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I limiti fisici alla crescita economica

Pubblichiamo la presentazione del libro “Physical limits to economic growth”, appena pubblicato per le edizioni Routledge, curato da Roberto Burlando e Angelo Tartaglia.

E’ recentemente stato pubblicato il libro Physical limits to economic growth, apparso nella collana Routledge Studies in Ecological Economics. L’opera ha tratto occasione dal convegno Science and the Future che si svolse, presso il Politecnico di Torino, nell’ottobre 2013. Il tema è pienamente espresso dal titolo e l’intento è quello, insieme, di presentare lo stato dell’arte su una serie di problematiche rilevanti e di offrire approfondimenti originali su vari aspetti della sostenibilità o insostenibilità del sistema socio-economico globale contemporaneo.

Un impegno, assunto e perseguito nel convegno del 2013 e continuato in questo testo, era ed è quello di intavolare un dibattito scientifico tra ambiti culturali differenti: scienze della natura da un lato e scienze economico-sociali dall’altro. Come è ovvio e ben noto i linguaggi sono diversi ma la pesante oggettività dei fatti impone o imporrebbe uno sforzo congiunto per analizzare con disincanto e senza barriere artificialmente costruite la fenomenologia evolutiva delle società umane nel contesto ambientale del nostro pianeta, e, possibilmente, suggerire modalità razionali e praticabili per gestire trasformazioni la cui rapidità sta ripercuotendosi negativamente e pesantemente, e ancor più rischia di farlo nel futuro, sull’umanità nel suo insieme.

Come già per Science and the Future anche nel caso del libro si è faticato ad intavolare un confronto di merito, al di là della dimensione mediatica, tra posizioni diverse all’interno delle singole discipline; ci si è però quanto meno sforzati di mettere insieme scienze umane e scienze naturali, anche se all’interno di una impostazione comune. In questo senso l’opera non è “neutra”, come sta scritto nell’Introduzione, o “bipartisan” come a volte si vorrebbe anche su questioni sulle quali si registrano maggioranze assai qualificate, ma il modo dell’esposizione cerca di presentare fatti ed interpretazioni in una forma che consenta a chiunque lo desideri di effettuare una lettura critica al di fuori dei rituali e delle forme spesso usati in questo campo nei canali di comunicazione che vanno per la maggiore.

In concreto il testo si articola in sei capitoli, suddivisi in due gruppi di tre. Il primo gruppo è quello delle scienze naturali o “esatte”; il secondo è quello delle scienze socioeconomiche.

Gli autori sono molteplici, inclusi, in doppia veste, anche i due curatori del volume. L’introduzione, dei curatori, evidenzia il comune piano metodologico dei contributi, presentando fin dall’inizio alcuni criteri ritenuti necessari per potersi muovere nelle discussioni attuali distinguendo tra ciò che merita di essere considerato e discusso tra sostenitori di visioni diverse e ciò che è pura disinformazione, priva di basi scientifiche (quel che è poi stato definito come le “fake news” sul piano scientifico).

L’argomento che si trova per primo, affrontato da Ugo Bardi, è quello del limite rappresentato dalle risorse finite disponibili sulla terra. Una analisi focalizzata prevalentemente sulle risorse inorganiche reperibili nella crosta terrestre mostra la possibilità di una gestione, se non proprio circolare, quanto meno tendente alla chiusura dei cicli produzione-consumo su tempi molto lunghi. L’approccio è quello di trattare lo sviluppo economico complessivo come un processo metabolico di un organismo composto da più sottoinsiemi mutuamente interagenti e inglobati gli uni negli altri a partire dall’ecosfera complessiva, passando per la biosfera e giungendo alla tecnosfera – che è quella costituita dall’insieme delle strutture industriali costruite dall’umanità negli ultimi secoli. Ogni ambito ha le sue specificità ma, analizzato in termini termodinamici, tutti debbono convivere con gli stessi vincoli e sottostanno a dinamiche simili.

