Tra lo spettro delle notti equatoriali, i primi 40 centimetri di suolo a corto d’acqua e l’impronta strutturale dell’attribuzione rapida, l’imminente canicola di agosto impone di guardare oltre i sensazionalismi dei picchi termici per analizzare la reale portata fisica e cumulativa dell’evento.

Ci avviciniamo alla prima decade di agosto con lo spettro di una nuova e pesante ondata di calore che si appresta a colpire le regioni dell’Italia settentrionale. Più che concentrarsi sulla caccia al singolo valore estremo e localizzato, l’aspetto meteorologicamente e climatologicamente più rilevante di questo evento è la sua natura cumulativa: la nuova avvezione calda si sommerà infatti a un periodo precedente con temperature già fortemente sopra la media del periodo, amplificandone gli impatti fisici, biologici e sanitari.
Ci sono tutti i presupposti per guardare ai primi giorni di agosto con massima attenzione e con un livello di pre-allarme sanitario, affidandosi però a un’analisi rigorosa e probabilistica, lontana dai sensazionalismi.
L’errore del determinismo e la realtà del multimodello
Da giorni, alcuni siti meteorologici orientati alla ricerca spasmodica del click annunciano massime oltre i 41 °C su specifici punti griglia della Pianura Padana, tra Pavia, Piacenza e il Veneto. Come ha giustamente evidenziato il collega meteorologo Andrea Corigliano (link) in un recente intervento che condivido integralmente, spacciare frazioni di grado su coordinate precise a una settimana o dieci giorni di distanza è una forzatura metodologica.
Se invece interroghiamo correttamente le previsioni di insieme (ensemble di più modelli previsionali) e i confronti fra i diversi modelli , lo scenario reale si delinea in modo diverso: il superamento della soglia dei 40 °C diurni non è al momento lo scenario più probabile, anche se comunque potrebbe verificarsi (Figg. 1, 2). Le figure, infatti, mostrano rispettivamente 30 e 50 simulazioni aggiuntive condotte con lo stesso modello ma con lievi modifiche alle condizioni iniziali. La loro interpretazione è di tipo probabilistico: i valori più probabili sono quelli dove si addensa la maggior parte delle curve, mentre i valori estremi sono quelli meno probabili. Quando la forchetta tra le curve si estende oltre i 5-7 °C, significa che il modello sta perdendo di vista l’evoluzione meteorologica, e quindi la prevedibilità dell’evoluzione meteorologica diventa molto bassa. Analizzando le due figure, si vede come i valori estremi previsti a Milano superano i 40 °C solo secondo il modello GFS.

Fig. 1 – Previsione d’insieme del modello americano GFS per le temperature a 2 m sopra la città di Milano nei successivi 15 giorni (da wetterzentrale.de, si aggiorna ogni giorno). In questa figura OPER indica la corsa deterministica del modello operativo ad alta risoluzione, CONTROL la corsa analoga del modello a media risoluzione, P01-30 le “corse” con le alterazioni delle condizioni iniziali, e AVG la media delle 30 corse precedenti.

Fig. 2 – Previsione d’insieme del modello europeo IFS di ECMWF per le temperature a 2 m sopra la città di Milano nei successivi 15 giorni (da wetterzentrale.de, si aggiorna ogni giorno). In questa figura OPER indica la corsa deterministica del modello operativo ad alta risoluzione, CONTROL la corsa analoga del modello a media risoluzione, P01-50 le corse con le alterazioni delle condizioni iniziali, e AVG la media delle 50 corse precedenti.
Notiamo comunque che un grosso campanello d’allarme risiede nelle temperature minime: c’è un’altissima probabilità di sforare sistematicamente i 25 °C nelle ore notturne nelle grandi città del nord Italia già nei prossimi giorni (Fig. 3, dove si vede che molti modelli indicano questa possibilità per Milano già da fine luglio).

