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Le conseguenze dell’Accordo

Prendere sul serio gli obiettivi dell’Accordo di Parigi comporta intraprendere enormi azioni di riduzione delle emissioni in tutti i settori, con una velocità e radicalità senza paragoni col passato.

C’è un clima di generale contentezza per il grandissimo numero di paesi (175) che ha firmato l’Accordo di Parigi, per i 15 che l’hanno già ratificato e per le importanti dichiarazioni sulla volontà di fare entrare in vigore l’Accordo entro il 2016. “Saremo protagonisti”, ha detto il primo ministro italiano; “L’Italia e l’Europa ci sono, da protagoniste” ha twittato il Ministro dell’Ambiente. Buone notizie, indubbiamente.

Il linguaggio enfatico e generico di alcuni interventi, gli errori presenti su alcuni articoli, l’ascolto in alcune trasmissione televisive delle già sentite formule “Bisogna tener conto della situazione congiunturale”, “passare alla rinnovabili è estremamente gravoso e ora non è il momento, non possiamo farlo così velocemente”, fa pensare che a molti non sia chiaro cosa significhi prendere sul serio e implementare l’Accordo di Parigi.

Proviamo quindi a spiegarlo in 5 passaggi, basandoci sui numeri presenti in un articolo pubblicato circa un anno fa da Rogelj et al. su Nature Climate Change, Energy system transformations for limiting end-of-century warming to below 1.5 °C (l’articolo per i non abbonati è a pagamento, ma una sintesi si trova qui o in questa analisi di Climate Analytics).

 

1) L’obiettivo ambizioso
Come noto, l’obiettivo dell’Accordo di Parigi è di «mantenere l’incremento della temperatura media mondiale ben al di sotto dei 2°C» e di «fare sforzi per limitare l’incremento della temperatura a 1,5 C”.
Per quanto riguarda secondo impegno, si noti che gli scenari che in letteratura hanno considerato un obiettivo “<1,5°C” prevedono un superamento temporaneo (overshoot) della soglia di 1,5°C, soglia che è impossibile non superare visti i livelli di emissione attuali; questo obiettivo consiste quindi nel limitare l’incremento della temperatura a 1,5°C alla fine del secolo. In questo scenario, nella seconda parte del XXI secolo le temperature medie globali superano 1,5°C, per poi diminuire in direzione 1,5°C a fine del secolo.

2) Pochi ppm in più in atmosfera
Per rispettare questi obiettivi sulle temperature (“ben al di sotto di 2°C” e “fare sforzi per <1,5°C”), è necessario non superare alla fine del XXI secolo una concentrazione massima di gas serra in atmosfera di circa 420-440 ppm CO2eq. È un livello ancora più basso di quello considerato dal più ambizioso fra gli scenari considerati dall’IPCC nel Quinto Rapporto sul Clima, lo scenario RCP2.6.

Come si nota nella tabella seguente (Tabella SPM1 dell’AR5- WG3), nello scenario RCP2.6 è “più improbabile che probabile” rispettare la soglia di +1,5°C nel 2100; inoltre, l’incertezza derivante dal ciclo del carbonio e dalla sensitività climatica rende l’intervallo di incertezza delle temperature pari a 1.0-2.8°C: in altre parole, nello scenario RCP2.6 le probabilità di superare +1,5°C (e anche +2°C) non sono affatto basse.

3) Drastiche riduzione delle emissioni
Per rispettare i livelli di gas serra in atmosfera compatibili con i desiderati incrementi massimi delle temperature, le emissioni devono quindi ridursi in modo drastico nel giro di pochi decenni se non anni. Quanto? Non è semplicissimo da valutare, perché ci sono incertezze, ad esempio sul ruolo degli assorbimenti naturali. O perché ci possono essere percorsi alternativi con lo stesso risultato: ad esempio, si potrebbe emettere un po’ di più in un primo periodo e molto di meno in seguito; oppure si potrebbe ipotizzare di emettere più del consentito nei primi decenni, sforare il carbon budget, e poi ricorrere a flussi di emissioni negativi, tramite tecniche CDR (“carbon dioxide removal”). C’è molto dibattito oggi sulla possibilità di emissioni negative: si tratta di tecnologie oggi non ancora disponibili a livello commerciale, ma su cui molti scenari studiati nella letteratura scientifica fanno affidamento per la seconda metà di questo secolo.
In sintesi:
3a) senza tecnologie per ottenere emissioni negative, per lo scenario “<1,5°C” bisogna raggiungere emissioni nette di CO2 pari a zero entro 2-3 decenni o meno. Questo è secondo molti impossibile (ad es. in agricoltura le emissioni zero saranno tecnicamente irraggiungibili), anche perché il ricambio tecnologico ha una sua inerzia, per non dire di quella della politica, della società e dei comportamenti umani. Secondo altri la velocità con cui si sono diffuse le rinnovabili laddove siano state sufficientemente agevolate, e gli impegni contenuti negli INDC di oltre 150 paesi in questo settore, permetterebbero più fiducia.