Il secondo capitolo, scritto da Stefano Caserini, riguarda il mutamento climatico globale. La situazione presente e gli scenari futuribili vengono accuratamente passati in rassegna, ribadendo le argomentazioni scientifiche che nullificano le residue posizioni negazioniste, anche nelle forme insidiose ed ambigue in cui tendono ora a presentarsi, messa da parte la baldanzosa arroganza di qualche anno fa. Caserini evidenzia anche quelli che sono i vincoli concreti cui il mondo dovrebbe attenersi per poter sperare di conseguire l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura superficiale media del pianeta “ben al di sotto dei 2 °C” come sta scritto nell’accordo di Parigi. In particolare si pone in evidenza come percentuali variabili tra il 30% e l’80% (a seconda della fonte) delle risorse energetiche fossili dovrebbero restare sotto terra. Non si può che rilevare la contraddizione tra questa esigenza e la politica materialmente perseguita in Italia e in altri paesi, di continua ricerca di nuovi giacimenti da sfruttare e la sottoscrizione di contratti di acquisto a futura memoria di gas metano e di petrolio. Le risorse investite in queste ricerche e nello sfruttamento di nuovi giacimenti dovrebbero piuttosto essere indirizzate al settore delle fonti rinnovabili e della riduzione dei consumi di energia, eliminando gli sprechi e accrescendo l’efficienza degli apparati energivori e dei sistemi produttivi.

L’argomento del terzo capitolo (Angelo Tartaglia) è quello dei limiti di un sistema a complessità crescente. Un sistema a complessità crescente è certamente il sistema economico globalizzato. Come sappiamo, il paradigma (e il dogma) dell’economia main stream è quello della crescita. Mentre l’aspetto della impossibilità di una crescita materiale indefinita in un qualunque contesto finito è quello più dibattuto e su cui si pone l’accento nei primi due capitoli, qui si analizza un problema che di solito resta implicito. In sintesi si fa vedere che in un sistema di relazioni in cui i nodi crescono di numero la complessità cresce più in fretta dei nodi. Nel caso dell’economia i “nodi” possono essere operatori economici, attività produttive, servizi e così via; mentre la complessità è misurata dalle interconnessioni tra tutti questi soggetti, lungo le quali viaggiano informazioni, materiali, merci etc. In sintesi si vede che, se al crescere dei nodi cresce la ricchezza lorda prodotta, al crescere della complessità cresce il costo del mantenimento del sistema sotto controllo e in sicurezza. Questa seconda crescita è però più veloce della prima: in pratica “l’utile” ricavato da questo modo di funzionare della macchina mondo si assottiglia progressivamente e il tutto finisce per diventare insicuro e ingovernabile.

I primi tre capitoli esauriscono i temi legati alla dimensione naturale e oggettiva. Si viene quindi alla seconda parte: quella delle scienze umane. Il capitolo quattro (Joseph Tainter e un gruppo di suoi collaboratori) espone una accurata e approfondita critica dell’”ottimismo tecnologico” che è stato la bandiera dell’evoluzione dell’economia mondiale, a partire dai paesi più avanzati, dopo la fine della seconda guerra mondiale. Si mostra con chiara evidenza che non vi sono vie d’uscita tecnologiche che possano globalmente neutralizzare l’impoverimento delle risorse materiali. Un meccanismo che ha funzionato fino ad oggi viene progressivamente smontato dall’ineludibile declino della produttività dell’innovazione. In altri termini (e questo richiama in qualche modo il capitolo tre) gli investimenti necessari per perseguire e conseguire un ulteriore progresso tecnologico, a parità di rilevanza del risultato, crescono sempre più. E’ una versione più specifica della legge del “diminishing return” che l’economia classica già conosce.

Nel quinto capitolo Ian e Julia Schindler analizzano in termini formali le strategie possibili per un percorso verso la sostenibilità del sistema mondo in presenza di vincoli energetici. La discussione è impostata a partire da un esame dei cicli economici storicamente dati e da una riconsiderazione di quanto accaduto formulata usando parametri energetici. Numerosi concetti tipici della scienza economica vengono messi in campo esprimendoli però in termini di fabbisogni di energia. Dalle valutazioni esposte emerge un giudizio positivo sul movimento delle transition towns e sulla proposta della permaculture.

