Il metodo scientifico contro il negazionismo climatico
Il consenso scientifico sul ruolo umano nel riscaldamento globale nasce da oltre un secolo di ricerca e confronto tra ipotesi alternative. Il metodo scientifico non richiede che ogni teoria venga discussa all’infinito: quelle smentite dai dati vengono progressivamente abbandonate.
Anche le spiegazioni alternative del riscaldamento attuale sono state studiate, senza trovare evidenze sufficienti a sostenerle. Il confronto avviene attraverso la ricerca pubblicata a valle della revisione tra pari. Considerare accertata l’origine antropica del riscaldamento globale è quindi il risultato del metodo scientifico, non la sua negazione.
Peraltro, in questo caso non si tratta di un semplice dibattito scientifico fine a sé stesso, bensì di qualcosa che sottende una serie di azioni di mitigazione che devono essere messe in campo al più presto, senza ulteriori tentennamenti.
Al di là degli errori marchiani nei grafici di Franco Battaglia pubblicati su La Verità (si vedano i precedenti post qui e qui), l’articolo pubblicato il 2 agosto contiene altre affermazioni gravi che purtroppo spesso si sentono nel dibattito sul clima.

Battaglia ha accusato due fisici e climatologi, Bruno Carli e Filippo Giorgi, di non seguire il metodo scientifico, in quanto hanno dichiarato inequivocabile il ruolo antropico sull’attuale cambiamento climatico, hanno citato i rapporti dell’IPCC, e hanno sostenuto che è chiuso il dibattito sulle cause delle variazioni climatiche attuali. La comunità scientifica, secondo Battaglia, rinnegherebbe in questo modo il metodo galileiano perché rifiuterebbe di confrontarsi in dibattiti pubblici con chi nega le cause umane, e pertanto non conoscerebbe le critiche che questi muoverebbero.
In realtà il dibattito sulle cause del riscaldamento globale è veramente chiuso, e ci sono anche molti altri campi della scienza in cui lo è. Praticamente nessuno dubita che molte malattie siano dovute ad infezioni batteriche o virali, che la radioattività sia dovuta a decadimenti nel nucleo dell’atomo, che la gravità sia dovuta alle deformazioni dello spaziotempo descritte dalla relatività generale, che gli organismi viventi cambino nel tempo soggetti ai meccanismi dell’evoluzione descritti da Charles Darwin, che la Terra abbia circa 4,7 miliardi di anni, che i continenti si muovano secondo la tettonica a zolle, che l’Universo sia in espansione. In tutte queste affermazioni ci sono punti oscuri, cose che possono lasciare qualche appiglio a chi voglia proporre alternative. La relatività generale potrebbe essere sostituita da teorie più ampie, l’evoluzione darwiniana potrebbe essere integrata da altri meccanismi, ma il quadro generale difficilmente cambierà. Questo significa che un astrofisico che consideri “chiuso” il dibattito sull’espansione dell’Universo stia rigettando il metodo scientifico? Che non conosca le teorie alternative proposte? In realtà queste teorie trovano spazio nelle riviste del settore, ma semplicemente non riescono a convincere se non una ristrettissima minoranza dei ricercatori, oltre ad essere spesso pure in contrasto tra di loro.
(altro…)Clima e incendi: 1- L’incendio di Eaton Canyon a Los Angeles e la tempesta perfetta
Clima e incendi: 1- L’incendio di Eaton Canyon a Los Angeles e la tempesta perfetta
Proponiamo il primo di una serie di post dedicata ad uno degli impatti più immediati e devastanti del riscaldamento climatico: gli incendi. Cominciamo col presentare un evento estremo, uno dei due incendi principali che hanno interessato Los Angeles nel gennaio 2025. Innescato nei pressi di un traliccio dell’alta tensione sulle montagne nei pressi di Eaton Canyon, quest’incendio ha devastato un vastissimo versante montuoso e la cittadina di Altadena, distruggendo in poche ore circa 10,000 strutture abitative e commerciali. Un incendio questo verificatosi in seguito alla successione di una siccità di otto mesi ed un intenso evento ventoso di Santa Ana cominciato il 7 gennaio 2025. Un caso più unico che raro o una concreta possibilità anche altrove, oggi o in futuro?

