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Archive for the 'Protocollo di Kyoto' Category

Bello mondo, un podcast sfacciatamente dalla parte del pianeta

Con i suoi dodici episodi, Bello Mondo è un podcast originale Spotify prodotto da Chora Media che parla di clima, scritto e condotto da me e da Federico Taddia, giornalista, autore, scrittore e conduttore che si occupa da tanti anni di divulgazione scientifica su tematiche ambientali, nuove generazioni e storie virtuose.

Bello Mondo racconta come sta il Pianeta, grazie alla voce di chi ogni giorno fa qualcosa per studiarlo e capirlo, con passione e competenza. I nostri ospiti, uno per episodio, sono ricercatrici e ricercatori, eccellenze scientifiche impegnate nell’analizzare, comprendere e contrastare la crisi climatica.

Ma partiamo dall’inizio, perché “Bello Mondo”? Abbiamo scelto per il Podcast il titolo di una meravigliosa poesia di Mariangela Gualtieri che qui potete ascoltare recitata dall’autrice stessa. Ci è parso l’augurio più bello che potessimo fare al nostro pianeta (e a noi stessi) per affrontare gli anni cruciali che ci aspettano. Lo spirito del Podcast è questo: parlare con rigore dei tanti aspetti connessi alla scienza del clima avendo come riferimento la letteratura più recente e i rapporti dell’IPCC, ma mostrando anche il lato umano della scienza grazie alle storie professionali e di vita dei nostri ospiti che non si sono tirati indietro quando abbiamo chiesto loro di raccontare qualcosa di sé, aneddoti e curiosità. E il Podcast, per sua natura, amplifica proprio questo concetto di narrazione: contenuto e forma si fondono, l’elemento sonoro avvolge l’ascoltatore all’interno del flusso dell’informazione, dove si cerca di trasmettere – anzi, far vivere – nozioni ed emozioni, informazioni e sensazioni. Da qui anche il desiderio di utilizzare lo strumento del Podcast, per esplorare le potenzialità del mezzo nel campo della divulgazione scientifica.  Curando sia i contenuti che le sonorità e la forma, per offrire un prodotto comunque piacevole all’ascolto.

L’obiettivo è quello di offrire al pubblico alcuni strumenti necessari per comprendere la crisi climatica e con essa le strategie individuali e collettive per contrastarla. Ma allo stesso tempo far appassionare le persone al pianeta, al nostro Bello Mondo, attraverso la conoscenza e le storie di scienza e di vita.

Abbiamo provato a usare uno stile scientifico autorevole e accessibile al tempo stesso, mossi dal potere della “gentilezza” che abbiamo trovato anche nei nostri ospiti, e delle emozioni.

La prima ospite è stata Claudia Pasquero, docente dell’Università di Milano Bicocca, con la quale abbiamo parlato di quando il clima è estremo. A seguire Giorgio Vacchiano, ricercatore e docente in gestione e pianificazione forestale all’Università Statale di Milano, ci ha parlato del legame a doppio filo tra foreste e cambiamento climatico. Con Renato Colucci, ricercatore dell’Istituto di Scienze Polari del CNR, nel terzo episodio abbiamo parlato di ghiacci e di permafrost, mentre la neve in tutti i suoi colori e suoni è stata il cuore dell’episodio 4 che ha visto come protagonista Michele Freppaz, docente in pedologia e nivologia dell’Università di Torino. Abbiamo poi parlato di previsioni meteorologiche e proiezioni climatiche, di meteo e clima, ma anche di comunicazione del cambiamento climatico e fake news con Serena Giacomin, meteorologa e presidente di Italian Climate Network. Sandro Carniel, oceanografo del CNR e direttore della Divisione di Ricerca e sperimentazione marittima della NATO a La Spezia, ci ha raccontato lo stato degli oceani e come l’innalzamento del livello del mare potrà far finire molte regioni sott’acqua. É stata poi la volta dell’Artico, sentinella dei cambiamenti climatici, raccontato dalla base di ricerca internazionale delle isole Svalbard a Ny-Ålesund e dalla voce di Mauro Mazzola, responsabile della base italiana “Dirigibile Italia” dal 2020, e ricercatore dell’Istituto di scienze polari del CNR. Con Simona Imperio, ricercatrice presso ISPRA ed esperta in relazioni tra clima, ecosistemi e biodiversità abbiamo parlato di cambiamento climatico e animali. Ad Antonello Provenzale, direttore dell’Istituto di Geoscienze e Georisorse del CNR, abbiamo invece chiesto se la Terra è spacciata e lui ci ha fatto fare un viaggio nella storia del pianeta dalle origini ai giorni nostri (e oltre) evidenziando lo stretto legame tra biosfera e clima e il ruolo degli esseri viventi, tra cui l’uomo. Nell’episodio 10 abbiamo parlato di incendi e soprattutto della loro prevenzione con Davide Ascoli, docente in prevenzione e mitigazione degli incendi boschivi presso l’Università di Torino. Per il penultimo episodio, andato in onda pochi giorni dopo lo sciopero globale del clima del 25 marzo, abbiamo coinvolto un attivista dei Fridays For Future, Giovanni Mori, laurea in ingegneria ambientale, per chiedergli cosa fa un attivista per il clima e con lui idealmente siamo scesi di nuovo in piazza, per protestare e per proporre. Il viaggio di questa (speriamo prima) edizione di Bello Mondo non poteva che chiudersi con un episodio incentrato sulle soluzioni: utilizzo di fonti rinnovabili, impianti per il sequestro di CO2 dall’atmosfera, stili di vita modificati per adeguarsi alla nuova quotidianità, in due parole adattamento e mitigazione. E non potevamo che farlo con Stefano Caserini, docente di Mitigazione dei Cambiamenti Climatici al Politecnico di Milano e fondatore di questo blog.

