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Archive for the 'Traduzioni' Category

La circolazione oceanica dell’Atlantico e il sistema della Corrente del Golfo si stanno avvicinando ad un punto di non-ritorno

Pubblichiamo la traduzione del post scritto per Realclimate dell’oceanografo e climatologo Stefan Rahmstorf, “New study suggests the Atlantic overturning circulation AMOC “is on tipping course”. Il termine AMOC, Atlantic Meridional Overturning Circulation, in italiano capovolgimento meridionale della circolazione atlantica, è il termine scientifico per indicare l’intera circolazione oceanica che trasporta acqua e calore verso nord, e di cui una parte è la ben nota “Corrente del golfo”. Lo studio appena pubblicato, che si aggiunge ad altri usciti nei mesi scorsi, indica un rischio di gravissimo sconvolgimento del clima europeo come feedback del surriscaldamento indotto dalle attività umane.

 

Un nuovo lavoro è stato pubblicato oggi in Science Advances. Il suo titolo è esplicativo: “Segnali precoci osservabili e basati sulla fisica del sistema dicono che AMOC si avvia ad un punto di non-ritorno”. Lo studio fa seguito ad un altro scritto da colleghi danesi nello scorso luglio, che allo stesso modo indagava i segnali precoci di un punto di svolta dell’AMOC (ne abbiamo parlato qui) ma usando metodi e dati diversi.

Il nuovo lavoro di van Westen et al. è un avanzamento importante nella conoscenza della stabilità dell’AMOC, e viene da quello che considero un centro leader negli studi di stabilità dell’AMOC, Utrecht, Paesi Bassi (alcuni dei loro contributi, sviluppati negli ultimi 20 anni, sono nella lista dei lavori di riferimento, con autori come Henk Dijkstra, René van Westen, Nanne Weber, Sybren Drijfhout ed altri.)

L’articolo è il risultato di un importante sforzo computazionale, basato sull’esecuzione di un modello climatico all’avanguardia (il modello CESM con risoluzione orizzontale di 1° per la componente oceano/ghiaccio marino e 2° per la componente atmosfera/terra), per 4.400 anni di simulazione modellistica. Ci sono voluti 6 mesi per farlo funzionare sui 1.024 core della struttura di supercalcolo olandese, il più grande sistema nei Paesi Bassi in termini di calcolo ad alte prestazioni.

Si tratta del primo tentativo sistematico di trovare il punto di non ritorno dell’AMOC in un modello climatico globale accoppiato oceano-atmosfera di buona risoluzione spaziale, utilizzando l’approccio di quasi-equilibrio che ho sperimentato nel 1995 con un modello con solo la componente oceanica, con  risoluzione relativamente bassa, data la limitata potenza di calcolo disponibile 30 anni fa.

Se non avete familiarità con le questioni riguardanti il rischio di bruschi cambiamenti della circolazione oceanica, Continue Reading »

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Perché conviene prendere in considerazione gli scenari catastrofici sul clima

È stato pubblicato su Ingegneria dell’Ambiente Finale di partita sul clima: esplorare gli scenari catastrofici dei cambiamenti climatici” traduzione in italiano dell’articolo “Climate endgame: exploring catastrophic climate change scenarios” pubblicato recentemente su PNAS da Luke Kemp, Timothy Lenton e altri 9 autori.

L’articolo ha una grande importanza per il dibattito sul cambiamento climatico, per diverse ragioni.

Innanzitutto, perché mostra in modo chiaro come fino ad oggi la ricerca scientifica sul clima non si sia occupata abbastanza degli scenari peggiori, che potrebbero portare ad un collasso della società su scala globale o un’eventuale estinzione dell’umanità. Il negazionismo e l’inattivismo climatico ha cercato in tutti i modi di descrivere gli scienziati del clima come pessimisti, catastrofisti, desiderosi di spaventare. Invece, gli scienziati sono stati poco allarmisti, anche perché strutturalmente un processo come quello dell’IPCC, basato sul consenso, tende a favorire la cautela nelle proiezioni. Questo articolo mostra come ci sia ancora tanto da studiare su come i rischi portati dai cambiamenti climatici possano diffondersi, amplificarsi e venire aggravati dall’interazione con altri rischi e fattori di stress a cui sono sottoposti gli ecosistemi e le società umane.

