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19 Aprile 2022

Bello mondo, un podcast sfacciatamente dalla parte del pianeta

Categorie: Protocollo di Kyoto  -  Postato da: 

Con i suoi dodici episodi, Bello Mondo è un podcast originale Spotify prodotto da Chora Media che parla di clima, scritto e condotto da me e da Federico Taddia, giornalista, autore, scrittore e conduttore che si occupa da tanti anni di divulgazione scientifica su tematiche ambientali, nuove generazioni e storie virtuose.

Bello Mondo racconta come sta il Pianeta, grazie alla voce di chi ogni giorno fa qualcosa per studiarlo e capirlo, con passione e competenza. I nostri ospiti, uno per episodio, sono ricercatrici e ricercatori, eccellenze scientifiche impegnate nell’analizzare, comprendere e contrastare la crisi climatica.

Ma partiamo dall’inizio, perché “Bello Mondo”? Abbiamo scelto per il Podcast il titolo di una meravigliosa poesia di Mariangela Gualtieri che qui potete ascoltare recitata dall’autrice stessa. Ci è parso l’augurio più bello che potessimo fare al nostro pianeta (e a noi stessi) per affrontare gli anni cruciali che ci aspettano. Lo spirito del Podcast è questo: parlare con rigore dei tanti aspetti connessi alla scienza del clima avendo come riferimento la letteratura più recente e i rapporti dell’IPCC, ma mostrando anche il lato umano della scienza grazie alle storie professionali e di vita dei nostri ospiti che non si sono tirati indietro quando abbiamo chiesto loro di raccontare qualcosa di sé, aneddoti e curiosità. E il Podcast, per sua natura, amplifica proprio questo concetto di narrazione: contenuto e forma si fondono, l’elemento sonoro avvolge l’ascoltatore all’interno del flusso dell’informazione, dove si cerca di trasmettere – anzi, far vivere – nozioni ed emozioni, informazioni e sensazioni. Da qui anche il desiderio di utilizzare lo strumento del Podcast, per esplorare le potenzialità del mezzo nel campo della divulgazione scientifica.  Curando sia i contenuti che le sonorità e la forma, per offrire un prodotto comunque piacevole all’ascolto.

L’obiettivo è quello di offrire al pubblico alcuni strumenti necessari per comprendere la crisi climatica e con essa le strategie individuali e collettive per contrastarla. Ma allo stesso tempo far appassionare le persone al pianeta, al nostro Bello Mondo, attraverso la conoscenza e le storie di scienza e di vita.

Abbiamo provato a usare uno stile scientifico autorevole e accessibile al tempo stesso, mossi dal potere della “gentilezza” che abbiamo trovato anche nei nostri ospiti, e delle emozioni.

La prima ospite è stata Claudia Pasquero, docente dell’Università di Milano Bicocca, con la quale abbiamo parlato di quando il clima è estremo. A seguire Giorgio Vacchiano, ricercatore e docente in gestione e pianificazione forestale all’Università Statale di Milano, ci ha parlato del legame a doppio filo tra foreste e cambiamento climatico. Con Renato Colucci, ricercatore dell’Istituto di Scienze Polari del CNR, nel terzo episodio abbiamo parlato di ghiacci e di permafrost, mentre la neve in tutti i suoi colori e suoni è stata il cuore dell’episodio 4 che ha visto come protagonista Michele Freppaz, docente in pedologia e nivologia dell’Università di Torino. Abbiamo poi parlato di previsioni meteorologiche e proiezioni climatiche, di meteo e clima, ma anche di comunicazione del cambiamento climatico e fake news con Serena Giacomin, meteorologa e presidente di Italian Climate Network. Sandro Carniel, oceanografo del CNR e direttore della Divisione di Ricerca e sperimentazione marittima della NATO a La Spezia, ci ha raccontato lo stato degli oceani e come l’innalzamento del livello del mare potrà far finire molte regioni sott’acqua. É stata poi la volta dell’Artico, sentinella dei cambiamenti climatici, raccontato dalla base di ricerca internazionale delle isole Svalbard a Ny-Ålesund e dalla voce di Mauro Mazzola, responsabile della base italiana “Dirigibile Italia” dal 2020, e ricercatore dell’Istituto di scienze polari del CNR. Con Simona Imperio, ricercatrice presso ISPRA ed esperta in relazioni tra clima, ecosistemi e biodiversità abbiamo parlato di cambiamento climatico e animali. Ad Antonello Provenzale, direttore dell’Istituto di Geoscienze e Georisorse del CNR, abbiamo invece chiesto se la Terra è spacciata e lui ci ha fatto fare un viaggio nella storia del pianeta dalle origini ai giorni nostri (e oltre) evidenziando lo stretto legame tra biosfera e clima e il ruolo degli esseri viventi, tra cui l’uomo. Nell’episodio 10 abbiamo parlato di incendi e soprattutto della loro prevenzione con Davide Ascoli, docente in prevenzione e mitigazione degli incendi boschivi presso l’Università di Torino. Per il penultimo episodio, andato in onda pochi giorni dopo lo sciopero globale del clima del 25 marzo, abbiamo coinvolto un attivista dei Fridays For Future, Giovanni Mori, laurea in ingegneria ambientale, per chiedergli cosa fa un attivista per il clima e con lui idealmente siamo scesi di nuovo in piazza, per protestare e per proporre. Il viaggio di questa (speriamo prima) edizione di Bello Mondo non poteva che chiudersi con un episodio incentrato sulle soluzioni: utilizzo di fonti rinnovabili, impianti per il sequestro di CO2 dall’atmosfera, stili di vita modificati per adeguarsi alla nuova quotidianità, in due parole adattamento e mitigazione. E non potevamo che farlo con Stefano Caserini, docente di Mitigazione dei Cambiamenti Climatici al Politecnico di Milano e fondatore di questo blog.