Il capitolo finale della seconda parte (Roberto Burlando) prende in esame la questione del negazionismo, in particolare nei confronti del cambiamento climatico, e muovendo dalle analisi generali (Oreskes & Conway, Washington & Cook) sul tema, considera lo specifico della teoria economica e degli economisti. Da un lato evidenzia l’evoluzione dell’ economia mondiale negli ultimi decenni (quelli del neo-liberismo o fondamentalismo di mercato) con la crescita delle rendite e della concentrazione di reddito e ricchezza nelle mani di una percentuale sempre più ristretta della popolazione (popolarizzata come la “dittatura dell’1%”), che usa qualunque mezzo (dalla legislazione che favorisce la concentrazione di potere di mercato ai paradisi  fiscali) a tutela dei propri interessi e per contrastare qualunque cosa (tutela dell’ambiente o delle popolazioni) possa contenerne l’espansione. Dall’altro presenta un’accurata analisi critica del pensiero economico main stream (in articolare delle teorizzazioni dell’equilibrio economico generale) e dei suoi assunti, sottolineandone sia la distanza dalla realtà economica in cui viviamo sia il carattere spesso dogmatico e l’inadeguatezza degli assiomi su cui si fonda, quali l’individualismo metodologico ed etico, e il carattere sostanzialmente riduttivista. Questi tratti risultano sostanzialmente inadeguati ad interpretare l’evoluzione dell’economia mondiale contemporanea e ancor più a proporre soluzioni ai problemi emergenti.

La conclusione generale del libro, ricapitolando l’insieme dei contributi, mette insieme il necessario realismo riguardo ai fatti e sostiene l’esigenza di un vero e proprio cambio di paradigma, che solo può essere la premessa di un cammino che riporti il nostro stile di vita nel solco della sostenibilità. Da un lato i mutamenti globali che una impostazione, in parte inconsapevole, delle relazioni del dare ed avere ha messo in moto continueranno per inerzia per un tempo lungo anche decenni. Dall’altro le vie di uscita nel dettaglio dovranno e potranno essere costruite sul campo senza aspettarsi ricette miracolose fin da subito. Il presupposto indispensabile è, comunque, quello di passare da un approccio competitivo, basato su un radicale pessimismo riguardo alla natura umana, ineludibilmente egoista, ad uno collaborativo a partire da consapevolezza e razionalità. Il problema non è solo quello di convincere intellettuali ed esperti a liberarsi da dogmi ed assiomi irrazionali, ma quello di promuovere e costruire una capillare e razionale consapevolezza generalizzata riguardo a ciò che sta accadendo e alla necessità di unire le risorse umane per riprendere le redini di uno sviluppo a vantaggio di tutti e che non coincide con una impossibile crescita della produzione materiale.

 

Testo di Roberto Burlando e Angelo Tartaglia

 

Nota: il libro è in inglese, la versione cartacea è molto costosa, la versione ebook più abbordabile.

14 responses so far

14 Responses to “I limiti fisici alla crescita economica”

  1. marcogon Mar 6th 2018 at 09:33

    Libro molto interessante, anche se, obiettivamente, molto costoso e, per ora, solo in inglese.

    Vengono esperiti molti aspetti legati alla sostenibilità ma manca, a mio avviso, un fondamentale capitolo che approfondisca gli aspetti psicologici della questione e non ci aiuteranno molto neppure gli approcci filosofici.

    Per fare qualche esempio, temi come la preoccupazione per le future generazioni (sono fuori o dentro di noi?), un’identità fondata sul consumismo, la dialettica virtuosa tra elettori e rappresentanti politici (pensiamo seriamente che a Trump interessino i cambiamenti climatici e le future generazioni? E a tutti i veri decisori?), il tema dei fondamenti della responsabilità sociale (perché alcuni si, altri no?), i processi di motivazione sui comportamenti orientati alla sostenibilità, ecc. sono tutti temi prevalentemente psicologici, anche se, a dire il vero, molto spesso chi ha competenze psicologiche manca di capacità di analisi filosofica, nelle sue diverse e complesse articolazioni.

    In sintesi: non si può prescindere dalle analisi degli scienziati, ma il contributo delle scienze umane va decisamente aperto a chi può essere in grado di comprendere e orientare su orizzonti di senso.