Secondo gli autori, ci sono buoni motivi per sospettare che i cambiamenti climatici possano provocare una catastrofe globale, e questi buoni motivi sono analizzati nel dettaglio, in modo spietato verrebbe da dire, a partire da quattro domande:

1) che possibilità hanno i cambiamenti climatici di innescare eventi di estinzione di massa?
2) quali sono i meccanismi che possono causare nell’umanità morbidità (malattie) e mortalità di massa?
3) quali sono i punti deboli delle società umane rispetto ai rischi a cascata innescati dai cambiamenti climatici, come quelli derivanti da conflitti, instabilità politica e rischi finanziari sistemici?
4) come sintetizzare utilmente queste molteplici evidenze – insieme ad altri pericoli globali – in una “valutazione integrata della catastrofe”?

Combinando i risultati delle proiezioni climatiche con i dati demografici, gli autori spiegano Continue Reading »

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Emissioni nette zero / non zero

Il concetto di emissioni “nette zero” è spesso criticato perché potrebbe facilitare il posticipare le azioni di riduzione delle emissioni di gas serra. In realtà, come spiegato nel post di Gavin Schmidt su Realclimate, di cui pubblichiamo la traduzione, si tratta di un concetto utile, e solido dal punto di vista scientifico soprattutto se riferito a emissioni nette zero di CO2 e non al totale dei gas serra.

 

 

Alla Conferenza COP26 di Glasgow, gran parte della discussione ha riguardato gli obiettivi noti come “emissioni nette zero”. Questo concetto deriva da importanti risultati della fisica già evidenziati nel Rapporto Speciale su 1,5 ºC di riscaldamento globale, e approfonditi nell’ultimo rapporto IPCC: mostrano che il riscaldamento futuro è legato alle emissioni future e che cesserà effettivamente solo dopo che le emissioni antropogeniche di CO2 saranno bilanciate dalle rimozioni antropogeniche di CO2. Ma alcuni attivisti hanno (giustamente) sottolineato che le rimozioni di CO2 a grande scala non sono ancora state testate, e quindi fare affidamento su di esse in misura significativa per bilanciare le emissioni è come non impegnarsi affatto ad arrivare a emissioni nette zero. Il loro punto è che “emissioni nette zero” non equivale a “emissioni zero” e quindi potrebbero avere l’effetto di una cortina fumogena per un’azione climatica insufficiente. Per aiutare a risolvere questo problema potrebbero essere utili un po’ di basi scientifiche.

 

 

“Emissioni nette zero di CO2” ha un reale significato geofisico

 

Con dati empirici e modelli migliori e più numerosi è diventato chiaro che, in prima approssimazione, l’eventuale riscaldamento antropico da biossido di carbonio è legato alle sue emissioni cumulative. Questa figura è tratta dal Sommario per i decisori politici del Sesto Rapporto IPCC (AR6-SPM, traduzione italiana a cura di Climalteranti, ndt):

Rapporto tra emissioni cumulative di CO2 e temperatura (SPM AR6).

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Il livello del mare nel 6° assessment report dell’IPCC (AR6)

Pubblichiamo la traduzione in italiano del post pubblicato dall’oceanografo Stefan Rahmstorf su Realclimate su un tema chiave nel dibattito scientifico sugli impatti del riscaldamento globale.