Figura 1: Le fiamme dell’incendio innescato nei pressi di Eaton Canyon avvolgono alcune abitazioni di Altadena in California l’8 gennaio 2025.
Nella notte dell’8 gennaio 2025, i 43,000 abitanti di Altadena, una cittadina a ridosso delle montagne a est di Los Angeles in California, si trovarono a prendere nel giro di qualche minuto una delle decisioni più importante della loro vita.
(altro…)Un altro grafico fuorviante su La Verità per disinformare sul clima
Il 2 agosto su “La Verità” è uscito un ennesimo articolo di disinformazione sul cambiamento climatico, firmato da Franco Battaglia, che contiene alcune fandonie, per certi aspetti originali nel panorama del negazionismo climatico. Errori e travisamenti talmente clamorosi da sembrare per certi aspetti anche divertenti. In sostanza, Battaglia mostra una ricostruzione delle temperature che si ferma prima della rivoluzione industriale, per affermare che gli aumenti osservati a partire dalla stessa non sono rilevanti.

Un refrain trito e ritrito del negazionismo climatico è quello secondo cui il clima sarebbe sempre cambiato, per cui non dovremmo preoccuparci delle attuali grandi variazioni.
Per ribadire questa tesi, in passato Franco Battaglia ha usato grafici sbagliati (si veda il precedente post), frutto di errori o di vere e proprie manomissioni. Questa volta invece il grafico è reale, ma è stato usato senza capirlo, facendogli dire il contrario di quello che in realtà dice.
Secondo Battaglia, il grafico (pubblicato qui a fianco) descrive “il clima del pianeta corso degli ultimi 10.000 anni, derivato dai carotaggi in Groenlandia. All’estrema destra della figura ci siamo noi, ove l’ultima parte del grafico, la caccola di riscaldamento dentro il cerchio rosso, sarebbe quello che toglie il sonno agli sprovveduti”.
In realtà in questo grafico, derivante dai carotaggi nel progetto Greenland Ice Sheet Project 2 (GISP2), la parte più a destra, lo zero che descrive il punto di partenza del conteggio degli “anni prima del presente”, è relativo al… 1855! Il grafico si ferma infatti a 95 anni “prima del presente”, dove per presente si intende il 1950, una convenzione nel mondo della ricerca paleoclimatica del tempo (si veda qui per i dettagli). Manca pertanto proprio il cambiamento delle temperature degli ultimi 170 anni, successivo all’utilizzo su larga scala dei combustibili fossili, un aumento di oltre un grado centigrado.
Il circoletto evidenziato da Battaglia, l’aumento di due decimi di grado, è avvenuto nel diciottesimo e diciannovesimo secolo, tra il 1690 e il 1855, nei dati originali; pertanto non si tratta affatto del “riscaldamento attuale”, “quello che toglie il sonno ai catastrofisti climatici”.
(altro…)Le ragioni dell’apatia climatica

Nell’editoriale rilanciato da Climalteranti, Nicola Armaroli ha accusato il sistema informativo italiano di coprire la gravità delle ondate di calore in corso in Italia, e in particolare di non parlare della causa sottostante: le emissioni di gas climalteranti dovute alle attività umane, in particolare l’uso di combustibili fossili.
Non c’è dubbio che l’accusa di comportamenti omertosi sulla questione climatica sia corretta per una parte dei giornali e delle televisioni italiane, in particolare per quelli che da anni disinformano sul tema, ospitando finti esperti o mitomani climatici. Sembrerà incredibile, ma una parte del mondo informativo fatica ancora oggi a riconoscere che sono le attività umane a modificare il clima del pianeta, o che i danni già in corso e, ancor più, quelli attesi per il futuro sono molto gravi.
