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Perchè sono attendibili le serie storiche dei dati di temperatura globale

L’evidenza osservativa di un significativo incremento della temperatura media dell’aria in prossimità della superficie terrestre costituisce un dato importante nel contesto dell’attuale dibattito sull’effetto climalterante delle emissioni antropiche. Questo incremento, ben evidenziato dalla figura 1, è sovrapposto ad una significativa variabilità interannuale nonché ad una importante variabilità su scala decennale, ma è comunque chiaramente identificabile, tanto che 17 dei venti anni più caldi dell’intero periodo coperto dalle osservazioni strumentali cadono nel ventennio 1988-2007.

Figura 1: andamento della temperatura media globale in prossimità della superficie terrestre nel periodo 1856-2007. I valori sono espressi come scarti rispetto ai valori medi calcolati sul periodo 1961-1990. Fonte: University of East Anglia.

I dati rappresentati in figura 1 suscitano spesso numerosi interrogativi da parte di chi non si occupa professionalmente della ricostruzione o dell’analisi di serie storiche di dati meteorologici, in quanto non è facile capire come si possa effettivamente disporre di un numero di misure termometriche di alta qualità così elevato da permettere la ricostruzione dell’evoluzione del valor medio planetario della temperatura dell’aria per un periodo di oltre 150 anni.

In realtà lo sviluppo delle osservazioni meteorologiche affonda le sue radice in un passato molto più lontano di quanto non si creda comunemente e la prima rete sinottica, ovvero la rete del Cimento, risale addirittura al ‘600. A questa prima rete, che ha continuato ad operare per circa 15 anni, ne hanno fatto seguito molte altre, anche se fino alla seconda metà dell’800 tutte le iniziative hanno avuto una durata abbastanza limitata nel tempo e sono sempre state condotte in modo pioneristico e in assenza di metodologie standardizzate riconosciute universalmente.

Il primo tentativo di pervenire realmente ad un sistema di osservazioni meteorologiche standardizzato a scala planetaria è probabilmente costituito da una conferenza tenutasi a Bruxelles nel 1853. Questa conferenza viene considerata come il primo passo verso la cooperazione meteorologica internazionale, cooperazione che si è poi rafforzata rapidamente negli anni successivi fino a portare alla fondamentale conferenza di Vienna (1873), nel cui ambito è nata la International Meteorological Organisation (IMO), ovvero l’organizzazione che si è poi evoluta nella attuale World Meteorological Organisation (WMO).

La lettura degli atti di questa conferenza e delle conferenze che si sono succedute nei decenni successivi evidenzia in modo molto chiaro i notevoli sforzi prodotti negli ultimi tre decenni dell’800 per pervenire ad una reale standardizzazione delle osservazioni meteorologiche.

È peraltro importante sottolineare come già alla fine dell’800 le osservazioni non includessero solo i Paesi più avanzati, ma coprissero una significativa frazione dell’intero Pianeta, comprese alcune aree oceaniche che venivano coperte grazie al traffico marittimo. Nonostante ciò la copertura era comunque ancora lontana dall’essere globale e vi era la completa mancanza di osservazioni sistematiche in quota. Questi limiti vengono superati solo nella seconda parte del ventesimo secolo, dapprima con lo sviluppo di una rete planetaria di misure da termosondaggio quindi, in tempi più recenti, con lo sviluppo delle misure da satellite.

L’esistenza di una rete planetaria di osservatori meteorologici non è comunque l’unica condizione necessaria per poter studiare l’evoluzione a lungo termine del clima della Terra. Tale attività richiede infatti anche che i dati siano facilmente accessibili e che su di essi vengano effettuate una serie di analisi volte ad accertarne la qualità, l’omogeneità e la reale capacità di rappresentare l’intero Pianeta.