 

Anticipo le mie 3 principali impressioni:

– le proiezioni per il 2100 del livello del mare sono state ancora corrette verso l’alto;

– l’IPCC ha introdotto un nuovo scenario di rischio di alta fascia, stabilendo che un innalzamento globale del livello “che si avvii verso 2 m per il 2100 e 5 m per il 2150 in uno scenario di altissime emissioni di gas serra non può essere escluso a causa dell’incertezza sui processi delle calotte glaciali”;

– l’IPCC presta più attenzione al grande innalzamento del livello del mare di lungo termine, oltre l’anno 2100.


Qui è riportato il grafico principale sul livello del mare presente nel Sommario per i Policymaker (ndt: traduzione di Erminio Cella).

Fonte: IPCC AR6, Fig. SPM.8

 

Questo illustra chiaramente come il livello del mare inizi a salire lentamente; ma a lungo termine, l’innalzamento causato dalla combustione dei combustibili fossili e dalla deforestazione potrebbe letteralmente uscire dal diagramma, portando all’inondazione di molte città costiere e cancellando dalle carte geografiche intere nazioni insulari. Ma cominciamo dalle cose fondamentali. Continue Reading »

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Attribuire rapidamente la responsabilità per un’ondata di calore: il caso del nord-ovest dell’America

Pubblichiamo la traduzione del post “Rapid attribution of PNW heatwave” di Realclimate.

Riassunto: era quasi impossibile che le temperature osservate nella recente ondata di calore sul nord-ovest dell’America si verificassero senza il riscaldamento globale. Ed anche con l’attuale riscaldamento era improbabile che accadessero.

 

È chiaro da almeno un decennio che in generale il riscaldamento globale ha aumentato l’intensità delle ondate di calore, con tendenze chiare nelle temperature massime osservate, come previsto dai modelli climatici. Per la situazione specifica nel nord-ovest dell’America a fine giugno, ora disponiamo della prima analisi  del World Weather Attribution Group, un consorzio di esperti climatici di tutto il mondo che lavorano sull’attribuzione di eventi estremi. La versione preliminare del loro articolo (Philip et al.) è disponibile qui .

Figura 3 da Philips et al (pre-print). Andamento della temperatura massima giornaliera più alta dell’anno nei dati delle stazioni GHCN-D. Le stazioni sono selezionate per avere almeno 50 anni di dati e almeno 2º di distanza. La tendenza è definita dalla regressione delle temperature medie globali.

 

Gli autori mostrano che questo evento è stato davvero eccezionale Continue Reading »

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Perché le proiezioni del futuro aumento del livello del mare sono ancora così incerte?

Pubblichiamo la traduzione del post Why is future sea level rise still so uncertain? pubblicato da Gavin Schmidt su Realclimate, su un tema di grandissimo interesse scientifico – e non solo.

 

Tre nuovi articoli scientifici nelle ultime due settimane hanno proposto tesi diverse sull’aumento del livello del mare causato dalla perdita di ghiaccio in Antartide occidentale, indicando aumenti maggiori o minori di quanto si sarebbe potuto pensare in precedenza, e con più o meno sicurezza. Ognuno di questi articoli ha i suoi perché, ma chiunque cerchi di trarre un quadro coerente da tutto questo lavoro rimarrà deluso. Per capirne il motivo, è innanzitutto necessario chiarire perché prevedere l’aumento del livello del mare sia così difficile: abbiamo fatto molta strada, ma tanta ne dobbiamo ancora fare.

Ecco una lista di fattori che influenzeranno il futuro livello del mare a scala regionale (in ordine approssimativo di importanza):

  • perdita di massa glaciale dall’Antartide occidentale
  • perdita di massa glaciale dalla Groenlandia
  • espansione termica dell’oceano
  • fusione dei ghiacciai montani
  • effetti gravitazionali, rotazionali e deformativi (GRD)
  • cambiamenti nella circolazione oceanica
  • effetti sterici (acqua dolce/salinità)
  • estrazione di acqua freatica
  • costruzione e riempimento di serbatoi artificiali (es. dighe)
  • cambiamenti nella pressione atmosferica e nei venti.

