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Archive for the Tag 'NOAA'

Capire il clima che cambia: le teleconnessioni NAO e El Niño

In questa scheda sono spiegati due fenomeni di importanza basilare per il cambiamento climatico globale, l’oscillazione nord atlantica (NAO) e El Niño (ENSO), che influiscono pesantemente sull’andamento delle temperature annuali in molte parti del pianeta, fra cui l’Italia.

 

Con il termine teleconnessioni atmosferiche, nelle scienze dell’atmosfera, ci si riferisce a “pattern” atmosferici, ovvero degli schemi di circolazione atmosferici (altrimenti detti modi di variabilità) a bassa, media e alta frequenza. Esse sono dunque espressione di parte della variabilità meteorologica e in alcuni casi anche di variabilità climatica cui assistiamo.

La teleconnessione più emblematica è quella nota come ENSO, o più popolarmente El Niño: essa riguarda la temperatura superficiale del mare nell’oceano Pacifico equatoriale, ma ha ripercussioni climatiche un po’ su tutto il globo. Inoltre, essa è anche stata la prima ad essere rilevata, storicamente, fin dal 19° secolo. Nell’ultimo trentennio, la diffusione dei modelli meteoclimatici e la necessità di dover predisporre degli archivi su tutto il globo delle variabili meteorologiche ed anche di quelle relative alla superficie terrestre hanno favorito la scoperta o consentito di postularne le basi teoriche per tutta una serie di altre teleconnessioni. Tra esse, una di quelle che hanno un peso non indifferente nell’andamento meteorologico alle latitudini europee è la North Atlantic Oscillation (NAO). Nel seguito, vogliamo entrare un po’ più nel dettaglio sia sulla NAO sia su ENSO. Continue Reading »

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Tranquilli, il riscaldamento globale non si è fermato

L’esame delle temperature medie globali mostra che anche il 2013 appena archiviato può essere catalogato tra gli anni più caldi, anche se non ha stabilito nuovi record. Alla faccia di quanti sostengono, magari perchè nella loro città fà freddo, che il riscaldamento globale non esista o si sia fermato…

 

Come ogni anno, ai primi di gennaio cogliamo l’occasione per fare il punto sull’anno appena trascorso, soprattutto, ma non solo, dal punto di vista dell’andamento termico. Come di consuetudine, ci avvaliamo dei principali dataset climatici disponibili sul web: il NASA GISS (NASA Goddard Institute for Space Studies), il NOAA NCDC (NOAA National Climate Data Center) e l’HadCRU (Hadley Centre/Climate Research Unit), a cui aggiungiamo il database NOAA/NCEP che ci permette di avere a disposizione soltanto due giorni dopo i dati grezzi rielaborati (ricordo ancora che vengono mediati su un grigliato di 2,5 gradi in longitudine e latitudine, il che equivale, alle nostre latitudini, ad un quadrato di circa 300 x 300 km2).

Gli altri centri effettuano invece delle elaborazioni e dei controlli sulla qualità dei dati, e talora può succedere che i dati stessi vengano ricalibrati anche nel passato; ad esempio, per quanto riguarda i dati HadCRU, le elaborazioni effettuate sono discusse molto bene qui; qui invece è descritta in dettaglio la problematica della rappresentatività dei dati stessi, commentando questo studio di Kevin e Way, apparso sul Quarterly Journal of the Royal Meteorological Society, una delle riviste più prestigiose nel campo delle scienze dell’atmosfera. Continue Reading »

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Temperature globali del 2012, ancora in zona medaglia

Il 2012 appena passato ci ha lasciato in eredità una ricca messe di situazioni meteorologiche interessanti ed estreme e il record della minore estensione mai vista di ghiacci marini artici. A livello di temperature, il 2012 globalmente è stato l’ennesimo anno caldo, più caldo anche della media del trentennio più recente di riferimento, ma ormai – ahimè – questa non è più una notizia…

 