Il primo ricercatore che ha cercato di fronteggiare questi problemi è probabilmente stato Köppen che, tra il 1870 ed il 1880, ha organizzato ed elaborato un dataset di oltre 100 stazioni osservative, con l’obiettivo di produrre la prima stima dell’evoluzione della temperatura a scala globale della storia della meteorologia. Successivamente, la realizzazione di ricerche di questo tipo è stata notevolmente facilitata da una risoluzione della International Meteorological Organisation del 1923 che ha avviato una sistematica raccolta e pubblicazione di tutte le più significative serie di dati termometrici, pluviometrici e barometrici allora esistenti al mondo. Questa risoluzione ha portato al “World Weather Records”, una monumentale opera con serie di dati a risoluzione mensile relative a centinaia di stazioni di osservazione sparse in tutto il mondo. Questa raccolta ha poi continuato a venire regolarmente aggiornata nei decenni successivi e, a partire dagli anni ’60, i dati sono anche stati digitalizzati. Ai dataset globali vanno poi aggiunti numerosi dataset a carattere più locale (da nazionale a continentale), creati soprattutto nel corso degli ultimi decenni, nell’ambito di un grande numero di progetti volti a recuperare un frazione sempre più consistente dell’enorme patrimonio di informazioni che spesso giacciono ancora inutilizzate in archivi cartacei sparsi in tutto il Pianeta.

È quindi naturale come le stime dell’evoluzione a lungo termine della temperatura dell’aria in prossimità della superficie terrestre che si sono succedute al primo tentativo di Köppen si siano avvalse della disponibilità di una base di dati sempre più ampia, passando da un centinaio a 3000-4000 stazioni. A questi dati, relativi alle terre emerse, si aggiungono poi oggi numerose serie relative alle aree oceaniche. Esse consistono sostanzialmente di dati relativi alla temperatura superficiale dell’acqua, variabile che viene solitamente assunta come ben rappresentativa della temperatura dell’aria sugli oceani. Questi dati sono raccolti da lungo tempo grazie a navi mercantili e militare e, più recentemente, anche grazie ad una rete planetaria di stazioni ancorate a boe oceaniche.

Le più moderne stime dell’evoluzione a lungo termine della temperatura media planetaria dell’aria in prossimità della superficie terrestre si basano quindi sull’integrazione dei dati di diverse migliaia di stazioni osservative con una vasta mole di dati relativi alle aree oceaniche. Esse si avvalgono inoltre di un articolato insieme di procedure per il controllo della qualità e dell’omogeneità dei dati, nonché di tecniche di spazializzazione molto efficaci che consentono di gestire i problemi connessi con la distribuzione spaziale non uniforme delle serie disponibili (si veda ad esempio l’articolo di Brohan et al., 2006 “Uncertainty estimates in regional and global observed temperature changes: a new dataset from 1850” – J. Geophysical
Research ). Queste procedure, unitamente alla vasta letteratura disponibile sull’argomento, consentono oggi anche di valutare l’incertezza delle ricostruzioni ottenute. Essa è dovuta, da una parte al fatto che le serie storiche di dati meteorologici sono influenzate da disomogeneità ed errori indotti sia dagli strumenti di misura che dalle metodologie di osservazione e, dall’altra, dal fatto che, per quanto numerose, le misure disponibili non sono realmente rappresentative dell’intero Pianeta. Proprio per questa ragione una corretta ricostruzione dell’evoluzione della temperatura globale deve essere accompagnata da un’indicazione del relativo margine di incertezza. Questa indicazione è effettivamente presente nelle ricostruzioni più moderne e grazie ad essa è possibile per esempio affermare, come indicato nel quarto assessment report dell’IPCC, che il riscaldamento globale nel periodo 1906-2005 è stato di 0.74 ± 0.18 (°C), dove la cifra che segue la stima più probabile del trend indica l’intervallo entro il quale si ritiene che il trend abbia il 95% di probabilità di collocarsi effettivamente.

