
Il cambiamento climatico non è solo una crisi ambientale. È, prima di tutto, una crisi cognitiva. È da questa tesi, tanto semplice quanto scomoda, che prende le mosse Scongeliamo i cervelli, non i ghiacciai (Solferino, 2025) del filosofo della scienza Matteo Motterlini, uno dei libri più stimolanti e originali usciti recentemente sul tema.
A differenza di molti testi che si concentrano sulle soluzioni tecnologiche o sugli aspetti scientifici del riscaldamento globale, Motterlini sposta il fuoco su un punto spesso rimosso: le barriere psicologiche e culturali che ci impediscono di agire. Il problema non è solo cosa sappiamo, ma come pensiamo.
La consapevolezza scientifica sul cambiamento climatico è ormai ampia e consolidata. Eppure, la risposta collettiva resta lenta, frammentata, insufficiente. Perché? Il tema, già affrontato da altri autori e in precedenti post di Climalteranti, risulta particolarmente chiaro in questo libro: il nostro cervello è progettato per reagire a minacce immediate — un predatore, un pericolo visibile — non a rischi lenti, cumulativi e distribuiti nel tempo, come quelli climatici. Vediamo bene il presente, ma il futuro ci resta sfocato.
Qui emerge uno dei paradossi centrali del nostro tempo: viviamo sempre più a lungo, ma pensiamo sempre più a breve. Preferiamo ricompense immediate, anche se minori, a benefici più grandi ma distanti. È la logica dell’“uovo oggi”, amplificata da un’economia della dopamina che prospera su gratificazioni rapide, continue, istantanee. Social media, consumismo e attenzione frammentata rafforzano questa inclinazione, mentre la crisi climatica richiede l’esatto opposto: visione, pianificazione, capacità di superare il presente per partecipare al futuro.
Motterlini legge questa incoerenza temporale alla luce delle neuroscienze: la tensione tra il sistema limbico, emotivo e reattivo, e la corteccia prefrontale, sede della pianificazione e del pensiero strategico. Affrontare il cambiamento climatico significa, in fondo, investire nella nostra capacità di pensare nel lungo periodo. Disinnescare le trappole mentali che ci illudono di avere ancora tempo o ci spingono verso un fatalismo rassegnato.
Un altro aspetto cruciale esplorato nel libro è la dissonanza cognitiva: quando le nostre convinzioni e abitudini si scontrano con la realtà del cambiamento climatico, spesso preferiamo modificare la narrazione per ridurre il disagio psicologico, piuttosto che affrontare direttamente la crisi. Questo fenomeno è una delle basi del negazionismo climatico, che non è solo una posizione politica o ideologica, ma una forma di difesa psicologica che ci permette di ignorare la gravità della situazione.
A questa fragilità cognitiva si somma però qualcosa di più strutturato: un negazionismo organizzato. Motterlini dedica ampio spazio ai cosiddetti “ciarlatani del clima”, mostrando come dietro alla negazione o alla minimizzazione della crisi non ci siano solo ignoranza o dissonanza cognitiva, ma vere e proprie strategie costruite da centri di potere economico e politico. Una strategia che, recentemente, è entrata anche in documenti governativi degli Stati Uniti. Veri e propri mercanti di dubbi che seminano incertezza, polarizzano il dibattito pubblico e ritardano deliberatamente le azioni. Oggi, osserva l’autore, la verità non viene censurata: viene dissolta, sommersa in un mare di narrazioni contraddittorie, fino a diventare indistinguibile dalla menzogna.
Il risultato è una crisi che non è solo climatica, ma anche democratica. Rifiuto dei limiti, dipendenza dai consumi, sfiducia negli esperti, paura del cambiamento: le due crisi si alimentano a vicenda. Senza fiducia nella scienza, nota Motterlini, non è possibile un’azione climatica efficace; senza un terreno comune di fatti condivisi, la democrazia stessa fatica a funzionare. Difendere la scienza, in questo contesto, diventa un atto politico nel senso più profondo. “In un’epoca in cui il negazionismo climatico si presenta come libertà di opinione”, prosegue Motterlini, “riaffermare il valore della scienza è l’atto più radicale per difendere insieme il pianeta e la democrazia: l’unico modo per tenere viva la possibilità di capirsi, ascoltarsi e decidere insieme come cambiare rotta”.
Se il problema è psicologico e culturale, anche la soluzione deve esserlo. Motterlini propone di rafforzare una “cittadinanza funzionale”, fondata su un’educazione civica epistemica: non per formare piccoli scienziati, ma cittadini capaci di riconoscere fonti affidabili, distinguere il consenso scientifico dalle opinioni personali, capire perché vale la pena fidarsi della scienza.
Scongeliamo i cervelli, non i ghiacciai è una lettura accessibile che intreccia psicologia, neuroscienze, economia e responsabilità sociale, e ci costringe a una domanda scomoda: siamo davvero attrezzati mentalmente per il futuro climatico che stiamo creando?
La risposta, suggerisce Motterlini, ce l’abbiamo letteralmente in testa. Nel nostro lobo frontale, nella capacità di immaginare il futuro, valutare alternative, rinunciare a un piacere immediato per un beneficio più grande. Sta a noi decidere se usarla.
Testo di Giacomo Grassi