È già passato un altro anno, ed eccoci quindi di nuovo qui a commentare quanto accaduto al 2012, dapprima a scala globale e poi in post successivi con uno zoom sull’Europa e sull’Italia. Al solito, mentre attendiamo i dati ufficiali che saranno diramati nei prossimi due-tre mesi dai siti istituzionali (CRU, GISS, NASA, ecc. – l’elenco dettagliato lo trovate sul post dell’anno scorso), il metodo più veloce è quello di ricorrere al database NOAA/NCEP (in particolare, ho usato questo sito). Ricordo che si tratta di dati elaborati e non grezzi: in particolare, vengono mediati su un grigliato di 2,5 gradi in longitudine e latitudine, il che equivale, alle nostre latitudini, ad un quadrato di circa 300 x 300 km2. È quindi impossibile fare considerazioni locali usando questa tipologia di dati.

 

1980-2010

fig. 1 – Anomalia di temperatura superficiale (in °C) nel 2012 rispetto al periodo di riferimento 1981-2010. Dati NOAA-NCEP.

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2009: un anno caldo che è sembrato freddo

Anche il 2009 va in archivio come un anno caldo rispetto alle medie trentennali climatiche, a dispetto dei molti che hanno annunciato l’arrivo di ere glaciali. Pur se il 2009 sarà ricordato da alcuni per le 2-3 ondate di freddo e la neve nei mesi freddi, il 2009 è risultato, globalmente, più caldo del 2003, di cui tutti gli europei ricordano la terribile estate.

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Puntualmente, non appena l’inverno ha bussato alla porta con la prima, temporanea, ondata di freddo intenso che ha colpito anche buona parte dell’Europa e del Canada, sono spuntati come funghi diversi articoli che hanno sottolineato l’evento.
Qualcuno però non ha perso l’occasione per sparlare del riscaldamento globale, del vertice di Copenhagen, dei climatologi, ecc. (si veda ad esempio il lungo elenco di errori  apparso qui, in cui si confonde ancora una volta un singolo evento meteorologico con il clima). Non ci si deve stupire, del resto era già successo quasi un anno fa (si veda qui, qui e qui), ed in realtà si può dire che è stato così anche in passato (si veda ad esempio qui). Ora si prospetta, almeno in Italia, una nuova ondata di freddo, e quindi sappiamo cosa dovremo aspettarci…
Un’attenta analisi dei dati rivela che, in realtà, nonostante per alcuni giorni (il periodo visualizzato è il 14-22 dicembre, ed i dati visualizzati sono le anomalie di temperatura superficiale rispetto al periodo di riferimento 1968-1996 – tutti i grafici sono generati a partire dalle informazioni NOAA) le temperature siano state inferiori anche di 6°C rispetto alla norma sull’Europa centrale e sulla Scandinavia, e di oltre 10°C su una vasta area che dalla Siberia e Mongolia si estende fino alla Russia, altre zone del mondo hanno mostrato anomalie positive altrettanto vistose, come ad esempio la parte nordorientale del Canada, con un’anomalia di oltre 10°C, ed in generale tutta l’area artica. Continue Reading »

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Dalle email rubate… tre motivi per rimanere di buon umore

La vicenda delle email rubate dal server dell’Università dell’East Anglia ha suscitato un bel putiferio, portando a molti articoli sui giornali e persino a servizi televisivi.
Dall’analisi di quanto apparso sui media, nonché dai post sui blog e dalle email scambiate nelle mailing list, sembra che questi siano stati giorni fantastici fra quanti credono che il riscaldamento globale non sia un vero problema, mentre musi lunghi e un po’ di nervosismo si è visto fra gli studiosi ancora preoccupati per l’evolversi  della situazione climatica.

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Molto del polverone sollevato è ancora in aria (solo una parte si è posato); il materiale pubblicato è vastissimo, non tutto confermato, e una buona parte delle email trafugate non è ancora stata pubblicata. Per questi motivi è difficile arrivare a conclusioni definitive sulla credibilità del lavoro di alcuni scienziati. Per ora, si possono almeno ipotizzare tre possibili evoluzioni di questa vicenda, che descriviamo in seguito per quanto riguarda la parte che più ci interessa, ossia le conseguenze per la scienza del clima:  cosa potrebbe cambiare sullo stato delle conoscenze sui cambiamenti climatici già registrati e su quelli che avverranno in futuro. Continue Reading »

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Dicembre 2008 e gennaio 2009: eccezionali veramente?