3b) nell’ipotesi ottimistica di poter contare in futuro su tecnologie in grado di determinare emissioni negative, bisogna raggiungere emissioni nette di gas serra pari a zero fra il 2045 e il 2060. Questo significa una riduzione di almeno il 90% delle emissioni antropiche globali di gas serra, rispetto ai livelli attuali, nei prossimi 30-45 anni.

In entrambi i casi, va notato che emissioni nette di CO2 pari a zero non significa necessariamente emissioni antropiche pari a zero, perché gli assorbimenti naturali (circa pari al 30% delle attuali emissioni, di cui però solo una minima parte è influenzata dalla gestione dell’uomo e quindi conteggiabile come “antropica”) possono contribuire temporaneamente ad assorbire parte delle emissioni di CO2.

Se si guarda il grafico sotto, tratto dalla figura 6.7 del Quinto Rapporto IPCC- WG3, si nota che anche solo per lo scenario “2°C” la traiettoria dei prossimi 20 anni è radicalmente diversa da quella di “baseline” che ha ben rappresentato l’andamento degli scorsi 20.

4) Tempi ravvicinati
Essendo i paesi più ricchi e di antica industrializzazione (come l’Italia e l’Europa) più responsabili degli attuali livelli di gas serra, le loro riduzioni dovranno essere ancora superiori di quelle dei paesi più poveri e con basse emissioni storiche di gas serra. La conseguenza è che l’Italia e l’Europa dovranno raggiungere emissioni nette pari a zero e la completa decarbonizzazione del sistema energetico nei prossimi 30-35 anni: al massimo entro il 2050. Se si potesse anticipare di una decina d’anni ci si baserebbe meno su emissioni negative nella seconda metà del XXI secolo.

5) Iniziare subito
Come scritto nel citato articolo di Rogelj et al., perseguire l’obiettivo dell’accordo di Parigi “riduce completamente la flessibilità nelle scelte di mitigazione”.. “richiede di agire immediatamente per accelerare la mitigazione in ogni settore economico”. Se le emissioni devono arrivare quasi a zero in 30 anni, significa in un percorso lineare che fra 10 anni devono essere ridotte del 30%, fra 20 anni del 60%. La riduzione media dovrebbe essere del 3% l’anno. Si tratta di tassi di riduzione delle emissioni che non hanno paragoni con il passato. A livello mondiale va ricordato che le emissioni sono aumentate del 2,2% all’anno dal 2000 al 2010. Solo negli ultimi anni le emissioni mondiali hanno mostrato un rallentamento o una lieve flessione (ancora da confermare a livello ufficiale).

Prendere decisioni coerenti con le riduzione delle emissioni necessarie per la traiettoria dello scenario “molto al di sotto di 2°C” o dello scenario “<1,5°C” significa quindi cambiare radicalmente quanto si è fatto negli ultimi anni. Rinviare decisioni difficili, aspettare ad agire, procrastinare ancora per un decennio renderebbe più difficile il compito dei decenni successivi e avrebbe conseguenze per i secoli a venire.

Come è scritto nelle ultime righe dell’abstract dell’articolo di Rgelj et al., “la finestra per raggiungere questi obiettivi è piccola, e si sta lentamente chiudendo”.

In altre parole, senza un grandissimo sforzo collettivo, senza un salto di qualità nell’azione concreta quotidiana per far vivere, ad ogni livello, le politiche sul clima, gli obiettivi dell’Accordo di Parigi non potranno essere raggiunti.

 

Testo di Stefano Caserini, con contributi di Valentino Piana e Giacomo Grassi.

13 responses so far

13 Responses to “Le conseguenze dell’Accordo”

  1. Valentinoon Mag 1st 2016 at 08:30

    Sia ben chiaro: non si tratta di stringere la cinghia, si tratta di fare un investimento.

    Gli altri Paesi ci riescono:

    25 governments have pledged to take concerted action to lower the costs of clean energy and to unleash a potential investment flow of up to USD 1 trillion into solar assets,

    http://newsroom.unfccc.int/climate-action/25-countries-pledge-to-facilitate-usd-1-trillion-of-investment-in-solar/

    The 25 countries represented at the event included Australia, Bangladesh, Bolivia, Brazil, Djibouti, Ethiopia, Maldives, Mali, Namibia, Netherlands, Nigeria, Peru, Seychelles, Sri Lanka, Suriname, Uganda, Zambia, India and France.