  2. alsarago58on Mar 6th 2018 at 13:46

    Al momento, però, quanto a trovare un possibile compromesso fra sostenibilità e benessere dei cittadini , tutti i paesi del mondo sembrano esserne molto lontani: quelli dove le popolazione stanno meglio, hanno stili di vita assolutamente insostenibili, quelli poveri sarebbero certo più sostenibili, ma solo a prezzo di grave miseria e ingiustizia sociale.
    Il compromesso migliore, al momento, sembra il Vietnam…lo sostiene una ricerca apparsa su Nature Sustainability

    Nessun paese è sostenibile: che il benessere sia insostenibile di per sè?
    Forse è la grande menzogna dei nostri tempi: che si possa creare una economia che crei benessere per tutti, almeno a un livello che oggi considereremmo minimo, e al tempo stesso proteggere l’ambiente . Forse il benessere, su questo pianeta, è automaticamente correlato all’insostenibilità ambientale. Lo afferma un rapporto redatto da Daniel O’Neill della University of Leeds, ei suoi colelghi. I ricercatori hanno messo su un grafico 151 nazioni della Terra, calcolando da un lato quanti dei 9 ecosistemi basilari terrestri (biodiversità, ciclo del fosforo, ciclo dell’azoto, equilibrio climatico, ecc) contribuissero a destabilizzare, usando troppa energia e risorse e producendo troppi rifiuti, sull’altro asse del grafico hanno messo quanto le nazioni soddisfacessero 11 parametri di base per il benessere dei cittadini (salute, eguaglianza, reddito sufficiente, educazione, ecc). Il paese ideale, perfettamente sostenibile e con un benessere diffuso, avrebbe 0 sul primo asse e 11 sul secondo. Ebbene: nessun paese al mondo si avvicina neanche a quel risultato, i ricchi hanno alti livelli di benessere, ma anche alti livelli di insostenibilità, viceversa i più poveri non distruggono l’ambiente, ma lasciano i loro cittadini in condizioni intollerabili. Il paese che si avvicina di più all’ideale al momento sarebbe il Vietnam, che soddisfa 6 condizioni di benessere, superando solo un limite ambientale. Ma ben pochi aspirano oggi a vivere come il vietnamita medio…
    Journal reference: Nature Sustainability, DOI: 10.1038/s41898-018-0021-4

  3. homoereticuson Mar 6th 2018 at 14:49

    Interessante e condivisibile, grazie
    In sintesi: ci siamo infilati in una trappola probabilmente senza uscita.

    Mi resta una domanda, forse ingenua, ma grazie in anticipo se gentilmente uno degli autori del post mi volesse rispondere:
    qual è il peso delle posizioni (eretiche) come le vostre nel mondo degli economisti, tra i teorici della Santa Crescita Eterna? Sono idee che girano da decenni (almeno, credo dai tempi della pubblicazione di limiti della crescita) ma la sensazione, da profano, è che a distanza di quasi 50 anni siano condivise sempre e solo entro una piccola nicchia di studiosi, additati magari come romantici sognatori, un po’ naif, una nicchia che non fa scuola fuori dal solito giro di quelli che contano, e mai presi davvero sul serio. Mi sbaglio?

