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	<title>Climalteranti.it</title>
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	<description>Notizie e approfondimenti sul clima che cambia</description>
	<lastBuildDate>Sun, 16 Jun 2013 10:44:53 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Se il sole si acquieta</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Jun 2013 10:40:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Climalteranti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Piccola Era Glaciale]]></category>
		<category><![CDATA[Sole]]></category>
		<category><![CDATA[Maunder]]></category>

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		<description><![CDATA[La recente riduzione dell’attività solare prelude a unaPiccola Era Glaciale, come ipotizzato da alcuni scienziati? Non proprio. L&#8217;effetto delle emissioni di gas serra è di gran lunga dominante e nella corsa del riscaldamento globale un Sole quieto ci farebbe guadagnare solo qualche decimo di grado. Due anni fa ha destato un certo interesse l&#8217;ipotesi avanzata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>La</em><em> </em><em>recente</em><em> </em><em>riduzione</em><em> </em><em>dell</em><em>’</em><em>attività</em><em> </em><em>solare</em><em> </em><em>prelude</em><em> </em><em>a</em><em> </em><em>unaPiccola</em><em> </em><em>Era</em><em> </em><em>Glaciale,</em><em> </em><em>come</em><em> </em><em>ipotizzato</em><em> </em><em>da</em><em> </em><em>alcuni</em><em> </em><em>scienziati?</em><em> </em><em>Non</em><em> </em><em>proprio.</em><em> </em><em>L&#8217;effetto</em><em> </em><em>delle</em><em> </em><em>emissioni</em><em> </em><em>di</em><em> </em><em>gas</em><em> </em><em>serra</em><em> </em><em>è</em><em> </em><em>di</em><em> </em><em>gran</em><em> </em><em>lunga</em><em> </em><em>dominante</em><em> </em><em>e</em><em> </em><em>nella</em><em> </em><em>corsa</em><em> </em><em>del</em><em> </em><em>riscaldamento</em><em> </em><em>globale</em><em> </em><em>un</em><em> </em><em>Sole</em><em> </em><em>quieto</em><em> </em><em>ci</em><em> </em><em>farebbe</em><em> </em><em>guadagnare</em><em> </em><em>solo</em><em> </em><em>qualche</em><em> </em><em>decimo</em><em> </em><em>di</em><em> </em><em>grado.</em></p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 4px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Giugno2013/sole.jpg" alt="" width="202" height="180" />Due anni fa ha destato un certo interesse l&#8217;ipotesi avanzata da alcuni fisici solari secondo cui il sole potrebbe entrare in una fase di attività particolarmente bassa con una totale assenza di macchie solari. Non che sia in sé una ipotesi eclatante, sappiamo bene che l&#8217;attività solare non è costante. Ma l&#8217;unica fase di quiete ben documentata di cui siamo a conoscenza si è verificata nella seconda metà del XVII secolo (minimo di Maunder) e per la fisica solare sarebbe senz&#8217;altro interessante poterne seguire un&#8217;altra con gli strumenti di monitoraggio moderni.</p>
<p>Quarant&#8217;anni fa la paleoclimatologia era una disciplina ancora giovane ma l&#8217;attività solare era stata seguita ogni tanto ad occhio nudo e dettagliatamente sin dalla costruzione dei primi cannocchiali con il conteggio delle macchie solari. Queste osservazioni permisero a Sporer e Maunder verso la fine dell&#8217;800 di identificare quello che oggi chiamiamo minimo di Maunder. Nel J.A. Eddy <a href="http://dx.doi.org/10.1126/science.192.4245.1189" target="_blank">pubblicò un lungo articolo</a> sull&#8217;attività solare e il minimo di Maunder dove ipotizza un nesso fra quest&#8217;ultimo e la cosiddetta Piccola Era Glaciale (PEG). Eddy non aveva a disposizione ricostruzioni di temperatura ben assestate su scala globale, l&#8217;esistenza della PEG era legata più che altro a notizie storiche sul freddo intenso e sull&#8217;avanzamento dei ghiacciai alpini. Ma l&#8217;idea era suggestiva e da allora è stata ripresa e approfondita più volte.<span id="more-2855"></span></p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" style="float: centre;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Giugno2013/puntini.jpg" alt="" width="671" height="107" /><br />
<em>Attività</em><em> </em><em>solare</em><em> </em><em>dedotta</em><em> </em><em>dalla</em><em> </em><em>variazione</em><em> </em><em>isotopica</em><em> </em><em>del</em><em> </em><em>carbonio-14</em><em> </em><em>negli</em><em> </em><em>anelli</em><em> </em><em>degli</em><em> </em><em>alberi</em><em> </em><em>(linea</em><em> </em><em>spessa)</em><em> </em><em>e</em><em> </em><em>dalle</em><em> </em><em>osservazioni</em><em> </em><em>delle</em><em> </em><em>macchie</em><em> </em><em>solari</em><em> </em><em>(linea</em><em> </em><em>sottile).</em><em> </em><em>(Da</em><em> </em><em>J.A.</em><em> </em><em>Eddy</em><em> </em><em>1976,</em><em>  </em><em>Science</em><em> </em><em>192,</em><em> </em><em>1189)</em><em> </em><em>.</em></p>
<p><a href="http://science.nasa.gov/science-news/science-at-nasa/2013/01mar_twinpeaks/" target="_blank">Dopo due anni il tema di un’imminente Piccola Era Glaciale è tornato in auge</a> presso i media e il grande pubblico. Molto meno ha interessato invece i climatologi, e non perché non siano interessati all&#8217;evoluzione della luminosità solare ed alla sua influenza sulla Terra. Piuttosto, sanno bene che anche se il Sole si acquietasse il riscaldamento globale causato dalle emissioni di CO2 <a href="http://dx.doi.org/10.1029/2010GL042710" target="_blank">resterebbe comunque il fattore dominante</a>.</p>
<p>E&#8217; possibile arrivare alla stessa conclusione in modo semplice ed intuitivo.<br />
Sappiamo che nel periodo fra il XV e il XIX secolo il pianeta ha subito in media un progressivo raffreddamento, fino al culmine nella prima metà dell&#8217;Ottocento; rispetto alla media climatologica 1961-1990, la temperatura media dell&#8217;emisfero boreale era inferiore di circa 0,3-0,5 °C. Questo raffreddamento non <a href="http://dx.doi.org/10.1029/2011GL050168" target="_blank"><img class="alignright" style="margin: 4px; float: right;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Giugno2013/global.jpg" alt="" width="351" height="252" /></a>può essere dovuto solo all&#8217;attività solare in quanto è continuato dopo la fine del minimo di Maunder ed era iniziato ben prima. Uno dei fattori che molto probabilmente ha influito nell&#8217;episodio della PEG è stata <a href="http://dx.doi.org/10.1029/2011GL050168" target="_blank">un&#8217;attività vulcanica particolarmente intensa</a> all&#8217;inizio del &#8217;600, vulcanismo che com&#8217;è noto causa una diminuzione della temperatura.. Ma anche a voler attribuire questa variazione interamente all&#8217;attività solare, dobbiamo tenere conto che l&#8217;anomalia attuale è circa  0,6 °C sopra la media climatologica 1951-1980. <a href="http://www.giss.nasa.gov/research/news/20120130b/" target="_blank">Visto che l&#8217;attività solare è semmai in lieve diminuzione dalla metà del secolo scorso</a>, un sole quieto come nel XVII secolo ci riporterebbe indietro di due o tre decenni, ancora al di sopra della media secolare e comunque nulla a che vedere con la PEG. Possiamo concludere che un sole inattivo come tre secoli fa sarebbe senz&#8217;altro un bel regalo da parte della nostra stella; ci farebbe guadagnare un po&#8217; di tempo, ma di certo non ci tirerebbe fuori dai guai.</p>
<p>Il semplice ragionamento fatto non ha ovviamente alcuna pretesa di rigore e va più che altro considerato come quello che in inglese prende il nome di “<em>sanity</em><em> </em><em>check</em>” di una ipotesi. Va da sé che un <a href="http://dx.doi.org/10.1029/2010GL042710" target="_blank">lavoro rigoroso</a> deve tener conto di tutti i contributi che influenzano il clima, inclusi ovviamente i gas serra. E proprio questa molteplicità non viene presa in considerazione da chi attribuisce esclusivamente al sole le sorti climatiche del pianeta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Testo di Riccardo Reitano</p>
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		<title>Essere obiettivi quando si parla di scienza del clima</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Jun 2013 18:17:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Climalteranti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dibattito]]></category>
		<category><![CDATA[Informazione]]></category>
		<category><![CDATA[Negazionisti]]></category>
		<category><![CDATA[Politiche]]></category>
		<category><![CDATA[Oreskes]]></category>

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		<description><![CDATA[Pubblichiamo l’intervista di Emanuele Bompan e Paolo Savoia a Naomi Oreskes, autrice di “Merchant of Doubt”, la cui versione originale è stata pubblicata in inglese su Climate Science &#38; Policy, la rivista online del CMCC «Il dibattito è concluso. Sappiamo cosa dice la scienza. Conosciamo i rischi, e sappiamo che il momento di agire è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Pubblichiamo l’intervista di Emanuele Bompan e Paolo Savoia a <a title="Posts by Naomi Oreskes" href="http://www.climatescienceandpolicy.eu/author/naomi-oreskes/" target="_blank">Naomi Oreskes</a>, autrice di “<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Merchants_of_Doubt" target="_blank">Merchant of Doubt</a>”, la cui versione originale <a href="http://www.climatescienceandpolicy.eu/2013/05/%e2%80%9cjournalists-what-does-it-mean-to-be-objective-when-you-cover-climate-science%e2%80%9d/" target="_blank">è stata pubblicata in inglese su Climate Science &amp; Policy</a>, la rivista online del <a href="http://www.cmcc.it/it/" target="_blank">CMCC</a></em></p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 5px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/donna.jpg" alt="" width="150" height="230" />«<em>Il dibattito è concluso. Sappiamo cosa dice la scienza. Conosciamo i rischi, e sappiamo che il momento di agire è questo</em>». Con queste parole, nel giugno del 2005, il governatore della California Arnold Schwarzenegger annunciò l’inizio della sua battaglia per ridurre le emissioni di gas serra. Schwarzenegger aveva ragione. Dalla metà degli anni ’90 nella comunità scientifica si è raggiunto un consenso di base sul riscaldamento globale, e l’agenzia indipendente Intergovernmental Panel on Climate Change dichiarò già nel 2001 senza esitazioni che «<em>la maggior parte del riscaldamento osservabile negli ultimi 50 anni dipende dalle attività umane</em>». Eppure, il dubbio è ancora diffuso. Una discreta parte di opinione pubblica in Nord America, ma anche nel Vecchio Continente, e alcuni autorevoli scienziati – per esempio i fisici Fred Singer, consulente della Casa Bianca durante la seconda amministrazione Reagan, e Frederick Seitz, tra le altre cose consulente della R.J. Reynolds Tobacco Company ma anche nel Vecchio Continente, sono convinte che non ci siano prove conclusive sul riscaldamento globale, o che se esso è reale non possiamo stabilire se dipenda da cause umane, oppure che se è reale e dipende dall’uomo, non ci si può comunque fare nulla. Com’è possibile? Non ci si può fidare nemmeno della scienza?<span id="more-2841"></span></p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 5px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/doubt.jpg" alt="" width="250" height="360" />Naomi Orsekes ha provato a dare una risposta nel libro Merchants of Doubt, scritto insieme a Erik Conway. Storica della scienza dell’Università di San Diego. Orsekes ha descritto il modo in cui piccoli gruppi di scienziati hanno messo in piedi campagne molto efficaci, grazie a connessioni politiche ed economiche di altissimo livello, per distrarre l’opinione pubblica dai reali pericoli messi in luce dalle scienze mediche e ambientali su temi come gli effetti del fumo, l’esistenza delle piogge acide, l’entità del buco nell’ozono, e soprattutto, le conseguenze del riscaldamento globale. In questo viaggio negli angoli bui della comunità scientifica statunitense Oreskes ha indagato sia le connessioni concrete tra ricerca scientifica, politica e grandi imprese, sia gli aspetti più filosofici di quella che possiamo chiamare la costruzione sociale del dubbio e la diffusione dell’ignoranza. Oreskes, decisa a scendere dalla proverbiale torre d’avorio della cattedra universitaria, ha compreso che l’ignoranza non è solo uno stato negativo, un non-sapere, ma può anche essere il risultato di un processo positivo di costruzione di dubbi e zone di incertezza.</p>
<p>Oreskes ha messo in luce le origini e la strategia del think-thank conservatore conosciuto come Marshall Institute, i cui esponenti, direttamente o indirettamente legati al partito Repubblicano e alle grandi imprese del tabacco, della chimica e del petrolio, hanno sistematicamente messo in dubbio i risultati scientifici ogniqualvolta interferivano con interessi economici e politici precisi. Dato che in fin dei conti si tratta, almeno nel caso del riscaldamento, di questioni empiriche, i costruttori del dubbio non hanno mai negato i fatti, ma piuttosto hanno portato continue argomentazioni in favore della non-conclusività e incompletezza dei dati scientifici accumulati dai climatologi. Gli effetti di questa strategia sono stati devastanti, perché il dubbio ha ritardato le decisioni politiche e influenzato le controversie legali, come per esempio quelle sui danni del fumo.</p>
<p>Con Oreskes, iniziamo a chiederci se sia possibile individuare un confine netto tra scienza e non-scienza. «<em>Non credo</em> – risponde a margine di una recente conferenza tenuta ad Harvard, – <em>ed è proprio questa una circostanza che i produttori del dubbio sfruttano. Sarebbe tutto più semplice se potessimo stabilire in modo univoco cosa conta e cosa invece non conta come fatto all’interno di un’analisi scientifica, ma purtroppo le cose non sono mai così chiare</em>». Oreskes ha molto insistito su questa falsa immagine della scienza che funge da base per negare i risultati scientifici sul fumo passivo o sul riscaldamento del pianeta: si tratta di un’idea infantile secondo cui la scienza sarebbe la voce di una verità assoluta e fornirebbe prove certe e inconfutabili, un’idea lontana dalla realtà. La scienza è un processo storico: «<em>L’impresa scientifica è piuttosto complicata, è un’attività umana in cui è fondamentale lo sviluppo e la creazione di un giudizio esperto. Quella che noi chiamiamo conoscenza scientifica è il risultato degli scambi, delle ricerche e delle prove, sempre parziali, di una comunità di esperti che formulano giudizi informati ma pur sempre soggettivi sui dati che raccolgono, e che alla fine giungono a delle conclusioni sul loro significato. In certi ambiti la società arriva quasi a dipendere da questo tipo di esperti. Eppure ogni singolo scienziato, esperto e informato, può sempre dire: “Io non sono d’accordo con voi”. Questo è esattamente ciò che hanno fatto le persone coinvolte nelle storie che raccontiamo. Tuttavia abbiamo anche dimostrato che si trattava sì di scienziati, ma non di esperti nel campo specifico in cui intervenivano</em>». Per esempio, nel caso delle piogge acide, i dati scientifici dei climatologi e dei geologi sono stati messi in discussione da fisici nucleari, che non potevano assolutamente avere lo stesso livello di competenza della materia, ma potevano benissimo essere presentati ai media e all’opinione pubblica come scienziati autorevoli. «<em>Certo se hai un dottorato in fisica non puoi dire di essere un esperto di oncologia, e le persone finanziate dalle grandi imprese hanno cercato di fare sistematicamente questo: sfumare i confini tra le discipline. Dicono: “Io sono uno scienziato, ho un dottorato, sono stato presidente della National Academy of Sciences, e non credo che il riscaldamento globale esista davvero”. Il danno è stato incalcolabile, perché le persone hanno iniziato a credere che non ci fosse un consenso generale sull’esistenza del riscaldamento globale all’interno della comunità scientifica. Spesso ci lamentiamo dell’eccessiva specializzazione nelle scienze, ma non è sempre un male mantenere ben chiari i confini tra le singole discipline e ascoltare chi è effettivamente competente</em>».</p>
<p>In un certo senso, è evidente che la strategia del dubbio sfrutta quello scarto, quel distacco che esiste nelle società complesse tra una conoscenza altamente specialistica, che richiede tempo e denaro per essere acquisita, e il sapere delle persone comuni, i non-scienziati. L’esistenza di questo scarto solleva questioni enormi, come per esempio quella delle relazioni tra esperti e opinione pubblica, o tra scienza e democrazia. I media hanno un ruolo importantissimo di cerniera tra sapere tecnico e conoscenza comune, e di sicuro si prestano anche ad essere il luogo delle manipolazioni più pericolose. «<em>I media</em> – riprende Oreskes – <em>hanno un ruolo fondamentale. Le multinazionali del tabacco prevedono esplicitamente, nelle loro strategie difensive, di rivolgersi ai media e di influenzare i media. In particolare quello che cercano di fare è di sfruttare l’obbligo che la stampa e i media in generale hanno nei confronti dell’oggettività e dell’equilibrio, e insistono perché venga dato lo stesso spazio a tutte le posizioni differenti. Molti giornalisti pensano che oggettività sia sinonimo di equilibrio, nel senso di uguale spazio e uguale tempo concessi alle posizioni in gioco. I media si trovano così in una posizione particolarmente vulnerabile nei confronti delle multinazionali del tabacco, che hanno capito molto bene dove andare a parare</em>». Questa questione dell’interpretazione dell’oggettività sembra anche un passo significativo verso una critica non-paranoica del ruolo dei media. «<em>Non credo che ci sia stato un complotto da parte della stampa per occultare i dati sul riscaldamento globale o sui danni del fumo passivo, ma piuttosto che i media siano stati abilmente usati e manipolati. Credo che i giornalisti dovrebbero fermarsi a riflettere un momento su cosa significhi davvero essere oggettivi: se si concede uguale spazio a due opinioni che non sono ugualmente supportate da prove scientifiche, si tratta di un falso equilibrio. In fin dei conti, se una persona sta dicendo la verità e un’altra sta mentendo, non pensiamo certo che meritino lo stesso spazio! Perdipiù, in materia scientifica le questioni non hanno mai solo due lati</em>».</p>
<p>Cerchiamo di allargare un po’ l’orizzonte. Sul tavolo abbiamo i problemi della grande specializzazione di un sapere scientifico molto tecnico e quindi separato dall’esperienza comune, e il problema di fenomeni, analisi e previsioni scientifiche che hanno un immediato valore politico e che possono orientare scelte su larga scala e produrre effetti di massa. La tentazione di trasferire questi problemi al campo della crisi economica e finanziaria attuale è forte, e ci chiediamo se Oreskes abbia mai pensato di applicare i suoi studi sul dubbio e l’ignoranza al campo del sapere economico. Ci risponde decisa: «<em>Be’, in un certo senso la crisi finanziaria e il nostro fallimento nel contrastare il riscaldamento globale hanno la stessa causa, ovvero l’ideologia del neoliberalismo, o come l’abbiamo definito il “fondamentalismo del libero mercato”. Negli ultimi trent’anni siamo stati come ipnotizzati da questa ideologia, secondo cui la cosa più importante è quella di liberare il più possibile i mercati, minimizzare le regolazioni e lasciare che la magia dell’auto-correzione faccia il suo corso. Quest’ideologia ha fatto presa in un molte aree diverse, una delle quali è precisamente il mercato finanziario. Non tutto, ma quasi tutto quello cui assistiamo oggi e che chiamiamo “crisi” è legato a questa sistematica deregulation e all’idea che le banche si sarebbero regolate da sole – il che oggi ci sembra un’idea assurda, ma fino a pochissimo tempo fa molte persone erano pronte a crederlo</em>». In un certo senso, la logica del problema del riscaldamento globale è molto simile. «<em>Sicuramente le politiche di deregolamentazione in alcuni settori particolari possono essere sensate, ma è chiaro che l’inquinamento coincide con il fallimento di un mercato lasciato troppo libero, di fronte al quale c’è bisogno di una struttura e di regole</em>». A ben guardare, quasi tutti gli scienziati coinvolti nella produzione del dubbio hanno in comune la convinzione politica secondo cui il vero obiettivo dei climatologi sarebbe quello di sovvertire il meccanismo del libero mercato, e puntare ad una ristrutturazione del governo in senso socialista. Come ha mostrato Oreskes, si tratta di persone che non sono mai davvero uscite da una logica da guerra fredda. «<em>Negli Stati Uniti avevamo il mercato delle emissioni, che funzionava piuttosto bene, anche all’inizio della prima amministrazione Bush. Ma alla fine è stato posto sotto attacco, perché anche se si trattava di una regolamentazione attraverso il mercato, era pur sempre una regolamentazione, e la svolta ideologica che c’è stata contro qualsiasi idea normativa in materia economica ha finito per abbattere anche quel meccanismo. Adesso siamo disarmati, e assistiamo a un aumento di temperatura che costerà miliardi di dollari in termini di misure da prendere a livello statale per arginare i danni, con la conseguenza probabile di una seconda grande crisi economica. Queste sono previsioni degli “esperti”, tra cui Nicholas Stern, l’ex economista capo della Banca Mondiale, non esattamente un attivista radicale!».</em></p>