Il valore di incertezza relativamente contenuto delle stime relative al riscaldamento verificatosi nel corso dell’ultimo secolo è, come già visto, sicuramente frutto di sofisticate metodologie di analisi che consentono di massimizzare l’informazione che può essere estratta dai dati disponibili. Accanto a queste metodologie gioca però un ruolo fondamentale anche la buona qualità di molte delle serie osservative. La qualità delle osservazioni meteorologiche è infatti da lungo tempo un obiettivo fondamentale della comunità del settore; essa è peraltro sempre stata considerata con grande attenzione dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale (si veda qui). Così, anche se esistono esempi di stazioni gestite e/o collocate in modo del tutto inadeguato, accanto ad esse vi è una grande maggioranza di situazioni nelle quali le osservazioni vengono effettuate in modo corretto e nelle quali viene prestata grande attenzione alle misure.

Testo di: Maurizio Maugeri

21 responses so far

21 Responses to “Perchè sono attendibili le serie storiche dei dati di temperatura globale”

  1. Paolo Gabriellion Feb 11th 2009 at 04:14

    Grazie mille per il post. Trovo interessante (e probabilmente inevitabile) che le temperature dell’aria al di sopra degli oceani vengano stimate a partire dalle temperature dell’acqua. Mi sembra un’informazione importante in quanto gli oceani ricoprono due terzi della superficie del pianeta. Tuttavia non sembra banale ricostruire la temperatura dell’aria a partire da quella dell’acqua, soprattutto pensando che difficilmente possano esistere delle condizioni d’equilibrio. Quali metodi si usano dunque per poter derivare con precisione e accuratezza adeguate la temperatura dell’aria a partire da quella dell’acqua sottostante?

    Vorrei inoltre fare una precisazione: l’esistenza di una rete planetaria di osservatori meteorologici non è probabilmente una condizione necessaria per poter studiare l’evoluzione a lungo termine del clima della terra. Per ricostruire le temperature prima dell’avvento dell’era strumentale esistono naturalmente degli indicatori misurabili negli archivi paleoclimatici (ad esempio il rapporto degli isotopi dell’ossigeno nelle carote di ghiaccio) che permettono di ricostruire l’evoluzione del clima della terra anche su scale temporali lunghissime (nel caso delle carote di ghiaccio anche centinaia di migliaia di anni).

  2. maurizio maugerion Feb 12th 2009 at 09:48

    In realtà non si usano solo le temperature dell’acqua (SST), ma anche quelle notturne dell’aria (NMAT), perchè di notte l’errore dovuto al fatto di misure a bordo di una nave risulta minimo. I dati relativi ai trend di temperatura sugli oceani sono dati sulla base di queste due variabili e gli andamenti risultano molto coerenti.

    Tutto vero. Però, se con le osservazioni strumentali è difficile mantenere le barre di errore entro limiti ragionevoli, con i proxy data la situazione è ancora molto più complessa, Quindi, dove possibile, teniamoci ancorati ai dati osservativi, perchè essi ci danno un’informazione fondamentale e insostutibile. Poi usiamo i proxy per ricostruzioni su scale temporali maggiori.

  3. Claudio Costaon Feb 12th 2009 at 13:44

    http://www.wpsmeteo.it/index.php?ind=news&op=news_show_single&ide=377

    La ricostruzione delle temperature e i modelli climatici. Se pensate che Michaels Laat e Gouretesky abbiano torto: dimostratelo con peer review.

    http://www.wpsmeteo.it/index.php?ind=news&op=news_show_category&idc=5

    Correlazioni tra radiazione solare e cambiamenti climatici

    http://www.wpsmeteo.it/index.php?ind=news&op=news_show_single&ide=373

    LA CORRELAZIONE CON IL SOLE E’ STRETTA, SE LE RICOSTRUZIONI DELLE TEMPERATURE SONO CORRETTE

  4. Francescaon Feb 12th 2009 at 18:00

    @ LA CORRELAZIONE CON IL SOLE E’ STRETTA, SE LE RICOSTRUZIONI DELLE TEMPERATURE SONO CORRETTE

    che bella scoperta
    allora io sono la donna più ricca d’Italia se correggo il mio 740