Riassumendo, ecco l’indice e il link degli episodi:

1. Claudia Pasquero: Quando il clima è estremo?

2. Giorgio Vacchiano: I boschi salveranno il pianeta?

3. Renato Colucci:  Che fine stanno facendo i ghiacci?

4. Michele Freppaz: Vedremo ancora la neve?

5. Serena Giacomin: Possiamo credere alle previsioni meteo?

6. Sandro Carniel: Finiremo tutti sott’acqua?      

7. Mauro Mazzola: L’Artico è una sentinella del clima che cambia?

8. Simona Imperio: Il clima che cambia, cambia gli animali?

9. Antonello Provenzale: La Terra è spacciata?

10. Davide Ascoli: Incendi: è tutta colpa del clima?

11. Giovanni Mori: Cosa fa un attivista per il clima?

12. Stefano Caserini: Mitigazione e adattamento: sono queste le soluzioni?

Testo di Elisa Palazzi


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11 Aprile 2022

Problemi ed errori in un nuovo articolo di Scafetta

Categorie: Protocollo di Kyoto  -  Postato da: 

Pubblichiamo la traduzione del post di Gavin Schmidt su Realclimate, che contiene l’ennesima stroncatura di un articolo pubblicato dal prof. Nicola Scafetta

titolo

 

Pochi giorni fa sulla rivista Geophysical Research Letters (GRL) è comparso un nuovo articolo di Nicola Scafetta (Scafetta, 2022) che ha la pretesa di concludere che i modelli CMIP6 con sensibilità climatica [si veda la nota esplicativa 1 in fondo] media o alta (ECS superiore a 3ºC) non sono coerenti con i recenti cambiamenti osservati della temperatura. Poiché ci sono già stati numerosi articoli su questo argomento, in particolare Tokarska et al (2020), che non sono giunti a tale conclusione, vale la pena cercare di capire da dove proviene il risultato di Scafetta. Sfortunatamente, il risultato sembra emergere da un’errata valutazione di quanto contenuto nell’archivio CMIP6, da un test statistico inappropriato e dall’aver totalmente trascurato l’incertezza osservativa e la variabilità interna.

Insieme a John Kennedy e Gareth Jones del Met Office britannico, ho preparato una breve spiegazione di quello che riteniamo sia stato fatto di sbagliato. I punti principali sono tre:

  • Non è stato tenuto conto dell’incertezza nei dati osservati.
  • Non si sono considerate le singole simulazioni ma solo le medie di insieme (ensemble mean) dei modelli.
  • È stato applicato un test statistico che garantisce l’esclusione di qualsiasi episodio particolare di variabilità interna se il segnale forzato è ben vincolato.

I primi due punti sono illustrati chiaramente da questa figura:

graf

Variazione della temperatura dal 1980-1990 al 2011-2021 nella rianalisi ERA5 e nell’insieme dei CMIP6 in funzione della ECS (Equilibrium Climate Sensitivity, Sensitività del Clima all’Equilibrio) dei modelli.

 

L’incertezza nell’aumento della temperatura osservata (ERA5) è rappresentata dalla fascia rosa, mentre le singole simulazioni modellistiche sono rappresentate dai punti neri (ce ne sono 172, e quelle dello stesso modello sono sulla stessa linea orizzontale). I triangoli verdi sono la media di insieme (ensemble mean, nota 2) per ciascuno dei 37 modelli (per i modelli che hanno un insieme di un solo membro, il triangolo verde è sovrapposto al punto nero).

Un paio di cose appaiono subito ovvie. In primo luogo, ci sono 3 modelli con una ECS > 3ºC la cui media di insieme è coerente con l’aumento di temperatura di ERA5, entro il margine di incertezza ma, cosa più importante, 49 membri appartenenti agli ensemble di 18 modelli sono compatibili con il risultato di ERA5. Di questi 18 modelli, la metà ha una ECS superiore a 3ºC e contraddice pertanto l’affermazione di Scafetta secondo la quale «tutti i modelli con ECS > 3,0ºC sovrastimano il riscaldamento globale osservato alla superficie».

Per la sua analisi Scafetta usa soltanto la media di insieme per ciascun modello (i triangoli verdi) – nonostante affermi di considerare una singola simulazione – e ignora del tutto l’incertezza di ERA5. Queste sue scelte portano a un risultato fondamentalmente fuorviante. Curiosamente, quando si riferisce ai dati ERA5, cita l’articolo di Huang et al. “Extended Reconstructed Sea Surface Temperature, Version 5 (ERSSTv5)” del 2017 – un set di dati sulla temperatura dell’oceano – invece di Hersbach et al (2020).

Nella seconda parte dell’analisi di Scafetta, l’errore sta nel far riferimento ad un altro errore, di Douglass et al. (2008), peraltro già discusso in Santer et al. (2008). Scafetta sottopone a test la differenza tra le medie di insieme dei modelli (il pattern forzato) e il pattern osservativo esatto (che è la combinazione di un segnale forzato e di una realizzazione della variabilità interna), rispetto all’incertezza del pattern forzato[nota 3]. Questa procedura ha la bizzarra proprietà di garantire, in pratica, l’esclusione dalla significatività statistica (la “rejection”) di tutte le realizzazioni modellistiche di insieme all’aumentare del numero N dei membri dell’insieme stesso (poiché l’incertezza della media diminuisce con\sqrt(N-1), nota 4).

I risultati del test di Scafetta sono quindi inaffidabili.

Che fare?

GRL non accetta commenti sugli articoli pubblicati, una situazione di cui abbiamo già parlato qui. Ha però una procedura per le obiezioni: si segnala il o i problemi alla redazione della rivista che chiede all’autore o agli autori di rispondere. Ricevuta la risposta, il comitato editoriale decide come procedere, il che potrebbe andare dal non fare nulla, al pubblicare una correzione, all’imporre una ritrattazione. Così noi tre abbiamo inviato ai redattori la nota di spiegazione linkata sopra. Staremo a vedere!

Va sottolineato che siamo stati in grado di scrivere la nota così rapidamente poiché sono disponibili e pubblici gli archivi dei dati ERA5, dei valori di ECS per i modelli CMIP6 e del sito Climate Explorer, e per il fatto che errori simili sono stati fatti molte volte in passato.

Che significato avrà tutto ciò?

Come scriviamo nella nota, anche se l’analisi di Scafetta è fallata, ciò non significa che tutti i modelli CMIP6 rappresentino correttamente il periodo storico. E come abbiamo già detto, l’archivio CMIP6 va usato con più attenzione delle versioni precedenti (#NotAllModels, Making predictions with the CMIP6 ensemble). Inoltre, la scarsa performance di uno specifico modello rispetto a questi tipi di osservazioni (rianalisi) potrebbe anche essere dovuta a forzanti non corrette (come gli aerosol, per i quali c’è ancora molta incertezza).