Riassumendo, ecco l’indice e il link degli episodi:

1. Claudia Pasquero: Quando il clima è estremo?

2. Giorgio Vacchiano: I boschi salveranno il pianeta?

3. Renato Colucci:  Che fine stanno facendo i ghiacci?

4. Michele Freppaz: Vedremo ancora la neve?

5. Serena Giacomin: Possiamo credere alle previsioni meteo?

6. Sandro Carniel: Finiremo tutti sott’acqua?      

7. Mauro Mazzola: L’Artico è una sentinella del clima che cambia?

8. Simona Imperio: Il clima che cambia, cambia gli animali?

9. Antonello Provenzale: La Terra è spacciata?

10. Davide Ascoli: Incendi: è tutta colpa del clima?

11. Giovanni Mori: Cosa fa un attivista per il clima?

12. Stefano Caserini: Mitigazione e adattamento: sono queste le soluzioni?

Testo di Elisa Palazzi

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Problemi ed errori in un nuovo articolo di Scafetta

Pubblichiamo la traduzione del post di Gavin Schmidt su Realclimate, che contiene l’ennesima stroncatura di un articolo pubblicato dal prof. Nicola Scafetta

titolo

 

Pochi giorni fa sulla rivista Geophysical Research Letters (GRL) è comparso un nuovo articolo di Nicola Scafetta (Scafetta, 2022) che ha la pretesa di concludere che i modelli CMIP6 con sensibilità climatica [si veda la nota esplicativa 1 in fondo] media o alta (ECS superiore a 3ºC) non sono coerenti con i recenti cambiamenti osservati della temperatura. Poiché ci sono già stati numerosi articoli su questo argomento, in particolare Tokarska et al (2020), che non sono giunti a tale conclusione, vale la pena cercare di capire da dove proviene il risultato di Scafetta. Sfortunatamente, il risultato sembra emergere da un’errata valutazione di quanto contenuto nell’archivio CMIP6, da un test statistico inappropriato e dall’aver totalmente trascurato l’incertezza osservativa e la variabilità interna.

Insieme a John Kennedy e Gareth Jones del Met Office britannico, ho preparato una breve spiegazione di quello che riteniamo sia stato fatto di sbagliato. I punti principali sono tre:

  • Non è stato tenuto conto dell’incertezza nei dati osservati.
  • Non si sono considerate le singole simulazioni ma solo le medie di insieme (ensemble mean) dei modelli.
  • È stato applicato un test statistico che garantisce l’esclusione di qualsiasi episodio particolare di variabilità interna se il segnale forzato è ben vincolato.

I primi due punti sono illustrati chiaramente da questa figura:

graf

Variazione della temperatura dal 1980-1990 al 2011-2021 nella rianalisi ERA5 e nell’insieme dei CMIP6 in funzione della ECS (Equilibrium Climate Sensitivity, Sensitività del Clima all’Equilibrio) dei modelli.