Fig. 3 – Previsione multimodello per le temperature a 2 m sopra la città di Milano nei successivi 6 giorni (da wetterzentrale.de, si aggiorna ogni giorno). Le corse mostrate in questa immagine si riferiscono tutte alle previsioni deterministiche dei vari modelli nelle rispettive versioni operative ad alta risoluzione.
Parliamo di vere e proprie notti equatoriali. È proprio la persistenza del caldo nell’arco delle 24 ore a impedire al corpo umano e agli ecosistemi di recuperare, configurando un quadro di forte stress bioclimatico. È presto per dire se questa ondata cancellerà i record storici del 2003, del 2017 o del 2022 (a seconda delle zone del Nord Italia interessate) – lo verificheremo solo a posteriori – ma la base di partenza da cui scatta questo nuovo picco è già eccezionale.
Il contesto termico: l’esempio di Torino esteso al Nord Italia
Per capire la portata di ciò che stiamo vivendo, è utile guardare ai dati reali. In un recente post pubblicato sul mio blog (“Oltre la percezione: come i dati riscrivono la storia delle estati a Torino“), ho analizzato l’andamento termico dell’Osservatorio meteorologico dell’Università di Torino (che acquisisce dati dal 1992). Sebbene l’analisi sia focalizzata su Torino, il trend è ampiamente estendibile a gran parte del Nord Italia.
Questi dati dicono che la recente sequenza di giorni consecutivi con temperature massime superiori ai 30 °C si è fermata a 42 giorni. Si tratta della striscia più lunga in assoluto dall’inizio della serie storica di misure nel 1991. Questo significa che la nuova ondata di agosto non colpirà un territorio “fresco”, ma si innesterà su un sistema ambientale e urbano già massicciamente surriscaldato da oltre un mese di calore ininterrotto.
Un dato interessante è la soglia del 90° percentile, ovvero quella soglia che nel passato veniva superata solo nel 10% dei giorni più caldi (ossia all’incirca 9-10 giorni per estate). Considerando il trentennio climatico 1996-2025, tale soglia si attesta a 33,5 °C per le temperature massime. Tuttavia, scomponendo il periodo di osservazione per decenni (il primo e l’ultimo incompleti), si nota come questa soglia è aumentata di ben 2,7 °C tra l’ultimo decennio del secolo scorso e gli anni dal 2021. Inoltre, la soglia più recente del 90° percentile (34,9 °C) è solo di qualche decimo maggiore della soglia più vecchia del 99° percentile (34,5 °C): come dire che ciò che una volta era un picco estremo e occasionale (meno di un giorno per estate), oggi è diventato un evento comune (9-10 giorni per estate) (Fig. 4).

Fig. 4 – Distribuzione delle temperature massime giornaliere nel trimestre estivo per decennio registrate presso l’Osservatorio Meteorologico dell’Università di Torino. Le linee orizzontali spesse indicano, rispettivamente, i valori corrispondenti al 90° (rosso), 95° (blu) e 99° (nero) percentile, mentre il rettangolo bianco individua il secondo e terzo quartile, e la linea orizzontale nera al centro indica il valore medio.
La crisi idrica sotterranea
Accanto all’anomalia termica, preoccupa fortemente la situazione idrica. L’inizio del 2026 era partito sotto buoni auspici, con suoli ben provvisti d’acqua grazie alle precipitazioni invernali (si veda qui, come esempio, la situazione in Piemonte). Tuttavia, la successiva scarsità di neve in quota e il drastico deficit pluviale tra primavera ed estate hanno rapidamente eroso questa riserva.
Oggi ci troviamo in una condizione di siccità agraria che, nei primi 40 centimetri di suolo, mostra dinamiche non troppo dissimili dal drammatico 2022 (Fig. 5). Ricordiamoci che quei 40 cm costituiscono lo strato vitale in cui pescano le radici della maggior parte delle piante che producono il nostro cibo. In quota la situazione non è migliore: sulle Alpi l’acqua comincia a scarseggiare a dispetto dei rovesci isolati, con alpeggi disseccati (vedi qui, qui e qui) e fiumi che viaggiano in pianura con portate ridotte (qui la situazione del Po e qui una panoramica generale sulla situazione italiana).