  5. Teo Georgiadison Feb 12th 2009 at 18:18

    Con Maurizio,
    ho avuto il piacere di discutere (litigare?) parecchie volte sulla validita’ della rete e delle serie. Un recente lavoro di grande interesse perche’ riguarda il territorio nazionale ove e’ riportata anche la filosofia della omogeneizzazione e’ quello di Brunetti et al. (2006, Int. J. Climatology 345-381) che vede Maurizio quale coautore.
    Poco tempo fa ho inviato a Climalteranti un post di approfondimento relativo ad una intervista fattami da La Stampa e nello scambio dei replay suggerivo la lettura di un articolo di Pielke et al. che si puo’ scaricare al sito:
    http://climatesci.org/publications/pdf/R-321.pdf
    Questo articolo contiene una interessantissima critica alla attendibilita’ delle serie storiche e alla loro omogeneizzazione (in particolare quella operata alla Peterson et al. che credo sia di base anche per i lavori condotti da Maurizio).
    Pielke ritiene che utilizzare serie di stazioni prossime (da definire?) conduca comunque ad una marcata aleatorieta’ se non si hanno informazioni dettagliate nei cambiamenti dell’uso del suolo alle singole stazioni (informazioni di difficilissima reperibilita’ e di ancora piu’ difficile analisi vedasi la fig. 26 di quell’articolo): suggerisce quindi di utilizzare le reanalisi meteo come normalizzatore in quanto dopo pochi giri di modello si perde completamente l’informazione delle condizioni della superficie (i modelli spianano le differenze).
    A me sembra una critica che possiede oggettivi elementi di logica e mi domandavo se mai Maurizio ha fatto tale prova per potere escludere che Pielke abbia ragione (se Pielke avesse ragione il claim “Perche’ le serie storiche sono da considerarsi attendibili…” perderebbe molto di significato.

    Teo Georgiadis

  6. Giovanni D.on Feb 13th 2009 at 01:23

    Mi sembra che all’articolo di Pielke ci sia stata la risposta di Parker et al.,

    Parker, D. E., P. Jones, T. C. Peterson, and J. Kennedy (2009), Comment on ‘Unresolved issues with the assessment of multidecadal global land surface temperature trends’ by Roger A. Pielke Sr. et al., J. Geophys. Res., doi:10.1029/2008JD010450, in press. (accepted 7 January 2009)

    E c’è già la ri-risposta di Pielke

    Pielke Sr., R. A., C. A. Davey, D. Niyogi, S. Fall, J. Steinweg-Woods, K. Hubbard, X. Lin, M. Cai, Y.-K. Lim, H. Li, J. Nielsen-Gammon, K. Gallo, R. Hale, R. Mahmood, S. Foster, R. T. McNider, and P. Blanken (2009), Reply to comment by David E. Parker et al. on ‘Unresolved issues with the assessment of multidecadal global land surface temperature trends’, J. Geophys. Res., doi:10.1029/2008JD010938, in press. (accepted 21 January 2009)

    C’è anche una presentazone di Peterson sul tema
    http://web.archive.org/web/20040719174156/http://www.ncdc.noaa.gov/oa/rural.urban.ppt

  7. Teo Georgiadison Feb 13th 2009 at 14:54

    Infatti, e nella loro risposta Pielke et al. indirizzano a Parker et al. il seguente commento:

    “We are pleased that Parker et al engaged in this scientifically constructive debate. We need more such dialog within the climate community.”

    quello che resta da capire e’ se veramente “…sono attendibili le serie storiche dei dati di temperatura globale” unitamente alle attuali metodologie per omogeneizzare tali serie (pur rimanendo sicuramente indispensabile una loro omogeneizzazione): un costruttivo dibattito e’ quindi indispensabile se si accetta che la rappresentazione del mondo che abbiamo dai dati disponibili sia ancora scarsa. In questo caso la domanda resta: si e’ cercato di vedere l’effetto di un cambio di metodo assumendo anche le modifiche dell’uso del suolo?