Terremo i lettori al corrente degli sviluppi…

 

Bibliografia

Douglass D.H., J.R. Christy, B.D. Pearson, and S.F. Singer, “A comparison of tropical temperature trends with model predictions”, International Journal of Climatology, vol. 28, pp. 1693-1701, 2008. http://dx.doi.org/10.1002/joc.1651

Hersbach H., B. Bell, P. Berrisford, S. Hirahara, A. Horányi, J. Muñoz‐Sabater, J. Nicolas, C. Peubey, R. Radu, D. Schepers, A. Simmons, C. Soci, S. Abdalla, X. Abellan, G. Balsamo, P. Bechtold, G. Biavati, J. Bidlot, M. Bonavita, G. Chiara, P. Dahlgren, D. Dee, M. Diamantakis, R. Dragani, J. Flemming, R. Forbes, M. Fuentes, A. Geer, L. Haimberger, S. Healy, R.J. Hogan, E. Hólm, M. Janisková, S. Keeley, P. Laloyaux, P. Lopez, C. Lupu, G. Radnoti, P. Rosnay, I. Rozum, F. Vamborg, S. Villaume, and J. Thépaut, “The ERA5 global reanalysis”, Quarterly Journal of the Royal Meteorological Society, vol. 146, pp. 1999-2049, 2020. http://dx.doi.org/10.1002/qj.3803

Scafetta N., “Advanced Testing of Low, Medium, and High ECS CMIP6 GCM Simulations Versus ERA5‐T2m”, Geophysical Research Letters, vol. 49, 2022. http://dx.doi.org/10.1029/2022GL097716

Tokarska K.B., M.B. Stolpe, S. Sippel, E.M. Fischer, C.J. Smith, F. Lehner, and R. Knutti, “Past warming trend constrains future warming in CMIP6 models”, Science Advances, vol. 6, 2020. http://dx.doi.org/10.1126/sciadv.aaz9549

 

Note esplicative

[1] La Sensibilità Climatica all’Equilibrio (Equilibrium Climate Sensitivity, ECS) è la variazione di temperatura media globale alla superficie del pianeta che si registra dopo aver raddoppiato la concentrazione di CO2 nell’atmosfera e si è atteso un tempo sufficiente a che il sistema raggiunga di nuovo un ragionevole equilibrio, quindi un tempo di alcuni decenni o secoli. Il Sesto Rapporto di Valutazione dell’IPCC  stima che, con un livello alto di confidenza, tale valore sia compreso tra 2,5°C e 4°C, con una best estimate di 3°C.

[2] Il termine “ensemble” da cui “ensemble mean” (insieme, media di insieme) si usa, in generale, ed in questo caso particolare, per descrivere un insieme di realizzazioni simili dello stato e/o dell’evoluzione di una situazione meteorologica o climatica. In questo caso, cioè quello delle simulazioni di scenario CMIP6 (si veda anche https://www.wcrp-climate.org/wgcm-cmip), i vari “ensemble” raggruppano, ognuno, le varie integrazioni modellistiche realizzate con lo stesso modello (anche se in configurazioni più o meno tra loro differenti). Si tratta di 172 integrazioni, raggruppate in 37 “ensemble”, uno per ogni modello specifico (per un elenco dettagliato, si veda la Tabella 1 di Scafetta, 2022.

[3] Anche le singole integrazioni modellistiche (come il pattern osservativo “esatto”) sono la combinazione di un segnale forzato e di una realizzazione della variabilità interna (del modello), ma nella loro media di insieme la variabilità interna si riduce molto, sino a tendere a mediarsi a zero (soprattutto per alti valori della popolazione dell’insieme), lasciando emergere il solo pattern forzato. Da ciò nasce la non confrontabilità statistica delle medie di insieme dei vari modelli con il singolo pattern osservato (ERA5).

[4] Esattamente come eseguire la media (di insieme) di N elementi (integrazioni modellistiche) dell’insieme stesso aiuta a far emergere il pattern forzato (il “segnale”) ripulito dalla variabilità interna (considerata in questo contesto come “rumore”), essa diminuisce anche l’incertezza residua da attribuire al pattern forzato. All’aumentare di N, la variabilità residua (il rumore) tende a zero e quindi tende a zero anche l’incertezza sulla stima del pattern forzato (il segnale). Quindi, all’aumentare di N, la probabilità che pattern forzato e pattern osservato risultino tra loro statisticamente compatibili si riduce enormemente, rendendo molto più probabile la “rejection” del pattern forzato.

 

Traduzione di Sylvie Coyaud e Stefano Tibaldi


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5 Aprile 2022

Alla ricerca di motivi di speranza nel terzo volume del sesto rapporto IPCC

Categorie: Mitigazione  -  Postato da: 

È stato pubblicato il 4 aprile il terzo volume del Sesto rapporto IPCC, che si occupa della mitigazione del cambiamento climatico, ossia “l’intervento umano per ridurre le emissioni o potenziare gli assorbimenti di gas serra”.

Come per i precedenti rapporti del primo e secondo gruppo di lavoro (commentati su Climalteranti qui e qui), anche questo volume costituisce una sintesi di decine di migliaia di articoli scientifici già pubblicati nella letteratura, e fornisce un quadro dettagliato di tantissimi aspetti delle azioni già avviate o possibili contro il surriscaldamento globale.

I rapporti dell’IPCC non sostengono alcuna specifica opzione di mitigazione, ma mostrano il potenziale (le possibilità di riduzione delle emissioni climalteranti), i pro, i contro, le barriere e i co-benefici delle diverse azioni, sia nel breve che nel lungo termine, per diversi obiettivi di contenimento del riscaldamento globale.

Le 64 pagine del Sommario per i decisori politici contengono molti messaggi chiave (indicati nel sommario in grassetto), sostenuti da altre affermazioni riassuntive, che cercano di condensare le circa 2913 pagine del rapporto integrale. Come tipico dei rapporti IPCC, alle affermazioni è assegnato un grado di “confidenza”, ossia “la robustezza di una conclusione, basata sul tipo, sulla quantità, qualità e coerenza delle evidenze disponibili prove (ad es. comprensione meccanicistica, teoria, dati, modelli, giudizio di esperti) e sul grado di concordanza di più linee di evidenza”.