<p>PS<br />
Se qualche casa editrice fosse interessata, il Dott. Luigi Ciattaglia ha già effettuato una traduzione del libro “Merchants of doubt”. ed. Bloomsbury Press. Contattare lciattaglia chiocciolina Netscape punto net</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Testo di Emanuele Bompan</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Ma quanto è bella la CO2? – parte 2</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Jun 2013 20:00:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Climalteranti</dc:creator>
				<category><![CDATA[CO2]]></category>
		<category><![CDATA[Fenomenologia]]></category>
		<category><![CDATA[Fotosintesi]]></category>
		<category><![CDATA[Wall Street Journal]]></category>

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		<description><![CDATA[Come raccontato nello scorso post, sul Wall Street Journal Will Happer e Harrison Schmitt hanno di nuovo rilanciato alcune tesi del negazionismo climatico. L’ultimo degli argomenti usati è che le piante attuali soffrono per la troppo bassa concentrazione di CO2. Per capire come le piante reagiscono alla CO2, è necessario approfondire il funzionamento del processo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Come raccontato <a href="http://www.climalteranti.it/2013/05/25/ma-quanto-e-bella-la-co2-prima-parte/">nello scorso post</a>, sul Wall Street Journal<a href="http://online.wsj.com/article/SB10001424127887323528404578452483656067190.html?mod=WSJ_article_comments#articleTabs%3Darticle" target="_blank"> Will Happer e Harrison Schmitt</a> hanno di nuovo rilanciato alcune tesi del negazionismo climatico. L’ultimo degli argomenti usati è che le piante attuali soffrono per la troppo bassa concentrazione di CO2. </em></p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 5px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Giugno2013/pino.jpg" alt="" width="170" height="280" />Per capire come le piante reagiscono alla CO<sub>2</sub>, è necessario approfondire il funzionamento del processo di fotosintesi.<br />
Le <a title="http://it.wikipedia.org/wiki/Gymnospermae" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Gymnospermae" target="_blank">gimnosperme</a>  si sono evolute attorno a 370 milioni di anni fa, quando la CO<sub>2</sub> era fra i 2000 e le 3000 ppm, le <a title="http://botanica01.wikispaces.com/angiosperme" href="http://botanica01.wikispaces.com/angiosperme" target="_blank">angiosperme</a> circa 165 milioni di anni fa, quando la CO<sub>2</sub> era a poco meno di 2000 ppm. Le piante di origine più primitiva usano una forma di fotosintesi che si adatta meglio a queste concentrazioni elevate di CO<sub>2</sub>; sono chiamate “piante C3” perché nel processo di fotosintesi un enzima  fissa la CO<sub>2</sub> in un composto a tre atomi carbonio, il fosfoglicerato, ma soprattutto i loro stomi foliari fanno passare acqua e CO<sub>2</sub> insieme. Nelle odierne condizioni di “relativa” carenza di biossido di carbonio (rispetto a 370 milioni di anni fa), richiedono quindi tanta più acqua in quanto, per ogni molecola di CO<sub>2</sub> che entra, perdono quantità significative di acqua. A questa situazione, le piante C3 si sono magnificamente adattate: sono diffuse su tutto il pianeta e rappresentano il 90% delle specie.  L&#8217;evoluzione ha permesso loro di tenere magnificamente il campo, ha portato allo sviluppo, circa 50 milioni di anni fa, di nuove piante C4 e CAM (come i cactus, le crassulacee), così chiamate perché nel loro processo fotosintetico l’enzima cruciale della fotosintesi, fissa la CO<sub>2</sub> in un composto a 4 atomi di carbonio, l’ossalacetato; sono piante in grado di sopportare molto meglio un basso livello di CO<sub>2</sub> e l’aridità.  In effetti nelle serre attuali si tende ad aumentare la concentrazione di CO<sub>2</sub> per incrementare la produttività delle piante C3.<br />
L&#8217;enzima della fotosintesi C3, il più abbondante enzima presente sulla crosta terrestre (la ribulosio-1,5-bisfosfato carbossilasi/ossigenasi) amichevolmente detto rubisco, non è particolarmente efficiente. A25°Ce nelle attuali condizioni, come substrato circa 1 volta su 5 riconosce l&#8217;ossigeno invece della CO<sub>2</sub>, il che lo induce a produrre una sostanza fondamentalmente inutile nel metabolismo della pianta: il glicolato. La reazione compete con quella utile. Con l&#8217;aumento della temperatura, questa inefficienza del 20% peggiora ulteriormente.<span id="more-2818"></span></p>
<p>Sia le piante C3 che C4 possono essere mono o di-cotiledoni (il cotiledone è la foglia germinale della pianta che la nutre prima che inizi ad essere capace di fare da se con la fotosintesi), ma le piante C4 sono prevalentemente monocotiledoni; inoltre le piante C4 si possono ulteriormente dividere in  Nad-me nelle regioni più asciutte e NADP-me in quelle con maggiori precipitazioni. Sulla base dei dati sperimentali raccolti e di una modellazione del comportamento delle varie piante, Ehleringer e colleghi [1] rappresentano nella Figura seguente le condizioni che fanno prevalere le une o le altre piante nel contesto ambientale.</p>
<p><em><img class="alignleft" style="margin: 2px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Giugno2013/atmosferic.jpg" alt="" width="400" height="280" /></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Figura 1. A seconda del processo fotosintetico le piante si dividono in C3 e C4 (il numero indica gli atomi di carbonio coinvolti). Se la temperatura diurna è bassa sono favorite le C3, se è alta sono favorite le C4 a bassa CO2 e le C3 ad alta CO2; ci sono una serie di condizioni intermedie complesse che coprono tutti i possibili casi dell&#8217;habitat terrestre [Fonte figura: rif. 1].</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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<p>&nbsp;</p>
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<p>Considerando i risultati illustrati nella figura 1, il medesimo modello viene applicato ai periodi geologici indicati in figura di cui si conoscono le temperature medie nelle stagioni di crescita delle piante; si vede in Figura 2 che a seconda del periodo glaciale o interglaciale considerato varia la dominanza delle piante di diverso tipo.</p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 3px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Giugno2013/daytime.jpg" alt="" width="400" height="300" /></p>
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<p>&nbsp;</p>
<p>Figura 2: <em>Le diverse piante coesistono in un contesto terrestre in cui la temperatura diurna nella stagione di crescita può variare in ampi ambiti [Fonte figura: rif 1]</em>.</p>
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<p>Nei periodi interglaciali le due classi di C3 e C4 si dividevano la scena nei vari climi più o meno caldi che comunque esistevano ed esisterebbero sul pianeta anche al crescere della CO<sub>2</sub>. L&#8217;argomento è stato così interessante che la letteratura a riguardo è ampia e mostra tutta la complessità dei vari meccanismi.<br />
Daniel Taub, su <em>Nature Education Knowledge</em>, esplora l&#8217;argomento dei FACE, ossia dei Free-Air Carbon dioxide Enrichment, esperimenti che cercano di capire cosa succede se si arricchisce l&#8217;atmosfera di CO<sub>2</sub>, se si fumigano le piante con CO<sub>2</sub> [2]. Egli fa notare che, in genere, l&#8217;aumento di velocità di crescita delle piante dipende da molti altri fattori, per esempio dalla disponibilità di altri nutrienti, come l&#8217;azoto. Il fatto che oltre il 90% delle piante sono C3, rende poco credibile che oggi stiano patendo la fame, come sostengono i nostri autori.<br />
Le piante C4 usano una pompa per concentrare la CO<sub>2</sub> laddove il rubisco possa agire più efficacemente, all&#8217;interno delle foglie, per cui è vero che l&#8217;aumento di concentrazione della CO<sub>2</sub> atmosferica ha molto più effetto sulle C3 che sulle C4. Ma la richiesta di azoto aumenta.  In mancanza di azoto sufficiente, il rapporto fra carbonio e azoto aumenta nei tessuti e questo rende la pianta meno appetibile per i suoi consumatori; solo le leguminose sembrerebbero evitare questo tipo di limite.<br />
Per il medesimo motivo, in un recentissimo articolo [3] Lobell e altri sostengono che &#8220;<em>sebbene in genere le piante coltivate rispondano positivamente all&#8217;aumento di concentrazione di CO<sub>2</sub>, la risposta dipende dalla specie e dalle condizioni ambientali. Così sebbene la concentrazione di CO<sub>2</sub> stia aumentando uniformemente, l&#8217;incremento a livello regionale varierà con il clima e gli insiemi ecologici delle piante</em>”.<br />
Siamo ben lontani dalle certezze di Happer e Schmitt e da un semplicismo che non ha nulla di scientifico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Riferimenti.<br />
[1] <a href="http://www.es.ucsc.edu/~pkoch/EART_229/10-0120%20Appl.%20C%20in%20plants/Ehleringer%20et%2097%20Oeco%20112-285.pdf" target="_blank">James R. Ehleringer,  Thure E. Cerling e Brent R. Helliker C4 photosynthesis, atmospheric CO<sub>2</sub>, and climate. Oecologia (1997) 112:285-299</a><br />
[2] <a href="http://www.nature.com/scitable/knowledge/library/effects-of-rising-atmospheric-concentrations-of-carbon-13254108" target="_blank">D. Taub, <em>Effects of Rising Atmospheric Concentrations of Carbon Dioxide on Plants. </em>Nature Education Knowledge (2012) 3(10):21.</a><br />
[3] <a href="http://iopscience.iop.org/1748-9326/8/1/014054" target="_blank">Justin M McGrath e David B. Lovell, Regional disparities in the CO<sub>2</sub> fertilization effect and implications for crop yields; <em>Environ. </em><em>Res. Lett.</em> 8 (2013)</a>. Si veda anche  <a href="http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1369526612000106" target="_blank">Andrew DB Leakey, Kristen A Bishop and Elizabeth A Ainsworth, A multi-biome gap in understanding of crop and ecosystem responses to elevated CO<sub>2</sub>, <em>Current Opinion in Plant Biology </em>(2012), 15:228–236</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Testo di: Claudio della Volpe</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Ma quanto è bella la CO2? – prima parte</title>
		<link>http://www.climalteranti.it/2013/05/25/ma-quanto-e-bella-la-co2-prima-parte/</link>
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		<pubDate>Sat, 25 May 2013 20:38:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Climalteranti</dc:creator>
				<category><![CDATA[CO2]]></category>
		<category><![CDATA[Geologia]]></category>
		<category><![CDATA[Wall Street Journal]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 9 maggio 2013, per la prima volta da circa 4 milioni di anni, la concentrazione giornaliera di CO2 atmosferico misurata a Manua Loa ha superato 400 ppmv.  Lo stesso giorno sul Wall Street Journal, a firma di William Happer e Harrison Schmitt, è comparso una “Difesa del biossido di carbonio” da incrementare perché sfamerà [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il 9 maggio 2013, per la prima volta da circa 4 milioni di anni, la concentrazione giornaliera di CO2 atmosferico misurata a <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Mauna_Loa" target="_blank">Manua Loa</a> <a href="http://www.esrl.noaa.gov/gmd/ccgg/trends/weekly.html">ha superato 400 ppmv</a>.  Lo stesso giorno <a href="http://online.wsj.com/article/SB10001424127887323528404578452483656067190.html?mod=WSJ_article_comments#articleTabs%3Darticle" target="_blank">sul Wall Street Journal, a firma di William Happer e Harrison Schmitt, è comparso una “Difesa del biossido di carbonio”</a> da incrementare perché sfamerà il mondo. Ma non è affatto detto.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a class="alignleft" href="http://www.esrl.noaa.gov/gmd/ccgg/trends/weekly.html" target="_blank"><img class="alignleft" style="margin: 5px; float : left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/maggio2013/one.jpg" alt="" width="330" height="230" /></a>William Happer è un fisico atomico e Harrison Schmitt un geologo, ex astronauta ed ex senatore repubblicano e nessuno dei due si occupa di climatologia o ha pubblicato in questo settore. Entrambi sono membri di istituti finanziati da varie industrie per “creare controversie” su questioni scientifiche, il primo del George C. Marshall Institute e il secondo dello Heartland.</p>
<p>Nell&#8217;articolo, sostengono classiche tesi &#8220;negazioniste&#8221; arricchite di nuovi sapori:<br />
1) l&#8217;aumento della concentrazione di CO<sub>2</sub> comporta anche aspetti positivi perché aumenterà la produttività agricola<br />
2) è cessato il riscaldamento globale,   &#8220;non c&#8217;è la minima prova che più anidride carbonica abbia causato più eventi estremi&#8221;, anzi di più, c’è una scarsa correlazione tra il riscaldamento e la concentrazione di CO<sub>2</sub> (cioè non c&#8217;è manco l&#8217;effetto serra!)<br />
3) la attuale concentrazione è bassa secondo gli “standard geologici” perché 65 milioni di anni fa era pari a circa 3000 ppm<br />
4) le piante soffrono per la concentrazione troppo bassa.<br />
La conclusione è: smettiamola di “demonizzare” la CO<sub>2</sub>.<br />
Si tratta delle normali falsità o mezze verità che fanno una enorme confusione nella testa dei lettori. In realtà, la correlazione fra riscaldamento globale ed effetto serra della CO<sub>2</sub> è nota dall’Ottocento; della presunta fine del riscaldamento globale abbiamo parlato <a href="http://www.climalteranti.it/2012/10/07/le-metriche-degli-eventi-estremi/#more-2318" target="_blank">in questo post</a> e sull’aumento degli eventi estremi in <a href="http://www.climalteranti.it/2012/10/07/le-metriche-degli-eventi-estremi/" target="_blank">ottobre</a>.<span id="more-2803"></span></p>
<p>La riduzione della concentrazione dei gas serra nell&#8217;atmosfera terrestre su scala geologica è un fenomeno abbastanza ben documentato. In origine, si tratta del cosiddetto paradosso del giovane Sole debole. Il Sole, in base al modello del suo funzionamento recentemente confermato dalle scoperte sulle proprietà dei neutrini emessi, ha incrementato la sua luminosità del 30% da quando esiste; il che vuol dire per esempio che quando sono nate le piante vascolari (circa 430 milioni di anni fa) la luminosità era di circa il 3-4% inferiore, ossia poco meno di 7-8 W/m2; l&#8217;osservazione che la temperatura abbia risentito poco, nella media geologica, di questo fenomeno comporta che all&#8217;epoca la concentrazione di gas serra, anidride carbonica compresa, &#8220;dovesse&#8221; essere superiore. Ma il pianeta era tutto diverso (Figura 1): dal sistema delle correnti alla forma e alla posizione dei continenti. All&#8217;epoca la concentrazione di CO<sub>2</sub> era perfino superiore a quella indicata dagli autori, forse più di 6000ppmv.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/maggio2013/late.jpg" alt="" width="510" height="334" /></p>
<p><em>Figura 1 Posizione dei continenti 430 milioni di anni fa</em></p>
<p>Anche solo 65 milioni di anni fa nel Paleocene, quando secondo i modelli correnti, la concentrazione di CO2 era scesa a circa 1000 ppm (non conosciamo il modello invocato dagli autori, noi ci riferiamo a quello derivato dalle caratteristiche dei paleosuoli, rif.  <a href="http://www.sciencemag.org/content/261/5117/68" target="_blank">Berner, Science 261, 1993</a>) erano diversi i cicli complessivi, il livello del mare, la produttività della biosfera e lo stesso Sole aveva una emissione di circa 0.9 W/m2 inferiore ad oggi.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/maggio2013/070.jpg" alt="" width="530" height="314" /></p>
<p><em>Figura 2 Posizione dei continenti 70 milioni di anni fa</em></p>
<p><em></em>La maggiore concentrazione della CO<sub>2</sub> all&#8217;epoca non aveva nulla di &#8220;standard&#8221;. Secondo il modello dei paleosuoli in media è diminuita di circa 18 volte negli ultimi 600 milioni di anni (vedi Figura 3), con varie fasi che hanno visto valori anche molto vicini a quelli attuali.</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/maggio2013/8000.jpg" alt="" width="584" height="407" /></p>
<p><em>Figura 3. Variazioni della concentrazione di Co2 durante il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Fanerozoico" target="_blank">Fanerozoico</a> </em></p>
<p>Negli ultimi 3-5 milioni di anni, in condizioni molto vicine a quelle presenti in termini generali, la documentazione geologica è molto più precisa e ci dice che con 400-420 ppmv, c’erano 3-4 gradi in più di temperatura media globale, il livello del mare era più alto di 40 metri, <a href="http://rsta.royalsocietypublishing.org/search?author1=Alan+M+Haywood&amp;sortspec=date&amp;submit=Submit" target="_blank">diversa era la produttività oceanica e diversi i meccanismi di downwelling e upwelling</a>.</p>
<p>Ci si potrebbe chiedere perché allora non siamo già in quelle medesime condizioni? La risposta è: perché la velocità stessa del riscaldamento ha finora impedito al sistema di raggiungere lo stato stazionario. L&#8217;oceano profondo, una quantità di acqua dell&#8217;ordine del miliardo di chilometri cubi,  scambia calore così  lentamente con il resto dell&#8217;oceano superficiale e con l&#8217;atmosfera che fa da volano termico ed è ancora (come composizione e temperatura) l&#8217;oceano di migliaia di anni fa. Fa ancora da scudo termico e di CO2. Nel momento in cui l&#8217;oceano profondo (sotto i mille metri), serbatoio anche di CO2, comincerà lentamente ad acquisire il calore in eccesso, la reazione del sistema cambierà con incremento ulteriore della CO2 atmosferica (la solubilità si riduce all&#8217;aumento di temperatura) e riduzione dell&#8217;effetto scudo.</p>
<p>Della quarta tesi dell’articolo, secondo cui le piante attuali soffrono per la troppo bassa concentrazione di CO2, si parlerà nella seconda parte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Testo di Claudio della Volpe, con il contributo di Sylvie Coyaud</p>
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		<title>La catena degli errori</title>
		<link>http://www.climalteranti.it/2013/05/19/la-catena-degli-errori/</link>
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		<pubDate>Sun, 19 May 2013 10:10:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Climalteranti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Bufale]]></category>
		<category><![CDATA[Complotti]]></category>
		<category><![CDATA[Temperature]]></category>
		<category><![CDATA[Guidi]]></category>
		<category><![CDATA[Lomborg]]></category>
		<category><![CDATA[Mariani]]></category>