    Ministers and representative from 25 countries agreed to take concerted action through targeted programmes launched on a voluntary basis, to better harmonize and aggregate the demand for:

    Solar finance, so as to lower the cost of finance and facilitate the flow of more than USD 1000 billion investment in solar assets in member countries;

    Mature solar technologies that are currently deployed only at small scale and need to be scaled up;

    Future solar technologies and capacity building, through strategic and collaborative solar R&D, to improve the efficiency and integration of solar power as well as increase the number of solar applications available.

  2. Valentinoon Mag 1st 2016 at 08:33

    E pure il Ruanda, con un ammontare di fondi analogo a quanto la legge italiana che varò il Protocollo di Kyoto mise sul piatto:

    “A key part of achieving our vision is Rwanda’s Green Fund – a ground-breaking environment and climate change investment fund and the largest of its kind in Africa,”said Minister Mushikiwabo while delivering Rwanda’s national statement in New York (22 April 2016).

    “The fund invests in the best public and private projects that have the potential for trans-formative change and that support Rwanda’s commitment to building a green economy. The fund has mobilized 100 million dollars to date and is a leading example of the impact that well managed climate financing can have.”

    LEGGE 1 giugno 2002, n.120 Ratifica ed esecuzione del Protocollo di Kyoto
    alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, fatto a
    Kyoto l’11 dicembre 1997.

    Articolo 3
    1. Al fine di ottemperare all’impegno adottato dalla Sesta Conferenza delle Parti della
    Convenzione sui cambiamenti climatici, svoltasi a Bonn nel luglio 2001, in materia di
    aiuti ai Paesi in via di sviluppo, come stabilito dalle decisioni FCCC/CP/2001/L14 e
    FCCC/CP/2001/L15, é autorizzata la spesa annua di 68 milioni di euro, a decorrere
    dall’anno 2003

  3. Guidoon Mag 1st 2016 at 11:45

    Un pregio dell’incontro e dei conseguenti accordi di Parigi è che hanno fatto parlare dei problemi reali e conoscere al grosso pubblico qualcosa della situazione mondiale. La grave mancanza è quella di aver parlato soltanto dei mutamenti climatici, che sono un effetto, non la causa. Invece i problemi veri sono la mostruosa crescita demografica (80-90 milioni in più ogni anno su una popolazione di oltre sette miliardi di umani) e la crescita economica, che è una malattia della Terra. Non ne hanno parlato, anzi è stato detto che lo sviluppo economico non si tocca. Inoltre: fissare un limite, già tardivo, all’aumento di temperatura invece che all’emissione di gas-serra che lo provoca è una presa in giro. Per ottenere qualche risultato occorrerebbe cessare immediatamente l’estrazione e il consumo dei combustibili fossili (carbone, petrolio e metano) e porre fortissime limitazioni al trasporto di merci e al traffico in generale.
    Il discorso conclusivo doveva iniziare così: L’esperimento dell’umanità denominato civiltà industriale, che ha come scopo primario l’incremento indefinito dei beni materiali, è fallito. Dobbiamo gestire il transitorio per uscirne completamente con il minimo trauma possibile.

  4. Antonioon Mag 2nd 2016 at 05:50

    Direi che posta così la questione è abbastanza chiara.
    Il punto è come fare per far capire l’urgenza di cui parlate a chi ha la possibilità di incidere sulle decisioni strategiche di questo paese.

    Sento dire che fanno Chicco Testa ministro al posto della Guidi
    http://roma.corriere.it/notizie/politica/16_aprile_30/governo-renzi-ha-deciso-chicco-testa-ministro-posto-guidi-8d9342e6-0f00-11e6-9a0b-44a139eda75b.shtml
    ossia l’ideologo della lotta alle rinnovabili e sul clima direi negazionista o quasi
    (vedi anche le mitiche cretinate della sua compagna http://www.climalteranti.it/2015/11/09/il-record-di-una-giornalista-disinformata)
    Insomma a me sembra che Renzi & Co le conseguenze di cui parlate non vogliono proprio sentirle

  5. Valentinoon Mag 2nd 2016 at 08:31

    Mentre altri Paesi corrono spediti:

    In India al 31 marzo 2016 la potenza cumulata degli impianti fotovoltaici installati e connessi alla rete nel paese ha raggiunto i 6,76 gigawatt. Il nuovo installato per l’anno fiscale 2015-16, che è iniziato lo scorso 1 aprile, è stato di oltre 3 gigawatt. Per l’attuale anno fiscale il MNRE aveva fissato un obiettivo di 1,4 gigawatt.
    Con il programma nazionale Jawaharlal Nehru National Solar Mission (JNNSM) l’India punta a raggiungere entro il 2022 una potenza cumulata di 100 gigawatt per quel che riguarda gli impianti fotovoltaici connessi alla rete.