Sintesi: l’analisi a scala globale dei dati relativi al bimestre dicembre ’08-gennaio ’09 appena trascorso mostra che tale periodo non può essere considerato eccezionale non solo dal punto di vista climatico (in quanto una singola stagione non dice nulla sul clima), ma neppure da quello meteorologico, in quanto le anomalie termiche e pluviometriche riscontrate hanno riguardato soltanto una piccola porzione del territorio nazionale (peraltro compatibili con quelle verificatesi negli anni precedenti) mentre a livello globale l’anomalia termica e’ addirittura stata positiva.

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Fa freddo. È questo il commento un po’ generale che imperversa ormai dall’inizio di dicembre. Ma non vorrei qui ripetere per l’ennesima volta quale sia la differenza tra tempo meteorologico e clima (concetto già ribadito più volte nei post precedenti), quanto piuttosto insistere sul fatto che occorre sempre analizzare i dati nella loro globalità, non in singole stazioni. Infatti, se anche l’inverno 2008-09 avesse fatto registrare in qualche stazione italiana, o anche, al limite, in tutta Italia, i valori minimi di temperatura delle serie storiche (cosa che, come vedremo, non è vera), non si potrebbe comunque parlare di cambiamento del clima, ma solo di un evento o di una serie di eventi, al limite insoliti; inoltre, analizzando la situazione globale, si scoprirebbe che questo evento probabilmente è bilanciato da una altrettanto significativa anomalia calda in altre zone del mondo.
Il mio obbiettivo è quindi quello di rispondere alla domanda: “quest’anno è stato freddo o no?” facendo chiarezza ed esaminando i dati disponibili.
Non essendo ancora terminato l’inverno (che meteorologicamente finisce a fine febbraio), possiamo commentare i primi due mesi dell’inverno meteorologico 2008-2009 usando le mappe meteorologiche che ho creato utilizzando i dati messi a disposizione dalla NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration) su questo sito. È un giochino interessante e chiunque può divertirsi facendosi la propria climatologia: si possono visualizzare una ventina di variabili sulla porzione del globo terrestre che più interessa, alla risoluzione spaziale di 2.5 gradi in longitudine e latitudine (cioè circa 125 Km alle nostre latitudini, non sufficiente per i dettagli locali ma sufficiente per gli andamenti generali), e si può calcolare l’anomalia della grandezza considerata, cioè la differenza fra il valore registrato in un certo periodo e il valore medio su un periodo di riferimento. NOAA ha scelto come periodo di riferimento il 1968-1996, che è un po’ diverso dal trentennio abitualmente scelto come riferimento 1961-90 (volendo, con un po’ di tempo in più si può scegliere il periodo che si vuole) ma le differenze non sono poi così significative. Ho quindi creato i grafici delle anomalie di temperatura e precipitazione relative agli ultimi due mesi di dicembre 2008 e gennaio 2009 confrontandoli con le medie.
Cominciamo a vedere la mappa che riporta le anomalie a scala globale (Fig. 1 – i colori blu e rosso scuro evidenziano, come nei rubinetti, le zone rispettivamente con anomalia negativa e positiva).

T superf dic08-gen09

Figura 1 – Anomalia di temperatura superficiale sul globo terrestre 1 Dicembre 2008 – 30 Gennaio 2009 rispetto al periodo di riferimento 1968-1996. Grafico generato dalle informazioni NOAA.