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		<description><![CDATA[La cosa originale dell’articolo di Elena Dusi pubblicato su Repubblica non è l’aver dato una notizia (il mancato riscaldamento.. in barba ai modelli) infondata, ma il fatto che sia stato ripreso da altri giornali con risultati piuttosto divertenti. Analizzare quanto successo fa capire come funziona un certo tipo di informazione, e perché i giornali più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>La</em><em> </em><em>cosa</em><em> </em><em>originale</em><em> </em><em><a href="http://ricerca.gelocal.it/repubblica/archivio/repubblica/2013/04/10/il-mistero-della-terra-che-non-si.html">dell’articolo di Elena Dusi pubblicato su Repubblica</a></em><em> </em><em>non</em><em> </em><em>è</em><em> </em><em>l</em><em>’</em><em>aver</em><em> </em><em>dato</em><em> </em><em>una</em><em> </em><em>notizia</em><em> </em><em>(il</em><em> </em><em>mancato</em><em> </em><em>riscaldamento..</em><em> </em><em>in</em><em> </em><em>barba</em><em> </em><em>ai</em><em> </em><em>modelli)</em><em> </em><em>infondata,</em><em> </em><em>ma</em><em> </em><em>il</em><em> </em><em>fatto</em><em> </em><em>che</em><em> </em><em>sia</em><em> </em><em>stato</em><em> </em><em>ripreso</em><em> </em><em>da</em><em> </em><em>altri</em><em> </em><em>giornali con</em><em> </em><em>risultati</em><em> </em><em>piuttosto</em><em> </em><em>divertenti.</em><em> </em><em>Analizzare</em><em> </em><em>quanto</em><em> </em><em>successo</em><em> </em><em>fa</em><em> </em><em>capire</em><em> </em><em>come</em><em> </em><em>funziona</em><em> </em><em>un</em><em> </em><em>certo</em><em> </em><em>tipo</em><em> </em><em>di</em><em> </em><em>informazione,</em><em> </em><em>e</em><em> </em><em>perché</em><em> </em><em>i</em><em> </em><em>giornali</em><em> </em><em>più</em><em> </em><em>seri</em><em> non </em><em>dovrebbero</em><em> “</em><em>sparare</em><em>” bufale </em><em>nei</em><em> </em><em>titoli</em><em> </em><em>in</em><em> </em><em>prima</em><em> </em><em>pagina.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il quotidiano L<em>ibero</em> è partito da quanto scritto su <em>Repubblica</em> in un misurato articolo intitolato “<em>Il</em><em> </em><em>riscaldamento</em><em> </em><em>globale</em><em> </em><em>non</em><em> </em><em>c</em><em>’</em><em>è,</em><em> </em><em>ma</em><em> </em><em>ci</em><em> </em><em>è</em><em> </em><em>già</em><em> </em><em>costato</em><em> </em><em>300</em><em> </em><em>miliardi</em>”, firmato da Maurizio Stefanini e pubblicato l’11 aprile.<br />
<img class="alignleft" style="margin-right: 5px; margin-left: 5px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/maggio2013/ilriscaldame.jpg" alt="" width="420" height="155" />A differenza dell’articolo di Dusi, si tratta di un articolo negazionista, che sostiene l’inesistenza del problema climatico e l’inutilità di occuparsene. L’occhiello“Ambientalisti smentiti” sembra voler confinare il riconoscimento del riscaldamento globale in corso a qualche associazione ambientalista, mentre l’esistenza e la gravità di questo problema è stato accettato non solo da tutte le organizzazioni scientifiche, ma dal G8 e da tutti i paesi del mondo in centinaia di documenti, dalla Convenzione ONU sul Clima (nel 1992!) al “Doha Gateway” (2012).<span id="more-2781"></span><br />
Nel testo di Stefanini, la cosa singolare è innanzitutto il senso di inferiorità che fa</p>
<p><img class="alignright" style="margin: 2px; float: right;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/maggio2013/libero.jpg" alt="" width="321" height="329" /></p>
<p>trasparire, in quanto cita un quotidiano concorrente come fonte autorevole, “ufficiale”, come se fosse necessario distinguerla dalle fonti abituali di Libero, implicitamente meno autorevoli.<br />
Per buona parte, il giornalista si occupa dei costi delle azioni per contrastare il riscaldamento globale; discute di improbabili numeri sui “<em>costi</em><em> </em><em>del</em><em> </em><em>protocollo</em><em> </em><em>di</em><em> </em><em>Kyoto</em><em> </em><em>fino</em><em> </em><em>al</em><em> </em><em>2100</em>”, che avrebbero come fonte lo statistico danese Bjorn Lomborg, che di errori gravi nei suoi scritti sul cambiamenti climatici ne ha già fatti parecchi (si veda al riguardo la mia analisi in “A qualcuno piace caldo” – <a href="http://www.climalteranti.it/wp-content/uploads/amb_selettivo/AQPC_amb_selettivo.pdf">qui</a>). Senza entrare nel merito, basti dire che non esiste un “<em>protocollo</em><em> </em><em>di</em><em> </em><em>Kyoto</em><em> </em><em>fino</em><em> </em><em>al</em><em> </em><em>2100</em>”, ma c&#8217;è stato un primo periodo di impegni per il 2008-2012 e gli impegni per il secondo periodo 2013-2020 sono tutt’ora oggetto di trattativa.<br />
Da notare infine il titolo, che mette in discussione l’esistenza stessa del riscaldamento globale, risultato di un progressiva catena di errori: si è partiti dal “rallentamento” del riscaldamento globale nel titolo dell’articolo su Nature Climate Change (7 aprile), passando per il presunto mistero della “Terra che non si surriscalda più” (10 aprile) e si arriva a “Il riscaldamento globale non c’è” (11 aprile).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’infortunio di <em>Repubblica</em> non poteva non essere ripreso dal Foglio, altro quotidiano negazionista sul clima e non solo, con un lunghissimo articolo <a href="http://www.climalteranti.it/tag/vietti/" target="_blank">del solito Piero Vietti</a> intitolato “<a href="http://www.ilfoglio.it/soloqui/17890" target="_blank">La catastrofe può attendere</a>”. Nel mondo in cui vive Vietti, sembrano tutti convinti che la tesi del riscaldamento globale sia crollata. Si tratta di un mondo molto piccolo, popolato dai soliti noti: ancora, Bjorn Lomborg, che sembra l’unico meritevole di essere citato quando si parla di economia dei cambiamenti climatici, il “climatologo di fama mondiale <a href="http://www.climalteranti.it/tag/franco-prodi/" target="_blank">Franco Prodi</a>”, il meteorologo <a href="http://www.climalteranti.it/tag/guidi/" target="_blank">Guido Guidi</a> e l’“agro meteorologo e meteoclimatologo” <a href="http://www.climalteranti.it/tag/mariani/" target="_blank">Luigi Mariani</a>.<br />
A quest’ultimo viene lasciato più spazio per esporre opinioni che si rivelano piuttosto azzardate, come la seguente: “<em>Bisognerebbe</em><em> </em><em>essere</em><em> </em><em>d</em><em>’</em><em>accordo</em><em> </em><em>sui</em><em> </em><em>dati.</em><em> </em><em>Poi</em><em> </em><em>si</em><em> </em><em>può</em><em> </em><em>dare</em><em> </em><em>l</em><em>’</em><em>interpretazione</em><em> </em><em>che</em><em> </em><em>si</em><em> </em><em>vuole,</em><em> </em><em>ma</em><em> </em><em>almeno</em><em> </em><em>sui</em><em> </em><em>dati</em><em> </em><em>dovremmo</em><em> </em><em>essere</em><em> </em><em>d</em><em>’</em><em>accordo.</em><em> </em><em>I</em><em> </em><em>dati</em><em> </em><em>sono</em><em> </em><em>quelli</em><em> </em><em>per</em><em> </em><em>cui</em><em> </em><em>dal</em><em> </em><em>1998</em><em> </em><em>le</em><em> </em><em>temperature</em><em> </em><em>sono</em><em> </em><em>stazionarie</em>”. Ora, dire che dal 1998 le temperature sono stazionarie è già un’interpretazione dei dati. La cosa su cui dobbiamo essere d’accordo è che se si scaricano i dati delle temperature medie (ad esempio <a href="http://data.giss.nasa.gov/gistemp/graphs_v3/" target="_blank">i dati GISS</a>, dal 1998 al 2012, da <a href="http://data.giss.nasa.gov/gistemp/graphs_v3/Fig.A2.txt" target="_blank">qui</a>) si ottengono le seguenti anomalie rispetto alla temperatura media 1951-1980, in centigradi: 0,61, 0,4, 0,41, 0,53, 0,62, 0,6, 0,52, 0,66, 0,59, 0,62, 0,49, 0,59, 0,66, 0,55, 0,56.<br />
L’interpretazione più facile, che ormai sanno fare anche nelle scuole superiori, è ad esempio quella di trovare la tendenza dei dati, <img class="alignleft" style="margin: 4px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/maggio2013/tempgraf.jpg" alt="" width="435" height="249" />tramite una regressione lineare degli stessi e vedere la pendenza della retta risultante. Si ottiene il grafico a fianco, in cui la pendenza positiva, indica non la stazionarietà ma una tendenza al riscaldamento (seppure con una grande variabilità, <a href="http://www.climalteranti.it/2013/05/03/la-variabilita-non-e-la-tendenza-accid/" target="_blank">come già discusso</a>).<br />
Un’interpretazione più corretta consiste nel calcolare la significatività del trend. <a href="http://www.climalteranti.it/2013/05/03/la-variabilita-non-e-la-tendenza-accid/" target="_blank">Come già detto</a> la cosa ha poco senso su soli 15 anni, in quanto per valutare una tendenza climatica serve un periodo più lungo. In ogni caso, se si usano i dati GISS e il test F ad un livello di significatività <del>0.05</del> 0.2 , si ottiene una regressione statisticamente significativa.<br />
Non solo Mariani tenta di spacciare per “<em>dati</em><em> </em><em>su</em><em> </em><em>cui</em><em> </em><em>tutti</em><em> </em><em>dovremmo</em><em> </em><em>essere</em><em> </em><em>d</em><em>’</em><em>accordo</em>” una sua interpretazione, ma questa è pure sbagliata.<br />
La cosa più divertente è comunque il finale dell’articolo di Vietti, in cui si vede a quale livello di patetico complottismo sia ormai confinato il discorso negazionista sul clima: “<em>Nel</em><em> </em><em>1998</em><em> </em><em>la</em><em> </em><em>rivista</em><em> </em><em>scientifica</em><em> </em>Nature<em> </em><em>pubblicò</em><em> </em><em>uno</em><em> </em><em>studio</em><em> </em><em>che</em><em> </em><em>attribuiva</em><em> </em><em>il</em><em> </em><em>riscaldamento</em><em> </em><em>artico</em><em> </em><em>all</em><em>’</em><em>attività</em><em> </em><em>umana.</em><em> </em><em>Il</em><em> </em><em>professor</em><em> </em><em>Mariani</em><em> </em><em>con</em><em> </em><em>alcuni</em><em> </em><em>colleghi,</em><em> </em><em>applicando</em><em> </em><em>un</em><em> </em><em>modello</em><em> </em><em>diverso,</em><em> </em><em>ottenne</em><em> </em><em>risultati</em><em> </em><em>molto</em><em> </em><em>diversi.</em><em> </em><em>Spedì</em><em> </em><em>a</em><em> </em>Nature<em> </em><em>il</em><em> </em><em>suo</em><em> </em><em>studio,</em><em> </em><em>che</em><em> </em><em>passò</em><em> </em><em>la</em><em> </em><em>revisione</em><em> </em><em>di</em><em> “</em><em>arbitri</em><em>” </em><em>terzi.</em><em> </em><em>Il</em><em> </em><em>direttore</em><em> </em><em>di</em><em> </em>Nature<em> </em><em>non</em><em> </em><em>pubblicò</em><em> </em><em>lo</em><em> </em><em>studio:</em><em> “</em><em>Il</em><em> </em><em>pubblico</em><em> </em><em>non</em><em> </em><em>potrebbe</em><em> </em><em>capire</em><em> – </em><em>spiegò</em><em> </em><em>a</em><em> </em><em>Mariani</em><em> – </em><em>E</em><em> </em><em>comunque</em><em> </em><em>la</em><em> </em><em>nostra</em><em> </em><em>linea</em><em> </em><em>è</em><em> </em><em>un</em><em>’</em><em>altra</em>”.<br />
Per quanto conosciamo delle riviste scientifiche, questo racconto sembra davvero poco credibile: prima di crederci vorremmo vedere lo studio “alternativo”, la peer review che ne raccomandava la pubblicazione e la lettera del direttore di <em>Nature.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Testo di Stefano Caserini, con il contributo di Sylvie Coyaud</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>- &#8211; - &#8211; - &#8211; - &#8211; - &#8211; - &#8211; - &#8211; - &#8211; - &#8211; - &#8211; - &#8211; - &#8211; - &#8211; - &#8211; - &#8211; - &#8211; - &#8211; - &#8211; - &#8211; - &#8211; - &#8211; - &#8211; - &#8211; - &#8211; </strong></p>
<p><strong>Nota del 31.5.2013 &#8211; Una normale bocciatura </strong></p>
<p>Su Climate Monitor, <a href="http://www.climatemonitor.it/?p=32477">Guido Guidi ha pubblicato la corrispondenza tra il presunto “direttore di Nature” e il prof. Luigi Mariani</a>, accusandoci di “<em>avere una conoscenza del mondo delle riviste scientifiche che alla luce dei fatti appare quanto meno incompleta”</em>.</p>
<p>I lettori possono giudicare da soli, leggendo il carteggio.</p>
<p>Si tratta della normale bocciatura di un commento poco utile e contenente un importante lacuna di fondo. Viene stroncato dalla risposta di Gillett et al., i quali spiegano perché, contrariamente a quanto asserito, il commento non dimostra affatto che il trend delle temperature artiche non risenta di un influenza umana. In sintesi, il fatto che il modello lineare  “arbitrario” (<em>sic</em>) costruito da Mariani et al. sulla base di diversi indici riesca a descrivere meglio la variabilità del clima polare è “unsurprising”, perché gli indici usati sono influenzati dalla variabilità stessa, così come dal forcing esterno dato dai gas climalteranti.</p>
<p>Il primo reviewer elenca errori e incongruenze nel commento e soprattutto ne coglie la debolezza principale (key weakness) : non considera l’influenza del forcing antropogenico sugli indici usati. Consiglia comunque la pubblicazione dello scambio in quanto Gillett et al. “tranquillizzano sulla robustezza delle proprie conclusioni”. (…do an excellent job of addressing all of the issues brought up by Mariani et al., to the extent that I think they will put numerous minds at ease regarding the robustness of their conclusions”).</p>
<p>Il secondo reviewer consiglia la pubblicazione dello scambio dicendo che ci sono validi punti in entrambe le posizioni.</p>
<p>“<em>The exchange between Mariani et al. and Gillett et al. clarifies that Gillett et al. are focussing on the very long-term temperature trends in the observations that are commingled with large variability, both natural and anthro(po)genically influenced. The reader can easily judge from the exchange whether each side has made valid points, which I think they do. The climate models used in IPCC AR4 are definitively in need of improvements in the stratosphere and its coupling with the troposphere (annular mode simulations) and the tropical convective processes (teleconnections to higher latitudes)…</em>”</p>
<p>Ma questa necessità di migliorare i modelli è ben nota ai lettori di Nature Geoscience nonché agli autori e ai lettori del <a href="http://www.ipcc.ch/publications_and_data/ar4/wg1/en/ch8.html">capitolo 8</a> del quarto rapporto IPCC- WG1.</p>
<p>Il commento non è riuscito a dimostrare quanto pretendeva e contiene una criticità importante. Il linguaggio cortese dell’Assistant Editor è molto chiaro:</p>
<p>“<em>based on the reviews, we are unable to conclude that the comment successfully challenges the main conclusions of the Gillett et al. study, namely that long term trends in temperature at the poles can be attributed, at least in part, to anthropogenic forcing. We therefore feel that your comment is unsuitable for Nature Geoscience</em>”.</p>
<p>Anche se rasserenare “numerose menti” sulla robustezza delle conclusioni di Gillett et al. fosse stato lo scopo di Mariani et  al.,  le linee guida del gruppo Nature specificano le caratteristiche che deve avere <a href="http://www.nature.com/authors/policies/peer_review.html">una pubblicazione peer-reviewed</a>:</p>
<p><em>- Provides strong evidence for its conclusions.</em></p>
<p><em>- Novel (we do not consider meeting report abstracts and preprints on community servers to compromise novelty).</em></p>
<p><em>- Of extreme importance to scientists in the specific field.</em></p>
<p><em>- Ideally, interesting to researchers in other related disciplines</em>.</p>
<p>Nessuno di questi criteri è soddisfatto da Mariani et al., e cercare altre motivazioni alla bocciatura richiede proprio quel “patetico complottismo” in cui, come si diceva, è ormai confinato il discorso negazionista sul clima.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>La variabilità non è la tendenza, accid…</title>
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		<pubDate>Fri, 03 May 2013 14:54:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Climalteranti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Bufale]]></category>
		<category><![CDATA[Temperature]]></category>
		<category><![CDATA[Trend]]></category>
		<category><![CDATA[Dusi]]></category>
		<category><![CDATA[Repubblica]]></category>

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		<description><![CDATA[Proviamo a spiegare di nuovo la differenza partendo dall’articolo “Il mistero della Terra che non si surriscalda più”, uscito su Repubblica il 10 aprile. &#160; “Dal 1998 [il pianeta] non ha registrato nessun aumento di temperatura, in barba a tutti i modelli climatici che prevedevano un riscaldamento continuo causato dall&#8217;effetto serra…” scrive Elena Dusi. Frase [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Proviamo</em></strong><strong><em> </em></strong><strong><em>a</em></strong><strong><em> </em></strong><strong><em>spiegare</em></strong><strong><em> </em></strong><strong><em>di</em></strong><strong><em> </em></strong><strong><em>nuovo</em></strong><strong><em> </em></strong><strong><em>la</em></strong><strong><em> </em></strong><strong><em>differenza</em></strong><strong><em> </em></strong><strong><em>partendo</em></strong><strong><em> </em></strong><strong><em>dall</em></strong><strong><em>’</em></strong><strong><em>articolo</em></strong><strong><em> “</em></strong><strong><em>Il</em></strong><strong><em> </em></strong><strong><em>mistero</em></strong><strong><em> </em></strong><strong><em>della</em></strong><strong><em> </em></strong><strong><em>Terra</em></strong><strong><em> </em></strong><strong><em>che</em></strong><strong><em> </em></strong><strong><em>non</em></strong><strong><em> </em></strong><strong><em>si</em></strong><strong><em> </em></strong><strong><em>surriscalda</em></strong><strong><em> </em></strong><strong><em>più</em></strong><strong><em>”</em></strong><strong><em>,</em></strong><strong><em> </em></strong><strong><em>uscito</em></strong><strong><em> </em></strong><strong><em>su</em></strong><strong><em> </em></strong><strong><em>Repubblica</em></strong><strong><em> </em></strong><strong><em>il</em></strong><strong><em> </em></strong><strong><em>10</em></strong><strong><em> </em></strong><strong><em>aprile.</em></strong><strong><em> </em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><img class="alignleft" style="margin: 5px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/r2.jpg" alt="" width="200" height="280" />“</em><em>Dal</em><em> </em><em>1998</em><em> </em><em>[il</em><em> </em><em>pianeta]</em><em> </em><em>non</em><em> </em><em>ha</em><em> </em><em>registrato</em><em> </em><em>nessun</em><em> </em><em>aumento</em><em> </em><em>di</em><em> </em><em>temperatura,</em><em> </em><em>in</em><em> </em><em>barba</em><em> </em><em>a</em><em> </em><em>tutti</em><em> </em><em>i</em><em> </em><em>modelli</em><em> </em><em>climatici</em><em> </em><em>che</em><em> </em><em>prevedevano</em><em> </em><em>un</em><em> </em><em>riscaldamento</em><em> </em><em>continuo</em><em> </em><em>causato</em><em> </em><em>dall&#8217;effetto</em><em> </em><em>serra</em><em>…” </em></p>
<p><a href="www.comune.scandicci.fi.it/rassegne/bancadati/20130410/SIL3011.PDF">scrive Elena Dusi</a>. Frase da negazionista, non da giornalista sicuramente al corrente di fatti che nessuno contesta. Il decennio scorso è stato più caldo del precedente, che è stato più caldo del precedente che è stato più caldo del precedente. E i 9 anni più caldi sono stati registrati tutti quanti dal 1998 in poi, proprio da quando la temperatura avrebbe smesso di aumentare.</p>
<p>Il breve attacco in prima pagina rimanda a p. 47 dove l’occhiello e il titolo ripetono:</p>
<p><em>La</em><em> </em><em>temperatura</em><em> </em><em>resta</em><em> </em><em>più</em><em> </em><em>alta</em><em> </em><em>di</em><em> </em><em>0,75</em><em> </em><em>gradi</em><em> </em><em>rispetto</em><em> </em><em>a</em><em> </em><em>un</em><em> </em><em>secolo</em><em> </em><em>fa,</em><em> </em><em>ma</em><em> </em><em>dal</em><em> </em><em>1998</em><em> </em><em>a</em><em> </em><em>oggi</em><em> </em><em>non</em><em> </em><em>è</em><em> </em><em>mai</em><em> </em><em>aumentata.</em><em> </em><em>(</em><em>…</em><em>)</em><em> </em><em>Secondo</em><em> </em><em>gli</em><em> </em><em>esperti</em><em> </em><em>può</em><em> </em><em>essere</em><em> </em><em>un</em><em> “</em><em>time</em><em> </em><em>out</em><em>”</em><em>.</em></p>