Inoltre, i rischi di inondazione costiera dipendono anche da:

  • movimenti tettonici/isostatici del terreno
  • subsidenza locale
  • idrologia locale
  • mareggiate
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Non è immediato capire perché alcuni degli aspetti più rilevanti sopra riportati siano così difficili da inquadrare. Lo spiegheremo più avanti… Continue Reading »

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Appello degli scienziati del mondo sull’emergenza climatica

Pubblichiamo la traduzione dell’appello uscito su Bioscience, sottoscritto da più di 11.000 scienziati da 153 paesi (elenco qui). Una sintesi efficace delle tante solide conoscenze scientifiche sul tema del cambiamento climatico, riassunte in una serie di grafici che mostrano l’inequivocabile andamento degli effetti delle attività umane e delle risposte del sistema climatico.

Gli scienziati hanno l’obbligo morale di avvertire chiaramente l’umanità di ogni minaccia catastrofica e di dire le cose come stanno. Sulla base di questo obbligo e degli indicatori grafici presentati di seguito, insieme a oltre 11.000 scienziati firmatari da tutto il mondo, dichiariamo in modo chiaro e inequivocabile che il pianeta Terra sta affrontando un’emergenza climatica.

Esattamente 40 anni fa, scienziati di cinquanta nazioni si incontrarono alla Prima Conferenza mondiale sul clima (nel 1979 a Ginevra) e concordarono che, nei cambiamenti climatici, tendenze allarmanti richiedevano di agire d’urgenza. Da allora, allarmi simili sono stati lanciati con il Vertice di Rio nel 1992, il Protocollo di Kyoto nel 1997 e l’Accordo di Parigi nel 2015, così come messaggi da decine di altri incontri mondiali e da parte di svariati scienziati hanno avvertito che i progressi erano insufficienti (Ripple et al. 2017). Tuttavia, le emissioni di gas serra (GHG) continuano ad aumentare rapidamente, con effetti sempre più dannosi per il clima terrestre. Serve incrementare immensamente gli sforzi per conservare la nostra biosfera, per evitare che la crisi climatica provochi sofferenze indicibili (IPCC 2018). Continue Reading »

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Piantare alberi può salvare il clima?

Pubblichiamo la traduzione del post di Stefan Rahmstorf su Realclimate, su un tema che ha fatto recentemente molto discutere

 

Di recente i media si sono occupati di un nuovo studio pubblicato da ricercatori dell’ETH di Zurigo (Bastin et al. 2019). I ricercatori si sono chiesti quanto carbonio potremmo sequestrare piantando alberi in tutto il mondo laddove i terreni non sono già destinati all’agricoltura o alle città. Dall’aria le foglie degli alberi estraggono carbonio sotto forma di anidride carbonica – CO2 – e poi rilasciano ossigeno – O2 –,  è un bel modo di proteggere il clima. I ricercatori stimano che verrebbero sequestrati 200 miliardi di tonnellate di carbonio… a condizione di piantare oltre mille miliardi di alberi.

L’impatto mediatico del nuovo studio è dovuto soprattutto a una dichiarazione del comunicato stampa dell’ETH secondo la quale piantare alberi potrebbe ridurre di due terzi l’aumento di CO2 di origine antropica. Rimediare in gran parte alle conseguenze di uno sviluppo industriale lungo due secoli con una misura così semplice e popolare sembra un sogno! Infatti è subito piaciuto a coloro che sognano tuttora una mitigazione del clima indolore per tutti.

Purtroppo è anche troppo bello per esser vero. Si paragonano capre e cavoli, e vengono scordate importanti retroazioni del sistema Terra. Per capirlo, bastano pochi fatti elementari sull’aumento della CO2 in atmosfera. Continue Reading »

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Prove più salde di una Circolazione nord-atlantica più debole

Pubblichiamo la traduzione di un post su RealClimate di Stefan Rahmstorf, oceanografo del Potsdam Institute for Climate Impact Research, che riassume le recenti pubblicazioni che portano evidenze più robuste di una più debole Circolazione atlantica con inversione meridionale. 