Beh, sicuramente non si può dire che, a scala globale, sia stato un bimestre freddo. Ci sono, è vero, dei minimi (Antartide, Stati Uniti, Cile), ma anche dei massimi, in particolare sulle regioni del Polo Nord, nei pressi delle isole Svalbard (fino a 12 °C!). Facendo uno zoom sull’emisfero Nord (Fig. 2), si notano delle ampie zone con anomalie positive sull’Africa, sulle zone polari, sul Pacifico, e due piccole aree al centro degli Stati Uniti e sull’Ungheria, mentre sono presenti alcune zone di anomalia negativa sul Canada e sugli Stati Uniti orientali, nei pressi dell’Alaska, e in altre quattro piccole zone distribuite tra Europa, Africa settentrionale e Asia. Come chiunque può vedere, l’estensione delle aree con anomalia positiva è nettamente maggiore di quelle con anomalia negativa, per cui si può dire che, per quanto riguarda l’emisfero nord, il bimestre considerato è stato più caldo della norma.

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Figura 2 – Anomalia di temperatura superficiale sull’emisfero Nord nel periodo 1 Dicembre 2008 – 30 Gennaio 2009 rispetto al periodo di riferimento 1968-1996. Grafico generato dalle informazioni NOAA.

I dettagli sulla zona europea (Fig. 3) e sull’Italia (Fig. 4) riportano un numero maggiore di isolinee e mostrano una zona con anomalie negative di temperatura con i minimi sulla Francia centrale e sul Marocco estesa dalla Germania meridionale fino all’Africa nord-occidentale, e che lambisce anche l’Italia nordoccidentale. Il resto dell’Italia si trova in una zona intermedia che confina con un’area molto ampia di anomalie termiche positive che si estende dal Mediterraneo orientale verso nord.

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Figura 3 – Anomalia di temperatura superficiale sull’Europa nel periodo 1 Dicembre 2008 – 30 Gennaio 2009 rispetto al periodo di riferimento 1968-1996. Grafico generato dalle informazioni NOAA.

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Figura 4 – Anomalia di temperatura superficiale sull’Italia nel periodo 1 Dicembre 2008 – 30 Gennaio 2009 rispetto al periodo di riferimento 1968-1996. Grafico generato dalle informazioni NOAA.

Dunque, si è effettivamente registrata un’anomalia di temperatura lievemente negativa su una parte del territorio nazionale, del resto confermata anche dall’analisi condotta dal Centro Nazionale di Meteorologia e Climatologia Aeronautica sul Bollettino Climatico di Gennaio 2009. Quanto è significativo questo dato? Per rispondere a questa domanda, ho generato le mappe relative alle anomalie di temperatura sul territorio nazionale e sulle aree limitrofe relative agli ultimi 12 periodi invernali dicembre-gennaio (reperibili su questo sito). La loro analisi mostra chiaramente che questo bimestre non è stato né l’unico né il più freddo nel periodo considerato. Se è vero, infatti, che ci sono stati dei bimestri nettamente più caldi (1997-98, 2000-01, e il famigerato 2006-07), è anche vero che non mancano gli anni con anomalie negative (1998-99 solo sul sud Italia, 1999-2000, 2001-2, 2003-4, 2004-5 solo sul nord Italia, e poi il bimestre 2005-6, molto più freddo su tutto il territorio nazionale rispetto a quello attuale).
Per un maggiore dettaglio su una singola località, tra tutte le possibili scegliamo Torino, un po’ perché ci abito, ma soprattutto perché, grazie all’encomiabile meticolosità ventennale di Luca Mercalli e Gennaro Di Napoli, culminato nel libro “Il clima di Torino” (un’enciclopedia di oltre 900 pagine, disponibile su questo sito della Società Meteorologica Italiana) appena pubblicato, sono disponibili i dati di temperatura dal 1753, di pioggia giornaliera dal 1802 e di neve cumulata giornaliera dal 1787 (quest’ultima è la serie più lunga al mondo), tutte omogeneizzate, e le analisi su tali dati. Paragonando la temperatura invernale a Torino con la media relativa al periodo 1961-90 (Fig. 5), si osserva come sostanzialmente si sia verificata una leggera anomalia negativa, pari rispettivamente a –0.4°C per le minime ed a –0.7°C per le massime, dovuta principalmente alle irruzioni fredde dei primi 12 giorni di dicembre e da Natale all’11 gennaio.