<p>Bel mistero, in effetti. Che non sia il caldo a governare i processi del ghiaccio, come alcuni sembrano ritenere?</p>
<p><img class="alignright" style="margin: 3px; float: right;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/pol.jpg" alt="" width="400" height="100" /></p>
<p>I lettori di <em>Repubblica</em> si rassicurino. Gli esperti citati dal loro quotidiano dicono che la Terra continua a scaldarsi. Sono gli autori di “<a href="http://www.nature.com/nclimate/journal/vaop/ncurrent/full/nclimate1863.html" target="_blank">Retrospective prediction of the global warming slowdown in the past decade</a>” uscito su <em>Nature</em><em> </em><em>Climate</em><em> </em><em>Change</em>. Il loro modello mostra che, alla superficie di continenti e mari, il tasso di riscaldamento è rallentato (ma non fermato, come riferito da Elena Dusi) da un maggior assorbimento di calore/energia nei primi 700 metri da parte degli oceani.. Confermano così un’analisi dei dati registrati in mare e in atmosfera, <a href="http://www.nature.com/ngeo/journal/vaop/ncurrent/full/ngeo1375.html" target="_blank">uscita nel gennaio 2012</a> su <em>Nature</em><em> </em><em>Geoscience</em>.<span id="more-2765"></span></p>
<p>Niente di clamoroso, insomma. Senza “slow-down decennale” tradotto con “uno stop di 15 anni”, quella piccola conoscenza in più non avrebbe fatto notizia. Né il clima avrebbe ottenuto tanto spazio con informazioni per lo più corrette e altre ben riassunte dall’infografica. Peccato che fossero smentite in prima pagina e dai titoli.</p>
<p>Su Climalteranti abbiamo parlato più volte della presunta stasi del riscaldamento (ad esempio <a href="http://www.climalteranti.it/2011/12/29/come-smascherare-il-trend-nascosto-dalla-variabilita-climatica/" target="_blank">qui</a> e <a href="http://www.climalteranti.it/2011/11/03/ecco-perche-il-riscaldamento-globale-non-si-e-fermato/" target="_blank">qui</a>), e basterà ricordare che la variabilità naturale causa un su e giù della temperatura media sul breve termine (qualche anno), che è cosa diversa dall&#8217;andamento climatico. Tenendo opportunamente conto dei principali fattori di variabilità (variabilità solare, ENSO, aerosol vulcanici) <a href="http://iopscience.iop.org/1748-9326/6/4/044022" target="_blank">si può mostrare</a> che il riscaldamento non si è per nulla fermato.</p>
<p>E allora come mai, ci si potrebbe chiedere, i ricercatori stessi parlano di <em>slowdown</em>? A ben leggere, si occupano proprio della recente variabilità del clima: è un cosiddetto lavoro di attribuzione di quest’ultima ad una causa. La distinzione fra variabilità e <em>trend</em> climatico è necessaria per una corretta interpretazione di tutte le variabili climatiche, cosa che sembra non essere mai chiarita a sufficienza. E qual è il <em>trend</em> climatico del pianeta secondo gli autori? Basta leggere la prima frase dell&#8217;articolo che recita:</p>
<p>“<em>The</em><em> </em><em>recent</em><em> </em><em>global</em><em> </em><em>warming</em><em> </em><em>slowdown</em><em> </em><em>despite</em><em> </em><em>the</em><em> </em><em>sustained</em><em> </em><em>top-of-atmosphere</em><em> </em><em>(TOA)</em><em> </em><em>excess</em><em> </em><em>energy</em><em> </em><em>input</em><em> </em><em>associated</em><em> </em><em>with</em><em> </em><em>the</em><em> </em><em>greenhouse</em><em> </em><em>gases</em><em> </em><em>triggered</em><em> </em><em>a</em><em> </em><em>debate</em><em> </em><em>on</em><em> </em><em>the</em><em> </em><em>fate</em><em> </em><em>of</em><em> </em><em>the</em><em> </em><em>missing</em><em> </em><em>heat”.</em></p>
<p>Lo sbilanciamento energetico planetario resta “sostenuto”. Vale a dire che il pianeta accumula energia, per cui gli autori si ripropongono di trovare dov&#8217;è finita durante l&#8217;ultimo decennio, visto che non è nello strato basso dell’atmosfera. Altri autori avevano già evidenziato, sia con <a href="http://www.nature.com/nclimate/journal/v1/n7/full/nclimate1229.html" target="_blank">lavori</a> di <a href="http://dx.doi.org/10.1029/2011GL047835" target="_blank">modellistica</a> che dall&#8217;<a href="http://dx.doi.org/10.1016/j.physleta.2012.10.010" target="_blank">analisi</a> dei <a href="http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/grl.50382/abstract" target="_blank">dati</a>, il ruolo non trascurabile delle profondità oceaniche nell&#8217;accumulo di energia. Questi autori utilizzano un modello di previsione a breve termine (in senso climatologico: 5 anni) basato sui dati misurati negli anni precedenti per confermare che gran parte dell&#8217;eccesso di calore dovuto al disequilibrio radiativo è finito sì negli oceani, ma non fino a 2000 metri di profondità, come alcuni ipotizzavano.</p>
<p><img class="alignright" style="margin: 4px; float: right;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/graficoooooooooo.jpg" alt="" width="379" height="250" />Se questa vi sembra una buona notizia, ricredetevi! L’eccesso di calore rimane qui, sulla Terra: non ce ne siamo liberati. Quando “girerà il vento” della variabilità climatica, lo ritroveremo inesorabilmente nell&#8217;aria che respiriamo.</p>
<p>Sorprende un po’ l’idea della Dusi secondo cui i modelli climatici prevedono un “riscaldamento continuo”. È semplicemente un errore o, forse, un&#8217;errata interpretazione dei grafici che mostrano il risultato mediato su molti modelli o molte simulazioni di uno stesso modello. Ma quando si fanno proiezioni climatiche non si è interessati tanto alla variabilità quanto al <em>trend</em>. Il processo di media serve infatti proprio ad eliminare la prima, onde evidenziare meglio il secondo. Anche in questo caso, dunque, sembra che ci sia stata la solita confusione fra variabilità e <em>trend</em>. Che, in fondo, è la stessa differenza esistente tra eventi meteorologici e clima.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Testo di Sylvie Coyaud, Riccardo Reitano e Claudio Cassardo</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Guy Callendar, 75 anni dopo</title>
		<link>http://www.climalteranti.it/2013/04/27/guy-callendar-75-anni-dopo/</link>
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		<pubDate>Sat, 27 Apr 2013 12:05:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Climalteranti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Temperature]]></category>
		<category><![CDATA[Callendar]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel 1938 Callendar fu il primo a mostrare che la terra si stava scaldando, e suggerì che molto di quel riscaldamento era dovuto all’aumento di CO2 causato dall’uso dei combustibili fossili &#160; Guy Stewart Callendar (1898-1964) fu un ingegnere inglese che iniziò a occuparsi della sua passione, la meteorologia, durante i primi decenni del XX [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Nel</em><em> </em><em>1938</em><em> </em><em>Callendar</em><em> </em><em>fu</em><em> </em><em>il</em><em> </em><em>primo</em><em> </em><em>a</em><em> </em><em>mostrare</em><em> </em><em>che</em><em> </em><em>la</em><em> </em><em>terra</em><em> </em><em>si</em><em> </em><em>stava</em><em> </em><em>scaldando,</em><em> </em><em>e</em><em> </em><em>suggerì</em><em> </em><em>che</em><em> </em><em>molto</em><em> </em><em>di</em><em> </em><em>quel</em><em> </em><em>riscaldamento</em><em> </em><em>era</em><em> </em><em>dovuto</em><em> </em><em>all</em><em>’</em><em>aumento</em><em> </em><em>di</em><em> </em><em>CO2</em><em> </em><em>causato</em><em> </em><em>dall</em><em>’</em><em>uso</em><em> </em><em>dei</em><em> </em><em>combustibili</em><em> </em><em>fossili</em><em> </em></p>
<p><img class="alignright" style="margin: 4px; float: right;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/callendar.jpg" alt="" width="250" height="325" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Guy Stewart Callendar (1898-1964) fu un ingegnere inglese che iniziò a occuparsi della sua passione, la meteorologia, durante i primi decenni del XX secolo, quando il dibattito sui cambiamenti climatici era sostanzialmente sopito. <a href="http://www.climalteranti.it/2010/10/31/il-primo-scettico-del-riscaldamento-globale/" target="_blank">Dopo il lavoro pionieristico di Arrhenius e la critica di Angstrom</a>, la scienza restava senza una teoria largamente accettata che spiegasse quale potesse essere la causa dei grandi cambiamenti climatici del passato, già noti all’epoca.<br />
Riprendendo l&#8217;idea di Arrhenius, al meticoloso Callendar venne in mente di valutare quale fosse stato l&#8217;andamento della temperatura media planetaria negli ultimi decenni.  Ricorse alla raccolta dello Smithsonian “World Weather Record” che includeva i dati di circa 200 stazioni con diversi milioni di dati, e ne valutò l&#8217;affidabilità e quella che oggi chiameremmo omogeneità, cioé la coerenza nel tempo dei modi e sistemi di misura. Lo stesso fece con le scarse misure di concentrazione di CO<sub>2</sub> disponibili all&#8217;epoca.<br />
Callendar presentò alla Royal Meteorological Society i risultati della sua ricostruzione della temperatura media planetaria degli ultimi cinquant&#8217;anni, una novità assoluta,. I dati raccolti mostravano un lieve ma misurabile aumento delle temperature e che il riscaldamento risultava essere maggiore nell&#8217;emisfero nord, alle alte latitudini e in quota, tutti fenomeni coerenti con un aumento della concentrazione di CO<sub>2</sub> in atmosfera. Rifece dei calcoli simili a quelli di Arrhenius utilizzando dati aggiornati ma, sappiamo oggi, considerando erroneamente solo il bilancio radiativo in superficie. Le pubblicazioni di Callendar (<a href="http://www.rmets.org/sites/default/files/qjcallender38.pdf" target="_blank">qui</a> la più importante) attirarono una certa attenzione, ed i libri di testo di climatologia del 1940 e 1950 includevano normalmente un breve riferimento ai suoi studi. Ma la maggior parte dei meteorologi considerò scarsamente credibile l&#8217;idea di Callendar.<span id="more-2752"></span><br />
In questi giorni, in occasione del 75° anniversario della pubblicazione dell&#8217;<a href="http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/qj.49706427503/pdf" target="_blank">articolo originale di Callendar</a>, Ed Hawkins e Phil Jones hanno <a href="http://www.met.reading.ac.uk/~ed/home/hawkins_jones_2013_Callendar.pdf">pubblicato</a><a href="http://www.met.reading.ac.uk/~ed/home/hawkins_jones_2013_Callendar.pdf" target="_blank"> sul “Quarterly Journal of the Royal Meteorological Society” una beve nota</a> in cui confrontano l&#8217;andamento della temperatura media globale calcolata da Callendar nel 1938 (mostrato in rosso in figura) con le ben più precise e sofisticate stime odierne (linea nera, mentre la banda grigia rappresenta la dispersione’incertezza delle misure). L&#8217;accordo, davvero sorprendente, rende giustizia dello scetticismo con cui i risultati vennero inizialmente accolti.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.met.reading.ac.uk/~ed/home/hawkins_jones_2013_Callendar.pdf" target="_blank"><img class="aligncenter" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/near.jpg" alt="" width="600" height="350" /></a></p>
<p>Callendar continuò il suo lavoro certosino nei decenni successivi. Nel 1961 <a href="http://dx.doi.org/10.1002/qj.49708737102">pubblicò</a><a href="http://dx.doi.org/10.1002/qj.49708737102" target="_blank"> un aggiornamento dei dati</a> dove, fra l&#8217;altro, studiò in dettaglio la variabilità interannuale. Notò l&#8217;effetto degli aerosol e dallo studio della distribuzione regionale delle anomalie escluse di poterle attribuire ad un aumento della luminosità solare. I risultati di quest&#8217;ultimo lavoro sono mostrati in figura con la linea blu; è davvero notevole l&#8217;accordo con le stime odierne anche sulla variabilità interannuale.</p>
<p>Callendar morì nel 1964, in un periodo di relativa stasi dell&#8217;aumento di temperatura e in un anno di freddo record per la sua Inghilterra. La teoria della CO<sub>2</sub> da lui rilanciata nel 1938 non era ancora stata accettata, ma continuò fino all&#8217;ultimo a sostenerla. Il progresso delle conoscenze portò poi allo sviluppo di una teoria ben più accurata di quella proposta da lui ed oggi, a 75 anni di distanza, il suo lascito viene considerato essere la prima e sorprendentemente accurata ricostruzione della temperatura globale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Riferimenti</p>
<p><a href="http://www.rmets.org/sites/default/files/qjcallender38.pdf" target="_blank">Callendar, G.S., 1938. The Artificial Production of Carbon Dioxide and Its Influence on Temperature. Quart. J. Roy. Meteor. Soc., 64, 223–240.</a><br />
<a href="http://www.met.reading.ac.uk/~ed/home/hawkins_jones_2013_Callendar.pdf" target="_blank">Hawkins E.D., Jones P.D., 2013. On increasing global temperatures: 75 years after Callendar. Q. J. Roy Meteor. Soc., 00, 1–4</a><strong>.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Testo di Riccardo Reitano, con il contributo di Claudio Cassardo</p>
]]></content:encoded>
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		<title>La sedia a rotelle, una nuova icona per il clima</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Apr 2013 20:05:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Climalteranti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Paleoclimatologia]]></category>
		<category><![CDATA[Temperature]]></category>
		<category><![CDATA[Antropocene]]></category>
		<category><![CDATA[Hagelaars]]></category>
		<category><![CDATA[Marcott]]></category>
		<category><![CDATA[Olocene]]></category>

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		<description><![CDATA[La fine dell’Olocene e l’inizio dell’Antropocene emergono chiaramente dall’unione delle temperature ricostruite negli ultimi 11000 anni e da quelle attese per i prossimi 100. Di recente, grande scalpore ha suscitato la pubblicazione su Science della ricostruzione delle temperature dell’Olocene (circa gli ultimi 11.000 anni) da parte di Shaun Marcott, Jeremy Shakun, Peter Clark e Alan [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>La fine dell’Olocene e l’inizio dell’Antropocene emergono chiaramente dall’unione delle temperature ricostruite negli ultimi 11000 anni e da quelle attese per i prossimi 100. </em></p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 5px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/years.jpg" alt="" width="500" height="360" />Di recente, grande scalpore ha suscitato la <a href="http://www.sciencemag.org/content/339/6124/1198" target="_blank">pubblicazione</a> su <em>Science</em> della ricostruzione delle temperature dell’Olocene (circa gli ultimi 11.000 anni) da parte di Shaun Marcott, Jeremy Shakun, Peter Clark e Alan Mix, dell’università dell’Oregon e Harvard: il grafico a fianco è uno dei risultati principali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il lavoro di Marcott e colleghi è scientificamente molto rilevante ed originale, non solo per gli aspetti metodologici. Mostra che il recente riscaldamento globale è senza precedenti negli ultimi 1500 anni e le temperature attuali sono superiori a quelle del 75% dell’Olocene. Pur se, come in tutte le proposte innovative, alcuni dettagli si possono discutere e potrebbero cambiare nel futuro (così funziona la scienza), la ricostruzione ha una sua solidità, e i soliti tentativi di denigrazione da parte dei soliti sospetti faranno la solita fine (al riguardo si veda un eccellente post degli autori su <a href="http://www.realclimate.org/index.php/archives/2013/03/response-by-marcott-et-al/" target="_blank">Realclimate</a> e i link in esso presenti).<span id="more-2736"></span></p>
<p>I negazionisti climatici si sono concentrati su un punto  minore, strumentale:  il  confronto tra le attuali temperature del pianeta con quelle dei precedenti 11.500 anni, ricostruite tramite le variabili proxy (anelli degli alberi, sedimenti, carote di ghiaccio, coralli, ecc) con una risoluzione temporale di 120 anni.<br />
Ma anziché guardare questo dettaglio, è importante il quadro globale che emerge in prospettiva, che potrebbe essere così riassunto: le variazioni delle temperature globali attese nei prossimi decenni saranno nettamente al di fuori dell’intervallo delle variazioni del clima del pianeta di tutto l’Olocene.<br />
Marcott e colleghi lo scrivono così:<br />
<em>“Stando alle proiezioni dei modelli climatici, è probabile che entro il 2100 le temperature superino l’intera distribuzione del caldo durante l’Olocene in tutte le versioni di serie temporali aggregate, qualunque scenario si consideri per le emissioni di gas serra (salvo lo scenario in cui la loro composizione rimane quella del 2000, già superato). In base alla nostra aggregazione (</em>stack<em>) ad alta frequenza standard 5&#215;5, entro il 2100 le temperature medie globali avranno probabilmente da 5 a 12 deviazioni standard sopra la media dell’Olocene per lo scenario A1B.” </em><br />
In altre parole, a meno di pensare che tutti quelli che fanno proiezioni sul clima futuro stanno prendendo una gigantesca cantonata (<a href="http://climafluttuante.blogspot.it/2013/03/collaborazioni-cont.html" target="_blank">ma finora non è così</a>), l’aumento di temperatura di questo secolo sarà distinguibile in modo drastico e molto evidente dal passato. Questo perché la variazione delle temperature in tutto l’Olocene è stata contenuta, meno di un grado rispetto alla media del periodo, mentre dalla tendenza attuale delle emissioni e lo stato delle politiche sul clima a fine secolo <a href="http://www.climateactiontracker.org/" target="_blank">ci si attende un aumento di temperatura di circa 3 gradi</a> rispetto al periodo pre-industriale.<strong> </strong>Anche se ci può essere qualche dubbio sul fatto che l’aumento già registrato di 0,9°C sia senza precedenti, <a href="http://ourchangingclimate.wordpress.com/2013/03/19/the-two-epochs-of-marcott/" target="_blank">come ha scritto in questo post Jos Hagelaars</a>, è come se il lavoro di Marcott  e colleghi tracciasse il confine fra due epoche, ci mostrasse con brutalità la fine l’Olocene e l’inizio di un’altra epoca, già chiamata <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Anthropocene" target="_blank">Antropocene</a> da Eugene Stoermer e da Paul Crutzen.<br />
Un modo per chiarire cosa siano l’Olocene e l’Antropocene è quello di unire le temperature ricostruite da Marcott et al. con quelle della <a href="http://www.nature.com/nature/journal/v484/n7392/full/nature10915.html" target="_blank">deglaciazione successiva all’ultima era glaciale</a> e con le proiezioni climatiche per questo secolo: si ottiene questo grafico, che è stato paragonato da Hagelaars ad una sedia a rotelle.</p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 1px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/graficoo-1.jpg" alt="" width="335" height="240" /></p>
<p><img class="alignright" style="margin: 1px; float: right;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/sedia.jpg" alt="" width="250" height="230" /></p>
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<p>Al di là dei piccoli aggiustamenti che saranno fatti a questo grafico, è molto probabile che, com’è accaduto  con <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Hockey_stick_controversy" target="_blank">la mazza da hockey</a>, il termine “sedia a rotelle” entrerà nel lessico di chi si occupa dell’andamento delle temperature del pianeta.</p>
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<p>Nota: le fonti dei dati per ricostruire il grafico della sedia a rotelle sono le seguenti</p>
<p>Marcott et al. : <a href="http://www.sciencemag.org/content/339/6124/1198/suppl/DC1" target="_blank">www.sciencemag.org/content/339/6124/1198/suppl/DC1</a></p>
<p>Shakun et al : <a href="http://www.people.fas.harvard.edu/~shakun/FAQs.html" target="_blank">www.people.fas.harvard.edu/~shakun/FAQs.html</a></p>
<p>HadCrut4 : <a href="http://www.metoffice.gov.uk/hadobs/hadcrut4/" target="_blank">www.metoffice.gov.uk/hadobs/hadcrut4/</a></p>