 

L’incertezza nell’aumento della temperatura osservata (ERA5) è rappresentata dalla fascia rosa, mentre le singole simulazioni modellistiche sono rappresentate dai punti neri (ce ne sono 172, e quelle dello stesso modello sono sulla stessa linea orizzontale). I triangoli verdi sono la media di insieme (ensemble mean, nota 2) per ciascuno dei 37 modelli (per i modelli che hanno un insieme di un solo membro, il triangolo verde è sovrapposto al punto nero).

Un paio di cose appaiono subito ovvie. In primo luogo, ci sono 3 modelli con una ECS > 3ºC la cui media di insieme è coerente con l’aumento di temperatura di ERA5, entro il margine di incertezza ma, cosa più importante, 49 membri appartenenti agli ensemble di 18 modelli sono compatibili con il risultato di ERA5. Di questi 18 modelli, la metà ha una ECS superiore a 3ºC e contraddice pertanto l’affermazione di Scafetta secondo la quale «tutti i modelli con ECS > 3,0ºC sovrastimano il riscaldamento globale osservato alla superficie».

Per la sua analisi Scafetta usa soltanto la media di insieme per ciascun modello (i triangoli verdi) – nonostante affermi di considerare una singola simulazione – e ignora del tutto l’incertezza di ERA5. Queste sue scelte portano a un risultato fondamentalmente fuorviante. Curiosamente, quando si riferisce ai dati ERA5, cita l’articolo di Huang et al. “Extended Reconstructed Sea Surface Temperature, Version 5 (ERSSTv5)” del 2017 – un set di dati sulla temperatura dell’oceano – invece di Hersbach et al (2020).

Nella seconda parte dell’analisi di Scafetta, l’errore sta nel far riferimento ad un altro errore, di Douglass et al. (2008), peraltro già discusso in Santer et al. (2008). Scafetta sottopone a test la differenza tra le medie di insieme dei modelli (il pattern forzato) e il pattern osservativo esatto (che è la combinazione di un segnale forzato e di una realizzazione della variabilità interna), rispetto all’incertezza del pattern forzato[nota 3]. Questa procedura ha la bizzarra proprietà di garantire, in pratica, l’esclusione dalla significatività statistica (la “rejection”) di tutte le realizzazioni modellistiche di insieme all’aumentare del numero N dei membri dell’insieme stesso (poiché l’incertezza della media diminuisce con\sqrt(N-1), nota 4).

I risultati del test di Scafetta sono quindi inaffidabili.

Che fare?

GRL non accetta commenti sugli articoli pubblicati, una situazione di cui abbiamo già parlato qui. Ha però una procedura per le obiezioni: si segnala il o i problemi alla redazione della rivista che chiede all’autore o agli autori di rispondere. Ricevuta la risposta, il comitato editoriale decide come procedere, il che potrebbe andare dal non fare nulla, al pubblicare una correzione, all’imporre una ritrattazione. Così noi tre abbiamo inviato ai redattori la nota di spiegazione linkata sopra. Staremo a vedere!

Va sottolineato che siamo stati in grado di scrivere la nota così rapidamente poiché sono disponibili e pubblici gli archivi dei dati ERA5, dei valori di ECS per i modelli CMIP6 e del sito Climate Explorer, e per il fatto che errori simili sono stati fatti molte volte in passato.

Che significato avrà tutto ciò?

Come scriviamo nella nota, anche se l’analisi di Scafetta è fallata, ciò non significa che tutti i modelli CMIP6 rappresentino correttamente il periodo storico. E come abbiamo già detto, l’archivio CMIP6 va usato con più attenzione delle versioni precedenti (#NotAllModels, Making predictions with the CMIP6 ensemble). Inoltre, la scarsa performance di uno specifico modello rispetto a questi tipi di osservazioni (rianalisi) potrebbe anche essere dovuta a forzanti non corrette (come gli aerosol, per i quali c’è ancora molta incertezza).

Terremo i lettori al corrente degli sviluppi…

 

Bibliografia

Douglass D.H., J.R. Christy, B.D. Pearson, and S.F. Singer, “A comparison of tropical temperature trends with model predictions”, International Journal of Climatology, vol. 28, pp. 1693-1701, 2008. http://dx.doi.org/10.1002/joc.1651

