Pubblichiamo il testo di Andrea Zanni, uscito su Appunti di Stefano Feltri.
Tutti vogliono le rinnovabili, purché siano invisibili e si facciano altrove. Così la pretesa di una soluzione perfetta diventa un alibi per difendere petrolio e gas.

Sulla carta, nessuno è contro la transizione energetica.
È difficile trovare qualcuno che neghi apertamente il cambiamento climatico, specialmente dopo l’ultima estate: il caldo senza tregua, il mare che risale per chilometri i fiumi in secca, la siccità che rende ogni campo un cretto di Burri, l’aria condizionata che passa da essere un lusso di pochi a essere un diritto di tutti. Necessaria ormai come il riscaldamento d’inverno.
Eppure, ancora oggi e sempre di più, ogni singolo nuovo impianto di energia rinnovabile incontra un comitato, un ricorso, una moratoria.
Il paradosso è solo apparente. Tutti vogliono la transizione, solo non questa. La vogliono sì, ma bella, buona, brava, piccola, economica, e possibilmente altrove.
La possiamo chiamare transizione platonica: perfetta nella teoria, irrealizzabile nella pratica, e proprio per questo comodissima per molti: politici, zelanti soprintendenti, furbi petrolieri. È l’ultima trincea dello status quo, che non ha più bisogno di negare il problema, ma solo di rendere impossibile ogni risposta concreta.
Perché platonica
Per Platone le cose reali sono copie imperfette di idee perfette, che placide vivono nell’iperuranio. La transizione platonica funziona allo stesso modo: una idea di transizione da un’economia fossile a una rinnovabile, ma, nel concreto, senza pale, senza pannelli a terra, senza batterie, senza nuovi elettrodotti, senza costi in bolletta.
Ogni progetto reale è una copia sgraziata e degradata di un’idea perfetta, e quindi viene respinto.
Come l’amore platonico, è una transizione dichiarata, mai consumata. L’ennesimo caso del meglio nemico del bene. Con un dubbio inquietante: che spesso sia una precisa tattica di chi il fossile lo vuole mantenere in vita, e usi le buone intenzioni delle persone come fuoco amico, per rallentare e confondere le acque.
Il buono, il bello, l’economico
La transizione platonica richiede requisiti precisi che, presi uno per uno, sembrano ragionevoli. Presi insieme sono impossibili da soddisfare.

Bella. Niente pale sui crinali, niente pannelli nei campi, niente container per l’accumulo energetico. Eppure tralicci, svincoli, autostrade, capannoni, centrali a gas e cave abbiamo smesso di vederli da decenni.
Il paesaggio italiano è già pieno di infrastrutture energetiche: solo che sono quelle vecchie, e quindi invisibili. Un campo coltivato a mais per fare biocarburante, ettari di erba medica per foraggiare l’allevamento intensivo – fra le industrie più inquinanti che abbiamo, soprattutto in pianura padana – sono percepiti come “naturali”, quindi belli. Il fotovoltaico sull’erba invece è “consumo di suolo”.
Piccola. “Mettetele sui tetti e sui capannoni.” È giusto, e va fatto. Ma semplicemente non basta. L’ordine di grandezza necessario è molto maggiore, perché la transizione non si fa con i metri quadrati, ma con i chilometri. E ignora la complessità del reale: i tetti a volte sono vincolati dalle soprintendenze (in centro città), mentre i capannoni sono spesso di piccole imprese e artigiani.
Chi investe in grandi impianti ha bisogno di terreni propri, o affittati per trent’anni, non può andare sul tetto degli altri.
Economica. Si contano gli incentivi e i costi degli impianti, mai quelli della siccità, delle alluvioni, della grandine grossa come arance, del gas importato a prezzo di guerra – cosa che fa impennare il costo dell’energia tutta, fra l’altro. È la stessa contabilità a una colonna sola che il capitalismo fossile ha sempre praticato.
Di fatto, poi, un impianto rinnovabile si ripaga in pochi anni, soprattutto se all’interno di una Comunità Energetica Rinnovabile. Paradossalmente, sono i veti a rendere incerti i tempi: allungano il ritorno dell’investimento, e così alzano i costi.
Altrove. Sì alle rinnovabili, ma non nella mia valle, non nella mia regione, non davanti alla mia costa. Ogni territorio è d’accordo che si facciano, purché nel territorio accanto. È la classica mentalità “NIMBY”, not in my backyard.
Futura. È il requisito più sofisticato: non serve installare oggi quello che esiste, perché domani arriveranno la fusione, il nucleare di nuova generazione, l’idrogeno. La tecnologia di domani diventa l’alibi per non usare quella di oggi. Non importa che spesso sia fuffa, o “ingegneria dei powerpoint”.
Speculazione

Al momento, la parola spauracchio è “speculazione”. Per fare un esempio fra i tanti, in Sardegna la presidente Alessandra Todde ha giustificato la stretta parlando di un territorio spaventato dalla speculazione energetica.
L’immagine è quella del fondo straniero che arriva, monta i pannelli, devasta un territorio e si porta via i profitti.
Ma il profitto dello sviluppatore è solo una parte del valore che un impianto genera in trent’anni. Il resto rimane: affitti ai proprietari dei terreni, lavoro per installatori e manutentori, imposte sul reddito, IMU ai comuni, e misure compensative che possono arrivare fino al 3 per cento dei proventi. Soprattutto, ogni chilowattora rinnovabile in più abbassa il prezzo dell’energia per tutti.
L’alternativa “bella e buona” è invece l’impianto pubblico: sempre la Sardegna, per esempio, ha previsto un’agenzia regionale dell’energia. Bellissimo, sulla carta. Ma “pubblico” vuol dire soldi pubblici e rischio d’impresa pubblico: se l’impianto rende meno del previsto, se i prezzi crollano, se il cantiere ritarda, pagheranno i contribuenti.
Con il privato succede il contrario: il capitale e il rischio li mette lui, mentre tasse, affitti e compensazioni arrivano comunque al territorio, che non ha investito un euro.
Una forma di populismo