<p>CMIP3 scenario A1B: <a href="http://www.ipcc.ch/publications_and_data/ar4/wg1/en/figure-spm-5.html" target="_blank">www.ipcc.ch/publications_and_data/ar4/wg1/en/figure-spm-5.html</a></p>
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<p>Testo di Stefano Caserini, con il contributo di Sylvie Coyaud</p>
]]></content:encoded>
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		<title>La gestione dei rischi in un clima mutato &#8211; parte III &#8211; le criticità</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Mar 2013 20:39:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Climalteranti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Eventi estremi]]></category>
		<category><![CDATA[ARPA Emilia Romagna]]></category>
		<category><![CDATA[IPCC]]></category>

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		<description><![CDATA[Una volta chiarita la catena di responsabilità nella gestione dei rischi posti dai cambiamenti climatici, quali sono gli anelli sui quali operare per tener conto dell&#8217;aggravamento dei rischi di eventi estremi? &#160; A nostro avviso, gli anelli cruciali sono il primo, le conoscenze scientifiche, e l’ultimo, il trasferimento delle informazioni. Servirà dare più impulso alla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Una volta chiarita la <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.climalteranti.it/2013/03/07/la-gestione-dei-rischi-in-un-clima-mutato-parte-ii-cosa-si-puo-fare/" target="_blank">catena di responsabilità nella gestione dei rischi posti dai cambiamenti climatici</a></span>, quali sono gli anelli sui quali operare per tener conto dell&#8217;aggravamento dei rischi di eventi estremi</em>?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 5px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/macch.jpg" alt="" width="300" height="212" />A nostro avviso, gli anelli cruciali sono il primo, le conoscenze scientifiche, e l’ultimo, il trasferimento delle informazioni.</p>
<p>Servirà dare più impulso alla ricerca scientifica per comprendere quali siano i processi fisici che vengono mal simulati e colmare le lacune dei modelli di previsione. In tempo di crisi economica, in Italia gli investimenti per la ricerca sono i primi ad essere tagliati, ma speriamo  in un’inversione di tendenza, visti i rischi che si corrono a rimanere nell&#8217;ignoranza.</p>
<p>C&#8217;è tanto da lavorare sui sistemi della comunicazione, soprattutto per chiudere quell&#8217;ultimo miglio della catena che raggiunge i cittadini, i quali devono e dovranno diventare più consapevoli delle condizioni di rischio nel proprio territorio e quali sono i piani di messa in sicurezza e della Protezione civile. Sono informazioni che devono pretendere dai propri amministratori.</p>
<p>Oggi, il più delle volte, la gente ritiene poco probabili gli eventi estremi e la percezione di questo rischio è piuttosto debole. Quando diventeranno più frequenti, per effetto dei cambiamenti climatici, potrebbero provocare un senso di panico, di ansia sociale. E l&#8217;ansia non aiuta certo a compiere azioni razionali.</p>
<p>Però sottovalutare i rischi può avere conseguenze tragiche. Come trovare un giusto equilibrio tra l&#8217;ottimismo ingiustificato [nota 1] e uno stato d&#8217;ansia perenne?<span id="more-2708"></span></p>
<p>La risposta è nella preparazione di un sistema che possa rendere i cittadini pronti e nello stesso tempo fiduciosi nelle proprie capacità di reagire agli eventi, perché aumenta la sensazione di controllo sugli stessi e riduce <strong><a href="http://books.google.it/books?id=sD5EGdwKF3gC&amp;pg=PA26&amp;lpg=PA26&amp;dq=incertezza+cognitiva&amp;source=bl&amp;ots=HqesSGyseH&amp;sig=RbBFz3qNk6tVtW9JH8MbH0ZmAXk&amp;hl=it&amp;sa=X&amp;ei=9UVHUYW0HMi4O73ugJgB&amp;ved=0CFQQ6AEwCA#v=onepage&amp;q=incertezza%20cognitiva&amp;f=false" target="_blank">l&#8217;incertezza cognitiva</a></strong>. Non a caso in Nuova Zelanda, dove l&#8217;esposizione ai rischi si coniuga con una cultura del rischio diffusa, la campagna governativa si intitola <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.getthru.govt.nz/web/GetThru.nsf/web/BOWN-7GY2MF?OpenDocument" target="_blank">Get ready get thru</a></span></strong> (Preparatevi e ve la caverete). <em>“Se ci fosse ora un disastro, sareste pronti?…</em> <em>Questo sito vi mostrerà come essere pronti, quindi preparatevi”</em>. In Italia non siamo a questi livelli di cultura del rischio né ci avviciniamo alla <em>resilienza</em> dei cubani nell’affrontare gli uragani, come ci mostra il video pubblicato dall&#8217;UNISDR: “<strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&amp;v=yN9D-QmIwko" target="_blank">Beating the hurricane” </a></span> </strong><em>(“Sconfiggere l&#8217;uragano”).</em></p>
<p>Se fenomeni estremi di breve durata e di grande intensità saranno più frequenti, ci serviranno sistemi di previsione migliori. Ma, per quanto potranno essere affidabili, resterà sempre un margine di incertezza non eliminabile: le previsioni saranno, intrinsecamente, di tipo probabilistico sia per quanto concerne la localizzazione spazio-temporale degli eventi  che per la loro intensità. (vedi Figura 1)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 1px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/dif.jpg" alt="" width="350" height="250" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img class="alignright" style="float: centre;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/appro.jpg" alt="" width="300" height="230" /><br />
<strong>Figura 1.</strong><em> A</em><em> sinistra, i</em><em> principali motivi d’incertezza nella previsione meteo. A destra, esempi di previsione deterministica e probabilistica. </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il rischio di un mancato o di un falso allarme ci sarà sempre, ma si potrà superare realizzando e convididendo <strong><a href="http://www.arpa.emr.it/cms3/documenti/simc/Relazione_Lincei.pdf" target="_blank">procedure di gestione delle allerte</a></strong> molto chiare, che tengano conto delle incertezze. Cosa fare o cosa non fare dovrà essere invece dedotto dal risultato di <strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Analisi_costi-benefici" target="_blank">analisi costi/benefici</a></strong>. Non solo e sempre dal buon senso, necessario, ma non sufficiente, che porta anche a decisioni incoerenti. Altrimenti non si spiegherebbero le evidenti e macroscopiche difformità di comportamento da parte dei decisori nel fronteggiare gli stessi eventi nello stesso posto, come si è visto a Genova, nel 2011 (leggi <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.corriere.it/cronache/11_novembre_04/genova-polemica-scuole_d8c26698-072b-11e1-b2db-bf661a45e1f2.shtml" target="_blank">qui</a></span></strong>).</p>
<p>È ormai inderogabile creare codici di linguaggio e di comportamento per uniformare finalmente le diverse realtà locali che, all&#8217;occorrenza di eventi estremi finora hanno improvvisato una risposta mentre un rischio potenziale si trasformava in un pericolo reale. Non si può certo attendere che tutte le regioni italiane facciano l’esperienza di un disastro perché si attrezzino ognuna per conto proprio. Occorre quindi predisporre e attivare i <strong><a href="http://www.disastermanagement.it/pianidown.htm" target="_blank">piani di protezione civile o di emergenza</a></strong>, nazionali e decentrati, considerato l&#8217;attuale rischio idrogeologico già elevato, e la minaccia di un suo ulteriore innalzamento a causa dei cambiamenti climatici.</p>
<p>Le procedure di allertamento, una volta stabilite, dovranno essere seguite scrupolosamente: nel concreto, quando una determinata soglia di occorrenza di un certo evento estremo meteo-idrologico sarà superata, allora le azioni di contrasto dovranno essere attivate senza indugio. La Figura 2 rappresenta, a puro titolo di esempio, il collegamento tra la previsione della  criticità meteo-idrologica e l’attivazione delle Fasi di allertamento di Protezione Civile, attuato all’interno del Sistema regionale di allertamento per il rischio idrogeologico-idraulico dell’Emilia-Romagna (vedi  <strong><a href="http://www.protezionecivile.emilia-romagna.it/agenzia-regionale/copertinamanualitantefotoPC27maggio.pdf" target="_blank">qui</a></strong> e <strong><a href="http://www.protezionecivile.emilia-romagna.it/agenzia-regionale/manualeprotezioneciviledue7maggiostampa.pdf" target="_blank">qui</a></strong>).</p>
<p style="text-align: center;"> <img class="aligncenter" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/diagramma.jpg" alt="" width="620" height="380" /></p>
<p><strong>Figura 2</strong><em>: Processo operativo in Emilia-Romagna che collega la previsione e la valutazione della criticità meteorologica e idrologica (suddivisa in quattro fasce di rischio: assente, ordinaria, moderata ed elevata) con l’attivazione delle Fasi di Allertamento di Protezione Civile (fase di attenzione, preallarme ed allarme). Ogni Fase viene attivata quando i bacini fluviali raggiungono e superano (o si prevede che possano raggiungere e superare) delle “soglie idrometriche”(H</em><sub>1,33 </sub><em>piena ordinaria,</em><em>H<sub>10</sub> piena straordinaria ecc&#8230;) prestabilite, che separano le diverse fasce di criticità. A ciascuna Fase corrisponde l’attivazione di un prestabilito spettro di “azioni” di contrasto, che costituiscono il “cuore” del  piano di emergenza. Queste azioni sono assicurate da molti Enti che concorrono alla gestione dell’emergenza (Centri Funzionali regionali e nazionale,  Protezione Civile, Stato, Province, Prefetture, Comuni, Autorità fluviali, ecc…) al fine di minimizzare il rischio per i cittadini. </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La società deve e dovrà anche essere in grado di assorbire le conseguenze dei mancati o falsi allarmi dovuti all’incertezza intrinseca delle previsioni e qui vorremmo sperare che migliori il senso di responsabilità dei media, ma non ci facciamo molte illusioni. Ormai i previsori meteo, gli idrologi, i tecnici di protezione civile, gli amministratori  vengono messi alla gogna mediatica o addirittura sotto processo (vedi ad esempio <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/articoli/1036039/roma-alemanno-attacca-gabrielli-le-previsioni-meteo-erano-sbagliate.shtml?frommobile" target="_blank">qui </a></span></strong> oppure <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://firenze.repubblica.it/cronaca/2012/11/27/news/pioggia_battente_e_trombe_d_aria_ancora_il_maltempo_in_toscana-47557041/" target="_blank">qui</a></span></strong><span style="text-decoration: underline;">) </span>per <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://m.sky.it/tg24/cronaca/2012/02/04/maltempo_neve_roma_sindaco_gianni_alemanno_previsioni_del_tempo_franco_gabrielli_protezione_civile" target="_blank">presunte previsioni sbagliate</a></span></strong>. La ricerca dei “colpevoli” dei mancati o falsi allarmi fa parte della <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.arpa.emr.it/dettaglio_notizia.asp?id=4181&amp;idlivello=32" target="_blank">spettacolarizzazione </a></span></strong>crescente della meteorologia (vedi Figura 3 e nota 2).</p>
<p style="text-align: center;"> <img class="aligncenter" style="float: centre;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/giornale.jpg" alt="" width="580" height="400" /></p>
<p><strong>Figura 3.</strong> <em>Titoli sensazionalistici dei giornali per il maltempo previsto su Roma e sul Lazio nell’ottobre del 2012. Nel Bollettino meteo per il Comune di Roma, emesso dal Dipartimento di Protezione civile, si legge: “Si prevedono precipitazioni inizialmente isolate, poi tendenti a sparse, anche sottoforma di rovesci o temporali, localmente di forte intensità nel corso del pomeriggio/sera”. Ed è esattamente quello che si è verificato a Roma e dintorni.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In un simile contesto, diventa difficile applicare i processi di allertamento descritti. Per renderli efficaci, servirebbe che nei media la narrazione pacata dei fatti prevalga sull’annuncio ad effetto. Solo così i media potranno concorrere a quel lento ma necessario processo di crescita della consapevolezza del rischio da parte dei cittadini che sarà sempre più indispensabile nel contesto del <em>climate change</em>. Ma le logiche di &#8220;notiziabilità&#8221; dei media non cambieranno in funzione della domanda di cultura del rischio. I media danno agli utenti quello che chiedono, la spettacolarizzazione, e intanto creano e alimentano l’aspettativa di una comunicazione sensazionalistica, che superi la soglia di indifferenza di una società iperinformata.</p>
<p>Però le istituzioni possono formare e utilizzare nuove professionalità nel campo della comunicazione del rischio per offrire ai media prodotti meno suscettibili di manipolazione. Queste professionalità sapranno gestire  strumenti di comunicazione come internet, e soprattutto i <a href="http://www.comune.torino.it/infogio/socialnetwork/" target="_blank">social network</a>, che avvicinano le persone alle istituzioni. Per ora questi strumenti non sono sempre ben visti dagli enti pubblici, anche tecnici, dove i meccanismi di trasferimento delle informazioni sono ancora caratterizzati da una burocrazia (la carta, il fax, il protocollo) troppo lenta quando un’informazione veloce significa magari salvare qualche vita umana.</p>
<p>In situazione d’emergenza, l&#8217;informazione non deve essere né eccedente né scarsa, ma deve rispondere ai bisogni reali di chi la riceve, a tutti i livelli del sistema; essere utile per la decisione e tradursi in azioni. Quanto più chiara sarà la relazione tra messaggio e azione tanto più tempestiva potrà essere l&#8217;attivazione di tutto il sistema. Anche in un quadro di incertezza, come sarà sempre per una situazione di rischio, occorre ridurre il più possibile il margine di soggettività e di aleatorietà con procedure chiare e definite anche nel processo di comunicazione, che è assolutamente complementare a tutta la gestione operativa, come confermato più volte dalle recenti esperienze di eventi estremi in Italia.</p>
<p>C&#8217;è ancora molto da fare per stabilire come gestire al meglio gli eventi estremi affinché producano il minor danno possibile. Il dibattito è appena iniziato. Sicuramente i cambiamenti climatici obbligheranno ad accelerare la crescita della consapevolezza, soprattutto da parte degli amministratori che in molti casi non hanno alcuna idea concreta di come affrontare questi rischi. Dovranno impararlo e presto, il cambiamento climatico è una realtà, non una fantasia, e accade altrettanto rapidamente, forse anche più rapidamente, di quanto si pensava sino a ieri.</p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>Nota 1. Il bias dell’ottimismo ingiustificato, vedi <strong><a href="http://www.aicof.com/SICUREZZAUNICO.pdf" target="_blank">l&#8217;articolo</a></strong> di <strong><a href="http://www.humantrainer.com/htstaff/ht-paolo-parciasepe.html" target="_blank">Paolo Parciasepe</a></strong>, è un meccanismo psicologico che induce a sottostimare la vulnerabilità personale e a non adottare precauzioni. Ci sembra aver caratterizzato sia l&#8217;atteggiamento individuale sia quello socio-politico in Italia.</p>
<p>Nota 2. Una interessante analisi sul fenomeno della meteorologia-spettacolo è disponibile <strong><a href="http://www.ilgiornale.it/news/cronache/scipione-l-ultimo-falso-meteo-scoop.html" target="_blank">qui</a></strong>; ulteriori approfondimenti sulle previsioni meteorologiche e le allerte  si possono leggere <strong><a href="http://corrieredibologna.corriere.it/bologna/notizie/cronaca/2012/8-febbraio-2012/radar-computer-studiare-tempo-ma-previsioni-fa-sempre-uomo-1903190277764.shtml" target="_blank">qui</a></strong>, <strong><a href="http://magazine.linxedizioni.it/2012/01/17/la-scienza-del-meteo/" target="_blank">qui</a></strong>, <strong><a href="http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/lallerta-meteo-ce-ma-resto" target="_blank">qui</a></strong> ed in maniera molto più completa anche <strong><a href="http://www.arpa.emr.it/cms3/documenti/simc/2011/meteo_da_bernacca_a_internetecoscienza3_2011.pdf" target="_blank">qui</a></strong> e infine<span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.arpa.emr.it/cms3/documenti/_cerca_doc/ebook/PrevisioneMeteoOggi.pdf"> <strong>qui</strong>.</a></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Testo di Carlo Cacciamani e Alessandra de Savino, con il contributo di Sylvie Coyaud</p>
<p>Prima parte del post <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.climalteranti.it/2013/03/07/la-gestione-dei-rischi-in-un-clima-mutato-parte-ii-cosa-si-puo-fare/">qui</a></span>, seconda parte <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.climalteranti.it/2013/03/07/la-gestione-dei-rischi-in-un-clima-mutato-parte-ii-cosa-si-puo-fare/">qui</a></span>.</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
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		<title>È nata la Società Italiana per le Scienze del Clima</title>
		<link>http://www.climalteranti.it/2013/03/19/e-nata-la-societa-italiana-per-le-scienze-del-clima/</link>
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		<pubDate>Tue, 19 Mar 2013 21:20:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Climalteranti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Convegni]]></category>
		<category><![CDATA[Sisclima]]></category>

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		<description><![CDATA[Climalteranti saluta con soddisfazione la costituzione della Società Italiana per le Scienze del Clima (SISC), un passo in avanti della comunità scientifica italiana per meglio collaborare e far conoscere il risultato dei propri lavori. Come si può leggere sul sito www.sisclima.it, la SISC si propone “come punto di incontro tra gli scienziati dei diversi settori [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin: 5px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/sisc.jpg" alt="" width="232" height="140" />Climalteranti saluta con soddisfazione la costituzione della Società Italiana per le Scienze del Clima (SISC), un passo in avanti della comunità scientifica italiana per meglio collaborare e far conoscere il risultato dei propri lavori.<br />
Come si può leggere sul sito <a href="http://www.sisclima.it/" target="_blank">www.sisclima.it</a>, la SISC si propone “<em>come punto di incontro tra gli scienziati dei diversi settori disciplinari che utilizzano le informazioni climatiche per le proprie ricerche: dai climatologi ai fisici e chimici, dai geografi agli agronomi, dagli economisti agli scienziati politici, a tutti gli studiosi che si occupano di scienze legate al clima e alle loro applicazioni” e </em>“vuole contribuire al progresso scientifico e all’innovazione delle scienze climatiche in Italia promuovendo la convergenza delle discipline e la multidisciplinarietà delle ricerche”.</p>
<p>Uno dei primi appuntamenti della SISC sarà la Prima Conferenza Annuale che si svolgerà a Lecce il 23 e 24 settembre 2013, con il titolo “<em>I cambiamenti climatici e le loro implicazioni sui servizi ecosistemici e la società”. </em>Per due giorni esperti italiani provenienti dalle diverse discipline si confronteranno per analizzare gli avanzamenti conseguiti nelle scienze del clima, fare il punto della ricerca sulle implicazioni dei cambiamenti climatici sui servizi ecosistemici, così come sulle politiche climatiche e le conseguenti valutazioni economiche.<br />
Tutte le informazioni sulla Prima Conferenza Annuale SISC sono disponibili alla pagina web <a href="http://www.sisclima.it/conference2013" target="_blank">www.sisclima.it/conference2013</a>3.<br />
Per tutto quello che c’è da sapere sulla Società Italiana per le Scienze del Clima, invitiamo a visitare  il <a href="http://www.sisclima.it/" target="_blank">sito web ufficiale</a></p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>La gestione dei rischi in un clima mutato &#8211; parte II &#8211; cosa si può fare.</title>
		<link>http://www.climalteranti.it/2013/03/07/la-gestione-dei-rischi-in-un-clima-mutato-parte-ii-cosa-si-puo-fare/</link>