Il sommario per i decisori politici è diviso in 5 parti:

  1. Introduzione e contesto
  2. Sviluppi recenti e attuali tendenze
  3. Trasformazioni sistemiche per limitare il riscaldamento globale
  4. Legami tra mitigazione, adattamento e sviluppo sostenibile
  5. Rafforzare la risposta contro il cambiamento climatico

 

Dalla lettura del rapporto e del sommario (quest’ultimo raccomandato in particolare ai decisori politici a cui è indirizzato), numerosi sono i messaggi chiave a cui gli scienziati che hanno scritto il rapporto attribuiscono “alta confidenza”. Non sono messaggi particolarmente nuovi, ma hanno il valore aggiuntivo di rappresentare il punto di consenso di una grandissima parte degli esperti del settore.

Non sorprenderà quindi che dal rapporto emerga la preoccupazione che da tempo raccontiamo su Climalteranti: siamo molto in ritardo nel ridurre le emissioni di gas serra, e se non si agisce rapidamente gli obiettivi più ambiziosi di mitigazione decisi con l’accordo di Parigi non saranno più raggiungibili.

Fra i tanti messaggi importanti, ne propongo tre (fra parentesi il paragrafo del sommario in cui si possono reperire):

 

“Senza azioni di mitigazione urgenti, efficaci ed eque, il cambiamento climatico minaccia sempre più la salute e i mezzi di sussistenza delle persone in tutto il mondo, la salute degli ecosistemi e la biodiversità. Esistono sia sinergie che compromessi tra l’azione per il clima e il perseguimento di altri obiettivi di sviluppo sostenibile. Un’azione per il clima accelerata ed equa per mitigare e adattarsi agli impatti dei cambiamenti climatici è fondamentale per lo sviluppo sostenibile.” (D.1.1)

 

“Percorsi di mitigazione ambiziosi implicano cambiamenti ampi e talvolta dirompenti nell’attuale struttura economica, con conseguenze distributive significative, all’interno e tra i paesi. L’equità rimane un elemento centrale nel negoziato sul clima delle Nazioni Unite, nonostante i cambiamenti nella differenziazione tra stati nel tempo e le sfide nella valutazione delle quote eque. Le conseguenze distributive all’interno e tra i paesi includono lo spostamento di redditi e l’occupazione durante la transizione, dalle attività ad alte emissioni a quelle a basse emissioni. Sebbene alcuni posti di lavoro possano essere persi, lo sviluppo a basse emissioni può anche aprire maggiori opportunità per migliorare le competenze e creare più posti di lavoro durevoli, con differenze tra paesi e settori. Politiche integrate possono migliorare la capacità di considerare temi come l’equità, l’uguaglianza di genere e la giustizia”. (D.3.2) Continua a leggere…


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27 Marzo 2022

L’energia rinnovabile e la transizione possibile

Categorie: Energia, Libri, recensioni, Rinnovabili  -  Postato da: 

Da più di un mese ormai è in corso l’invasione russa dell’Ucraina, con il suo portato di atrocità e vittime, sempre più spesso civili. Una guerra che è stata e continua a essere finanziata dai combustibili fossili, gas e petrolio in primis: secondo una ricerca pubblicata recentemente, solo dal 2014, cioè dall’annessione della Crimea, nove compagnie legate ai combustibili fossili hanno versato alla Russia quasi 16 miliardi di dollari tra tasse e canoni. Il 60% delle esportazioni russe è costituito da combustibili fossili (gas, petrolio e anche carbone), che generano un flusso di entrate imponente, quantificabile nell’ordine dei 250/300 miliardi di dollari all’anno. Soldi che arrivano in larga parte dai paesi europei, che quindi hanno finanziato e finanziano la corsa al riarmo e le operazioni militari. Se la Georgia importa dalla Russia solo il 6% del gas che consuma, Moldavia, Macedonia del Nord e Bosnia Erzegovina dipendono al 100%. Nel mezzo, paesi come la Germania, che supera di poco il 45%, e l’Italia, che è appena dietro a circa il 41%.

 

In questo contesto, acquista ancora più importanza Che cosa è l’energia rinnovabile oggi (Edizioni Ambiente, 19 euro), l’ultimo libro di Gianni Silvestrini. Silvestrini da oltre quarant’anni si occupa di rinnovabili ed efficienza energetica e nelle circa 200 pagine di questo libro ha condensato la sua esperienza e capacità di visione per raccontare le trasformazioni del settore energetico, in Italia e nel resto del mondo. E indicare un percorso per quella decarbonizzazione sempre più indispensabile, grazie al quale il nostro paese potrebbe liberarsi quasi completamente dalla dipendenza dai combustibili fossili. Continua a leggere…


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7 Marzo 2022

Ogni frazione di grado conta

Categorie: Protocollo di Kyoto  -  Postato da: 

Pubblichiamo il testo dell’intervento del Segretario Generale dell’ONU António Guterres, a commento della pubblicazione del secondo volume del Sesto Rapporto IPCC, avvenuta il 28 febbraio 2022.

 

Ho visto molti rapporti scientifici nella mia vita, ma nessuno come questo. Il rapporto dell’IPCC di oggi è una mappa della sofferenza umana e un’accusa schiacciante al fallimento della leadership climatica. Con fatti su fatti, questo rapporto rivela come le persone e il pianeta sono stati colpiti dal cambiamento climatico.  

Quasi la metà dell’umanità vive nella zona di pericolo – ora. 

Molti ecosistemi sono al punto di non ritorno – ora.

L’inquinamento da carbonio incontrollato sta costringendo i più vulnerabili del mondo ad una marcia obbligata verso la distruzione – ora.  

I fatti sono innegabili.

Questa rinuncia alla leadership è criminale.  I più grandi inquinatori del mondo sono colpevoli di aver incendiato la nostra unica casa.

È essenziale raggiungere l’obiettivo di limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5 gradi. La scienza ci dice che questo richiederà al mondo di ridurre le emissioni del 45% entro il 2030 e di raggiungere emissioni nette zero entro il 2050.  Ma secondo gli impegni attuali, le emissioni globali sono destinate ad aumentare di quasi il 14% nel decennio in corso.  