  4. Angelo Tartagliaon Mar 6th 2018 at 17:24

    Ringrazio per i commenti fin qui pervenuti e provo a fare qualche considerazione. Comincio dall’importanza degli aspetti culturali e psicologici anche individuali. Non c’è dubbio che siano fondamentali se si vuole cominciare per lo meno a cambiare rotta. Oltre ai guru e ai grandi portatori di interessi dell’establishment economico globale anche i semplici cittadini in veste di consumatori hanno un peso non secondario e se non sono loro a cambiare il loro modo di pensare non si va da nessuna parte. Nel testo, in sede di conclusioni, accenniamo alla necessità di un cambio di paradigma per passare dalla centralità della competizione a quella della collaborazione: se non è la gente comune a convincersi che questa strada è più conveniente e bisogna perseguirla, non saranno né la tecnologia né le burocrazie a cambiare le cose.
    Circa la domanda se benessere per tutti e sostenibilità siano compatibili non ho certezze. Chiaramente dipende dalla scala di valori di riferimento. Non ho mai provato a fare calcoli e simulazioni ma ho la sensazione che in termini materiali ce la si possa fare, cambiando però paradigma, come detto sopra. Certo alcuni stili di vita più di altri necessitano di essere abbandonati e una parte, minoritaria, dell’umanità deve progressivamente accettare una riduzione dell’affluenza materiale cui si è abituata. L’alternativa sono guai per tutti.
    Queste idee in un passato recente erano decisamente più minoritarie di oggi. Dopo tutto, sia pur di facciata, chi è responsabile del governo delle nazioni ha cominciato a prenderne atto anziché semplicemente negarle e respingerle come in passato. Anche la consapevolezza del grande pubblico è aumentata, sia pur in forma di rassegnata preoccupazione e senza stabilire i giusti collegamenti tra il proprio personale stile di vita e quello che succede. Il guaio è che l’inerzia del sistema è enorme e che i tempi fisici dei cambiamenti non li controlliamo noi.

  5. alsarago58on Mar 7th 2018 at 10:59

    Io certe volte ho l’impressione che i sistemi omeostatici del pianeta siano così delicati e non “tarati” per una specie così abbondante ed esigente come la nostra, che non ci sia in realtà modo di far convivere umani “benestanti”, con un pianeta in salute.
    Del resto le modifiche antropogeniche massive agli ecosistemi terrestri, gli umani le hanno iniziate 10000 anni fa, con l’agricoltura, non certo adesso. E forse anche una civiltà puramente agricola, che continui a espandere popolazione e coltivazione, in qualche decina di migliaia di anni, riuscirebbe a mandare a gambe all’aria la biosfera.
    Una industriale, certo, ci mette molto meno.
    In altre parole, noi diamo per scontato, istintivamente, che ci sia un modo di convivenza fra noi e il resto del pianeta vivente, un compromesso raggiungibile fra benessere e sostenibilità: ma questo non è affatto detto, se non altro perchè gli ecosistemi terrestri si sono creati e assestati in nostra assenza, e finora non hanno mai dovuto adattarsi a una specie come la nostra.
    Senza parlare, grottescamente e per autoflagellarci dell’umanità come”cancro o virus del pianeta”, si può anche immaginare che la reazione della biosfera alla nostra azione corrosiva, sia un suo continuo semplificarsi, perdendo specie e aprendo cicli prima chiusi, fino al raggiungimento di una soglia sotto al quale i sistemi di omeostasi planetaria collassano, finendo per eliminare tutte le specie viventi al di sopra di una certa taglia e complessità, per poi ricominciare a ripopolare il pianeta con chi è sopravvissuto.
    Si è visto almeno 5 o 6 volte nella storia della vita sulla Terra.
    Per esempio, è appena uscita questa ricerca,
    Nature Communications, 2018; 9 (1) DOI: 10.1038/s41467-017-02412-4
    che mostra come anche la relativamente limitata deforestazione tropicale attuale, è già sufficiente (per i soli fattori fisici, senza neanche considerare la CO2) a compensare ogni sforzo di riduzione del riscaldamento climatico….piuttosto deprimente, direi.

  6. Marco Giranzanion Mar 7th 2018 at 18:26

    Non sarei così pessimista sui mezzi per conciliare un vivere dignitoso per ogni essere umano e la sostenibilità: ad esempio l’agricoltura non sarebbe un problema visto che negli ultimi 10000 anni l’umanità ha sempre più migliorato le rese limitando l’uso del suolo e dell’acqua, che è messo molto più a rischio dall’allevamento.
    Le cose che poi sono molto più pericolose sono dipendenti non dal genere umano tout court quanto da comportamenti immorali che girano attorno alle armi e alle guerre, lo sfruttamento di uomini e nazioni, e così via; riguardo al cambiamento di questi comportamenti sì un certo pessimismo non è così fuori luogo effettivamente.

  7. alsarago58on Mar 8th 2018 at 13:48

    Giranzani, purtroppo quello che ci piacerebbe fosse, non è detto che sia.