 

Con due studi su Nature, l’indebolimento del Sistema della Corrente del Golfo è tornato nei titoli delle notizie scientifiche. Erano uscite pubblicazioni interessanti anche prima, per cui è proprio ora di fare il punto della situazione.
Iniziamo da Nature dell’11 aprile, che oltre ai due nuovi studi (a uno dei quali ho partecipato) comprende un commento nella sezione News&Views. Tutto ruota attorno alla domanda “Il Sistema della Corrente del Golfo sta già rallentando?”.
I modelli climatici indicano che questa sarà una delle conseguenze del riscaldamento globale, insieme ad altri problemi quali l’innalzamento del livello del mare, l’aumento delle ondate di calore, dei periodi di siccità e di eventi di precipitazione estremi; ma questo rallentamento è già in corso? La risposta è tutt’altro che scontata.
La Circolazione atlantica con inversione meridionale (Atlantic Meridional Overturning Circulation, AMOC in inglese, vedi la nota 1 in fondo), detto anche Sistema della Corrente del Golfo, è un enorme sistema tridimensionale di flussi attraverso l’intero oceano Atlantico che varia secondo diverse scale temporali, ragione per cui non basta affatto immergere un misuratore di corrente nell’acqua in uno o due punti. Continue Reading »

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Riscaldamento globale: aumento significativo, pausa o altro?

Pubblichiamo la traduzione di un post di Stefan Rahmstorf pubblicato sul blog Realclimate, a cui facciamo gli auguri per il 10° compleanno.

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L’Organizzazione Meteorologica Mondiale ha appena annunciato che “l’anno 2014 che sta per finire sembra avviato ad essere il più caldo o uno dei più caldi della serie”; mi sembra dunque il caso di dare uno sguardo ai recenti cambiamenti della temperatura globale del pianeta. Farò uso dell’ottimo strumento di visualizzazione delle temperature e calcolo dei trend  di Kevin Cowtan per presentare alcune figure. I dati sono quelli dell’Hadley Climate Research Unit (HadCRUT4), che possiede l’algoritmo più sofisticato per riempire gli intervalli di dati mancanti, specie nell’Artico, ricorrendo all’ausilio del satellite. Naturalmente, le medesime conclusioni possono essere tratte utilizzando altre banche dati. Cominciamo dall’analizzare l’intera serie dati, che ha inizio nel 1979 quando i dati satellitari sono diventati disponibili (e comunque poco dopo l’inizio del riscaldamento globale).

Fig. 1. Valori medi mensili (crocette blu), media mobile 12 mesi (linea rossa), trend lineare (linea blu centrale) e intervallo di incertezza (linee blu sottili laterali) della temperatura globale dal 1979 ad oggi. Continue Reading »

12 responses so far

Il livello del mare nel V Rapporto IPCC

Pubblichiamo la traduzione di un importante post pubblicato su Realclimate da Stephan Rahmstorf, su uno dei più importanti impatti dei cambiamenti climatici, l’innalzamento del livello del mare. Il post è un po’ lungo ma merita davvero di essere letto.

 

Cosa sta accadendo al livello del mare? Questa è stata forse la questione più controversa nel IV rapporto IPCC del 2007. Il nuovo rapporto del Gruppo Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici è stato pubblicato da poco, e qui vorrei discutere quello lIPCC ha da dire sul livello dei mari (come ho fatto qui, dopo il rapporto).