In altri casi l’omertà è qualcosa di più sottile: la negazione brutale della questione è stata superata, ma è raro trovare traccia dell’urgenza di limitare l’uso di combustibili fossili (gas, petrolio e carbone) in quanto causa dell’aumento delle temperature estreme e delle ondate di calore, perché questo entra in conflitto con la linea editoriale, disturba gli azionisti della proprietà, o alcuni potenti inserzionisti. Certo è inevitabile parlare dei cambiamenti climatici, delle politiche europee o del negoziato sul clima; ma senza mettere in chiaro che la combustione dei combustibili fossili, e in particolare di gas, è la principale fonte di emissioni di gas serra in Italia, e che rispettare gli impegni già presi a livello internazionale significa ridurre a zero queste emissioni in meno di trent’anni; questo può ad esempio entrare in conflitto con aziende inserzioniste che continuano a esplorare e attivare nuovi giacimenti di combustibili fossili.
(altro…)Omertà climatica
Rilanciamo l’editoriale di Nicola Armaroli pubblicato su Saperescienza.it, edizione online della rivista Sapere, sulla gravità del silenzio mediatico sulla causa sottostante alle ondate di calore anomale che stanno colpendo il nostro paese e l’Europa

C’è un rumore assordante che accompagna il collasso climatico che sta travolgendo miliardi di persone. Si chiama “silenzio”. Ma non è il silenzio della natura, che parla con chiarezza brutale: settimane di temperature spaventose, ricorrenti alluvioni “mai viste”, siccità, incendi, mari infuocati, ghiacciai disintegrati, città invivibili, migliaia di morti. No, il silenzio – ebete – è quello di una parte crescente del sistema mediatico e politico, che osserva la casa in fiamme e commenta sull’arredamento.È un paradosso da manuale di psichiatria collettiva: ne scriveremo tanto, in futuro. Più la crisi climatica avanza, meno viene chiamata per nome. La cronaca mostra disastri, il meteorologo descrive anomalie, l’inviato raccoglie fuoco, fango, lacrime. Poi ci si ferma lì. Mancano movente e contesto. Mancano due parole proibite: riscaldamento globale.
Quando un ponte crolla, nessuno si limita a dire che il traffico è stato deviato. Si cercano cause, responsabilità, manutenzioni mancate. Quando invece un territorio finisce sott’acqua o un raccolto è perso, prevale il racconto dell’eccezione, della fatalità, della “bomba d’acqua”, espressione buona per i titoli e pessima per capire. L’evento estremo quotidiano è sterilizzato a fatto isolato. Ma il clima non è una maledizione del destino. È un sistema fisico alterato da colossali consumi di carbone, petrolio e gas. Mezzo trilione di tonnellate di carbonio intrappolato per milioni di anni nelle viscere della Terra e mollato in atmosfera in 150 anni: un battito di ciglia per il pianeta.
Mentre facciamo finta di nulla, i numeri non mostrano pietà. Gli ultimi anni sono stati i più caldi mai misurati; la soglia di 1,5 °C non è più un orizzonte remoto sulla mappa, ma una linea già oltrepassata. Eppure, mentre l’evidenza è diventata faticosa esperienza per tutti, l’attenzione pubblica arretra. La copertura mediatica globale sui cambiamenti climatici diminuisce, anno dopo anno. Il termometro sale, la discussione e la comprensione scendono.
(altro…)La robusta ondata di calore in arrivo nel Nord Italia: oltre i sensazionalismi, contano la persistenza e lo stress idrico
Tra lo spettro delle notti equatoriali, i primi 40 centimetri di suolo a corto d'acqua e l'impronta strutturale dell'attribuzione rapida, l'imminente canicola di agosto impone di guardare oltre i sensazionalismi dei picchi termici per analizzare la reale portata fisica e cumulativa dell'evento.