    Teo Georgiadis

  8. Claudio Costaon Feb 14th 2009 at 00:52

    @ Francesca

    E’ evidente che non ha letto l’articolo, perchè corretta sta per esatta, non per ricostruzioni manipolate. Esatta cioè scevra da errori dovuti alle isole di calore a prelievi marini o a ricostruzioni del paleoclima errate. (Mann)

    Se invece la sua era ironia: beh non so che farmene, e non giova alle discussioni, che per ora vedono il suo contributo nullo!

  9. Stefano Caserinion Feb 14th 2009 at 09:00

    Caro Teo,
    lascio a Maurizio la risposta sul merito dell’articolo di Pielke et al.
    Comunque, a livello più generale, in non ho così tanta fiducia in un singolo lavoro. In questo come in altri precedenti, in un senso o nell’altro.
    Vista ormai la maturità della scienza della misura delle temperature del pianeta, la probabilità che un singolo lavoro scientifico smentisca migliaia di dati pubblicati in diversi decenni mi sembra bassa. Non perché abbia una “fede” nella scienza, ma dal punto di vista razionale, basandomi sull’aver verificato che di persone interessate a lavorare bene ce ne sono parecchie e quindi che la probabilità che abbiano tutti e per tanto tempo trascurato elementi così basilari è piuttosto scarsa.
    D’altronde il tema dell’affidabilità delle serie delle temperature è piuttosto vecchio e sull’effetto isola di calore anche lo stesso Parker ha già lavorato parecchio (es. “A Demonstration That Large-Scale Warming Is Not Urban” del 2006).
    Ossia se fossi un allibratore e dovessi dare delle quote per una scommessa su quanto cambierà un articolo il dato di aumento di temperatura medio globale del pianeta (rispetto al citato 0.74 ± 0.18 °C), ebbene darei quote alte per spostamenti di più di qualche centesimo di grado, visto il range di incertezza che già c’è.
    In altri settori della scienza del clima le quote sarebbero più basse, anche se i range di incertezza sono più ampi.
    Ciao

  10. Paolo Gabriellion Feb 14th 2009 at 22:31

    La serie storica della temperatura non e’ altro che il record piu’ significativo delle variazioni climatiche in corso ed e’ corroborata da una moltitudine di evidenze sperimentali indicate da altre discipline che vanno dall’etologia (e.g. cambiamento delle abitudini migratorie), alla botanica (e.g. cambiamento dell’epoca della fioritura), alla glaciologia (e.g. andamento dell’estensione dei ghiacciai), alla geologia (e.g. variazioni nella diffusione del permafrost) etc.

    Queste osservazioni vanno tutte nella stessa direzione e contribuiscono a rendere assolutamente credibile l’andamento generale della serie storica della temperatura. Inoltre anche tutti gli indicatori paleoclimatici che abbiamo a disposizione nei vari archivi (speleotemi, carote di ghiaccio, record dendrocronologici etc.) pur essendo sicuramente meno accurati della misura diretta, supportano il trend generale della serie storica di temperatura.

    Il cosiddetto “bilancio delle evidenze” non lascia cosi’ spazio a margini di discussione (scientifica) ne ad equivoci riguardo all’andamento generale della serie storica della temperatura. Come anticipato dal commento di Stefano, si tratta a questo punto di comprendere piu’ che altro come ridurne l’incertezza. Credo che qualsiasi discussione (scientifica) indirizzata in questo senso non possa che portare che ad una migliore comprensione di quali sono i margini di miglioramento.

  11. Claudio Costaon Feb 15th 2009 at 10:06

    @ Stefano Caserini

    Lo stesso Santer ammette che le ricostruzioni di superfice sono sovrastimate, (il che non vuol dire che il riscaldamento non esista)
    Del resto come spiegare le divergenze tra i trend di superficie e quelli troposferici?