Hersbach H., B. Bell, P. Berrisford, S. Hirahara, A. Horányi, J. Muñoz‐Sabater, J. Nicolas, C. Peubey, R. Radu, D. Schepers, A. Simmons, C. Soci, S. Abdalla, X. Abellan, G. Balsamo, P. Bechtold, G. Biavati, J. Bidlot, M. Bonavita, G. Chiara, P. Dahlgren, D. Dee, M. Diamantakis, R. Dragani, J. Flemming, R. Forbes, M. Fuentes, A. Geer, L. Haimberger, S. Healy, R.J. Hogan, E. Hólm, M. Janisková, S. Keeley, P. Laloyaux, P. Lopez, C. Lupu, G. Radnoti, P. Rosnay, I. Rozum, F. Vamborg, S. Villaume, and J. Thépaut, “The ERA5 global reanalysis”, Quarterly Journal of the Royal Meteorological Society, vol. 146, pp. 1999-2049, 2020. http://dx.doi.org/10.1002/qj.3803

Scafetta N., “Advanced Testing of Low, Medium, and High ECS CMIP6 GCM Simulations Versus ERA5‐T2m”, Geophysical Research Letters, vol. 49, 2022. http://dx.doi.org/10.1029/2022GL097716

Tokarska K.B., M.B. Stolpe, S. Sippel, E.M. Fischer, C.J. Smith, F. Lehner, and R. Knutti, “Past warming trend constrains future warming in CMIP6 models”, Science Advances, vol. 6, 2020. http://dx.doi.org/10.1126/sciadv.aaz9549

 

Note esplicative

[1] La Sensibilità Climatica all’Equilibrio (Equilibrium Climate Sensitivity, ECS) è la variazione di temperatura media globale alla superficie del pianeta che si registra dopo aver raddoppiato la concentrazione di CO2 nell’atmosfera e si è atteso un tempo sufficiente a che il sistema raggiunga di nuovo un ragionevole equilibrio, quindi un tempo di alcuni decenni o secoli. Il Sesto Rapporto di Valutazione dell’IPCC  stima che, con un livello alto di confidenza, tale valore sia compreso tra 2,5°C e 4°C, con una best estimate di 3°C.

[2] Il termine “ensemble” da cui “ensemble mean” (insieme, media di insieme) si usa, in generale, ed in questo caso particolare, per descrivere un insieme di realizzazioni simili dello stato e/o dell’evoluzione di una situazione meteorologica o climatica. In questo caso, cioè quello delle simulazioni di scenario CMIP6 (si veda anche https://www.wcrp-climate.org/wgcm-cmip), i vari “ensemble” raggruppano, ognuno, le varie integrazioni modellistiche realizzate con lo stesso modello (anche se in configurazioni più o meno tra loro differenti). Si tratta di 172 integrazioni, raggruppate in 37 “ensemble”, uno per ogni modello specifico (per un elenco dettagliato, si veda la Tabella 1 di Scafetta, 2022.

[3] Anche le singole integrazioni modellistiche (come il pattern osservativo “esatto”) sono la combinazione di un segnale forzato e di una realizzazione della variabilità interna (del modello), ma nella loro media di insieme la variabilità interna si riduce molto, sino a tendere a mediarsi a zero (soprattutto per alti valori della popolazione dell’insieme), lasciando emergere il solo pattern forzato. Da ciò nasce la non confrontabilità statistica delle medie di insieme dei vari modelli con il singolo pattern osservato (ERA5).

[4] Esattamente come eseguire la media (di insieme) di N elementi (integrazioni modellistiche) dell’insieme stesso aiuta a far emergere il pattern forzato (il “segnale”) ripulito dalla variabilità interna (considerata in questo contesto come “rumore”), essa diminuisce anche l’incertezza residua da attribuire al pattern forzato. All’aumentare di N, la variabilità residua (il rumore) tende a zero e quindi tende a zero anche l’incertezza sulla stima del pattern forzato (il segnale). Quindi, all’aumentare di N, la probabilità che pattern forzato e pattern osservato risultino tra loro statisticamente compatibili si riduce enormemente, rendendo molto più probabile la “rejection” del pattern forzato.

 

Traduzione di Sylvie Coyaud e Stefano Tibaldi

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Ogni frazione di grado conta

Pubblichiamo il testo dell’intervento del Segretario Generale dell’ONU António Guterres, a commento della pubblicazione del secondo volume del Sesto Rapporto IPCC, avvenuta il 28 febbraio 2022.

 

Ho visto molti rapporti scientifici nella mia vita, ma nessuno come questo. Il rapporto dell’IPCC di oggi è una mappa della sofferenza umana e un’accusa schiacciante al fallimento della leadership climatica. Con fatti su fatti, questo rapporto rivela come le persone e il pianeta sono stati colpiti dal cambiamento climatico.  