T Torino

Figura 5 – Andamento delle temperature minime e massime giornaliere rilevate a Torino nel periodo 1 novembre 2008 – 16 febbraio 2009 paragonate con i valori medi relativi al trentennio 1961-1990. Dati forniti dalla Società Meteorologica Italiana, elaborazioni a cura di Daniele Cat Berro e Luca Mercalli.

La stima provvisoria della temperatura media a Torino relativa al trimestre invernale (dicembre-febbraio) è di 3.3°C (manca però metà febbraio), simile all’inverno 2005-06 (3.4 °C) ed inferiore alla media 1961-90 (3.8 °C), come si può vedere nella Fig. 6.

T Torino inverno

Figura 6 – Andamento delle temperature medie del trimestre invernale dicembre-febbraio durante l’intero arco delle misure relative alla serie storica di Torino. Dati forniti dalla Società Meteorologica Italiana, elaborazioni a cura di Daniele Cat Berro e Luca Mercalli.

E per quanto riguarda le precipitazioni, che cosa si può dire? Analizzando i grafici delle anomalie del rateo di precipitazione (in mm/giorno) sull’Italia (Fig. 7), si nota l’evidente area di anomalia positiva (colore blu) che coinvolge l’intero territorio nazionale nell’ultimo bimestre, con un picco evidente sulle regioni meridionali italiane: il 2008-09 è stato effettivamente un bimestre abbastanza piovoso (o nevoso, in certe zone).

Piogge Italia

Figura 7 – Anomalia di rateo di precipitazione (mm/giorno) sull’Italia nel periodo 1 Dicembre 2008 – 30 Gennaio 2009 rispetto al periodo di riferimento 1968-1996. Grafico generato dalle informazioni NOAA.

Ma il confronto con gli altri 12 bimestri invernali riportati su questo sito per gli ultimi 12 bimestri invernali dicembre-gennaio mostra che, sulle regioni meridionali italiane, anomalie simili si sono verificate anche in altri anni (in particolare nei quattro inverni consecutivi dal 2002-3 al 2005-6, e nel 2007-8), mentre per quanto riguarda il nord Italia le anomalie positive sono state effettivamente molto più rare.
A Torino, in particolare (Fig. 8), dal 1° novembre al 20 febbraio, si sono accumulati ben 518.7 mm, dovuti principalmente ai due eventi di inizio novembre (120 mm) e metà dicembre (211 mm), e tale quantitativo rappresenta il record di tutta la serie per quanto riguarda il periodo novembre-febbraio (il record precedente fu registrato nel lontano 1825-26, con 509.4 mm).

Pioggia e  neve Torino 08-09

Figura 8 – Precipitazioni (pioggia e neve fusa) giornaliere accumulate nel periodo novembre 2008 – febbraio 2009 registrate a Torino: confronto con la media del trentennio 1961-90 e con il massimo quadrimestrale precedente. Dati forniti dalla Società Meteorologica Italiana, elaborazioni a cura di Daniele Cat Berro e Luca Mercalli.

Le temperature più rigide e le precipitazioni più abbondanti a Torino hanno avuto come conseguenza un incremento notevole del numero e dell’intensità delle nevicate: a fronte di una media di 7.2 giorni con nevicate nel periodo 1961-90, nel 2008-09 si è visto nevicare in 14 giornate (Fig. 9), valore nettamente inferiore al massimo storico di 30 episodi del 1837 (ma in tale epoca si stava uscendo dalla Piccola Età Glaciale), ma nettamente superiore a quelli degli ultimi anni (era dal 1986 che non nevicava così frequentemente: 16 giorni).

giorni neve Torino

Figura 9 – Giorni con nevicate nel periodo novembre 2008 – febbraio 2009 a Torino e quantitativo di neve accumulata giornaliera. Dati forniti dalla Società Meteorologica Italiana, elaborazioni a cura di Daniele Cat Berro e Luca Mercalli.