Ci avviciniamo alla prima decade di agosto con lo spettro di una nuova e pesante ondata di calore che si appresta a colpire le regioni dell’Italia settentrionale. Più che concentrarsi sulla caccia al singolo valore estremo e localizzato, l'aspetto meteorologicamente e climatologicamente più rilevante di questo evento è la sua natura cumulativa: la nuova avvezione calda si sommerà infatti a un periodo precedente con temperature già fortemente sopra la media del periodo, amplificandone gli impatti fisici, biologici e sanitari.
Ci sono tutti i presupposti per guardare ai primi giorni di agosto con massima attenzione e con un livello di pre-allarme sanitario, affidandosi però a un'analisi rigorosa e probabilistica, lontana dai sensazionalismi.
L'errore del determinismo e la realtà del multimodello
Da giorni, alcuni siti meteorologici orientati alla ricerca spasmodica del click annunciano massime oltre i 41 °C su specifici punti griglia della Pianura Padana, tra Pavia, Piacenza e il Veneto. Come ha giustamente evidenziato il collega meteorologo Andrea Corigliano (link) in un recente intervento che condivido integralmente, spacciare frazioni di grado su coordinate precise a una settimana o dieci giorni di distanza è una forzatura metodologica.
Se invece interroghiamo correttamente le previsioni di insieme (ensemble di più modelli previsionali) e i confronti fra i diversi modelli , lo scenario reale si delinea in modo diverso: il superamento della soglia dei 40 °C diurni non è al momento lo scenario più probabile, anche se comunque potrebbe verificarsi (Figg. 1, 2). Le figure, infatti, mostrano rispettivamente 30 e 50 simulazioni aggiuntive condotte con lo stesso modello ma con lievi modifiche alle condizioni iniziali. La loro interpretazione è di tipo probabilistico: i valori più probabili sono quelli dove si addensa la maggior parte delle curve, mentre i valori estremi sono quelli meno probabili. Quando la forchetta tra le curve si estende oltre i 5-7 °C, significa che il modello sta perdendo di vista l’evoluzione meteorologica, e quindi la prevedibilità dell’evoluzione meteorologica diventa molto bassa. Analizzando le due figure, si vede come i valori estremi previsti a Milano superano i 40 °C solo secondo il modello GFS.
(altro…)Grafici fuorvianti: come La Verità prova a nascondere le realtà del cambiamento climatico
I grafici pubblicati da Franco Battaglia su La Verità mostrano valori sballati, che nascondono l’aumento reale delle temperature: sono queste le ultime armi di chi nega la realtà del riscaldamento globale.

Una seconda ondata di calore con temperature da record dopo la prima di fine maggio ha colpito nuovamente l’Europa occidentale e centrale alla fine di giugno, con centinaia di record mensili battuti nella sola Francia [1]. Record assoluti sono stati battuti in Germania, Danimarca, Repubblica Ceca e Ungheria [2]. Secondo un'analisi del World Weather Attribution [3], il consorzio internazionale specializzato nell’attribuzione rapida degli eventi meteorologici estremi, nel 1976 – anno in cui già furono stabiliti alcuni dei precedenti record europei – temperature come quelle registrate nel giugno 2026 sarebbero state praticamente impossibili da osservare in quel mese ed estremamente improbabili persino in qualsiasi altro periodo dell’anno. Analogamente, nel 2003, anno della prima grande ondata di calore di questo secolo, temperature massime diurne di tale entità sarebbero state circa dieci volte meno probabili rispetto a oggi, mentre temperature minime notturne come quelle registrate nel giugno 2026 sarebbero state oltre cento volte meno probabili. L’aumento delle temperature è, ormai senza ombra di dubbio, da attribuire alle emissioni antropiche [4].
Mentre la stragrande maggioranza delle persone è comprensibilmente preoccupata per l'intensificarsi delle ondate di calore, c’è ancora chi nonostante tutto tende a minimizzare il fenomeno: frasi come "Ha sempre fatto caldo, è estate" sono diventate ormai uno dei mantra del negazionismo climatico.