Quasi la metà dell’umanità vive nella zona di pericolo – ora. 

Molti ecosistemi sono al punto di non ritorno – ora.

L’inquinamento da carbonio incontrollato sta costringendo i più vulnerabili del mondo ad una marcia obbligata verso la distruzione – ora.  

I fatti sono innegabili.

Questa rinuncia alla leadership è criminale.  I più grandi inquinatori del mondo sono colpevoli di aver incendiato la nostra unica casa.

È essenziale raggiungere l’obiettivo di limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5 gradi. La scienza ci dice che questo richiederà al mondo di ridurre le emissioni del 45% entro il 2030 e di raggiungere emissioni nette zero entro il 2050.  Ma secondo gli impegni attuali, le emissioni globali sono destinate ad aumentare di quasi il 14% nel decennio in corso.  

Questo significa una catastrofe. Distruggerà ogni possibilità di rimanere sotto il grado e mezzo di aumento.

Il rapporto di oggi sottolinea due verità fondamentali. 

Primo, il carbone e altri combustibili fossili stanno soffocando l’umanità.  

Tutti i governi del G20 hanno accettato di smettere di finanziare il carbone all’estero. Ora devono urgentemente fare lo stesso a casa e smantellare le loro flotte carboniere.  Quelli del settore privato che ancora finanziano il carbone devono essere tenuti a rispondere. Anche i giganti del petrolio e del gas – e i loro sottoscrittori – sono avvisati.  Continue Reading »

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Note sul pessimismo climatico

Prendo spunto da due testi pubblicati recentemente su climalteranti.it. Il primo è una recensione del nuovo libro di Michael Mann, La nuova guerra del clima, in cui il climatologo americano, oltre a mettere in guardia contro le nuove forme di negazionismo camuffato, pone in risalto la pericolosità di visioni “eccessivamente cupe del nostro futuro”. Il secondo articolo verte sulla COP 26 di Glasgow e sui risultati che essa potrà produrre. Anche in questo caso vi è una sorta di messa in guardia: contro “una visione semplicistica del negoziato sul clima”. Secondo questo post, la contrapposizione “successo vs. fallimento” è fuorviante, perché ignora sia la complessità delle trattative sia i risultati intermedi che, come in occasione di passate edizioni, possono essere ottenuti e che comunque, ai fini di una efficace lotta contro i cambiamenti climatici, sono molto importanti.

            Qui di seguito intendo, se non proprio mettere in guardia contro queste e altre simili messe in guardia, presentare alcune riflessioni critiche al loro riguardo. Per cominciare una nota sul titolo del saggio di Mann: considero l’impiego della metafora della guerra in riferimento al riscaldamento globale come problematico e opinabile, e comunque contradditorio rispetto al dichiarato intento di denunciare i facili allarmismi e pessimismi. Data la natura dell’oggetto in questione, il clima mondiale, se di guerra si tratta, quella contro il Climate change deve o dovrà necessariamente assumer l’aspetto di una guerra totale, contro un nemico assai potente e da tempo conosciuto, e in cui nessuno potrà risparmiarsi. Sennonché il nemico non risiede dall’altra parte della frontiera o del mare, bensì è in mezzo a noi, nelle nostre distese metropolitane, nei gangli del potere politico ed economico e pure nelle nostre menti e abitudini, talché se proprio si vuol ricorrere alla metaforica bellica, meglio sarebbe parlare di “nuova guerra civile del clima”.

            Le visioni eccessivamente cupe del nostro futuro, l’emergente “pornografia climatica”, sostiene Mann, sono pericolose perché possono condurre alla paralisi e alla disperazione. È qui attivo un assunto indimostrato: “pessimismo = disfattismo” oppure “ansia = incapacità di agire”. Anche a prescindere dalla funzione euristica, ossia di incitamento all’impegno per il cambiamento, di opere (letterarie, artistiche e filosofiche) segnate da un profondo pessimismo, numerosi eventi mondiali prodottisi nel secolo scorso ci ricordano che anche le più cupe premonizioni o visioni di quel che sarebbe potuto accadere risultarono alla prova dei fatti ampiamente al di sotto della realtà, per così dire ampiamente “ottimistiche” rispetto alla portata dei crimini e delle distruzioni che effettivamente si produssero.