Entriamo nel vivo della questione con il seguente grafico che ben riassume le principali conclusioni circa del livello del mare passato e futuro: (1) il livello globale del mare è in aumento, (2) questo aumento sta accelerando sin dal periodo pre-industriale e (3) accelererà ulteriormente in questo secolo. Le proiezioni per il futuro sono molto più significative e più credibili di quelle del 4° rapporto, ma probabilmente ancora un po’ conservative, come vedremo in dettaglio più avanti. Per le elevate emissioni l’IPCC ora prevede un aumento globale di 52-98 cm entro il 2100, che minaccerebbe la sopravvivenza delle città costiere e intere nazioni insulari. Ma anche con la riduzione delle emissioni aggressive, è comunque previsto un incremento di 28-61 cm. Anche in questo scenario molto ottimista potremmo assistere ad oltre mezzo metro di innalzamento del livello del mare, con gravi ripercussioni su molte zone costiere, tra cui l’erosione costiera e un rischio notevolmente aumentato di inondazioni.

IPCC_AR5_13.27

Fig. 1. Aumento del livello del mare passato e futuro. Per il passato, i dati proxy sono mostrati in viola chiaro e dati mareografici in blu. Per il futuro, sono riportate le proiezioni IPCC per le emissioni molto elevate (rosso, scenario RCP8.5 ) ed emissioni molto basse (blu, scenario RCP2.6). Fonte : IPCC AR5 fig. 13.27. x

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il riscaldamento globale è arrivato anche in Antartide Occidentale

Pubblichiamo la traduzione di questo post di Eric Steig su Realclimate, su un tema in passato controverso della scienza del clima, il riscaldamento dell’Antartide Occidentale. Il post originale è intitolato “The heat is on”, un modo di dire spesso usato dall’Economist per parlare del problema.

Per quanto riguarda la ricerca in Antartide, segnaliamo il blog SubGlacial Lake Whillans – Antarctica, tenuto in tempo reale da laggiù da Carlo Barbante, su cui torneremo in un prossimo post.

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Chi segue regolarmente RealClimate conoscerà già la nostra pubblicazione nel 2009 su Nature, in cui si dimostrava che l’Antartide Occidentale – la parte di calotta polare antartica che al momento contribuisce maggiormente all’innalzamento del livello del mare, e ha un potenziale tale da provocare un innalzamento ancora maggiore in futuro (3 metri) – si sta riscaldando da circa 50 anni.

La nostra ricerca era stata accolta con molto scetticismo, e non solo da parte dei “soliti sospetti”. Sembra che anche molti colleghi scienziati abbiano avuto qualche difficoltà a superare l’abituale convinzione (basata solo sulla mancanza di prove) che l’unica zona in Antartide a subire un aumento delle temperature fosse la Penisola Antartica. Per essere corretti, la nostra analisi era basata su un’interpolazione. Abbiamo usato le statistiche per supplire all’assenza dei dati, quindi in realtà non abbiamo provato nulla: abbiamo solo fatto un’analisi che puntava (con forza) in una particolare direzione.

Abbiamo passato un paio d’anni in una specie di limbo: per almeno due anni abbiamo saputo con certezza che i nostri risultati erano fondamentalmente corretti, perchè c’è stato un buon numero di osservazioni che confermavano la nostra tesi: le temperature raccolte con perforazioni , in linea con i nostri risultati, e i dati delle stazioni meteorologiche vicino al centro dell’Antartide Occidentale, che noi non avevamo usato ma che Andy Monaghan ha presentato all’Ohio State University (ora NCAR). Ma la maggior parte di questo lavoro non era stato pubblicato fino a poco tempo fa, per questo non erano informazioni sostanzialmente utilizzabili. Continue Reading »

18 responses so far

Percezione dei cambiamenti climatici: questione di scienza o di psicologia?

Cittadini e politici non sembrano avere colto l’urgenza del problema. È colpa di chi comunica la scienza? Dell’ignoranza scientifica? O c’e’ dell’altro? Questo tema, già affrontato in post precedenti (qui e qui) e in altri blog, è stato oggetto di questo recente commento di Adam Corner sulla rivista Nature Climate Change.

