicati su Climalteranti.it, altre saranno aggiunte man mano che i post saranno pubblicati.</p>
<p>Ringraziamo per l’aiuto Roberto Guizzi e Elena Bonapace, Affiliate Members del Climate Project Italia.</p>
<p>Le domande sono suddivise nelle seguenti categorie:</p>
<ul>
<li><a href="http://www.climalteranti.it/faq/scienzadivisa/" target="_blank">La scienza è divisa</a></li>
<li><a href="http://www.climalteranti.it/faq/co2-e-gas-serra/" target="_blank">CO<sub>2</sub> e gas serra</a></li>
<li><a href="http://www.climalteranti.it/faq/temperature/" target="_blank">Temperature</a></li>
<li><a href="http://www.climalteranti.it/faq/fenomenologia/" target="_blank">Fenomenologia</a></li>
<li><a href="http://www.climalteranti.it/faq/modelli/" target="_blank">Modelli climatici e proiezioni</a></li>
<li><a href="http://www.climalteranti.it/faq/ghiacci/" target="_blank">Ghiacci</a></li>
<li><a href="http://www.climalteranti.it/faq/impatti/" target="_blank">Impatti</a></li>
<li><a href="http://www.climalteranti.it/faq/oceani/" target="_blank">Oceani</a></li>
<li><a href="http://www.climalteranti.it/faq/pianeti/" target="_blank">Pianeti</a></li>
<li><a href="http://www.climalteranti.it/faq/climategate/" target="_blank">Climategate</a></li>
<li><a href="http://www.climalteranti.it/faq/colpe/" target="_blank">Di chi è la colpa del riscaldamento globale?</a></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p>Buona lettura.</p>
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