  12. Paolo Gabriellion Feb 15th 2009 at 21:57

    @ Del resto come spiegare le divergenze tra i trend di superficie e quelli troposferici?

    La domanda e’ importante e sarebbe interessante sentire cosa ne pensa Maurizio Maugeri. Tuttavia in prima battuta penso che sia probabile che chi trova dei limiti nella serie storica della temperatura in superficie non abbia alcun tipo di problema a identificare dei limiti oggettivi nel trend troposferico, in termini di lunghezza temporale del record, rappresentatività spaziale e vari errori sistematici occorsi nei radiosondaggi.

    L’apparente inconsistenza tra i trend di temperatura superficiale e in troposfera rimane un argomento molto dibattuto. Tuttavia un’indicazione utile ce la possono fornire gli andamenti dei ghiacciai. In generale i ghiacciai alle medie e basse latitudini si trovano ad una quota pari alla media troposfera ed e’ dimostrato che la maggior parte di loro sta ritirandosi principalmente in seguito ad un aumento della temperatura alle alte quote. Questo non vuol dire che i ghiacciai necessariamente riflettano le variazioni di temperatura nella troposfera libera, tuttavia danno un’indicazione che molto difficilmente può essere in controtendenza.

    Se si osserva l’andamento generale dei ghiacciai, riportato in uno degli ultimi post di Realclimate (14 – Un aggiornamento dell’indice globale dei ghiacciai tradotto su Climalteranti: http://www.climalteranti.it/?page_id=44#Ghiaccaia) si può notare come da circa il 2000 in poi il ritiro dei ghiacciai sembra aver subito un’accelerazione. Difficilmente un comportamento così uniforme in varie parti del mondo può essere attribuito all’azione di feedback positivi di origine locale. Quella fornita dai ghiacciai e’ dunque un’indicazione molto importante perché potrebbe essere in accordo con i modelli che da tempo prevedono un’amplificazione del riscaldamento globale nella media e alta troposfera (e.g. Projected temperature changes along the American cordillera and the planned GCOS network di Raymond S. Bradley et al. http://www.agu.org/pubs/crossref/2004/2004GL020229.shtml).

  13. Claudio Costaon Feb 16th 2009 at 15:28

    @Paolo Gabrielli

    I ghiacciai che si sciolgono sono un’indicazione inequivocabile del riscaldamento che ha subito il pianeta, ho visto delle foto della Marmolada impressionanti.

    Ma sempre con il meccanismo del quesito:

    – i ghiacciai non subiscono l’inerzia termica del pianeta che assorbe energia dal 1650?

    – la velocità di ritiro dei ghiacciai non accelera per altre dinamiche (oltre alle temperature) come:

    – aumento della velocità del ghiacciaio dovuta alla lubrificazione dell’acqua di disgelo nell’interfaccia roccia ghiaccio?

    -aumento della velocità del ghiacciaio dovuta al mancato ingombro sterico del pak?

    -diminuizione dell’albedo dovuta alla fuliggine (antropogenica)?

    – diminuizione delle precipitazioni.

    Nel caso poi fossero vere le ipotesi di correlazione causa-effetto tra sole e nuvolosità

    http://www.wpsmeteo.it/index.php?ind=news&op=news_show_single&ide=318

    – lo scioglimento dei ghiacciai non potrebbe essere correlato alla diminuizione di nuvolosità indotta da una variazione della radiazione solare?

    Su Archer tradotto da realclimate : Archer afferma che la vita media della CO2 è di 300 anni, Hansen che è di 100 anni, la Solomon di 1000 anni, Segastaldt che è di 4 anni: Che si mettessero d’accordo!

    Su Bradley: Ma non è una simulazione al raddoppio della CO2?