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La climatologia e la sufficiente accuratezza

La prima mappa delle isoterme del pianeta (Alexander von Humboldt,
Sulle Linee Isoterme e la Distribuzione di Calore sulla Terra, 1817)

 

Ma la climatologia non è una scienza esatta!” è un’affermazione a volte  utilizzata per minimizzare e cercare di ridurre l’importanza del riscaldamento globale in atto, di suoi impatti, e sulle proiezioni per il futuro. Innanzitutto, molto ci sarebbe da capire su cosa si intenda per ‘scienza esatta’: una scienza in grado di modellare i fenomeni di cui si occupa e prevederne gli effetti senza alcuna incertezza? Una scienza in cui non esistono ambiguità possibili, e in cui a una precisa causa o insieme di cause segue necessariamente un preciso effetto o insieme di effetti, preciso nella sua entità, nello spazio e nel tempo?

 

Se queste sono le condizioni, non esistono “scienze esatte”, e tantomeno lo è la climatologia. Se invece con “scienza esatta” si intende una scienza dotata di proprie leggi specifiche con la loro struttura matematica e fisica, in grado di riprodurre e prevedere fenomeni con sufficiente accuratezza, ecco che la climatologia diviene esatta, come lo sono altre scienze che descrivono la natura. Continue Reading »

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Conferenza SISC2020, online e gratuita

Visto che si dice 
di approfittare delle opportunità che offre la crisi Covid-19, segnaliamo che quest’anno la conferenza annuale della Società Italiana per la Scienza del Clima (SISC) “ClimRisk2020: Time for Action! Raising the ambition of climate action in the age of global emergencies” si terrà in remoto e sarà visibile online gratuitamente, collegandosi a questo indirizzo della piattaforma Anymeets.

Si svolgerà da mercoledì 21 ottobre a venerdì 23 ottobre, con un ricco programma di relazioni che prevede cinque sessioni parallele su tutti i temi della scienza del clima; in più, sessioni poster che permettono, quando la sessione è attiva, di parlare con il presentatore.

Il programma dettagliato con i nomi dei relatori e i titoli degli interventi è qui.

Da notare le tre keynote lecture, di Sabine Fuss (The role of carbon dioxide removal for CO2 neutrality), di Scott Barret (The status and future perspectives for the global cooperation on climate change) e di Andra Meneganzin (From niche construction to ecological traps: an evolutionary perspective on anthropogenic climate change).

La lingua della conferenza è l’inglese.

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Konrad Steffen, una vita per i ghiacci della Groenlandia

Il grande glaciologo svizzero, conosciuto soprattutto per le sue ricerche in Artico, ha di recente perso la vita cadendo in un crepaccio nei pressi dello Swiss Camp, la stazione da lui creata per monitorare i ghiacci polari. Climalteranti vuole qui ricordarlo come esempio di grande dedizione alla ricerca anche in condizioni estreme e come fonte di ispirazione per gli scienziati del clima.

 

L’8 agosto 2020 Konrad Steffen, uno dei più importanti e preparati studiosi dei ghiacci della Groenlandia, è caduto in un crepaccio vicino alla stazione di monitoraggio che aveva creato e gestito per trent’anni. Era l’ultima missione che avrebbe fatto allo Swiss Camp, condotta allo scopo di dismettere il campo, perché anche quella parte di piattaforma della Groenlandia stava cedendo. Già i crepacci avevano danneggiato la postazione ed in uno di questi crepacci è caduto il grande scienziato, pur molto esperto di sicurezza.

 

Una tragedia che fa riflettere, su come gli impatti del cambiamento climatico rendano più difficile anche la ricerca scientifica, in particolare per chi studia i ghiacci del pianeta, polari o continentali.

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Il Museo delle Tecnologie dell’Antropocene

Il mese scorso, appena prima di questa emergenza sanitaria, ho visitato il “Museum of Anthropocene Technology” (MAT) a Laveno Mombello. È un piccolo museo creato da Frank Raes, che fino a poco tempo fa lavorava presso il Joint Research Centre della Commissione Europea a Ispra. Lì ha diretto le ricerche sull’inquinamento atmosferico e sui cambiamenti climatici. Da 10-15 anni Frank è attivo sulla comunicazione della crisi climatica e il MAT è il suo modo di continuare questo lavoro.

Da tempo si dice che la sfida del cambiamento climatico debba essere affrontata nella sua dimensione profonda, sistemica, coinvolgendo le scienze umanistiche, per stabilire connessioni con i diversi aspetti della nostra cultura. Nelle stanze del MAT ho trovato questo. Non solo un racconto dell’antropocene a partire dalle tecnologie che ne hanno determinato e caratterizzato lo sviluppo. Anche una rete di connessioni, fra le Città Invisibili di Italo Calvino e gli scritti più recenti di Bruno Latour, il Quinto rapporto IPCC e il fallout radioattivo di Chernobyl, le schede dei personal computer e la riproduzione della molecola del glucosio o della CO2.