 

Psicologia: cultura scientifica e opinioni sul clima

Coloro che lavorano nel settore della comunicazione dei cambiamenti climatici si trovano ad affrontare un compito non invidiabile. Nonostante la ricerca scientifica abbia ormai abbondantemente discusso le cause e le prevedibili conseguenze dei cambiamenti climatici, le emissioni di anidride carbonica continuano ad aumentare e le misure necessarie ad affrontare questo problema sono scarse. Abbiamo bisogno di diventare più bravi a parlare di scienze del clima, a “educare” il pubblico e ad alzare la voce sulla realtà dei cambiamenti climatici? Sembrerebbe di no. Un recente studio apparso su Nature Climate Change (Kahan e colleghi) [1] dimostra che questa strategia rischia di avere una efficacia limitata. Anzi, potrebbe accrescere lo scetticismo o il disinteresse dei  cittadini.

I ricercatori hanno studiato la relazione tra cultura scientifica e preoccupazione per i rischi dei cambiamenti climatici e hanno trovato un risultato non intuitivo: la rischiosità percepita e la preoccupazione non aumentano con il livello di conoscenze. Inoltre, sembra che un alto livello di cultura scientifica abbia un effetto polarizzante tra chi è predisposto, da idee sociali e politiche, a rifiutare o accettare le scienze del clima. Come è stato mostrato in alcune ricerche (qui e qui) [2,3], una visione individualistica, contraria a   interferenze politiche nei processi decisionali personali o aziendali, e favorevole a forme molto strutturate di ordine sociale, rende più probabile lo scetticismo sui cambiamenti climatici. Continue Reading »

33 responses so far

Le metriche degli eventi estremi

Si sono viste molte discussioni sull’articolo Hansen et al. (2012, PNAS) e l’editoriale di accompagnamento sul Washington Post nei primi giorni di agosto. Ma in questo post, cercherò di sostenere che la maggior parte delle discussioni non sono state legate all’effettiva analisi descritta nell’articolo ma piuttosto a quello che la gente ritiene “importante”.

 

L’analisi di base

Hansen et al. hanno fatto in realtà una cosa molto semplice. Una volta definita la climatologia (ad esempio 1951-1980 o 1931 1980), calcolando la media stagionale e la deviazione standard ad ogni punto della griglia per questo periodo e quindi normalizzando allo scostamento dalla media, si ottiene qualcosa che assomiglia molto ad una distribuzione gaussiana “a campana”. Mettendo in grafico i valori per i decenni successivi si ha l’idea di quanto il clima di ogni decennio si discosta da quello della linea di base iniziale.

Lo spostamento della media dell’istogramma indica lo spostamento della temperatura media globale e la variazione nello scarto indica come si piazzerebbero gli eventi regionali rispetto al periodo della linea di base. (Notare che la variazione dello scarto non deve essere assimilata ad un cambiamento della variabilità climatica poiché un andamento simile si troverebbe come risultato di particolari trend regionali con variabilità locale costante). Questa figura, combinata con i cambiamenti di estensione dell’area soggetta a estremi caldi di temperatura: Continue Reading »

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Tanto rumore per il metano

Pubblichiamo la traduzione di un importante post di Realclimate che riguarda il metano, un potente gas serra che rispetto ad altri spaventosi elementi della storia del clima ha anche l’impressionante potere di terrorizzare la gente.

Di quale metano stiamo parlando?

Le principali riserve di metano si trovano nei sedimenti oceanici, congelate in depositi di idrato o clatrato (Archer, 2007). La quantità totale di metano contenuto negli idrati oceanici è piuttosto limitata ma potrebbe competere con quella di tutti gli altri combustibili fossili messi insieme. La maggior parte di questo metano è difficile da estrarre per produrre carburante, e soprattutto si trova così in profondità  nella colonna di sedimenti che ci vorrebbero migliaia di anni di riscaldamento antropogenico per raggiungerlo. L’Artico è un caso particolare perché  la colonna d’acqua è più fredda rispetto alla media globale, perciò l’ idrato può essere trovato ad una profondità marina di circa 200 metri. Continue Reading »

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