Il manto totale depositatosi in città nel trimestre dicembre-febbraio è stato di 66 cm (di cui 32 cm tra il 6 e l’8 gennaio), valore nettamente superiore alla media 1961-90 (28 cm) ed ai valori tipici degli ultimi anni (quando in ben tre casi – nel 1988-89, 1989-90 e 2006-07 – non nevicò affatto in città: si veda la Fig. 10).

neve Torino

Figura 10 – Neve fresca accumulata nell’anno idrologico registrata presso gli osservatori della serie storica di Torino dal 1787 a oggi. Dati forniti dalla Società Meteorologica Italiana, elaborazioni a cura di Daniele Cat Berro e Luca Mercalli.

L’analisi appena condotta, sia pure parziale poiché la stagione non è ancora terminata, mostra comunque che il bimestre appena trascorso non può essere considerato eccezionale non solo dal punto di vista climatico (in quanto una singola stagione non dice nulla sul clima), ma neppure da quello meteorologico, in quanto le anomalie riscontrate sono compatibili con quelle verificatesi negli anni precedenti.
L’Italia settentrionale, ed in particolare quella nordoccidentale, ha registrato temperature leggermente inferiori alla norma e precipitazioni superiori alla norma, almeno per quanto riguarda gli ultimi 12 bimestri invernali, fatto che ha comportato un incremento nel numero delle nevicate anche a quote di pianura. I valori termici registrati in Italia nordoccidentale nello scorso inverno si sono avvicinati alle medie relative al periodo di riferimento 1961-90 e, forse proprio per questo motivo, sono state percepite come insolitamente fredde se paragonate con quelle registrate negli ultimi inverni. L’Italia meridionale ha invece registrato sia temperature sia, soprattutto, precipitazioni superiori alla norma, cosa peraltro già verificatasi frequentemente negli ultimi 12 anni.

Testo di: Claudio Cassardo

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Raffreddamento globale, ghiacci Artici, previsioni dell’IPCC

NOTA INFORMATIVA del Focal Point IPCC – Italia del 15 gennaio 2009.

La Redazione di www.climalteranti.it pubblica una nota informativa a cura di Sergio Castellari, inerente al dibattito sui cambiamenti climatici improvvisamente riaccesosi a seguito di alcune pubblicazioni apparse su importanti organi di informazione italiani.

In questi ultimi giorni sui media sono apparse notizie riguardo un rallentamento o blocco del riscaldamento globale a causa delle imponenti nevicate in varie zone Italiane e del pianeta e riguardo la forte crescita dei ghiacci marini Artici che sarebbero tornati ai livelli del 1979. Infine, alcuni articoli citano le “previsioni catastrofiche“ fatte dall’IPCC come ormai obsolete o anzi completamente errate (ad esempio qui, qui o qui).
E’ necessario fare alcuni chiarimenti.

Meteorologia e climatologia:

Bisogna stare molto attenti a non confondere una analisi meteorologica con una analisi climatica. Il sistema clima è un sistema complesso, che include l’atmosfera, gli oceani, le terre emerse, la criosfera e la biosfera. Generalmente il clima viene definito come “il tempo meteorologico medio” su scale temporali lunghe (almeno 30 anni). Quindi le condizioni climatiche vengono definite in termini di proprietà statistiche (ad esempio, il valore medio della temperatura atmosferica superficiale in una regione).
Quindi un cambiamento climatico può essere definito come una variazione significativa statisticamente dello stato medio del clima o della sua variabilità, persistente per un periodo esteso (tipicamente decenni o più). Un cambiamento climatico implica una variazione delle proprietà statistiche e non può essere associato ad un evento singolo (una alluvione, una tempesta di neve ecc.) Non ha senso la domanda: “L’alluvione in un dato luogo e giorno è causata da un cambiamento climatico?” Ha invece senso la domanda: “Un cambiamento climatico può comportare una aumentata probabilità che si verifichino fenomeni alluvionali?”
Quindi dare un senso climatico (fine del riscaldamento globale, inizio di un raffreddamento globale) ad una settimana di gelo in Italia significa fare una dichiarazione non basata su un corretto approccio scientifico.