Pur se non possiamo visitarlo in questi giorni, ho chiesto a Frank di presentarci il museo, per permetterci di iniziare alcune riflessioni, un altro piccolo modo per “socializzare a distanza”. Questo è il suo racconto.
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2019: tanto per cambiare, ancora un anno sul podio

Come ogni anno, diamo uno sguardo alle temperature medie globali dell’anno appena terminato guardando i dati grezzi e “grigliati” NCEP/NCAR. Anche il 2019 non ha battuto il record del 2016, anno di forte fase positiva di El Niño, ma non vi è andato molto distante – questione di decimi – risultando al secondo posto (scalzando il 2017), e probabilmente si classificherà tra il secondo e il terzo posto negli elenchi dei vari database internazionali con cui siamo soliti confrontare i valori. Il valore di anomalia, +0,57 °C rispetto al periodo 1981-2010, supera ancora +1 °C rispetto all’inizio del secolo. Inutile concludere che quanto ripetuto ormai da quasi un decennio a commento di questi post risulta sempre più attuale: il riscaldamento globale avanza, in modo inequivocabile.

E in Italia… un altro primo posto!

 

Per poter parlare di temperature servono dati, dettagliati e affidabili. Il nostro riferimento per i dati delle temperature è sempre il database NCEP/NCAR che, dopo l’indisponibilità dell’anno scorso dovuta allo “shut-down” negli USA, continua a mettere a disposizione il proprio database (da quest’anno, tuttavia, i dati sono forniti soltanto in formato Netcdf e non più in formato testo). I dati delle temperature sono in seguito espressi come differenza (anomalia) rispetto alla media del periodo 1981-2010. Da notare che questo periodo è stato più caldo di almeno 0.6 °C rispetto al periodo pre-industriale (1850-1900), per cui se si volessero confrontare i valori in seguito esposti con quelli considerati ai fini degli obiettivi delle politiche sul clima (es. “ben sotto i 2 °C”), bisognerebbe aggiungere tale valore.

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Dieci anni climalteranti

Festeggiamenti ufficiali il 15 giugno presso il Caffè delle Arti di Lodi.

 

Dieci anni fa, il 9 giugno 2008, veniva pubblicato il primo post di Climalteranti, intitolato “L’ennesima bufala sul raffreddamento globale”. Ne sono seguiti tanti altri, circa 450, che hanno toccato quasi tutti i temi della scienza del clima, come si può leggere nell’imponente elenco di tutti i post pubblicati. Pur se la definizione delle categorie nei primi anni non è stata fatta in modo rigoroso, il grafico qui sotto mostra come le principali fra le 180 categorie utilizzate sono state “Temperature” (65 post), “Negoziazioni” (49) e “Errori” (43); 37 categorie sono state usate per più di 10 post. Sono state pubblicate 44 traduzioni dei più interessanti post di Realclimate e una decina di altri post ritenuti di grande interesse anche per l’Italia. Gli autori dei post sono stati circa 80, il 90% dei post è stato scritto dalla quarantina di membri del Comitato Scientifico che si sono succeduti negli anni. Continue Reading »

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L’altra metà del lavoro da fare

Si è svolta a Göteborg la prima conferenza internazionale sulle tecnologie per emissioni negative di CO2, un tema sempre più di interesse in campo scientifico e tecnologico

 

Come abbiamo già scritto in passato, l’Accordo di Parigi ha definito obiettivi di contenimento delle temperature globali molto ambiziosi,
che per essere rispettati richiedono di limitare drasticamente la quantità di gas serra che saranno emessi in atmosfera nei prossimi decenni. Non è possibile definire questo limite con un numero preciso, per due motivi: il primo è che l’obiettivo sulle temperature non è preciso “…mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto di 2 °C rispetto ai livelli pre-industriali, e perseguire sforzi volti a limitare l’aumento di temperatura a 1,5 °C” (Art.3 AdP); il secondo è che l’incertezza presente nel legame fra le emissioni di gas serra e l’aumento delle temperature globali porta gli scienziati a definire intervalli di emissioni legati a gradi di probabilità di rispettare l’obiettivo.