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		<pubDate>Thu, 07 Mar 2013 21:05:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Climalteranti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Protocollo di Kyoto]]></category>

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		<description><![CDATA[Come possiamo affrontare le crescenti condizioni di rischio poste dai cambiamenti climatici? chiedevamo alla fine della prima parte. &#160; Prima di rispondere, conviene descrivere l&#8217;attuale &#8220;catena&#8221; della responsabilità per la gestione di questi eventi, e chi sono i suoi protagonisti. La &#8220;catena&#8221;ha molti attori che usano strumenti diversi di monitoraggio, di previsione, di gestione delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Come possiamo affrontare le crescenti condizioni di rischio poste dai cambiamenti climatici? chiedevamo alla fine della <a href="http://www.climalteranti.it/2013/02/27/la-gestione-dei-rischi-in-un-clima-mutato-parte-i/" target="_blank">prima parte</a>.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img class="alignright" style="margin: 5px; float: right;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Marzo2013/acqua.jpg" alt="" width="400" height="280" />Prima di rispondere, conviene descrivere l&#8217;attuale &#8220;catena&#8221; della responsabilità per la gestione di questi eventi, e chi sono i suoi protagonisti. La &#8220;catena&#8221;ha molti attori che usano strumenti diversi di monitoraggio, di previsione, di gestione delle allerte, di comunicazione dei rischi alle popolazioni. Ci sono i meteorologi, gli idrologi, i geologi, i &#8220;protettori civili&#8221;, i comunicatori del rischio. In fondo ci sono poi gli amministratori (prefetti, sindaci&#8230;) e quindi i cittadini.</p>
<p>Il tema è la mitigazione del rischio da alluvione, causata da eventi meteorologici avversi, soprattutto da quelli intensi e di breve durata.</p>
<p>Per ridurre questi rischi è necessario operare in due diverse modalità strettamente interconnesse: una opera nel &#8220;tempo differito&#8221;, l&#8217;altra nel &#8220;tempo reale&#8221;.</p>
<p>La prima attiene al mondo dei &#8220;pianificatori&#8221; territoriali: le Autorità dei Bacini (o Distretti) Fluviali, ad esempio, che per conto dello Stato e assieme alle Regioni devono ridefinire i &#8220;Piani di Assetto Idrogeologico&#8221; (PAI). Queste attività devono essere svolte in ottemperanza a precise norme dello Stato, ad esempio alla recente legge di recepimento (<a href="http://www.camera.it/parlam/leggi/deleghe/10049dl.htm" target="_blank">qui</a>), della <a href="http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2007:288:0027:0034:IT:PDF" target="_blank">Direttiva 2007/60 sulle alluvioni</a> dove si fa esplicito riferimento anche ai possibili impatti dei cambiamenti climatici. Si legge infatti che &#8220;…<em>le alluvioni sono fenomeni naturali impossibili da prevenire. Tuttavia alcune attività umane (come la crescita degli insediamenti umani e l&#8217;incremento delle attività economiche nelle pianure alluvionali, nonché la riduzione della naturale capacità di ritenzione idrica del suolo a causa dei suoi vari usi) e i cambiamenti climatici contribuiscono ad aumentarne la probabilità di accadimento e ad aggravarne gli impatti negativi.</em>&#8220;<span id="more-2685"></span></p>
<p>In sostanza, ci troviamo di fronte a una &#8220;norma&#8221;, non solo ad una raccomandazione tecnico-scientifica, che obbliga i vari Paesi europei a definire (o ridefinire) le aree a rischio di inondazione, a circoscrivere i territori a rischio, a proporre soluzioni e strategie di mitigazione dei rischi, anche alla luce degli scenari climatici futuri che potranno rendere ancora più &#8220;estremi&#8221; o più frequenti alcuni fenomeni meteorologici di forte intensità e impatto, come ad esempio i forti temporali da supercella o multicella di cui parlavamo nella prima parte. I Paesi che non rispondono nei tempi stabiliti a queste norme potrebbero essere sanzionati dalla Commissione europea.</p>
<p>Nel gergo &#8220;climatico&#8221;, queste attività si chiamerebbero azioni di adattamento. Possono essere di tipo strutturale (<em>&#8220;hard&#8221; adaptation actions</em>), caratterizzate da un forte impatto &#8211; sia economico sia sociale &#8211; sui territori e sulle attività umane, o di tipo non strutturale (<em>&#8220;soft&#8221; adaptation actions</em>) e quindi molto meno impattanti. Nel primo caso si può pensare ad esempio alla costruzione di casse di espansione, da crearsi “a monte” del sistema da proteggere, atte a contenere le piene fluviali, cioè territori da poter &#8220;allagare&#8221; quando i fiumi vanno in piena, oppure opere di rinforzo delle arginature fluviali, approfondimenti degli alvei aventi lo scopo di aumentare i volumi che fluiscono, e poi il controllo costante e la pulizia dei bacini fluviali. Con <em>&#8220;soft&#8221; actions</em> si  allude invece ai sistemi di monitoraggio e di preannuncio idro-meteorologico (detti anche &#8220;<a href="http://na.unep.net/geas/docs/Early_Warning_System_Report.pdf" target="_blank">Early Warning Systems</a>&#8220;), che si rendono necessari per gestire il   &#8220;rischio residuo&#8221;, che non potrà mai essere azzerato dalle azioni di tipo strutturale, per quanto efficaci ed efficienti possano essere.</p>
<p>In sostanza le misure non strutturali agiscono sui comportamenti delle persone, al fine di tenerle lontane dai pericoli, e le azioni strutturali sui mezzi di protezione.</p>
<p>La componente principale degli Early Warning Systems è senza dubbio il &#8220;monitoraggio&#8221; in tempo reale di quello che accade sul territorio: gli apporti pluviometrici, nivometrici, lo stato idrometrico dei fiumi, lo stato dei dissesti. Queste informazioni si possono ottenere grazie alle reti di misura al suolo (in Figura 1 è rappresentata la rete italiana di monitoraggio idrometeopluvio), le stazioni in quota, i sistemi di monitoraggio da remoto (satelliti e radar, <a href="http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/mappa_radar.wp" target="_blank">qui è mostrato un esempio del &#8220;composito&#8221; radar nazionale</a>, operativo presso il Dipartimento Nazionale di Protezione Civile, e che mette assieme tutti i radar presenti sul territorio, sia dello Stato che delle Regioni).</p>
<p><em><img class="alignleft" style="margin: 5px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Marzo2013/italy.jpg" alt="" width="365" height="500" /><span style="font-size: x-small;">Figura 1: rappresentazione della <a href="http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/monitoraggio_sorveglianza.wp?pagtab=1#pag-content" target="_blank">Rete di Monitoraggio al suolo</a> (più di 4500 strumenti) che fornisce dati in tempo reale al  Sistema dei Centri Funzionali (Centro Funzionale Centrale &#8211; <a href="http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/cfcri.wp;jsessionid=37B6C2D7E5650E9BCA797D7C5399C6EF" target="_blank">CFC</a>, presso il Dipartimento di Protezione Civile Nazionale &#8211; DPCN e Centri Funzionali Regionali &#8211; <a href="http://www.protezionecivile.gov.it/minisite/index.php?dir_pk=270&amp;cms_pk=1664" target="_blank">CFR</a>, presso le strutture tecniche designate dalle Regioni, a supporto del Sistema di Protezione Civile)- cortesia di <a href="http://www.arpa.emr.it/sim" target="_blank">ARPA-SIMC</a></span></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questi dati viaggiano in tempo reale sulle reti di trasmissione dati, dalle centraline di monitoraggio ai <a href="http://www.protezionecivile.gov.it/minisite/index.php?dir_pk=270&amp;cms_pk=1664" target="_blank">Centri Funzionali</a> e costituiscono la base di partenza per la definizione dello stato di rischio esistente in un qualunque territorio. L&#8217;integrazione e l&#8217;ottimizzazione di queste reti di monitoraggio &#8211; il risultato di più di 10 anni di collaborazione tra Stato e Regioni &#8211; sono gestite dalle Regioni, in stretta  cooperazione con lo Stato ed in particolare con il Dipartimento della Protezione Civile che cofinanzia, saltuariamente, la manutenzione dei sistemi di monitoraggio. La recente legge di riordino della Protezione Civile (la legge 100 del luglio 2012, vedi <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.interno.gov.it/mininterno/site/it/sezioni/servizi/legislazione/protezione_civile/2012_07_16_testo_coordinato_DL15052012_disp_urgenti_riordino_prot_civile.html" target="_blank">qui</a></span>) indica esplicitamente questi strumenti di monitoraggio come essenziali per lo svolgimento della sua missione<em>.</em></p>
<p>Il monitoraggio strumentale però da solo non basta ed è solo l&#8217;inizio della catena operativa.  Per emettere dei &#8220;preannunci&#8221;, servono sistemi di previsione e quindi i &#8220;modelli&#8221; di previsione <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Modelli_numerici_di_previsione_meteorologica" target="_blank">meteorologica</a>, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Idrologia" target="_blank">idrologica</a> e <a href="http://www.arpa.piemonte.it/pubblicazioni-2/pubblicazioni-anno-2005/rischi-naturali/3.5previsione_delle_frane" target="_blank">idrogeologica</a> ad alta risoluzione spaziale (come ad esempio il modello <a href="http://www.arpa.emr.it/pubblicazioni/sim/generale_2584.asp" target="_blank">COSMO-LAMI</a> di riferimento nazionale, vedi anche <a href="http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/lallerta-meteo-ce-ma-resto" target="_blank">qui</a>), con i quali al giorno d&#8217;oggi si possono eseguire estrapolazioni meteorologiche o idrologiche nel futuro, a partire da condizioni iniziali date.</p>
<p>Questi strumenti di previsione hanno permesso di fare enormi salti in avanti nella capacità di previsione, pur mantenendo ancora delle incertezze, soprattutto sulla localizzazione spazio-temporale di questi eventi di breve durata e forte entità (leggi anche <a href="http://www.arpa.emr.it/cms3/documenti/_cerca_doc/ecoscienza/ecoscienza2012_4/grazzini_prev_es4_12.pdf" target="_blank">qui</a> e <a href="http://www.arpa.emr.it/cms3/documenti/_cerca_doc/ecoscienza/ecoscienza2012_1/cacciamani_et_al_es1_12.pdf" target="_blank">qui</a>). Incertezze legate, talvolta, all&#8217;incapacità di &#8220;risolvere&#8221; adeguatamente queste tipologie di fenomeni estremi, oppure connesse alla non del tutto adeguata descrizione delle &#8220;condizioni iniziali&#8221; dalle quali i modelli di previsione evolvono nel tempo. Infine servono le persone, previsori meteo, idrologi, geologi, che costantemente presidiano il territorio attraverso gli strumenti di misura, interpretano gli <em>output</em> delle catene modellistiche, e questo deve essere fatto 365 giorni all&#8217;anno e, sempre più spesso, 24 ore su 24.</p>
<p><img class="alignright" style="float: right;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Marzo2013/pc.jpg" alt="" width="310" height="226" /><img class="alignleft" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/Marzo2013/tele.jpg" alt="" width="325" height="236" /></p>
<p><span style="font-size: x-small;"><em>Figura 2: Immagini delle sale meteo dei Centri Funzionali di <a href="file:///C:/Users/Alessio/Desktop/Centro%20Funzionale%20di%20Arpa%20Emilia-Romagna" target="_blank">Emilia-Romagna</a> e <a href="http://www.arpa.piemonte.it/approfondimenti/temi-ambientali/idrologia-e-neve/idrologia-ed-effetti-al-suolo/attivita-servizi-e-controlli-di-arpa-piemonte/centro-funzionale" target="_blank">Piemonte</a> (qui i link del <a href="http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/cfcri.wp;jsessionid=37B6C2D7E5650E9BCA797D7C5399C6EF" target="_blank">Centro Funzionale Centrale </a>e degli altri centri funzionali decentrati delle Regioni <a href="http://servizi-meteoliguria.arpal.gov.it/protezione-civile/informazioni/centrofunzionale.html" target="_blank">Liguria</a>, <a href="http://www.regione.veneto.it/Ambiente+e+Territorio/Protezione+Civile/CFD.htm" target="_blank">Veneto</a>, <a href="http://www.protezionecivile.regione.lombardia.it/cs/Satellite?c=Redazionale_P&amp;childpagename=DG_ProtezioneCivile%2FDetail&amp;cid=1213278671133&amp;pagename=DG_PPPWrapper#1213278856197">Lombardia</a>, <a href="http://www.cfr.toscana.it/">Toscana</a>, <a href="http://protezionecivile.regione.marche.it/viewdoc.asp?co_id=329">Marche</a>, <a href="http://www.protezionecivile.fvg.it/ProtCiv/default.aspx/previsione_ed_allerta.aspx">Friuli V.G.</a>, <a href="http://www.regione.vda.it/territorio/centrofunzionale/default_i.asp">Valle d’Aosta</a>, province di <a href="http://www.meteotrentino.it/pro-civ/sap.pdf">Trento</a> e <a href="http://www.provincia.bz.it/protezione-civile/allarme/centro-funzionale.asp">Bolzano</a>, <a href="http://www.cfumbria.it/">Umbria</a>, <a href="http://www.regione.lazio.it/rl_protezione_civile/?vw=contenutidettaglio&amp;id=101">Lazio</a>, <a href="http://www.regione.campania.it/portal/media-type/html/user/anon/page/DettaglioSettoriRC.psml?itemId=328&amp;ibName=NotiziaHomePage&amp;theVectString=-1%2C3607%2C218">Campania</a>, <a href="http://www.regione.abruzzo.it/portale/index.asp?modello=archivioAvvisiCfpc&amp;servizio=xList&amp;stileDiv=mono&amp;template=default&amp;msv=avvisicf">Abruzzo</a>, <a href="http://www.protezionecivile.molise.it/index.php/centro-funzionale.html">Molise</a>, <a href="http://www.protezionecivile.puglia.it/public/page.php?70">Puglia</a>, <a href="http://www.protezionecivilebasilicata.it/protcivbas/home.jsp">Basilicata</a>, <a href="http://www.cfd.calabria.it/">Calabria</a>, <a href="http://www.regione.sicilia.it/presidenza/protezionecivile/normativa/norm.asp?id=2">Sicilia</a> e <a href="http://www.sardegnaambiente.it/index.php?xsl=611&amp;s=20&amp;v=9&amp;c=4724&amp;na=1&amp;n=10">Sardegna</a>)</em></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I costi di gestione sono evidenti e non possono essere abbassati a piacimento, per rispondere, talvolta, a logiche di <em>spending review</em>, pena l&#8217;incapacità di &#8220;monitorare&#8221; efficacemente cosa sta accadendo su un dato territorio. Un cattivo monitoraggio può causare danni alle persone, costare loro la vita. Non bisogna dimenticarlo mai. Spiace doverlo sottolineare, ma fino ad oggi la gestione di queste reti è stata molto difficoltosa, i fondi necessari non sono stati quasi mai garantiti con delle &#8220;poste&#8221; fisse e stabili nei bilanci dello Stato, come una pianificazione attenta imporrebb. Al contrario si è sempre fatto uso di fondi &#8220;straordinari&#8221; come ad esempio quelli delle &#8220;ordinanze di protezione civile. Putroppo questi problemi non sono fra le priorità della politica italiana, sembra. Se ne parla soltanto per qualche giorno dopo un evento che crea danni, e poi tutto cade nel dimenticatoio.</p>
<p>In futuro sarà ancora così? Speriamo proprio di no. La legge di riordino della Protezione Civile, sopra menzionata, fa sperare in proposito.</p>
<p>Ma non servono solo i dati, i modelli, e la &#8220;mano d&#8217;opera&#8221; per gestire i sistemi di monitoraggio. Occorre anche molta &#8220;ricerca scientifica&#8221; per capire come evolvono i fenomeni, soprattutto quelli temporaleschi intensi che hanno una dinamica molto complessa, in parte ancora ignota, e comunque difficilmente parametrizzabile all&#8217;interno dei modelli numerici di previsione del tempo.</p>
<p>A valle di tutto ciò, infine, è necessario avere efficienti sistemi di preannuncio, di gestione delle emergenze, ed efficienti <a href="http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/piano_emergenza.wp" target="_blank">piani di protezione civile,</a> che siano noti ai cittadini e che, soprattutto, i cittadini riconoscano come &#8220;essenziali&#8221; per la propria incolumità.</p>
<p>Quando si ha poco tempo per intervenire &#8211; talvolta si parla di minuti, non di giorni o di ore &#8211; serve un sistema efficiente per comunicare le informazioni che devono fluire velocemente, dal Centro Funzionale al territorio. Solo le strutture territoriali (ad esempio i Comuni), infatti, conoscono le criticità presenti al loro interno e, meglio di chiunque altro, il livello di esposizione dei loro territori. Pertanto il &#8220;territorio&#8221; non è un mero ricettore di informazioni, ma al contrario concorre attivamente alla definizione, in tempo reale, del livello di rischio presente e futuro. Per &#8220;oliare&#8221; questi rapporti occorre tempo, pazienza, voglia di confrontarsi, condivisione di dati, informazioni e tanto altro ancora. Non certo litigi o peggio, scarichi di responsabilità.</p>
<p>Nell&#8217;ultima parte saranno discusse le attuali criticità dell&#8217;attuale sistema di gestione del rischio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Testo di Carlo Cacciamani e Alessandra De Savino</p>
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		<title>La gestione dei rischi in un clima mutato – parte I</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Feb 2013 20:31:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Climalteranti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Eventi estremi]]></category>
		<category><![CDATA[ARPA Emilia Romagna]]></category>
		<category><![CDATA[IPCC]]></category>

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		<description><![CDATA[Gli eventi meteorologici estremi e di breve durata sono sempre più oggetto di attenzione degli studiosi, anche per gli effetti devastanti delle alluvioni. In un pianeta più caldo le condizioni di rischio aumentano, ma la società italiana si sta preparando? &#160; Catania, 21 febbraio 2013, violenti temporali causano inondazioni che allagano le strade e trascinano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Gli eventi meteorologici estremi e di breve durata sono sempre più oggetto di attenzione degli studiosi, anche per gli effetti devastanti delle alluvioni. In un pianeta più caldo le condizioni di rischio aumentano, ma la società italiana si sta preparando?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a title="nubifragio-a-catania" href="http://urbanpost.it/nubifragio-a-catania-e-alluvione-due-dispersi-gente-sui-tetti" target="_blank"><img class="alignleft" style="margin: 5px; float : left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/febbraio2013/1.jpg" alt="" width="300" height="320" /></a>Catania, 21 febbraio 2013, violenti temporali causano inondazioni che allagano le strade e trascinano via motorini e auto. Per l’eccessiva pioggia, la città è stata sommersa da pochi centimetri d’acqua fino a una marea alta due metri. Scoppiano polemiche per allertamenti non dati o dati male (guarda <a href="http://www.ilgiornale.it/news/cronache/alluvione-catania-giorno-scoppia-polemica-888800.html" target="_blank">qui</a>). Cinque Terre, 25 Ottobre 2011; Genova, 4 Novembre 2011, terribili nubifragi con morti e distruzione (<a href="http://www.arpa.emr.it/cms3/documenti/_cerca_doc/ecoscienza/ecoscienza2011_5e6/arpa_liguria_es5e6_2011.pdf" target="_blank">qui</a> un’analisi completa dell’evento).  Contestazioni al sindaco, polemiche (vedi <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-11-03/torna-allarme-nubifragio-nordovest-125352.shtml?uuid=AarOkNIE" target="_blank">qui</a>).</p>
<p>Sono storie che si ripetono, e molto più frequentemente, sembra. Non è solo colpa di una Natura (vedi <a href="http://it.notizie.yahoo.com/blog/focus/perch%C3%A8-le-alluvioni-italia-sono-diventate-cos%C3%AC-frequenti-090007941.html" target="_blank">qui</a>) che sta diventando più “matrigna”, anche se500 mm di pioggia caduta in pochissime ore (alluvione di Genova) non sono propriamente eventi normali. Urbanizzazione selvaggia e (ab)uso dei suoli sono fra le cause di questi drammi e danni. Il clima che sta cambiando  potrebbe peggiorare parecchio la situazione.</p>
<p>Negli ultimi anni, l’Italia, è  stata sempre più spesso colpita da fenomeni temporaleschi di forte intensità, che hanno prodotto danni gravissimi e perdite di tante vite umane. Da qualche tempo, finalmente, si affronta il problema delle alluvioni, e soprattutto di quelle improvvise (o <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Flash_flood" target="_blank">flash flood</a>).</p>