Questo significa una catastrofe. Distruggerà ogni possibilità di rimanere sotto il grado e mezzo di aumento.

Il rapporto di oggi sottolinea due verità fondamentali. 

Primo, il carbone e altri combustibili fossili stanno soffocando l’umanità.  

Tutti i governi del G20 hanno accettato di smettere di finanziare il carbone all’estero. Ora devono urgentemente fare lo stesso a casa e smantellare le loro flotte carboniere.  Quelli del settore privato che ancora finanziano il carbone devono essere tenuti a rispondere. Anche i giganti del petrolio e del gas – e i loro sottoscrittori – sono avvisati.  Continua a leggere…


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28 Febbraio 2022

Il sesto rapporto IPCC (secondo volume), e la guerra in Ucraina

Categorie: Impatti  -  Postato da: 

Oggi alle 12 viene reso pubblico il secondo volume del VI Rapporto IPCC, dedicato a “impatti, adattamento e vulnerabilità”. Dopo il primo volume (le basi scientifiche) pubblicato il 9 agosto, e prima del terzo volume (Mitigazione del cambiamento climatico), che uscirà ai primi di aprile, il secondo volume rappresenta una sintesi sullo stato delle conoscenze relative agli impatti e i rischi associati ai cambiamenti climatici, con dettagli per le diverse regioni del pianeta e per tipologie di impatti (ondate di calore, precipitazioni, siccità, ecc.) e recettori (salute, biodiversità, economia, ecc.).

La conferenza stampa di presentazione si può seguire dal portale IPCC , mentre alle 14 il Focal Point IPCC per l’Italia ha organizzato una conferenza online di presentazione del rapporto a cui parteciperanno Antonio Navarra (Presidente CMCC, Focal Point IPCC per l’Italia), Piero Lionello (Università del Salento, CMCC, Lead Author Rapporto IPCC AR6 WG2), Francesca Spagnuolo (Scuola Superiore Sant’Anna Pisa, Lead Author Rapporto IPCC AR6 WG2) e Gustavo Naumann (Fondazione CIMA, Contributing Author Rapporto IPCC AR6 WG2).

Per partecipare è necessaria la prenotazione a questo link.

***

Inevitabilmente l’invasione russa in Ucraina farà passare in secondo piano l’uscita di questo rapporto IPCC. Si tratta di una guerra che avrà importanti implicazioni sulle politiche energetiche e l’azione multilaterale contro il cambiamento climatico, riassunte in questo post di Carbon Brief.

Riportiamo qui la Lettera aperta degli scienziati e giornalisti scientifici russi contro la guerra con l’Ucraina.

Noi, i sottoscritti studiosi, scienziati e giornalisti scientifici russi, dichiariamo la nostra ferma opposizione alle azioni di guerra del governo russo contro il popolo ucraino sul territorio del loro paese. Questo passo fatale porta a enormi perdite umane e mina le basi del sistema di sicurezza internazionale. La responsabilità di una nuova guerra in Europa è interamente della Russia.

Non ci sono giustificazioni razionali per questa guerra. È assolutamente chiaro che l’Ucraina non rappresenta una minaccia per la sicurezza della Russia e i tentativi di usare la situazione nel Donbass come pretesto per lanciare un’operazione militare sono totalmente artificiali. La guerra contro l’Ucraina è ingiusta e, francamente, non ha senso.

L’Ucraina è sempre stata e sempre sarà un paese che ci è vicino. Molti di noi hanno parenti, nonni e colleghi che vivono in Ucraina. I nostri nonni e bisnonni hanno combattuto insieme contro il nazismo, e scatenare una guerra che giova le ambizioni geopolitiche del leader del governo russo, guidato da dubbie fantasie storiche, è un cinico tradimento della loro memoria.

Rispettiamo lo stato ucraino, che si basa su istituzioni democratiche realmente funzionanti e siamo solidali con l’orientamento dell’Ucraina verso l’Unione Europea. Siamo convinti che tutti i problemi nelle relazioni tra i nostri paesi possano essere risolti pacificamente.

Dopo aver scatenato la guerra, la Russia si è condannata all’isolamento internazionale, alla posizione di paese paria. Ciò significa che noi scienziati non saremo più in grado di svolgere normalmente il nostro lavoro, perché condurre ricerca scientifica è impensabile senza cooperazione e fiducia con i colleghi di altri paesi. L’isolamento della Russia dal mondo significa un ulteriore degrado culturale e tecnologico del nostro Paese, con una totale assenza di prospettive positive. La guerra con l’Ucraina è un passo verso il nulla.

Siamo amareggiati nel renderci conto che il nostro Paese, che ha dato un contributo decisivo alla vittoria sul nazismo, ha ora istigato una nuova guerra sul continente europeo. Chiediamo l’arresto immediato di tutte le operazioni militari dirette contro l’Ucraina. Chiediamo il rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale dello Stato ucraino. Chiediamo pace per i nostri paesi.

Facciamo scienza, non guerra!


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6 Febbraio 2022

Sesso e clima

Categorie: Libri, recensioni  -  Postato da: 

Climalteranti in questi 14 anni si è occupata di tantissimi aspetti dei cambiamenti climatici, come si può vedere nella colonna delle categorie sulla destra. Eppure, non si è mai occupata di come le variazioni climatiche influiscono o sono influenzate da due fra i principali fattori della qualità della vita degli esseri umani: l’amore, il desiderio di congiunzione intellettuale e fisica degli esseri umani.

È una lacuna che Climalteranti condivide con l’IPCC, che nelle decine di migliaia di pagine dei suoi rapporti non ha mai scritto una riga su questo legame.

Sarà perché non è mai facile parlare di amore e sesso: sono sfere personali, intime, con molte sfaccettature, e si rischia di essere grevi o reticenti. Sarà perché per gli scienziati è difficile raccogliere dati affidabili, nelle interviste le persone spesso preferiscono non rispondere o forniscono risposte errate. E gli studi sperimentali hanno indubbi problemi pratici legati alla privacy o ai costumi. Se misuri la temperatura dell’orecchio o dell’ascella di una persona, la ricerca sarà limitata agli addetti ai lavori, se misuri quella dei testicoli quando il corpo assume diverse posizioni, ti assegnano l’IgNobel.