  6. Valentinoon Mag 2nd 2016 at 08:39

    Il costo dell’energia fotovoltaica grazie all’economie di scala in India è sceso moltissimo:
    http://pib.nic.in/newsite/PrintRelease.aspx?relid=137919

    Siamo a 4,34 rupie per kWh, corrispondente al cambio odierno a 5,68 centesimi di euro per kW. In Italia le famiglie lo pagano circa 20 centesimi…

  7. marcogon Mag 2nd 2016 at 11:09

    L’articolo mostra in modo chiaro, direi scientifico, i termini della questione e prefigura tempi molto difficili. Ciò che risulta meno chiaro sarà la volontà delle attuali generazioni di ragionare in termini di investimento sul futuro, considerato che siamo mortali. Il dramma è tutto qui: con la questione ambientale perde anche progressivamente il senso della nostra esistenza e l’unica vera gratificazione resta quella del consumo “hic et nunc”. Difficile pensare che si voglia rinunciare anche a quello. C’è un che di poco chiaro in tutto questo. Quali mistificazioni/strumentalizzazioni economiche e politiche in atto e un mix di passioni-emozioni-ideali tutt’altro che consapevoli.

  8. albertoon Mag 2nd 2016 at 12:22

    La forza del cherry-picking, pure se involontario, è davvero notevole.
    Purtroppo per il mondo l’ India probabilmente aumenterà le sue emissioni nei prossimi decenni , incrementando in termini assoluti la produzione di en. elettrica da centrali a carbone, come fatto finora. E questo nonostante un prevedibile boom delle fonti rinnovabili.
    D’ accordo andare alla ricerca di potenziali “buone notizie”, ma evitando di crearsele chiudendo un’ occhio su quelle che non sono tali.
    http://www.carbonbrief.org/briefing-indias-energy-and-climate-change-challenge

  9. Stefano Ceccarellion Mag 2nd 2016 at 13:07

    Nel frattempo il clima di questo inizio 2016 non fa sperare nulla di buono. Nell’ultimo post del mio blog ho voluto divulgare la problematica delle crescenti anomalie del jet stream polare, sottolineando che anche le basse temperature come quelle riscontrate in Italia nell’ultima decade di aprile possono essere ricondotte al climate change: https://stopfontifossili.wordpress.com/2016/04/30/chi-ha-aperto-lo-sportello-del-freezer/
    Stefano

  10. Paolo C.on Mag 2nd 2016 at 18:42

    E vogliamo parlare anche del vergognoso TTIP?

    http://www.qualenergia.it/articoli/20160502-ttip-leaks-pubblicati-gli-atti-negoziali-un-attacco-ad-ambiente-e-salute

  11. albertoon Mag 3rd 2016 at 15:21

    Sarebbe il caso di evitare di parlare del TTIP a meno che non si sia competenti a livello di trattati commerciali internazionali. Infatti è da più di dieci anni che UE ed USA cercano senza riuscirci di concludere un accordo di libero scambio tra molte difficoltà tra cui le lagnanze dei protezionisti su entrambe le sponde. Al di là che il possibile trattato c’ entra poco o nulla con le emissioni mondiali di ghg in crescita (grazie soprattutto allo sviluppo degli ex paesi sottosviluppati come Cina e India) magari rileggersi le considerazioni di Einaudi su chi ci guadagnava e chi ci rimetteva da un aumento dell’ apertura al libero scambio, al tempo oltre i confini nazionali, potrebbe servire a farsi un’ idea meno emotiva dei fattori in gioco.

  12. Paolo C.on Mag 3rd 2016 at 15:59

    @alberto

    A me pare che già quanto è trapelato sia preoccupante, ma staremo a vedere…

  13. Stefano Ceccarellion Mag 7th 2016 at 08:25

    Segnalo un mio post sulla tragedia di Fort McMurray, epilogo di una impressionante sequenza di anomalie climatiche che ha colpito il Canada occidentale e più in generale l’intera regione artica e sub-artica:

    https://stopfontifossili.wordpress.com/2016/05/06/fiamme-bituminose/

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