<p>La predicibilità di questi fenomeni è modesta. In realtà solo con qualche ora di preannuncio si può prevedere, nei casi fortunati, la loro esatta  localizzazione spazio temporale,, soprattutto se si tratta di fenomeni a piccolissima scala (100 Km2 ad esempio, o anche meno). Se questi “oggetti” si abbattono su un bacino idrografico molto piccolo (tipo qualche decina di Km2) e che può andare in piena in pochi minuti, si capisce che attivare in tempo la “macchina” della protezione civile al fine di  mitigare i danni alle persone e ai loro beni, è molto difficile. Perché si deve fare tutto  in pochi minuti., E invece magari serve qualche ora per attivare i tecnici, i volontari di protezione civile ecc.. E qualche ora può essere troppo, in certi casi.<span id="more-2665"></span></p>
<p>Qualche settimana fa se ne è discusso a Bologna in un incontro organizzato dal Servizio IdroMeteoClima dell’Arpa Emilia Romagna (<a href="http://www.arpa.emr.it/dettaglio_notizia.asp?id=4159&amp;idlivello=32" target="_blank">qui il resoconto</a> della giornata), durante il quale si sono confrontati i pareri di diversi operatori dei Centri Funzionali, che sono le strutture tecniche che operano, a scala nazionale e regionale, a supporto della Protezione Civile, stabiliti con la <a href="http://www.protezionecivile.gov.it/minisite/index.php?dir_pk=270&amp;cms_pk=1664" target="_blank">Direttiva</a> del Presidente del Consiglio del 27/2/2004.. A Bologna si è discusso dei mezzi disponibili oggi per prevedere questi fenomeni meteo avversi e, naturalmente, delle procedure di allertamento oggi in atto, dei loro pregi e difetti, di come “comunicare” i rischi ai cittadini, in modo ottimale.</p>
<p>L’impatto di questi eventi è enorme:  più di 10 eventi critici solo dal 2009 fino ad oggi, ad iniziare dal nubifragio di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Alluvione_di_Messina_del_2009" target="_blank">Giampilieri</a> durante il  quale persero la vita 36 persone travolte da una colata di fango, fino agli ultimi nubifragi del 2012 che hanno devastato la <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Alluvione_della_Maremma_grossetana_del_novembre_2012" target="_blank">Toscana</a>, passando per i due episodi liguri del 2011 di cui si parlava in precedenza. Questi eventi hanno lasciato una traccia indelebile nell’immaginario collettivo, un “mare” di polemiche dove, al solito, le colpe sono state date alla cementificazione, e infine anche ai sistemi di allertamento usati talvolta in malo modo, e spesso intempestivi. E poi ancora polemiche per comunicazioni erronee o altre volte poco chiare per le popolazioni, una certa mancanza di omogeneità nei sistemi di allertamento… E chi più ne ha più ne metta…Se si cercano su “google” le parole “polemiche – alluvioni” si possono  ore a leggere quanto è stato scritto, talvolta anche male, sulla materia.</p>
<p>E poi danni, tantissimi danni: centinaia di milioni di euro per ciascuno di questi eventi.  E soprattutto un brutto bilancio di vittime: oltre 70 morti solo dal 2009 ad oggi.</p>
<p>Il più delle volte la miccia è costituita da nubifragi originati da sistemi convettivi organizzati, denominati nella letteratura scientifica del tipo “V-shape” per la forma a V deducibile dalle immagini da satellite, vedi figura (esiste una ampia letteratura su questo tipo di <img class="alignleft" style="margin: 5px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/febbraio2013/2.jpg" alt="" width="355" height="250" />temporali a supercella,  ad esempio si può guardare <a href="http://www.eumetsat.int/groups/cps/documents/document/pdf_conf_p_s5_35_setvak_v.pdf">qui</a> per saperne di più).Vista l’elevata e crescente frequenza di eventi convettivi, che si verificano spesso anche d’autunno e addirittura in inverno, ci si sta chiedendo se ci possa essere un effetto dei cambiamenti climatici.</p>
<p>Il tema è affrontato da tempo e a vari livelli. Un pianeta più “caldo” è  potenzialmente più ”umido”, dal momento che il vapor d’acqua che può stare in un’atmosfera calda, prima che arrivi a saturazione, è molto maggiore di quello che può esistere in una atmosfera fredda (la pressione del vapore saturo cresce con la temperatura, come noto dalla <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Pressione_di_vapore" target="_blank">termodinamica</a>. Inoltre l’atmosfera può divenire anche più <a href="http://meteorology.geography-dictionary.org/Meteorology-and-Weather-Dictionary/Potential_Instability" target="_blank">instabile</a>, nei casi (ma si può dire quasi sempre) in cui il riscaldamento e l’umidità nei bassi strati  risultino maggiori che negli alti strati.</p>
<p>Trattando degli eventi estremi o anche solo intensi, nell’ultimo <a href="http://www.ipcc.ch/publications_and_data/ar4/wg1/en/faq-10-1.html" target="_blank">report</a> dell’IPCC si legge: “… <em>precipitation tends to be concentrated into more intense events, with longer periods of little precipitation in between</em>”. E ancora: “…<em>in concert with the results for increased extremes of intense precipitation, even if the wind strength of storms in a future climate did not change, there would be an increase in extreme rainfall intensity,… suggesting an increased chance of flooding over Europe and other mid-latitude regions due to more intense rainfall and snowfall events producing more runoff”. </em>In sostanza, pure ragioni di tipo termodinamico, cioè il solo fatto di avere un pianeta più caldo, inducono a ritenere che la frequenza e l’intensità delle piogge, e quindi delle alluvioni, possano aumentare.</p>
<p>Se si guarda a “casa Italia”, è opinione di molti colleghi di Istituti di ricerca, università e servizi meteorologici, che gli episodi di pioggia intensa, spesso determinata da linee temporalesche più o meno organizzate a <a href="http://ww2010.atmos.uiuc.edu/(Gh)/guides/mtr/svr/type/home.rxml" target="_blank">supercella o multicella, </a> sia aumentata negli ultimi anni. In un <a href="http://www.cnr.it/istituti/FocusByN.html?cds=075&amp;nfocus=3" target="_blank">focus</a> dell’ISAC-CNR  di qualche anno fa che riassume i risultati di diversi studi realizzati mediante l’analisi di alcune serie storiche italiane,  si legge: “ <em>L’analisi di queste serie ha messo in luce che, accanto ad una diminuzione al sud e a variazioni non significative al nord delle precipitazioni totali, il risultato più interessante consiste in una sensibile e altamente significativa diminuzione del numero totale di eventi precipitativi in tutta Italia (mediamente del 12% dal 1880 ad oggi). Tale andamento, tuttavia, non è uniforme su tutta la distribuzione, bensì presenta comportamenti opposti se si considerano gli eventi di bassa intensità o quelli più intensi (appartenenti alla coda più estrema della distribuzione), essendo in calo i primi ed in aumento gli ultimi”. </em>  Piove di meno, insomma, ma quando piove, piove di più!</p>
<p>Perciò la preoccupazione cresce&#8230; Se il clima cambierà nella direzione ormai da tutti accettata, o se fosse anche solo “molto probabile”,  le condizioni di pericolosità (gli<a href="http://info.ogp.org.uk/RiskManagement/Terminology/main.html"> <em>hazards</em></a>) causate da questi fenomeni intensi potranno solo crescere. Vista l’elevata vulnerabilità “naturale” di molti territori del nostro paese, al quale si aggiunge una cresciuta “esposizione” al rischio per colpa dell’eccessiva antropizzazione e dell’uso spesso dissennato dei suoli, dovremo aspettarci delle condizioni di rischio da alluvioni e smottamenti molto maggiore di adesso? La risposta alla domanda è univoca:  <span style="text-decoration: underline;">sì. </span></p>
<p>Allora nasce subito una seconda domanda:  la società si sta preparando per affrontare queste crescenti condizioni di rischio, causate da eventi meteorologici estremi, talvolta assimilabili a veri e propri “mostri meteorologici” (500 mmdi pioggia in 3 ore è una quantità di pioggia difficilmente concepibile alle nostre latitudini) ?</p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 5px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/febbraio2013/3.jpg" alt="" width="350" height="220" />La domanda si suddivide in tante altre: prima di tutto, la conoscenza di questi fenomeni è già adeguata o serve ancora parecchia ricerca? Gli strumenti di monitoraggio ci sono e sono idonei? È garantito il loro funzionamento nel tempo? Gli strumenti di previsione sono idonei? I sistemi di allertamento sono in grado di rispondere tempestivamente a eventi molto intensi e molto rapidi? E ancora: il sistema sociale nel suo complesso è consapevole dei problemi (maggiori) che si potranno avere a causa degli impatti dei cambiamenti del clima? I meccanismi di “comunicazione” del rischio sono idonei? I mass-media hanno la consapevolezza di come affrontare queste problematiche? Si stanno attrezzando per farlo? I nuovi mezzi di comunicazione (i <em>social network</em>, le “<em>app” </em>degli smart phone, l’uso massiccio della Rete) possono aiutare e come, semmai? Infine: esiste una dose “ottimale” di informazione da fornire oppure è sempre e comunque necessario comunicare sempre tutto a tutti, senza alcun filtro ?</p>
<p>Sono domande complesse che spaziano su un vasto spettro di problemi. Le risposte non sono né ovvie né semplici, anche perché la consapevolezza di questi problemi è ancora poca, nonostante i progressi fatti negli ultimi dieci-quindici anni. I problemi sono gettati nella discussione, quando questa avviene, come meri slogan” e quasi mai i diversi portatori di interesse e i “gestori del rischio” ne discutono assieme, al fine di inquadrarne la reale difficoltà e ipotizzare qualche soluzione. Al contrario, si rileva troppo spesso, soprattutto poco dopo l’occorrenza di tali eventi, un automatico (e spesso, occorre sottolinearlo seppure a malincuore, “poco nobile”) scarico delle responsabilità al fine di attribuire le colpe dei disastri ad “altri”, invece di svolgere una razionale disamina dei fatti. Poi in genere passano le settimane e i mesi, e tutto torna nel generale oblio.</p>
<p>Ma allora: cosa bisognerebbe, fare?</p>
<p>(segue nella seconda parte)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Testo di <a href="http://www.climalteranti.it/info/carlo-cacciamani/" target="_blank">Carlo Cacciamani</a> &amp; Alessandra de Savino</p>
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		<title>Un articolo con poche idee e tutte copiate</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Feb 2013 19:13:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Climalteranti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Disinformazione]]></category>
		<category><![CDATA[Temperature]]></category>
		<category><![CDATA[Trend]]></category>
		<category><![CDATA[Il Foglio]]></category>
		<category><![CDATA[Vietti]]></category>

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		<description><![CDATA[Chi nega che il pianeta si stia surriscaldando somiglia sempre di più a quei soldati giapponesi che continuavano a credersi in guerra decenni dopo la sua conclusione. È il caso di Piero Vietti, il giornalista che ha pubblicato sul Foglio dell’11 gennaio 2013 l’articolo “Fa sempre lo stesso caldo. Le temperature globali non aumentano più, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Chi nega che il pianeta si stia surriscaldando somiglia sempre di più a quei soldati giapponesi che continuavano a credersi in guerra decenni dopo la sua conclusione.<br />
<a href="http://www.ilfoglio.it/soloqui/16499"><img class="alignnone" style="margin: 5px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/febbraio2013/orche.jpg" alt="" width="400" height="180" /></a>È il caso di Piero Vietti, il giornalista che ha pubblicato sul <em>Foglio</em> dell’11 gennaio 2013 l’articolo “<em><a href="http://www.ilfoglio.it/soloqui/16499" target="_blank">Fa sempre lo stesso caldo. Le temperature globali non aumentano più, nonostante i catastrofisti</a>.</em>”<br />
Vietti non è nuovo a queste tesi sul clima, da anni le rilancia sul quotidiano diretto da <a href="http://www.climalteranti.it/2009/07/02/il-1912-praticamente-ieri/" target="_blank">Giuliano Ferrara</a>, nonché sul suo blog <em><a href="http://www.ilfoglio.it/cambidistagione/974" target="_blank">Cambi di stagione</a></em>.<br />
L’articolo, segno dei tempi, mostra a quali acrobazie concettuali e salti logici sia costretto chi vuole tuttora far dubitare dell’influenza umana sul clima.<br />
All’inizio Vietti ironizza su alcune orche rimaste per un po’ intrappolate da uno strato di ghiaccio, e liberatesi da sole: la battuta “<em>avevano dato troppo ascolto a chi sostiene che i ghiacci del nostro pianeta si stanno irrimediabilmente sciogliendo</em>” è copiata da un TG5 di qualche anno fa (vedi <a href="http://youtu.be/qeO-Kc_Vo5U" target="_blank">qui</a>).All’epoca aveva dato retta alle teorie secondo cui il pianeta si sta scaldando il comandante di una nave, finita anch’essa intrappolata nei ghiacci.<span id="more-2643"></span><br />
Nel bacchettare l’<em>Economist</em> per una (<a href="http://www.economist.com/blogs/graphicdetail/2013/01/daily-chart-6" target="_blank">presunta</a>) disinformazione, l’autore ne riporta due notizie, corrette: “<em>il 2012 è stato l’anno più caldo da quando in America si misurano le temperature</em>” e “<em>i dieci anni più caldi mai registrati sono tutti negli ultimi quindici</em>”.<br />
Secondo Vietti,  “<em>nessuno nega che negli ultimi anni del secolo scorso le temperature globali siano aumentate (semmai il dibattito è sulle cause del riscaldamento), il punto è che da allora non sono più salite”</em>.<br />
L’aumento delle temperature globali è stato negato per anni dallo stesso Vietti, ma la frase attuale è generica,: gli “<em>ultimi anni del secolo scorso</em>” sono un termine vago, non si può sapere quale sia il periodo preciso in cui il riscaldamento si sarebbe verificato per poi interrompersi. Comunque, identificare il riscaldamento globale come un fatto riguardante pochi anni, da considerare da soli e non all’interno di una tendenza di lungo periodo, ha poco senso perché sul breve periodo un trend chiaro può essere nascosto dal “rumore di fondo” (come già spiegato <a href="http://www.climalteranti.it/2011/12/29/come-smascherare-il-trend-nascosto-dalla-variabilita-climatica/" target="_blank">qui</a>).<br />
L’abitudine di scegliere alcuni anni di comodo è diffusa tra i negazionisti e riassunta in una famosa animazione di Dana Nuccitelli, “Going Down the Up Escalator”</p>
<p style="text-align: center;"> <a href="http://www.skepticalscience.com/pics/SkepticsvRealistsv3.gif"><img class="aligncenter" src="http://www.climalteranti.it/images/Febbraio2013/SkepticsvRealistsv3.gif" alt="" width="650" height="444" /></a></p>
<p>L’affermazione di Vietti secondo cui le temperature “<em>da allora non sono più salite</em>”  è contraddetta da tutte le serie storiche globali, che negli ultimi 15 anni mostrano una tendenza al riscaldamento significativa dal punto di vista statistico<del> (come già detto <a href="http://www.climalteranti.it/2011/11/03/ecco-perche-il-riscaldamento-globale-non-si-e-fermato/" target="_blank">qui</a>)</del> (vedi <a href="http://tamino.wordpress.com/2011/12/06/the-real-global-warming-signal/" target="_blank">qui</a>) . Per meglio negarlo, Vietti aggiunge che “<em>i dieci-anni-più-caldi-di-sempre sono anche stati tutti uguali</em>”, sebbene nella classifica della NASA sono ex-aequo solo il <a href="http://www.ncdc.noaa.gov/sotc/global/2012/13" target="_blank">2006, il 2007 e il 2009</a>.</p>
<p>Seguono tre falsità copiate da noti conta-storie:</p>
<p>-          la distorsione di una proiezione del MetOffice inventata da <a href="http://www.dailymail.co.uk/news/article-2261577/Global-warming-stopped-16-years-ago-Met-Office-report-reveals-MoS-got-right-warming--deniers-now.html" target="_blank">David Rose</a> e subito <a href="http://metofficenews.wordpress.com/2012/10/14/met-office-in-the-media-14-october-2012/" target="_blank">smentita</a> dal MetOffice;</p>
<p>-           la falsa attribuzione al rapporto SREX pubblicato dall’IPCC di una proiezione di stabilità della frequenza degli eventi estremi come da <a href="http://www.thegwpf.org/natural-variability-to-dominate-weather-events-over-coming-20-30-years/" target="_blank">comunicato stampa</a> scritto da David Whitehouse per la Global Warming Policy Foundation;</p>
<p>-          la mezza verità di <a href="http://wattsupwiththat.com/2013/01/09/nasa-on-the-sun-tiny-variations-can-have-a-significant-effect-on-terrestrial-climate/" target="_blank">Anthony Watts</a>: i ricercatori della NASA dicono che piccole variazioni dell’attività solare influenzano il clima, è vero; ma come tutta la comunità scientifica, dicono anche che sono variazioni  piccole rispetto a quelle causate dall’effetto serra dei gas <a href="http://www.giss.nasa.gov/research/news/20120130b/619624main_solar_irradiance_graph.jpg"><img class="alignleft" style="margin: 5px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/febbraio2013/total.jpg" alt="" width="400" height="210" /></a>climalteranti. La forzante radiativa massima legata alla variazione all’irradianza solare è di 0,25W/m2, un decimo di quella legata all’aumento di CO<sub>2</sub>, CH<sub>4</sub>, N<sub>2</sub>O, e F-gas dal 1750 ad oggi.</p>
<p>Nella scorsa “decade”, “<em>le emissioni non sono diminuite. Che a causare il global warming sia qualcos’altro?</em>” si chiede Vietti che all’effetto serra non ha mai creduto e preferirebbe che quel breve intervallo di global warming fosse dovuto al Sole.</p>
<p>Tanto più che sull’<em>Economist,</em> ha visto un grafico con “<em>gli otto luoghi in cui negli ultimi cent’anni si sono toccate temperature record e l’anno in cui il record è stato toccato. Sei su otto sono tra il 1905 e il 1977. Quando i SUV non esistevano ancora.</em>”</p>
<p>In realtà, si tratta di record toccati in un giorno, non della media annua che in quei luoghi tende ad aumentare come altrove. Basta non dirlo ai lettori del Foglio, nella speranza che non guardino mai l’<em>Economist</em> e abbiano già dimenticato quanto scriveva Vietti poche righe prima: i dieci record annuali sono concentrati negli ultimi 15 anni.</p>
<p>Quando i SUV esistevano eccome.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Testo di Stefano Caserini e Sylvie Coyaud</p>
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		<title>Cambiamenti climatici, una questione morale</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Feb 2013 10:19:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Climalteranti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Etica]]></category>
		<category><![CDATA[CMCC]]></category>
		<category><![CDATA[Markowitz e Shariff]]></category>

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		<description><![CDATA[Pubblichiamo la traduzione del testo di Ezra Markowitz e Azim Shariff apparso su Climate Science and Policy &#160; In un periodo caratterizzato da un andamento del clima sempre meno prevedibile e più denso di  rischi a livello globale, la questione morale circa le azioni da intraprendere per farvi fronte sta diventando sempre più seria. Da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Pubblichiamo la traduzione del testo di <a href="http://www.climatescienceandpolicy.eu/author/ezra-markowitz/" target="_blank">Ezra Markowitz</a> e <a href="http://www.climatescienceandpolicy.eu/author/azim-shariff/" target="_blank">Azim Shariff</a> apparso su <a href="http://www.climatescienceandpolicy.eu/2012/09/the-moral-case-of-climate-change/" target="_blank">Climate Science and Policy</a></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.tropmet.res.in/~kolli/mol/Monsoon/year2005/cuttings/index.html" target="_blank"><img class="alignleft" style="margin: 5px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/febbraio2013/foto.jpg" alt="" width="330" height="220" /></a>In un periodo caratterizzato da un andamento del clima sempre meno prevedibile e più denso di  rischi a livello globale, la questione morale circa le azioni da intraprendere per farvi fronte sta diventando sempre più seria. Da un punto di vista normativo il mutamento del clima è una questione etica per almeno tre ragioni. Per cominciare, il tributo più alto da pagare sarà a carico di coloro che meno avranno contribuito a creare questo problema, cioè a dire le generazioni future, i poveri in generale e le specie viventi ad eccezione di quella umana. In secondo luogo i cambiamenti climatici sono il risultato dell&#8217;appropriazione indebita da parte di un ristretto numero di persone di una risorsa comune limitata, ossia della capacità di assorbimento dei gas serra da parte dell&#8217;atmosfera. Da ultimo, anche se potremmo affrontare efficacemente tale problema sia in termini di mitigazione delle sue conseguenze più nefaste che di adattamento ai mutamenti che già oggi appaiono inevitabili, al momento non stiamo facendo nulla in proposito (per una trattazione filosofica completa dell&#8217;etica del clima si veda il recente testo “Climate Ethics”) <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.climatescienceandpolicy.eu/2012/09/the-moral-case-of-climate-change/#References" target="_blank">[1]</a></span>.<span id="more-2630"></span></p>