Eppure, l’amore e il sesso sono troppo importanti e centrali nella nostra vita per non avere connessioni con quella che è stata definita la più grande sfida di questo secolo. Come ha scritto Edoardo Albinati (La Scuola Cattolica, Rizzoli, 2016, pag. 174) “Si direbbe che il sesso riguardi la vita privata degli individui, unicamente la loro camera da letto, e invece scuote da cima a fondo l‘intera società per poi rimodellarla in forme nuove, riposizionando tutti i valori, riformulando i rapporti. Le relazioni erotiche tra uomo e donna, uomo e uomo, donna e donna, sono ciò che causa il movimento della vita individuale come di quella collettiva, la ragione per cui si combattono le guerre e ci si riconcilia, il fondamento dell’intelligenza, la causa e insieme il fine di ogni impresa, la chiave per disserrare i misteri e il significato recondito di qualsiasi indizio…

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1 Febbraio 2022

L’eredità climatica ed energetica di Angela Merkel

Categorie: Politiche, Trasporti  -  Postato da: 

 

Lo scorso 2 dicembre Angela Merkel ha pronunciato il suo ultimo discorso da cancelliere tedesco. Un cancellierato lungo 16 anni che l’ha proiettata tra i massimi leader politici di questo inizio di secolo. Molti sono stati i bilanci del suo operato ma pochi, almeno in Italia, si sono soffermati sul suo “lascito climatico”. Dal 2005, anno del suo insediamento, al 2021 la Merkel ha partecipato a molte conferenze sul clima (la COP15 di Copenaghen del 2009, la COP21 di Parigi del 2015 e fino alla COP26 del 2021), oltre che di incontri dei G8 e G20 in cui i temi climatici erano all’ordine del giorno. Questo le ha valso il soprannome di “Climate Chancellor” per il suo impegno. Molti media internazionali, dal Time a Nature passando per The Guardian e Bloomberg si sono chiesti quale bilancio trarne, con valutazioni che ne riconoscono la tenacia politica quanto la scarsità di risultati. Prima di valutarli, un breve passo indietro.

 

Gli studi e la “gavetta”

Nel 1986 Merkel ha conseguito un dottorato di ricerca in chimica-fisica presso l’Accademia delle scienze di Berlino-Adlershof nell’allora Germania dell’Est. Successivamente ha applicato la meccanica statistica alle collisioni tra molecole di gas nel laboratorio del chimico Rudolf ZahradnÍk a Praga, pubblicando diversi articoli.

Nature l’ha definita una cancelliera con un “evidence-based thinking” e indubbiamente la sua formazione scientifica ha giocato un ruolo importante nelle sue posizioni politiche, in questa come in altre questioni.

Angela Merkel entra al Bundestag nel 1990 e diventa Ministro dell’Ambiente nel quinto governo Kohl (1994-1998; nella foto sopra, intervento di Merkel alla COP1 di Berlino). In quella veste presiede la Conferenza sul clima di Berlino del 1995 e prende parte alle trattative per l’accordo di Kyoto del 1997. Una “gavetta” di tutto rispetto.
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23 Gennaio 2022

Note sul pessimismo climatico

Categorie: Protocollo di Kyoto  -  Postato da: 

Prendo spunto da due testi pubblicati recentemente su climalteranti.it. Il primo è una recensione del nuovo libro di Michael Mann, La nuova guerra del clima, in cui il climatologo americano, oltre a mettere in guardia contro le nuove forme di negazionismo camuffato, pone in risalto la pericolosità di visioni “eccessivamente cupe del nostro futuro”. Il secondo articolo verte sulla COP 26 di Glasgow e sui risultati che essa potrà produrre. Anche in questo caso vi è una sorta di messa in guardia: contro “una visione semplicistica del negoziato sul clima”. Secondo questo post, la contrapposizione “successo vs. fallimento” è fuorviante, perché ignora sia la complessità delle trattative sia i risultati intermedi che, come in occasione di passate edizioni, possono essere ottenuti e che comunque, ai fini di una efficace lotta contro i cambiamenti climatici, sono molto importanti.

            Qui di seguito intendo, se non proprio mettere in guardia contro queste e altre simili messe in guardia, presentare alcune riflessioni critiche al loro riguardo. Per cominciare una nota sul titolo del saggio di Mann: considero l’impiego della metafora della guerra in riferimento al riscaldamento globale come problematico e opinabile, e comunque contradditorio rispetto al dichiarato intento di denunciare i facili allarmismi e pessimismi. Data la natura dell’oggetto in questione, il clima mondiale, se di guerra si tratta, quella contro il Climate change deve o dovrà necessariamente assumer l’aspetto di una guerra totale, contro un nemico assai potente e da tempo conosciuto, e in cui nessuno potrà risparmiarsi. Sennonché il nemico non risiede dall’altra parte della frontiera o del mare, bensì è in mezzo a noi, nelle nostre distese metropolitane, nei gangli del potere politico ed economico e pure nelle nostre menti e abitudini, talché se proprio si vuol ricorrere alla metaforica bellica, meglio sarebbe parlare di “nuova guerra civile del clima”.

            Le visioni eccessivamente cupe del nostro futuro, l’emergente “pornografia climatica”, sostiene Mann, sono pericolose perché possono condurre alla paralisi e alla disperazione. È qui attivo un assunto indimostrato: “pessimismo = disfattismo” oppure “ansia = incapacità di agire”. Anche a prescindere dalla funzione euristica, ossia di incitamento all’impegno per il cambiamento, di opere (letterarie, artistiche e filosofiche) segnate da un profondo pessimismo, numerosi eventi mondiali prodottisi nel secolo scorso ci ricordano che anche le più cupe premonizioni o visioni di quel che sarebbe potuto accadere risultarono alla prova dei fatti ampiamente al di sotto della realtà, per così dire ampiamente “ottimistiche” rispetto alla portata dei crimini e delle distruzioni che effettivamente si produssero.