Ma l’anno 2008 è stato veramente un anno freddo?

Questa è di nuovo una domanda generica, freddo rispetto a cosa e su quali scale temporali? Andando a vedere le due serie temporali di temperature media globali superficiali raccolte ed analizzate dal NCDC (National Climatic Data Center) della NOAA (National Ocean Atmophere Administration) (USA) e dal Met Office Hadley Centre (UK) si può chiaramente vedere che il 2008 non è stato un anno “freddo” in queste serie
temporali rispetto a medie a lungo termine. Il rapporto preliminare (perché ancora non considera il mese di dicembre 2008) del NCDC dichiara che l’anno 2008 potrà essere uno dei 10 anni più caldi dal 1880 (inizio della serie termometrica globale) rispetto alla media del 20esimo secolo. Inoltre il mese di novembre 2008 è stato il quarto novembre più caldo della serie globale dal 1880 e l’agosto 2008 si è posizionato al decimo posto come agosto più caldo nella serie temporale.
Questo trend è confermato anche dalla serie globale del Met Office Hadley Centre. Quasi tutti gli anni del nuovo millennio stanno tra i 10 anni più caldi di entrambi le serie termometriche globali. Negli ultimi 10 anni le temperature sono cresciute più lentamente rispetto ai decenni precedenti, ma ragionando su tempi lunghi è evidente un trend di crescita di temperature. Questo non significa che l’anno 2009 sarà necessariamente più caldo del 2008: il 2009 potrebbe essere l’anno più freddo dal 1980, ma il trend di crescita globale di temperature rimarrebbe se il 2010 ed il 2011 saranno di nuovo anni più caldi rispetto ad una media a lungo termine. Il valore di temperatura globale di un anno non può modificare una tendenza a lungo termine.

I ghiacci artici che tornano ai livelli del 1979:

Alcuni articoli stranieri ed italiani, citando i dati dell’University of Illinois’s Arctic Climate Research Center, hanno spiegato che l’estensione del ghiaccio marino artico è tornata a crescere ed ha raggiunto l’estensione del 1979. Intanto la crescita invernale del ghiaccio marino Artico è un normale processo stagionale: l’estensione diminuisce in estate e ricresce in inverno. Però negli ultimi anni come mostrato dal NSIDC (National Snow And Ice Data Center) (USA), qualcosa è cambiato. L’estensione di ghiaccio marino Artico (sea ice extent) ha raggiunto il record minimo nel settembre 2007, seguito dal settembre 2008 e settembre 2005, confermando che esiste un trend negativo nella estensione di ghiaccio marino estivo osservato negli ultimi 30 anni.

Se si cercano i dati dell’University of Illinois’s Arctic Climate Research Center al loro sito  si può arrivare al sito Criosphere Today del Polar Research Group – University of Illinois dove, controllando i grafici, si può vedere che l’estensione del ghiaccio marino (sea ice area) dell’Emisfero Nord nel dicembre 2008 non raggiunge il livello del 1979, mentre il sea ice area dell’Emisfero Sud nell’estate 2008 ha raggiunto il livello dell’estate 1979!

Per l’Artico il NSIDC ha comunicato il 7 gennaio (2008 Year-in-Review) che:
• l’estensione del ghiaccio marino (sea ice extent) nel dicembre 2008 è stata di 12.53 milioni di km2, 830,000 milioni di km2 di meno della media 1979 – 2000;
• il ghiaccio marino del 2008 ha mostrato una estensione ben sotto alla media (wellbelow- average ice extents) durante l’intero anno 2008;
• dal 12 al 19 dicembre 2008 la crescita stagionale di ghiaccio marino Artico si è interrotta probabilmente a causa di un sistema anomalo di pressione atmosferica combinato all’effetto delle temperature marine superficiali più calde nel Mare di Barents.