Fig. 5 – Andamento dell’umidità del suolo a 40 cm di profondità, espressa in m3 di acqua per m3 di suolo, calcolata dal modello WRF con inizializzazione GFS eseguita dal Dipartimento di Fisica dell’Università di Torino.
L’impronta del clima e la firma dell’attribuzione rapida
Non possiamo più limitarci a catalogare queste onde di calore come fluttuazioni casuali della variabilità naturale. La branca più recente della climatologia, la Extreme Event Attribution (attribuzione degli eventi estremi), ha ridefinito il nostro modo di quantificare l’impatto antropico. Gli studi condotti su ondate di calore simili in Europa centro-meridionale (mettere link) dimostrano che eventi di questa intensità e persistenza temporale sarebbero stati statisticamente impossibili — o da ritenersi eventi millenari — nel mondo pre-industriale.
Oggi, l’alterazione termodinamica introdotta dai gas climalteranti agisce su due livelli:
- L’effetto termometrico di fondo: L’aumento della temperatura media globale (che ha ormai praticamente quasi raggiunto gli 1.5 °C rispetto all’era pre-industriale, con picchi ben superiori nell’area mediterranea) sposta l’intera curva di distribuzione verso l’alto, rendendo “normali” le vecchie anomalie ed eccezionali i nuovi picchi.
- La modifica della dinamica atmosferica: Il riscaldamento accelerato dell’Artico riduce il gradiente termico tra polo ed equatore. Questo rallenta la corrente a getto (jet stream), favorendo la formazione di situazioni di blocco atmosferico. Le alte pressioni subtropicali continentali (il famigerato anticiclone africano) tendono così a stazionare per settimane sulle medesime longitudini, pompando calore in modo continuo e innescando un feedback suolo-atmosfera: il terreno secco, non potendo più evaporare acqua, scarica tutta l’energia solare in calore sensibile, surriscaldando ulteriormente l’aria.
Siamo davanti a una quasi certezza fisica: senza l’accumulo di gas serra derivante dalla combustione di carbone, petrolio e gas, questa sequenza cumulativa non avrebbe la forza strutturale che stiamo osservando.
Conclusione: l’inevitabilità e l’urgenza di mitigazione a adattamento
Continuare a descrivere gli impatti senza tracciare la rotta per risolverli è un esercizio di pura contabilità del danno. Oltre a capire sempre meglio come si evolvono nel concreto gli impatti attesi della crisi climatica, come le ondate di calore, è necessario porre in essere misure rapide e incisive per ridurre le emissioni di gas serra e potenziare gli assorbimenti, misure come noto chiamate di “mitigazione”
La soluzione non risiede in timidi e graduali aggiustamenti, ma in una trasformazione radicale dei nostri sistemi di produzione e consumo, in particolare quelli legati all’energia fossile. Come scritto nel Synthesis report del sesto Rapporto IPCC, “tutti gli scenari modellati a livello globale che limitano il riscaldamento a 1,5°C (con probabilità >50%, senza superamento o con superamento limitato), così come quelli che lo contengono a 2°C (>67%), comportano riduzioni rapide e profonde, nella maggior parte dei casi immediate, delle emissioni di gas serra in tutti i settori entro questo decennio”.
Tuttavia, anche nello scenario di decarbonizzazione più accelerato, l’inerzia del sistema climatico ci impone di fare i conti con gli impatti già innescati. È qui che entra in gioco l’adattamento, componente strategica parallela alla mitigazione. Anche qui servono azioni decise, basate su investimenti economici e nel personale dedicato.
La transizione energetica non è una tassa sul presente, è la nostra unica assicurazione sul futuro.
Testo di Claudio Cassardo