Numerosi gruppi di ricerca negli ultimi anni hanno valutato quanto una rapidissima decarbonizzazione (ridurre a zero le emissioni) del sistema energetico mondiale, unita all’azzeramento della deforestazione, possa permettere di rispettare gli obiettivi dell’Accordo (si veda qui e qui o qui), e la conclusione è chiara: non sarà sufficiente ridurre a zero le emissioni. Anche negli scenari di decarbonizzazione più ottimistici sarà comunque necessario rimuovere dall’atmosfera molta CO2, il principale dei gas serra (e soprattutto quello con i maggiori tempi di permanenza naturali nell’atmosfera), ovvero generare “emissioni negative”.

L’entità della rimozione di CO2 necessaria dipende dalla velocità con cui si riuscirà ad azzerare le emissioni: più rapida sarà la decarbonizzazione, minori le emissioni negative necessarie; più si aspetta a ridurre le emissioni, maggiore sarà la quantità di CO2 da rimuovere. Continue Reading »

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Le foreste sono cruciali per raggiungere gli obiettivi di Parigi?

L’Accordo globale per ridurre le emissioni di gas serra, raggiunto al Parigi nel dicembre 2015, ha l’obiettivo di mantenere l’aumento delle temperature medie globali ben al di sotto dei due gradi rispetto all’epoca pre-industriale (art 2.1.a). Questo obiettivo necessiterà di “raggiungere un equilibrio tra emissioni ed assorbimenti antropici di gas serra” (art. 4.1), Continue Reading »

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Return of the river: l’epopea del fiume Elwha e delle sue dighe

Ambientato nello stato di Washington, USA, il documentario racconta l’epopea del fiume Elwha, imbrigliato da impianti idroelettrici fin dai primi del ‘900 e il lavoro di scienziati, politici e comunità locali per restituirlo alla condizione originale. Interessante per riflettere sui conflitti fra i diritti umani, la salvaguardia dell’ambiente e il necessario aumento della produzione di energia rinnovabile.

Il film Return of the River segue per quattro anni il progetto di rimozione di due impianti idroelettrici (dam removal) sul fiume Elwha, iniziato nel 2011 con l’abbattimento della diga di Elwha e terminato nel 2014, con quello della diga del Glines Canyon. Prodotto da Sarah Hurt, per la regia di John Gussman e Jessica Plumb, è ora disponibile in HD e può essere acquistato in DVD o affittato per la visione singola.

La storia. Il fiume Elwha è situato nel Parco della Olympic Peninsula, nello stato di Washington, pochi km a nord di Seattle. Nel tardo ‘800, la conquista dell’ovest e la necessità di legna per costruzione e di energia spinse i coloni americani ad occupare l’area della penisola, di fatto invadendo l’habitat della tribù indiana degli Elwha Klallan, stanziali del posto. Già nel 1910 la costruzione della diga di Elwha (seguita nel 1926 dalla diga di Glines Canyon) portò alla regimazione del fiume, con il successivo utilizzo delle acque per scopi idroelettrici. Le dighe portarono ad un rapido sviluppo della popolazione locale, ma il prezzo ambientale e sociale da pagare fu da subito chiaro. Gli sbarramenti fluviali bloccarono le migrazioni dei salmoni, interruppero il flusso di sedimenti e legna, oltre a provocare la sommersione di abitazioni e siti sacri per le tribù locali.   Continue Reading »

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The ongoing climate change and the possible futures

The science of climate change presents, with no doubts, worrying reports (as the recent data on CO2 in atmosphere, monthly temperature, Arctic sea ice, acidification of the oceans).

The good news is that we do not have just one future in front of us, but we can still make our choices.

There are several possible futures. Scientists call these “scenarios”, and here we are going to present three of them, taking inspiration from the spiral method of monthly anomalies, originally developed by Ed Hawkins for HadCRUT data. Continue Reading »

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Il cambiamento climatico in corso e i futuri possibili

La scienza dei cambiamenti climatici porta, indubbiamente, notizie preoccupanti (come gli ultimi dati di CO2 in atmosferatemperature mensili, estensione dei ghiacci artici, acidificazione dei mari).

Una buona notizia è che davanti a noi non abbiamo un solo futuro, ma possiamo ancora scegliere.

Ci sono diversi possibili futuri. Gli scienziati li chiamano “scenari”, e qui ne presentiamo tre, prendendo spunto dal metodo a spirale delle anomalie mensili, sviluppato originariamente da Ed Hawkins per i dati HadCRUT. . . . Continue Reading »

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