Le “previsioni” dell’IPCC:

Innanzitutto esistono vari tipi di modelli:
1. Modelli di previsione meteorologica operativa: grandi modelli computazionali, che integrano le equazioni del moto atmosferico, accoppiate con opportune rappresentazioni degli scambi di materia e calore con la superficie terrestre e che forniscono le previsioni meteorologiche;
2. Modelli di previsione stagionale: stessi modelli atmosferici, ma accoppiati a all’oceano e sono utilizzati per prevedere fenomeni come El Nino;
3. Modelli del Sistema Terra (Earth System Models): modelli dell’atmosfera ed oceano tra loro accoppiati, ma accoppiati anche ad altri modelli che rappresentano la superficie, il ghiaccio marino, la vegetazione, la chimica atmosferica, il ciclo del carbonio e gli aerosol.
Per gi studi dei possibili climi a 50 o 100 anni si usano i Modelli del Sistema Terra, ma in maniera diversa dai modelli di previsione meteorologica. Nel campo della predicibilità di un sistema come il sistema clima si possono avere due tipi di previsioni: “Previsioni di Primo Tipo” (o Problemi ai Valori Iniziali) e “Previsioni di Secondo Tipo” (o Problemi ai Parametri). Le cosiddette previsioni climatiche dell’IPCC sono previsioni del secondo tipo: dato il sistema clima soggetto a variazioni di un forzante esterno, sono previsioni delle variazioni delle proprietà statistiche del sistema clima al variare dei parametri esterni. Queste previsioni non dipendono dai valori iniziali, come le previsioni del Primo Tipo che sono poi le previsioni meteorologiche e che hanno un limite intrinseco a circa due settimane.

Queste previsioni climatiche si definiscono in realtà proiezioni climatiche e cercano di rispondere alle seguenti domande:

1. Assumendo che la composizione atmosferica vari secondo un certo scenario di emissione, allora quale sarà ad esempio tra 30, 50 e 100 anni la probabilità di avere una temperatura media più alta di 3°C rispetto a quella attuale?

2. Come sarà distribuita sul globo questa variazione della temperatura media prevista?

Queste proiezioni si possono chiamare anche scenari climatici, perché come variazione di forzanti esterni (gas serra ed aerosol) usano scenari di concentrazione che derivano da scenari di emissioni. Questi scenari di emissioni sono descrizioni plausibili dello sviluppo futuro delle emissioni di gas serra e aerosol, basate su un insieme coerente ed internamente consistente di assunzioni sulle forze che le guidano (soprattutto economiche, tassi di sviluppo tecnologico, andamento dei mercati, sviluppo demografico, ecc.).

E’ importante sottolineare che la dinamica caotica del clima terrestre e dei moti atmosferici pone un limite teorico alla possibilità di eseguire Previsioni del Primo Tipo. Infatti il sistema clima è un sistema fisico complesso con un comportamento non lineare su molte scale temporali e che include molte possibili instabilità dinamiche. Però la natura caotica del sistema clima non pone alcun limite teorico alla possibilità di eseguire Previsioni del Secondo Tipo. Quindi è più semplice eseguire Previsioni di Secondo Tipo (in altre parole previsioni climatiche di tipo statistico) per i prossimi 100 anni assumendo possibili variazioni dei forzanti esterni, che estendere di qualche giorno il termine delle previsioni meteorologiche.
Queste previsioni statistiche vengono effettuate in vari centri di modellistica climatica in varie parti del mondo (anche in Italia, ad esempio al Centro Euro-Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici – CMCC) e fino ad oggi quasi tutti i modelli climatici del tipo Earth System Models hanno usato gli stessi scenari di emissioni chiamati IPCC-SRES al fine di poter confrontare i risultati. Questi scenari di emissioni sono molti e presuppongono diversi sviluppi socioeconomici a livello globale e quindi diversi livelli di emissioni al fine di poter“catturare” il possibile futuro climatico della Terra.

In conclusione, queste previsioni sono scenari climatici o proiezioni climatiche e non previsioni meteorologiche a lungo termine.

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