Rilanciamo l’editoriale di Nicola Armaroli pubblicato su Saperescienza.it, edizione online della rivista Sapere, sulla gravità del silenzio mediatico sulla causa sottostante alle ondate di calore anomale che stanno colpendo il nostro paese e l’Europa

C’è un rumore assordante che accompagna il collasso climatico che sta travolgendo miliardi di persone. Si chiama “silenzio”. Ma non è il silenzio della natura, che parla con chiarezza brutale: settimane di temperature spaventose, ricorrenti alluvioni “mai viste”, siccità, incendi, mari infuocati, ghiacciai disintegrati, città invivibili, migliaia di morti. No, il silenzio – ebete – è quello di una parte crescente del sistema mediatico e politico, che osserva la casa in fiamme e commenta sull’arredamento.È un paradosso da manuale di psichiatria collettiva: ne scriveremo tanto, in futuro. Più la crisi climatica avanza, meno viene chiamata per nome. La cronaca mostra disastri, il meteorologo descrive anomalie, l’inviato raccoglie fuoco, fango, lacrime. Poi ci si ferma lì. Mancano movente e contesto. Mancano due parole proibite: riscaldamento globale.
Quando un ponte crolla, nessuno si limita a dire che il traffico è stato deviato. Si cercano cause, responsabilità, manutenzioni mancate. Quando invece un territorio finisce sott’acqua o un raccolto è perso, prevale il racconto dell’eccezione, della fatalità, della “bomba d’acqua”, espressione buona per i titoli e pessima per capire. L’evento estremo quotidiano è sterilizzato a fatto isolato. Ma il clima non è una maledizione del destino. È un sistema fisico alterato da colossali consumi di carbone, petrolio e gas. Mezzo trilione di tonnellate di carbonio intrappolato per milioni di anni nelle viscere della Terra e mollato in atmosfera in 150 anni: un battito di ciglia per il pianeta.
Mentre facciamo finta di nulla, i numeri non mostrano pietà. Gli ultimi anni sono stati i più caldi mai misurati; la soglia di 1,5 °C non è più un orizzonte remoto sulla mappa, ma una linea già oltrepassata. Eppure, mentre l’evidenza è diventata faticosa esperienza per tutti, l’attenzione pubblica arretra. La copertura mediatica globale sui cambiamenti climatici diminuisce, anno dopo anno. Il termometro sale, la discussione e la comprensione scendono.
Questa non è prudenza giornalistica, né riguardo per un’opinione pubblica sfiancata dalle emergenze. È omertà climatica. Perché è omertà non collegare i puntini per non disturbare inserzionisti, editori, azionisti, politici, elettori. È omertà invitare il negazionista di turno “per equilibrio”, come se, discutendo di terremoti, la sismologia e il parere di chi nega la tettonica delle placche meritassero lo stesso spazio. È omertà qualificare ogni misura di decarbonizzazione in “ideologia green” e ogni scelta fossile in “realismo”. È omertà parlare dei costi della transizione energetica senza nominare quelli, enormi, della non transizione. È omertà non dire che il cambiamento climatico ha un impatto devastante sul sistema idrologico e alimentare. Acqua e cibo, per capirci.
Poi ci sono i social, dove la canea è diventata metodo. Lì la crisi climatica non si discute: si deride. Ogni nevicata invernale diventa confutazione della fisica dell’atmosfera. Ogni pannello solare schiavitù cinese. Ogni pala eolica devastazione del paesaggio. Ogni scienziato, servo di poteri oscuri. È il trionfo dell’incompetenza istantanea: cinque minuti su un video sgangherato bastano per archiviare due secoli di climatologia. In questo mercato dell’assurdo, alcuni politici raccontano che in Italia avremo un clima caraibico, ammiccando a vacanze da sogno a Ostia e Rimini. È più comodo blandire l’ignoranza che governare la realtà.
Eppure, la realtà non negozia. Possiamo smettere di parlarne, ma la CO2 resta in atmosfera per secoli. Possiamo cambiare argomento, ma le infrastrutture costruite per il clima del Novecento non reggono il clima del XXI secolo. Possiamo irridere gli “ambientalisti da salotto”, ma intanto i pronto soccorso, le assicurazioni, gli agricoltori, i sindaci e le famiglie sono travolti.
Rompere l’omertà climatica non significa trasformare ogni telegiornale in un bollettino apocalittico. Significa fare buon giornalismo: spiegare, contestualizzare, distinguere incertezza da ignoranza. Significa ricordare che non esiste neutralità tra il piromane e il vigile del fuoco.
Le soluzioni ci sono, e su Sapere ne parliamo da sempre. La cattiva notizia è che richiedono merci che oggi scarseggiano: chiamare i problemi con il loro nome e assumerci, ognuno, le nostre responsabilità.
Testo di Nicola Armaroli
Il film Don’t look up, spiegò già il fenomeno che sconcerta Armaroli: ci sono enormi interessi economici e politici che preferiscono negare prima, e buttare tutto in caciara poi, quando la negazione diventa impossibile, piuttosto che rinunciare a un voto o a estrarre l’ultimo barile di greggio. Perchè la profezia di quel film si compia, però, manca ancora il “tecno-fix” del Musk di turno, che introduca un qualche brillante rimedio in orbita (sono sicuro che ci stanno già lavorando), facendo da ultima arma di distrazione di massa prima della catastrofe finale.
Mi piace il termine “climafreghismo” che ho visto su uno striscione esposto dall’opposizione oggi in piazza a Roma, speriamo sia la risposta alla domanda fatta da questo post
Non lo so, ma sono anni e anni che continuo a leggere articoli come questo e sono anni e anni che continuo ad osservare una realtà comportamentista umana che continua ad andare da tutt’altra parte. E quindi mi chiedo, a che cosa servono gli articoli come questo, la divulgazione diventata oramai banale e ridondante, analisi di dati e dati aggiornati che non dicono nulla di nuovo. L’articolo dice ancora una volta che le soluzioni ci sono (quali?), ma che semplicemente si ignorano… Mi sembra tutto così inutile… Ma qualcuno crede ancora che questa crisi enorme che ci sta piombando addosso sia risolvibile, a almeno mitigabile con l’iniziativa dal basso sensibile a questo tipo di divulgazione o da parte di qualche staterello più volenteroso degli altri? Il sistema è globale e non è composto soltanto da clima e soluzioni tecniche, ma anche dalla volontà umana e dalle possibilità politiche di implementare soluzioni. Pertanto, giunti a questo punto, mi piacerebbe sentire di qualche esperto che vada anche oltre, e indichi chiaramente qualche tipo di intervento che possa significare una svolta, che ne so, una commissione globale con capacità decisionale, un nuovo ordine mondiale, non lo so… Ma per carità, anche basta con questa ideologia che manchi la conoscenza dal basso. Tutti ormai sanno di queste cose, il problema quindi sta evidentemente da un’altra parte, si provi quindi ad affrontarlo in maniera diversa e più efficace, magari.