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17 Gennaio 2022

Il 2021: sesto o settimo anno più caldo dal 1850

Categorie: Accordo di Parigi, Record, Statistiche, Temperature  -  Postato da: 

Le temperature medie globali dell’anno appena terminato, secondo quanto risulta dalle analisi preliminari sui dati della NOAA e di altri database climatici, collocano il 2021 al sesto-settimo posto nella speciale classifica degli anni più caldi, in cui il 2016 rimane al primo posto. L’anomalia registrata si assesta intorno ai quattro decimi di grado al di sopra della media del trentennio 1981-2010, pari circa a 1,0-1,1 °C in più rispetto al periodo 1880-1910. Anche per quanto riguarda l’Italia, la posizione in classifica è la stessa, ma l’anomalia è quasi doppia. I dati appaiono notevoli, se si considera che il 2021 è catalogabile come un anno caratterizzato da una fase La Niña del ciclo ENSO, notoriamente associata ad anomalie fresche.

 

Come ormai è tradizione, all’inizio del nuovo anno andiamo ad analizzare l’andamento dell’annata appena conclusasi dal punto di vista delle temperature medie globali, o meglio delle loro anomalie. Ricordiamo, in questa sede, che generalmente si preferisce visualizzare l’andamento delle anomalie di temperatura rispetto a un periodo prefissato, piuttosto che i valori assoluti delle temperature stesse, perché le anomalie risultano meno influenzate da altitudine e latitudine delle varie stazioni, e risultano così più facilmente mediabili tra loro.

Per analizzare i dati ci avvaliamo, oltre che del solito database NCEP della NOAA, da cui abbiamo estratto un rettangolo che comprende l’Italia, anche dei database GISST, HADCRU, JMA e Copernicus, in maniera da avere una visione più globale e non condizionata dal singolo database. Dal momento che non tutti i centri hanno già fornito i dati completi relativi al 2021, l’analisi per alcuni centri è stata limitata ai primi undici mesi del 2021 o è stato considerato il periodo tra dicembre 2020 e novembre 2021 (da valutazioni fatte negli anni scorsi, le differenze si sono rivelate dell’ordine di qualche centesimo di grado). Abbiamo inoltre deciso di riferire tutte le anomalie ancora al trentennio 1981-2010, usato ancora fino all’anno scorso, al fine di mantenere l’uniformità con i post degli anni passati.

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10 Gennaio 2022

La comoda distrazione dell’energia nucleare

Categorie: Energia, Nucleare, Scenari  -  Postato da: 

Negli ultimi mesi si è tornato a discutere in Italia di un possibile sviluppo dell’energia nucleare. Se ne era già parlato in seguito ad alcune dichiarazioni del Ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani in aprile, in settembre e in dicembre, ma è dopo il dibattito in sede europea sull’inclusione di questa fonte energetica nella “tassonomia green” che l’argomento è ritornato alla ribalta.

Senza poter certo affrontare tutti gli aspetti tecnologici, economici ed ambientali legati all’energia nucleare, è utile vedere alcuni punti fermi, alcuni dati di fatto su cui c’è una solida evidenza scientifica.

 

I tempi della transizione energetica

I tempi di una transizione energetica in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi sono estremamente rapidi: consistono nel raggiungere “emissioni nette zero” intorno al 2050, come recentemente ribadito dalle conclusioni del G20 di Roma e della COP26 di Glasgow.

Per l’Unione Europea l’obiettivo “emissioni nette zero nel 2050” è già stato incardinato nella Legge europea sul clima, e riguarda tutti i gas climalteranti (neutralità climatica), affiancato da un obiettivo al 2030 di riduzione delle emissioni del 55% rispetto al 1990 (nel trentennio 1990-2020 le emissioni europee si sono ridotte di circa il 30%, quindi si dovranno ulteriormente ridurre di una quantità simile, ma in soli 10 anni).

Se si guardano gli scenari già pubblicati dalla Commissione europea, si nota come il settore della produzione di energia elettrica è quello in cui la decarbonizzazione è più rapida: già al 2040 è prevista la quasi completa eliminazione delle emissioni climalteranti. Continua a leggere…


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8 Dicembre 2021

Emissioni nette zero / non zero

Categorie: Fenomenologia, Traduzioni  -  Postato da: 

Il concetto di emissioni “nette zero” è spesso criticato perché potrebbe facilitare il posticipare le azioni di riduzione delle emissioni di gas serra. In realtà, come spiegato nel post di Gavin Schmidt su Realclimate, di cui pubblichiamo la traduzione, si tratta di un concetto utile, e solido dal punto di vista scientifico soprattutto se riferito a emissioni nette zero di CO2 e non al totale dei gas serra.

 

 

Alla Conferenza COP26 di Glasgow, gran parte della discussione ha riguardato gli obiettivi noti come “emissioni nette zero”. Questo concetto deriva da importanti risultati della fisica già evidenziati nel Rapporto Speciale su 1,5 ºC di riscaldamento globale, e approfonditi nell’ultimo rapporto IPCC: mostrano che il riscaldamento futuro è legato alle emissioni future e che cesserà effettivamente solo dopo che le emissioni antropogeniche di CO2 saranno bilanciate dalle rimozioni antropogeniche di CO2. Ma alcuni attivisti hanno (giustamente) sottolineato che le rimozioni di CO2 a grande scala non sono ancora state testate, e quindi fare affidamento su di esse in misura significativa per bilanciare le emissioni è come non impegnarsi affatto ad arrivare a emissioni nette zero. Il loro punto è che “emissioni nette zero” non equivale a “emissioni zero” e quindi potrebbero avere l’effetto di una cortina fumogena per un’azione climatica insufficiente. Per aiutare a risolvere questo problema potrebbero essere utili un po’ di basi scientifiche.

 

 

“Emissioni nette zero di CO2” ha un reale significato geofisico

 

Con dati empirici e modelli migliori e più numerosi è diventato chiaro che, in prima approssimazione, l’eventuale riscaldamento antropico da biossido di carbonio è legato alle sue emissioni cumulative. Questa figura è tratta dal Sommario per i decisori politici del Sesto Rapporto IPCC (AR6-SPM, traduzione italiana a cura di Climalteranti, ndt):

Rapporto tra emissioni cumulative di CO2 e temperatura (SPM AR6).

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29 Novembre 2021

“Storie del Clima”, un libro sulla storia variegata e affascinante della climatologia

Categorie: Libri, recensioni  -  Postato da: 

Alcuni degli slogan o dei commenti superficiali del negazionismo climatico orbitano intorno a un paio di temi principali: “Gli scienziati non sanno molto/non hanno capito molto di come funzioni il clima”, a sua volta connesso con “Gli scienziati sono in disaccordo sull’origine antropica del riscaldamento globale” e sul tema, già trattato ampiamente da Climalteranti, della climatologia che apparentemente non sarebbe “una scienza esatta”, ossia in grado di fornire previsioni affidabili, oppure persino che non sarebbe una scienza “galileiana”, ossia in grado di provvedere a esperimenti per testare le proprie ipotesi.