    La stessa agricoltura ha un effetto devastante sulla biodiversità e sul suolo, sostituendo centinaia di specie diverse di vegetali con una sola, e denudando/ arando/bruciando/ irrigando/concimando il suolo, che non è “fatto” per un simile trattamento.
    Se l’agricoltura è primitiva (o “biologica”) ha una produttività bassa, e per alimentare una popolazione crescente, si deve continuamente espandere travolgendo ogni altro ecosistema.
    Se è industriale peggio mi sento, in quel caso richiede sì meno suolo a parità di popolazione nutrita, ma consumando risorse finite come fosfati/fertilità/acqua di falde non ricaricabili, e stravolgendo cicli naturali come quello dell’azoto, che in natura è “parsimonioso” affidato com’è a rari batteri fissatori, ma che noi abbiamo moltiplicato esponenzialmente a colpi di combustibili fossili, iperfertilizzando terre e mari.
    Del fosforo, poi, non c’è neanche un vero e proprio ciclo, se non in milioni di anni, e così, per aumentare la fertilità, abbiamo rimediato smontando intere montagne di fosfati, che sarebbero dovute durare per ere geologiche per lenta erosione, spargendoli subito sui campi e poi buttando tutto a mare. Il che. oltre a distruggere una risorsa non rinnovabile, ha creato vaste zone oceaniche anossiche e morte.
    Si possono fare compromessi fra i due estremi, ma trovare un modo di nutrire 10 mld di persone, senza stravolgere tutto il resto, magari fino a un punto di non ritorno, mi pare una sfida molto difficile.

    E non parliamo poi della pesca…che ha lo stesso effetto che se dovessimo procurarci la carne cacciando… con l’itticoltura che offre poco sollievo visto che alleviamo soprattutto pesci carnivori, che, di nuovo, sarebbe come se allevassimo leoni per mangiarceli.

    Insomma, mi sa che l’unico modo con cui potremmo convivere con l’ecosistema terrestre, sarebbe se ci fabbricassimo il cibo artificialmente, partendo da aria, acqua e altri nutrienti, combinandoli in zuccheri, grassi e proteine, usando energie rinnovabili, e riciclando poi attentamente ogni nostro rifiuto, per recuperare gli elementi rari come il fosforo. Faremmo insomma quello che fanno le piante, ma con più efficienza e senza dipendere dal suolo o dagli oceani.

    L’energia solare (e quella geotermica) sono infatti l’unica cosa di cui abbiamo veramente abbondanza su questo pianeta, tutta la base materiale della vita, è invece molto limitata. In pratica la vita vive su sè stessa, in un delicatissimo continuo riciclo ed equilibrio precario, e meno pasticciamo con questo equilibrio e meglio sarebbe.

  8. Marco Giranzanion Mar 8th 2018 at 16:20

    Ho capito siamo quasi al pessimismo cosmico: l’ingegneria genetica come ogm e affini è in grado di dare una mano a limitare le risorse per sostenere le colture ad esempio; quanto alla soluzione che proponi, la quantità di risorse tranne forse l’acqua non diminuirebbe, il processo di produzione non sarebbe meno industriale di quella odierna, sempre ammesso che si riesca a sintetizzare il nostro cibo.

  9. albertoon Mar 8th 2018 at 18:48

    Da ciò che conosciamo della storia umana a partire dalla nascita delle civiltà fluviali qualche millennio fa uno “sviluppo a vantaggio di tutti ” al di là dell’ ambiguità del termine “sviluppo” che non è di certo un fatto oggettivo e può venire interpretato in maniera assai differente, non si è mai verificato nella realtà.
    Certo ciò non implica logicamente che non potrà avvenire in un futuro più o meno lontano, ma mi pare scontato che l’ effetto sulle attività materiali di 7 miliardi e passa di esseri umani di un tomo come quello qui presentato ben difficilmente riuscirà a non essere irrilevante.
    Riguardo invece al tema della crescita dei consumi di materie prime non rinnovabili la logica in questo caso è ferrea: dato che è impossibile il suo procedere all’ infinito non avverrà se non in un limitato lasso temporale. Quanto questo sia prevedibile mi pare una questione che la scienza galileiana non sia in grado di risolvere anche se alcuni gruppi parascientifici se non proprio pseudoscientifici credono di poter dominare.