  14. Claudio Costaon Feb 16th 2009 at 15:36

    @ Francesca

    Sempre sugli errori nella ricostruzione del paleoclima

    http://www.wpsmeteo.it/index.php?ind=news&op=news_show_single&ide=383

  15. Maurizioon Feb 16th 2009 at 20:09

    Vedo con piacere un vivace dibattito sull’argomento. Mi inserisco anch’io cercando di portare alcune riflessioni legate a ciò che io e miei colleghi abbiamo fatto e vissuto in prima persona.

    Effettivamente le procedure di omogeneizzazione rappresentano un aspetto molto delicato nel dibattito sull’affidabilità delle serie storiche di osservazioni meteorologiche e anch’io ho espresso in passato riserve su come alcuni gruppi affrontavano questo tema. Anzi dirò di più: il programma di ricerche che ha portato alle serie analizzate nel paper del 2006 al quale si riferisce Teo è in qualche misura stato avviato proprio sulla base di dubbi di questo tipo. In sostanza nella seconda metà degli anni ’90, nell’ambito di una collaborazione con i colleghi austriaci del ZAMG, abbiamo condiviso le nostre serie e abbiamo visto che l’omogeneizzazione operata con i criteri ZAMG dava luogo a trend molto più forti di quelli che avevamo ottenuto noi, utilizzando una omogeneizzazione molto più soft (correggevamo solo le discontinuità più evidenti e meglio documentate). La nostra prima reazione era stata evidentemente di grande diffidenza. Abbiamo così iniziato a raccogliere nuovi dati e soprattutto a documentarci in modo più approfondito sulle condizioni in cui sono stati raccolti i dati stessi. La cosa si è poi ampliata e, grazie al contributo di numerosi progetti, abbiamo condotto una vastissima ricerca di archivio che si è protratta per anni. Alla fine, contro le nostre stesse attese, abbiamo finito per convergere sulle stime di trend suggerite dai colleghi di ZAMG.

    Con ciò non voglio naturalmente dire che non occorra grande cautela. Se leggiamo il già citato paper di Brunetti et al. troviamo frasi come ….. at present there is not a universal approach to the use of the indirect homogenisation methods, the choice of whether to homogenise or not may be strictly linked to the researcher’s ‘philosophy’. This point is an important open question of research concerning the reconstruction of the past climate…….. o ancora …….. our ‘philosophy’ is to homogenise the data only in the following cases: (1) when there is some information in the metadata or (2) when more reference series give coherent adjustment estimates, and their scattering around the mean value is lower than the break amount. In our opinion, only in these cases the corrections really improve the data quality, whereas in other cases there is a high risk of introducing corrections whose associated errors are higher than the corrections………

    Il problema peraltro non riguarda solo le serie di dati meteo, ma si può estendere a tutto il settore ambientale. E in generale l’aspetto più noioso è che siamo costretti a lavorare sui dati di esperimenti che non possiamo ripetere!

    Cosa ci resta quindi da fare?

    A mio avviso non c’è dubbio: la cosa migliore che possiamo fare è quella di cercare di estrarre dai dati disponibili tutto ciò tutto ciò che essi possono dirci. Ed è proprio questo lo spirito che sta alla base del nostro lavoro, delle lunghe giornate in archivio, delle interminabili discussioni con i colleghi sull’opportunità di fare o non fare una correzione, ecc…… Certo, alla fine non possiamo dire di essere arrivati alla verità assoluta, ma sono convinto che un approccio di questo tipo porti alla collettività un beneficio maggiore di quello che sta alla base di lavori come quello di Pielke.

    Con ciò non voglio dire che i dati non abbiamo i loro problemi e che alcune delle questioni sollevate da Pielke non abbiano fondamento, ma credo che non sia bene sopravalutare un lavoro che, basandosi spesso su pochi esempi e non su una robusta statistica frutto di lunghe analisi, risulta, a mio avviso, troppo speculativo. Da parte mia preferisco di gran lunga lavori meno appariscenti, ma che arricchiscano le nostre conoscenze con nuovi dati e metadati, nuovi metodi di omogeneizzazione, nuove tecniche di analisi, ecc….