Tra i climatologi improvvisati che hanno animato il dibattito in questi giorni spicca un nome già ben noto ai lettori di Climalteranti: Franco Battaglia [5]. Nonostante sia già stato autore di un numero record di errori e sciocchezze sul tema, e nonostante non possieda una formazione specialistica, un'attività di ricerca né pubblicazioni scientifiche nel campo della climatologia o anche più in generale delle tematiche ambientali, in una trasmissione televisiva nazionale [6] Battaglia è stato addirittura presentato come climatologo.
(altro…)L’illusione del “clima caraibico” in Pianura Padana: termodinamica, deficit idrologico e agronomia reale

Le recenti dichiarazioni della seconda carica dello Stato, secondo cui non dovremmo preoccuparci troppo se in Europa andremo incontro ad un clima caraibico (testuali parole, dopo 3’03’’: “il cambiamento climatico esempio… dicono .. oddio sta arrivando in Europa, un clima caraibico’, no? E vabbè, ma i Caraibi vivono da un sacco di tempo con questo clima, e sopravvivono, vuol dire che ci abitueremo al clima caraibico, non vuol dire che moriremo” - applausi), offrono lo spunto per una riflessione più profonda che superi la battuta politica. L'idea che la tropicalizzazione dell'Europa meridionale si traduca semplicemente in una piacevole estensione della stagione balneare ignora le leggi fondamentali della fisica dell'atmosfera, l'idrologia e le specificità geografiche del nostro territorio.
Cosa succede, da un punto di vista strettamente scientifico, quando applichiamo i parametri meteorologici delle latitudini tropicali a un bacino chiuso, geomorfologicamente unico e densamente antropizzato come la Pianura Padana? Spoiler: lo scenario non assomiglierà affatto a una spiaggia di Santo Domingo, ma a un amplificatore di rischi sistemici.
1. La termodinamica padana: l'equazione di Clausius-Clapeyron e la trappola dell'afa
Il clima caraibico oceanico è un sistema dinamico regolato dagli Alisei e da una costante ventilazione marina che favorisce l'evapotraspirazione, mantenendo la temperatura percepita dagli organismi viventi entro limiti tollerabili. La Pianura Padana, al contrario, è una depressione geografica racchiusa su tre lati da catene montuose (Alpi e Appennini). Questa conformazione la rende un catino storicamente caratterizzato da scarsa ventilazione, stagnazione atmosferica e presenza di forti inversioni termiche.
(altro…)Eco-ansia: il sottile confine tra motivazione e paralisi

L'American Psychological Association, nella sua guida sugli impatti dei cambiamenti climatici sulla salute mentale “Mental health and our changing climate: impacts, implications, and guidance” ha definito l'eco-ansia come la "paura cronica di un cataclisma ambientale irrevocabile legato al cambiamento climatico". Più recentemente, il concetto di ansia climatica, è stato descritto come uno stato di angoscia legato agli impatti del cambiamento climatico sull'ambiente e sull'esistenza umana. Come la paura che si attiva in risposta a una minaccia reale o percepita, presente o anticipata, l’eco-ansia e ansia climatica sono risposte per lo più sane e adattive ai cambiamenti climatici che minacciano il nostro senso di sicurezza ed il nostro benessere fisico e mentale preparando l’individuo a reagire rapidamente per proteggere la propria sicurezza e il proprio benessere.
Come vengono misurate l’eco-ansia e l’ansia climatica nel campo della psicologia? Negli studi condotti su campioni di popolazione, questi fenomeni vengono generalmente valutati mediante questionari di autovalutazione, che misurano l’eco-ansia e l’ansia climatica attraverso diverse dimensioni psicologiche. Sul piano emotivo può emergere un senso soggettivo di paura, preoccupazione e nervosismo. Sul piano cognitivo può tradursi in pensieri negativi persistenti, pensieri catastrofici incontrollati e difficoltà di concentrazione. In alcuni casi può influenzare il funzionamento quotidiano, interferendo con il sonno, l'appetito o le attività lavorative, una dimensione che ci indica che sta diventando un problema di rilevanza clinica.