  10. Marco Giranzanion Mar 9th 2018 at 12:50

    Mi è venuto in mente, mentre ripensavo alle parole di alsarago e al mio primo commento, che indubbiamente l’agricoltura ha le sue responsabilità nel consumo di suolo e risorse, e nell’inquinamento ambientale, ma molto probabilmente non è la causa principale del problema in questione come non lo è la sovrappopolazione in se stessa; e la soluzione passa necessariamente attraverso una riduzione del livello di benessere di noi occidentali, ma imho riguarda una questione più ampia.
    Infatti il mio pensiero è partito dall’uso dei concimi chimici, prodotti a partire dal petrolio e altri fossili: tra questi concimi ci sono i composti azotati, i quali sono usati anche per produrre il propellente di proiettili e missili, i quali sono l’immagine più eloquente del consumismo usa e getta.
    Molto probabilmente penso che se si riuscisse a eliminare l’industria bellica molte risorse verrebbero risparmiate e riutilizzate in ambito civile mentre si ridurrebbe il consumo dei fossli; di per sé il problema dunque non è tanto l’esistenza di noi umani ma di una civiltà, per così dire, bellica come la nostra, mentre l’impatto di agricoltura e allevamento sono probabilmente l’ambito meno complicato da risolvere.

  11. alsarago58on Mar 9th 2018 at 14:03

    Per quanto sia certo odiosa, l’industria bellica credo proprio usi una frazione minuscola dei nitrati prodotti dal metano (considerando anche che gli esplosivi servono anche alle attività minerarie ed edili).

    Qui un articolo sui nove “confini” ambientali da non superare per non rischiare un disastro. Come si vede distruzione di biosfera ed alterazione dei cicli di azoto e fosforo sono quelli in cui ci siamo spinti troppo oltre, fino a alla zona di grave pericolo, molto di più in là del cambiamento climatico o dell’uso di acqua dolce.
    Entrambi sono strettamente legati all’agricoltura, come lo è il terzo più avanzato, quello del cambio di uso del suolo (leggi, essenzialmente, deforestazione).
    http://www.stockholmresilience.org/research/planetary-boundaries/planetary-boundaries/about-the-research/the-nine-planetary-boundaries.html

    Io posso essere certo troppo pessimista (ma in prospettiva, nel senso che i guai grossi li vedranno i miei pronipoti), però faccio notare come Edward O. Wilson, uno dei più grandi biologi viventi, uno che studia la natura da 60 anni, di fronte al disastro in corso sotto i suoi occhi ha concluso che per andare avanti l’umanità dovrebbe lasciare completamente alla natura almeno il 50% della superficie di tutti gli ecosistemi, usando intensamente solo l’altra metà.
    Vaste programme, direbbe de Gaulle, visto che oggi è protetta (per lo più solo sulla carta e sopratutto negli ecosistemi meno produttivi e remoti) il 10% della superficie planetaria

    https://eowilsonfoundation.org/e-o-wilson-on-saving-half-the-earth/

  12. Marco Giranzanion Mar 9th 2018 at 15:05

    Ti ringrazio alsarago per i link perché indubbiamente approfondire argomenti che non conosco bene è un’ottima cosa: poi se di agricoltura e del suo impatto ambientale non sono così ferrato, dell’industria bellica è la prima volta che mi sono posto il problema in ottica ambientale, e sinceramente non saprei nemmeno dove cercare informazioni anche riguardo i nitrati come materia prima per gli esplosivi etc.
    Per il pessimismo chiedo venia se sono stato “caustico”, perché in effetti i danni peggiori si avranno per le non troppo future generazioni e che la situazione non sia certo così buona è vero.

  13. magoon Mar 11th 2018 at 09:36

    mi sembra chiaro che la creazione di denaro per far girare l’economia non sia limitata. I limiti possono venire solo dall’eccessivo sfruttamento delle risorse di questo pianeta, indotto appunto da questa creazione di denaro. Quindi fintanto che non si raggiungeranno, il BAU proseguirà indisturbato. Se faranno qualcosa, come VE, rinnovabili, sarà solamente per prolungare il BAU.

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