<p>E nonostante un numero sempre più ampio di filosofi morali, teorici della politica, capi religiosi e altre personalità si sia già unito al coro di voci che chiede di elevare la lotta ai cambiamenti climatici ad imperativo morale (si veda <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://climateethicscampaign.org/" target="_blank">qui</a></span> e  <a href="http://moralground.com/" target="_blank">qui</a> per alcuni esempi recenti), sono ancora molte le persone che non hanno alcuna intenzione di accettare le implicazioni morali della nostra produzione di emissioni <a href="http://www.dailymail.co.uk/news/article-2184925/Philippines-floods-Manila-submerged-leaving-9-dead-scores-homeless.html#axzz2KOPLIXjo" target="_blank"><img class="alignleft" style="margin: 5px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/febbraio2013/foto2.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a>climalteranti, anche tra coloro che riconoscono l&#8217;esistenza di questo problema. Al pari di altri ricercatori abbiamo recentemente constatato che un gran numero di persone non si rendono conto delle implicazioni morali di tale problema, cioè a dire molti di noi sembrano privi della convinzione, radicata e tangibile, che la risposta ai mutamenti del clima sia fondamentalmente una questione di principio tra giusto e sbagliato, tra colpa e responsabilità.</p>
<p>Ci potremmo chiedere perché il nostro intuito morale non funzioni quando si affronta questa questione. Alcune risposte al riguardo potrebbero venire dalla ricerca sul sistema dei valori morali dell&#8217;uomo, quel gruppo di meccanismi di tipo cognitivo, affettivo, sociale e motivazionale che è responsabile della nostra percezione di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Tale sistema si è evoluto diventando particolarmente sensibile ad alcune specifiche tipologie di trasgressione morale. Per esempio, riusciamo a riconoscere facilmente come moralmente sbagliate le azioni intenzionali effettuate ad opera di persone note che causano un danno a vittime identificate (ad esempio, provate a pensare a come descriveste una persona che vi sta rubando la bicicletta). Ma, come ha osservato il filosofo <a href="http://as.nyu.edu/object/dalejamieson.html" target="_blank">Dale Jamieson</a> assieme ad altri autori, il problema dei cambiamenti climatici non ha alcuna di queste caratteristiche: è un fenomeno complesso e multifattoriale che nessuno desidera, non c&#8217;è il cattivo di turno, magari con i baffoni arrotolati, da utilizzare come capro espiatorio e infine le vittime sono perlopiù straniere o non ancora nate. I cambiamenti climatici sono un effetto collaterale della vita moderna, non una cosa che qualcuno sta tentando di provocare intenzionalmente, e pertanto il nostro senso critico nell&#8217;attribuire la colpa e nell&#8217;assegnare la responsabilità di dare una risposta finisce per vacillare.</p>
<p>Oltre al fatto di non essere attrezzati al meglio per riconoscere il problema dei cambiamenti climatici come moralmente rilevante, anche il sistema di giudizio morale è soggetto ad alcune distorsioni che diminuiscono ulteriormente la nostra capacità e volontà di rapportarci a tale problema come ad una questione morale. Gli psicologi sociali, ad esempio, sanno da tempo che le persone sono molto portate a rappresentarsi come buone, razionali e di sani princìpi. Tuttavia una siffatta opinione risulterebbe difficile da sostenere se ci venisse detto che sono proprio i nostri stili di vita a causare sofferenze incalcolabili a causa degli sconvolgimenti del clima. Il risultato è che siamo fortemente indotti, coscientemente o meno, a considerare questo genere di informazioni con un certo scetticismo (“Quegli scienziati non sanno di cosa parlano”) o a scartarle del tutto, per rafforzare le convinzioni che abbiamo circa la nostra innocenza (“Ma io non uso mica la macchina quanto i miei vicini”) e per mantenere opinioni irrealisticamente ottimistiche in materia (“Le cose non stanno poi così male”). Il fatto di cadere in questa trappola è reso molto più facile quando le conseguenze specifiche del problema non sono ben definite, come appunto nel caso dei cambiamenti climatici.</p>
<p><a href="http://www.dailymail.co.uk/news/article-2184925/Philippines-floods-Manila-submerged-leaving-9-dead-scores-homeless.html#axzz2KOPLIXjo" target="_blank"><img class="alignleft" style="margin: 5px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/febbraio2013/bici.jpg" alt="" width="200" height="310" /></a>Poiché è dimostrato che le nostre intuizioni a livello morale sono dei potenti fattori motivazionali, la separazione concettuale esistente tra il problema climatico ed il nostro sistema di giudizi morali costituisce un notevole ostacolo all&#8217;azione (anche se non è certamente il solo). La nostra diffusa incapacità a riconoscere ed a trattare tale problema come una questione morale, piuttosto che semplicemente tecnico-scientifica o politica, indebolisce la nostra determinazione sia personale che collettiva verso una risposta forte e convinta. Tuttavia questa attuale difficoltà è allo stesso tempo  uno strumento per diffondere la consapevolezza che i cambiamenti climatici vadano considerati come un imperativo morale; infatti ci sarebbero tutte le potenzialità per liberare risorse notevoli, al momento sottoutilizzate, e per motivarci concretamente all&#8217;azione.</p>
<p>Ma com&#8217;è che potremmo raggiungere questo risultato? Come già discusso in dettaglio nel nostro articolo <a href="http://www.nature.com/nclimate/journal/v2/n4/full/nclimate1378.html">“</a><a href="http://www.nature.com/nclimate/journal/v2/n4/full/nclimate1378.html" target="_blank">Climate Change and Moral Judgement”</a>, <a href="http://www.climatescienceandpolicy.eu/2012/09/the-moral-case-of-climate-change/#References" target="_blank">[2]</a><strong> </strong>[Cambiamenti climatici e giudizi morali], una fra le strategie più promettenti consiste nell&#8217;ideare messaggi più coinvolgenti su questo tema. Per esempio, molti degli attuali messaggi trattano la questione sulla base di due valori fondamentali, cioè a dire la prevenzione del danno e la promozione dell&#8217;equità. È vero che danno ed equità sono  <a href="http://faculty.virginia.edu/haidtlab/mft/index.php" target="_blank">concetti fondamentali del sistema di giudizio morale</a> ma non sono i soli che interessano alle persone, (<a href="http://www.climatescienceandpolicy.eu/2012/09/the-moral-case-of-climate-change/cbu.psychologia.pl/polpsych/pl/graham.haidt.nosek.2009.pdf" target="_blank">in particolare quelle ideologicamente più conservatrici</a> <a href="http://www.climatescienceandpolicy.eu/2012/09/the-moral-case-of-climate-change/#References" target="_blank">[3]</a>). Una discussione sui cambiamenti climatici che abbracciasse altri valori morali comuni, tra i quali il rispetto per l&#8217;autorità e considerazioni circa il senso di purezza o i sentimenti di avversione, potrebbe sollevare nuovi interrogativi di ordine morale, specialmente nei settori dell&#8217;opinione pubblica che sono stati meno toccati da questa questione. Pertanto, la ricerca di un metodo per arrivare ad una politicizzazione (e quindi a una polarizzazione) riguardo ai temi relativi ai cambiamenti climatici dovrebbe essere uno degli obiettivi generali degli attivisti impegnati nel settore.</p>
<p>Gli esperti di comunicazione dovrebbero anche preoccuparsi di non provocare reazioni psicologiche di tipo difensivo a questi nuovi messaggi e definire  piuttosto la questione in modo da sfruttare i punti di forza del sistema di giudizio morale. Ad esempio, per quanto vi sia una certa attrattiva nell&#8217;utilizzo di messaggi che fanno leva sulla paura e sui sensi di colpa, queste <a href="http://www.environmentmagazine.org/Archives/Back%20Issues/March-April%202009/Nisbet-full.html" target="_blank">tipologie di messaggi</a> <a href="http://www.climatescienceandpolicy.eu/2012/09/the-moral-case-of-climate-change/#References" target="_blank">[4]</a>  <a href="http://www.climatescienceandpolicy.eu/2012/09/the-moral-case-of-climate-change/willer.berkeley.edu/FeinbergWiller2011.pdf" target="_blank">spesso finiscono per diventare controproducenti</a> <a href="http://www.climatescienceandpolicy.eu/2012/09/the-moral-case-of-climate-change/#References" target="_blank">[5]</a>; per contro, l&#8217;associazione degli sforzi per l&#8217;adattamento e la mitigazione ambientale a sentimenti positivi quali la speranza, l&#8217;orgoglio e la gratitudine eviterebbe alle persone la necessità di una difesa psicologica, rendendole così più capaci e determinate all&#8217;azione. Allo stesso tempo, alcune studiate modifiche del linguaggio che utilizziamo per discutere i cambiamenti climatici, tanto sui modi per ridurre l&#8217;impatto sulle generazioni future (ad esempio la siccità e l&#8217;insorgenza di epidemie) che per produrre dei benefici (ad esempio un sistema sicuro per garantire la sicurezza alimentare), potrebbero accrescere in modo notevole la rilevanza morale della questione.</p>
<p>Benché siano numerosi gli individui, le comunità, le aziende e le organizzazioni che lavorano alacremente per creare un sostegno condiviso ad un&#8217;azione di contrasto ai mutamenti del clima, è evidente che vi sia la necessità di sviluppare nuovi approcci per coinvolgere attivamente le persone al riguardo. Per ottenere tale obiettivo occorrerà trovare nuovi modi, basati sull&#8217;evidenza dei fatti, per far emergere le preoccupazioni morali di ognuno di noi su questo tema.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Traduzione di <a href="http://www.climatescienceandpolicy.eu/2012/09/the-moral-case-of-climate-change/" target="_blank">Roberto Cecotti</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Per approfondire:</strong></p>
<p>- <a href="http://www.nature.com/nclimate/journal/v2/n4/full/nclimate1378.html" target="_blank">Climate Change and Moral Judgement</a> articolo pubblicato su “Nature Climate Change”.</p>
<p>- Le pagine web degli Autori: <a href="http://pages.uoregon.edu/emarkowi/Welcome.html" target="_blank">Ezra Markowitz</a> e <a href="http://psychweb.uoregon.edu/people/shariff-azim" target="_blank">Azim Shariff</a> del Department of Psychology, Oregon University.</p>
<p>- La homepage del<strong> </strong><a href="http://sharifflab.com/" target="_blank">Culture and Morality Lab</a> (CaML), il sito web di Azim Shariff e del suo laboratorio di ricerca alla University of Oregon.</p>
<p>- La pagine web ufficiale del <a href="http://climateethicscampaign.org/" target="_blank">National Climate Ethics Campaign</a>.</p>
<p>- La pagina web ufficiale del <a href="http://moralground.com/" target="_blank">Moral Ground</a></p>
<p>- La pagina web di<strong> </strong><a href="http://as.nyu.edu/object/dalejamieson.html" target="_blank">Dale Jamieson</a> presso la New York University</p>
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		<title>I periodi caldi del passato e il riscaldamento attuale</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Feb 2013 21:37:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Climalteranti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Paleoclimatologia]]></category>
		<category><![CDATA[Temperature]]></category>
		<category><![CDATA[Milankovich]]></category>

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		<description><![CDATA[Durante l’inverno, quando fa freddo, si sente a volte chi sottolinea l’importanza dei grandi riscaldamenti planetari del passato. E’ bene quindi ricordare che l’evoluzione della storia della Terra è stata sì caratterizzata da fasi alterne più calde o più fredde delle attuali, ma con scale temporali diverse in cui di volta in volta sono stati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Durante l’inverno, quando fa freddo, si sente a volte chi sottolinea l’importanza dei grandi riscaldamenti planetari del passato. E’ bene quindi ricordare che l’evoluzione della storia della Terra è stata sì caratterizzata da fasi alterne più calde o più fredde delle attuali, ma con scale temporali diverse in cui di volta in volta sono stati predominanti differenti fattori.</em></p>
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<p><a href=" http://www.scotese.com/newpage9.htm"><img class="alignleft" style="margin: 5px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/febbraio2013/mondo.jpg" alt="" width="230" height="150" /></a>È indubbio che nel passato ci sono stati molti casi in cui il clima del pianeta si è scaldato in modo importante. Uno dei più famosi  è l’episodio di forte e relativamente rapido riscaldamento avvenuto 55.5 Milioni di anni fa, chiamato PETM-<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Paleocene%E2%80%93Eocene_Thermal_Maximum" target="_blank">Paleocene-Eocene Thermal Maximum</a> (se ne è parlato recentemente su <a href="http://www.lescienze.it/news/2011/08/12/news/l_ultimo_grande_riscaldamento_globale-551054/" target="_blank">Le Scienze</a><em>, </em><a href="http://www.nature.com/ngeo/journal/v4/n7/abs/ngeo1179.html?WT.ec_id=NGEO-201107" target="_blank">Nature Geoscience</a><em> e </em><a href="http://www.nature.com/nature/journal/v484/n7392/full/nature10929.html" target="_blank">Nature</a><em>)</em>: si ebbero grandi eruzioni in corrispondenza dell’apertura dell’Atlantico, i flussi magmatici arrostirono i calcari e bruciarono il carbonio superficiale, la temperatura si innalzò di2°C, gli oceani profondi si acidificarono, distruggendo i foraminiferi, e vennero destabilizzati i giacimenti di clatrati idrati sottostanti i fondali; il metano non ebbe il tempo di ossidarsi e la temperatura crebbe ancora essiccando e bruciando grandi foreste e torbiere  in tutto il globo. Alla fine si stima un aumento di8 °C, in dieci-quindicimila anni.</p>
<p>In precedenza, dalla formazione della Terra e fino a 570 milioni di anni fa, per oltre 3 miliardi di anni il clima del Pianeta era stato regolato dai fattori geochimici che modellarono la superficie e l’atmosfera. Nel contempo l’evoluzione biologica passava lentamente dal regno dei primi organismi unicellulari anaerobici a quello dei microorganismi fotosintetici e a quelli in grado di respirare l’ossigeno prodotto, fino alla formazione degli eucarioti, capaci di entrambe le funzioni. A partire da 570 milioni di anni fa si innescò il ciclo biogeochimico del carbonio, che coinvolgeva microrganismi marini dotati di esoscheletro calcareo. La vittoria degli organismi fotosintetici portò ad arricchire l’atmosfera di ossigeno molecolare, estratto dalla CO<sub>2</sub> ad opera della fotosintesi, quindi di ozono (a partire da 120 milioni di anni fa). Molti indizi e prove ci dicono che il clima era molto caldo, ma alternato a periodi di forte raffreddamento, favoriti forse dalla presenza di grandi concentrazioni di ceneri vulcaniche nell’atmosfera.<span id="more-2598"></span></p>
<p>In geologia la storia evolutiva della Terra è stata influenzata più dalle ere glaciali che dai periodi caldi. Dopo le glaciazione del proterozoico (2,2 miliardi e 600-700 milioni di anni), assumano grande importanza, per l’attuale asseto climatico, le glaciazioni del Pleistocene.</p>
<p>Tra 3 e 2 milioni di anni fa si ebbero una serie di riscaldamenti e raffreddamenti (le glaciazioni del Pleistocene, le più intense quelle di <img class="alignleft" style="margin: 5px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/febbraio2013/lin.jpg" alt="" width="320" height="200" />Dunau, Gunz, Mindel, Riss e Wurz): Europa, Asia e America settentrionale si ricoprirono parzialmente di ghiaccio<em>.</em><br />
Da allora, e almeno <a href="http://www.climalteranti.it/2009/05/06/le-variazioni-climatiche-durante-l%E2%80%99ultimo-milione-di-anni-mandanti-killer-e-alibi-prima-parte/" target="_blank">nell’ultimo milione di anni</a>, il clima del Pianeta può essere definito bistabile, oscillando tra una era  glaciale di 90-100 mila anni e un periodo caldo di 15-20 mila anni. Un periodo in cui hanno predominato i fattori astronomici (<a href="http://www.sciencecourseware.org/eec/GlobalWarming/Tutorials/Milankovitch/" target="_blank">Cicli di Milankovich</a>): le analisi delle carote estratte dai ghiacci antartici e dai sedimenti marini mostrano che nell’ultimo milione di anni si sono succedute 8 glaciazioni.</p>
<p>L’umanità moderna è emersa dalla storia evolutiva dei mammiferi e dei primati e dei nostri antenati e parenti ancestrali, tra la penultima e l’ultima glaciazione (<a href="http://www.pikaia.eu/EasyNe2/Notizie/La_vita_inaspettata_il_nuovo_libro_di_T_Pievani.aspx" target="_blank">circa 200 mila anni fa</a>) <em></em></p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 5px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/febbraio2013/holocene.jpg" alt="" width="260" height="170" />L’ultima glaciazione sui è conclusa 15-20.000 anni fa, e dopo il successivo periodo di riscaldamento durato diverse migliaia di anni è iniziato il periodo chiamato Olocene.</p>
<p>La ricostruzione delle temperature globali di questo periodo non è agevole: basandosi su tutti i dati disponibili, fossili, sedimenti, proxy (anelli degli alberi, pollini etc.) si può ricavare un andamento qualitativo, di massima indicato <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/File:Holocene_Temperature_Variations.png" target="_blank">nel grafico a fianco</a>. Come si nota sono presenti periodi di minimi e massimi di temperatura, ma non è facile capire quanto variazioni più accentuate possono aver interessato regioni anche vaste.</p>
<p>Venendo ai tempi più recenti, si è molto favoleggiato sui “periodi caldi”, degli ultimi 2000 anni,  nell’epoca greco-romana e nel medioevo. In realtà le variazioni di temperature alla base di questi miti, di cui si favoleggia come dimostrazione che periodi di riscaldamento globale si sono già avuti in passato e oggi non accade nulla di nuovo, rientrano nelle oscillazioni naturali spiegate dalla variazione della forzante solare. Altra cosa è la deriva che ha preso la temperatura negli ultimi decenni e la cui velocità di crescita non ha paragone con nessun andamento del passato prossimo e remoto. Se poi si considerano le proiezioni dell’aumento di temperatura a fine secolo, c’è un evidente cambiamento nella scala temporale delle variazioni.</p>
<div><a title="05 24" href="http://www.grida.no/climate/ipcc_tar/slides/05.24.htm"><img class="alignleft" style="margin: 0px; float: left;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/febbraio2013/vaarr.jpg" alt="" width="300" height="210" /></a><a title="Copenhagen_Diagnosis_FIGURES" href="http://www.ccrc.unsw.edu.au/Copenhagen/Copenhagen_Diagnosis_FIGURES.ppt"><img class="alignright" style="margin: 2px; float: right;" src="http://i630.photobucket.com/albums/uu29/climalteranti/febbraio2013/var2.jpg" alt="" width="330" height="230" /></a></div>
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<p>Testo di Guido Barone, con contributi di Stefano Caserini</p>
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