Anche per questo è nato Storie del Clima – dalla Mesopotamia agli Esopianeti, per la collana Microscopi di Hoepli Editore. Il libro vuole raccontare la storia della climatologia, come scienza di umilissime origini (clima è, per Eratostene, una fascia di territorio su cui il sole ha la medesima inclinazione) che ora si trova al centro del dibattito scientifico, ma anche politico e sociale, del mondo intero. Si parte dalle prime osservazioni e interpretazioni mesopotamiche per arrivare a quanto la climatologia possa dirci del clima di altri pianeti, passando attraverso il radicamento delle sue solide basi scientifiche e la scoperta, sempre più evidente e sempre più urgente, del riscaldamento globale di origine antropica. Questa evidenza e questa urgenza, con buona pace di molti negazionismi anche scientifici nostrani, è stata definitivamente consacrata dalla recentissima assegnazione del premio Nobel per la fisica a Manabe, Hasselmann e Parisi, proprio per i loro contributi alla modellizzazione di sistemi complessi e alla quantificazione del riscaldamento globale di origine antropica (si veda anche il post dedicato da Climalteranti). Continua a leggere…


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22 Novembre 2021

I risultati della COP26 fra realtà, impazienza e cancel culture

Categorie: Accordo di Parigi, Negoziazioni  -  Postato da: 

Anche quest’anno i giudizi sul risultato della Conferenza delle Parti della Convenzione sul Clima sono stati caratterizzati da un’insoddisfazione più o meno velata. Ma anche se il lento e progressivo lavoro del negoziato sul clima non è all’altezza della grande urgenza che pone il cambiamento climatico in corso, la COP26 ha prodotto diversi risultati tutt’altro che trascurabili, che in passato – in tempi meno impazienti – sarebbero stati considerati dei successi.

La COP26 che si è svolta a Glasgow dal 31 ottobre al 13 novembre è stata di gran lunga la COP più seguita: la copertura di radio e televisioni è stata eccezionale, con frequenti servizi ad hoc nei telegiornali, aperture e tante pagine nei quotidiani nazionali. Per chi segue da anni le COP, si tratta di qualcosa che va al di là delle più rosee aspettative degli anni scorsi: il negoziato sul clima è vivo, ha un ruolo centrale nell’azione globale contro il cambiamento climatico. Le forze che in passato hanno cercato di marginalizzarlo, per lasciare spazio solo ad accordi bilaterali fra gli Stati (senza un negoziato quadro multilaterale), non potevano perdere in modo più clamoroso.

I risultati della COP26 hanno tuttavia lasciato molti scontenti, per motivi anche opposti. Si va da chi ci ha visto solo un inutile esercizio retorico, a chi (il forum dei paesi esportatori di gas) si è lamentato per la presenza alla COP26 della “cancel culture” verso i combustibili fossili! (nrd: per cancel culture (in italiano cultura del boicottaggio) si intende “una forma di ostracismo nella quale qualcuno diviene oggetto di indignate proteste e di conseguenza estromesso da cerchie sociali o professionali”). Va anche sottolineato che molti degli scontenti hanno evidenziato una scarsa conoscenza del processo negoziale e dei reali risultati della conferenza.

Oltre cinquanta le decisioni formalmente approvate a valle delle due settimane di lavoro, e tante altre dichiarazioni e impegni che, pur se non adottati formalmente, ne costituiscono un supporto fondamentale. Così tanti e complessi che non è facile fare un riassunto. Chi ci ha provato ha prodotto documenti pesanti, come la dettagliata e al solito ottima analisi approfondita dell’IISD – Earth Negotiations Bulletin (ENB) (40 pagine, ma la sostanza è in particolare nelle tre pagine delle conclusioni, da 37 a 39), nonché l’analisi di dettaglio dei risultati fatta da Carbon Brief, che vista la lunghezza potrebbe in futuro cambiare nome… in Carbon Long.

Come si diceva nel precedente post (ma anche per la COP25 di Madrid), inevitabilmente la COP26 non ha soddisfatto le eccessive attese e richieste, molte delle quali incompatibili con l’agenda, la struttura e i tempi del negoziato multilaterale sul clima. Ma ci sono alcuni punti fermi sui risultati, da cui si può partire per valutare quanto questa COP26 possa davvero essere, come è stato detto, la prima stazione di partenza del “treno dell’ambizione”.  

Ne presentiamo alcuni, e rimandiamo a successivi post o all’analisi del post di Carbon Brief per altri approfondimenti importanti. Continua a leggere…


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2 Novembre 2021

Il successo e il fallimento alla COP26

Categorie: Accordo di Parigi, Negoziazioni  -  Postato da: 

La COP26 di Glasgow che si è aperta domenica 31 ottobre sta suscitando grandissime attese, e mai come quest’anno c’è attenzione sui suoi possibili risultati. Come per gli anni passati, le aspettative sulle conclusioni del lavoro della COP26 si basano molto spesso su una visione semplicistica del negoziato sul clima (e su come limitare gli impatti dei suoi cambiamenti). Alla Conferenza delle Parti sono attribuiti obiettivi e poteri che non le appartengono, e che finiscono per descrivere i possibili risultati del negoziato di queste settimane solo con la dicotomia “successo” vs “fallimento clamoroso”. Risultati intermedi non sembrano possibili o sono visti comunque come un fallimento.

Spesso il motivo per cui si sente già annunciare il fallimento della COP26 è che le ipotesi di successo si fondano su scenari fuori dalla realtà: sembrerebbe che nei 13 giorni del negoziato potrebbero essere prese decisioni in grado di risolvere la crisi climatica, permettendo di mantenere le temperature globali al di sotto di 1,5°C; e se queste decisioni, che nessuno prova neppure a descrivere negli aspetti concreti, non arrivassero, la COP sarebbe fallita.

Chi accetta questo tipo di impostazione sarà inevitabilmente deluso da quanto avverrà a Glasgow. Su queste basi, il fallimento è inevitabile. Continua a leggere…


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