    Un ultimo dettaglio: è vero che le tecniche di omogeneizzazione si basano in generale su quanto espresso da Peterson nel suo paper di rassegna del 1998, ma è anche vero che negli ultimi anni ci sono stati importanti nuovi sviluppi. Capisco che possono sembrare dettagli, ma in settori di questo tipo sono spesso i dettagli a fare la differenze…..

    In conclusione il mio parere è che le serie meteo abbiano numerosi problemi, ma cha siano comunque quanto di meglio abbiamo a disposizione. I metodi di omogeneizzazione ci permettono di risolvere alcuni di questi problemi, ma vanno sempre usati con grande senso critico. Ciò che possiamo fare è andare avanti a lavorare in modo costruttivo, raccogliendo nuovi dati, sviluppando nuovi metodi, ecc….

    Sono praticamente sicuro che gli andamenti a scala planetaria siano ormai consolidati almeno a partire dall’inizio del ‘900, ma su scale spaziali più ristrette si può fare ancora molto. E c’è ancora molto lavoro da fare sui dati più antichi…… Qui un maggiore approfondimento potrebbe anche dare trend ancora più forti per effetto della correzione di un errore sistematico dovuto alla scarsa schermatura dalla radiazione…..

  16. Claudio Costaon Feb 17th 2009 at 11:13

    @ Maurizio

    Avevo postato un post ma non è comparso, lo riposto.

    http://www.wpsmeteo.it/index.php?ind=news&op=news_show_single&ide=377

    La ricostruzione delle temperature e i modelli climatici. Se pensate che Michaels Laat e Gouretesky abbiano torto: dimostratelo con peer review, perchè la loro denuncia è forte e quantificano l’errore.

    A Gouretesky e Michaels ancora non è stata data una risposta

  17. maurizio maugerion Feb 17th 2009 at 17:44

    Terrei questo dibattito circoscritto ai dati, perchè se allarghiamo troppo l’orizzonte finiamo per disperderci in mille rivoli…. Preferisco quindi non intervenire su modelli, proiezioni, ecc….. Semmai in un prossimo intervento…….

  18. Paolo Gabriellion Feb 22nd 2009 at 21:21

    @ Claudio Costa

    Grazie per l’interesse sull’argomento ghiacciai. Credo anch’io che tuttavia si potranno approfondire questi argomenti in futuri post appositamente dedicati.

  19. […] Confrontare la precisione di previsioni fatte oggi con quelle che si facevano nel 1912 – quando ancora non esistevano neanche i più rudimentali sistemi di calcolo elettronico per integrare le equazioni fluidodinamiche con cui si descrive la fisica dell’atmosfera, le stesse conoscenze di fisica dell’atmosfera che si hanno oggi, i sistemi satellitare e di terra di misurazione e monitoraggio –, sarebbe come confrontare le prestazioni di un prototipo d’auto del 1912 con quella di un’auto ibrida commerciale dell’ultima generazione, ad esempio la Lexus RX450h: per potenza, sicurezza, consumi, confort, affidabilità, autonomia, capienza, tenuta di strada e altro ancora – non c’è confronto. Anzi,  visto che nel 1912 non esistevano strumenti di calcolo, sarebbe come confrontare una qualsiasi auto di produzione recente con le prestazioni di una biga degli antichi romani, oppure come tacciare di inaffidabilità il sistema attuale di trasporto su gomma (che pure hai i suoi problemi), sulla base dei problemi di meccanica delle auto del 1912: semplicemente un non-senso. Inoltre, “La temperatura cresce, non cresce, e’ normale che cresce, e’ sempre cresciuta”, è un’affermazione falsa, sembra sottintendere che non si possano mettere in discussione anche le temperature del pianeta, sulle quali   invece i margini di errore sono piuttosto limitati e tutte le serie storiche disponibili mostrano come il riscaldamento del pianeta sia inequivocabile (come mostrato anche qui). […]

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