L’ecoansia può subire anche variazioni in base a fattori esterni: sappiamo ormai che l’aumento delle temperature e l’esposizione a notizie su cambiamenti climatici portano a un aumento soggettivo dell’intensità del vissuto emotivo, probabilmente per via di un aumento del rischio percepito.
L’eco-ansia come fenomeno diffuso globalmente
L’eco-ansia non è un fenomeno marginale. Una meta-analisi recente che ha sintetizzato dati globali provenienti da oltre 65.000 partecipanti ha evidenziato che l’eco-ansia rappresenta ormai una risposta psicologica diffusa nelle popolazioni studiate (campioni in Europa, Africa, Asia, Americhe), con livelli medi complessivamente moderati ma ampiamente distribuiti nella popolazione generale.
(altro…)In un clima di guerra, il multilateralismo climatico è ancora vivo
Il vero costo climatico delle guerre non si misura in CO₂, ma in fiducia bruciata: quella tra gli Stati, da cui dipende ogni cooperazione sul clima. Il voto dell'ONU mostra quanto sia fragile — e quanto valga difenderla.

Le guerre non distruggono solo il presente. Divorano il futuro, due volte: aumentando le emissioni e distruggendo la fiducia necessaria per ridurle. L’impronta climatica diretta dei conflitti è enorme, anche se difficile da misurare con precisione. Secondo un recente studio, quattro anni di invasione russa dell’Ucraina hanno prodotto circa 311 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente (tCO₂e), di poco inferiori alle emissioni annuali dell’Italia. La distruzione dell’economia ucraina ha anche indirettamente ridotto le emissioni: dall’inventario nazionale emerge che nel periodo 2022-2024 le emissioni sono diminuite di circa 100 milioni di tCO₂e. all’anno rispetto al 2019-2021. Tuttavia, le emissioni legate alla ricostruzione saranno verosimilmente molto maggiori. Per la distruzione israeliana di Gaza, le stime parlano di oltre un milione di tCO₂e di emissioni dirette, e oltre 30 milioni includendo la ricostruzione. Secondo il Climate and Community Institute, l’attacco americano-israeliano all’Iran nei soli primi 14 giorni ha generato circa 5 milioni di tCO₂e, valore che supera le emissioni annuali dell'Islanda. Un’analisi del 2022 arriva a stimare le emissioni del settore militare pari a circa il 5 per cento delle emissioni globali (2.7 miliardi di tCO₂e). È una cifra enorme e molto incerta, perché gli inventari nazionali di gas serra non riportano separatamente questo settore.
Ma il danno climatico più grave delle guerre non è quello misurabile nelle emissioni dirette. E’ l’erosione delle fondamenta della cooperazione globale: il diritto internazionale, la fiducia tra Stati, la credibilità degli impegni, la possibilità di controllare e sanzionare chi viola le regole. È difficile chiedere a un governo di tagliare emissioni per il bene comune mentre altri governi violano confini, bombardano città, calcolano impunità, trasformano il diritto internazionale in carta straccia.
Ecco perché il voto del 20 maggio 2026 all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite conta più di quanto sembri. 141 Paesi a favore, ventotto astenuti, otto contrari. E vale la pena sapere chi sono quegli otto: Bielorussia, Iran, Israele, Liberia, Russia, Arabia Saudita, Stati Uniti e Yemen. Tra chi ha votato a favore, anche la Cina. Tra gli astenuti, ben tredici su ventotto appartengono al blocco dei paesi africani ed è presente anche la Turchia, che si prepara a guidare il prossimo vertice globale sul clima evitando di prendere una posizione netta sugli obblighi giuridici che ne costituiscono la premessa. Un voto sul clima che è anche, e forse soprattutto, una mappa di chi oggi si fida di chi.
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Il metodo scientifico contro il negazionismo climatico
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