La transizione platonica è una forma di populismo, perché si presenta come difesa del popolo contro un’élite: il contadino contro la multinazionale, il paesaggio contro gli speculatori, la comunità locale contro Bruxelles. Dà risposte semplici(stiche) a domande complesse. Usa argomenti retorici apparentemente inscalfibili: chi può dirsi contro il “preservare la bellezza del paesaggio”?
Ultimamente, chi si mette contro nuovi impianti rinnovabili riceve quasi sempre un sostegno trasversale, che rende alleati mondi che di solito non si parlano nemmeno: destra identitaria, difesa del paesaggio, ambientalismo radicale, centrosinistra morigerato, rendite fossili.
Ognuno con le sue ragioni, tutti nella stessa direzione. In Italia lo si vede bene nelle leggi: nel maggio 2024 il Decreto Agricoltura ha vietato i nuovi impianti fotovoltaici a terra nelle aree classificate agricole, salvo eccezioni per aree già compromesse come cave, zone industriali e fasce autostradali.
È stato presentato come difesa dell’agricoltura, quando le associazioni del settore sostenevano che non esiste un reale conflitto tra fotovoltaico e produzione agricola.
Un gioco impari
Ci sarebbe, credo, un modo semplice per smascherare questa retorica: chiedere al fossile le stesse cose che chiediamo alle rinnovabili.
Quanto suolo occupano raffinerie, depositi, cave, gasdotti, centrali, distributori di benzina? Quanto inquinamento complessivo emette l’economia fossile, contando anche trasporto, stoccaggio, perdite e incidenti fisiologici? Ancora, pensando alle future conseguenze: quanto suolo consumerà il mare che sale? Che paesaggio resta con i ghiacciai sciolti, i boschi bruciati, le risaie salinizzate? Chi pagherà i danni delle alluvioni o della siccità, i premi delle assicurazioni sempre più alti?
Quanto è sicuro dipendere da forniture estere che possono chiudersi da un giorno all’altro? Quanto abbiamo pagato il sovrapprezzo dell’energia con le crisi geopolitiche degli ultimi sei anni?
Il fossile continua a non dover superare gli stessi esami delle rinnovabili. Ha avuto il privilegio di arrivare prima, di plasmare il nostro immaginario e di rendersi invisibile, e ora gode della forza d’inerzia.
Le rinnovabili invece devono essere perfette per essere accettate. Il fossile deve solo continuare a esistere.
Le vere obiezioni

Non tutte le obiezioni agli impianti sono, ovviamente, sbagliate. Il paesaggio è un bene reale, il suolo agricolo pure, e la speculazione reale esiste: progetti calati dall’alto, senza ricadute per chi ci vive, fanno arrabbiare le comunità, e a ragione.
Ma la risposta a un cattivo progetto è un progetto migliore, non il divieto incrociato di tutti i progetti. Esistono già moltissimi strumenti: l’agrivoltaico, che tiene insieme campi e pannelli; le aree degradate e dismesse; le compensazioni ai comuni che li ospitano; le comunità energetiche che aumentano la partecipazione.
Moltissime cose si possono ancora fare facilmente, come semplificazioni burocratiche e amministrative che aiutino i privati che vogliono installare impianti nei propri campi e sui propri tetti. O una gestione più dinamica e “smart” della rete. Fondamentalmente, tutto si può fare già, se si vuole farlo.
“Se pensi che l’educazione sia costosa, prova l’ignoranza”, diceva Derek Bok. Vale anche qui: se pensi che la transizione sia brutta, costosa e invadente, prova a non farla.
La transizione reale non sarà mai bella come quella platonica. Avrà pale visibili, pannelli nei campi, cantieri, errori, costi. Ha l’enorme pregio di esistere, però, al contrario dell’altra. Nel frattempo il tempo passa, e ogni rinvio è un regalo allo status quo. Il clima, intanto, il conto ce lo sta già presentando.
Testo di Andrea Zanni
L’originale è stato pubblicato su Appunti di Stefano Feltri. Si ringrazia l’autore e Stefano Feltri per il permesso accordato alla riproduzione.
Bel post, il punto critico è il solito leit motiv del pubblico che non ce la fa e del salvifico privato. Dobbiamo necessariamente prediligere e stendere tappeti rossi agli “sviluppatori” privati e al solito metter in secondo piano l’alternativa “bella e buona” del vituperato investimento pubblico perchè “se l’impianto rende meno del previsto, se i prezzi crollano, se il cantiere ritarda, pagheranno i contribuenti”. Invece gli incentivi agli “sviluppatori” chi li paga se non i contribuenti? I filantropi? Gli ultraricchi? I megafondi finanziari?
Non mi sembra che l’approccio della politica “facilitatrice del Mercato” predicata trasversalmente ci stia facendo uscire dalla decarbonizzazione platonica. Ma magari mi sbaglio e in giro per il mondo ci sono esempi di successo. Per ora l’unico e fortissimo esempio di successo mi sembra che sia proprio l’approccio opposto: nella sua strategia di decarbonizzazione la Cina sta usando la mano pubblica in modo massiccio, pervasivo e strutturale. E l’umanità intera, dopo aver deciso che quella sarebbe diventata la fabbrica del mondo, deve sperare che l’approccio opposto traguardi i superambiziosi obiettivi che si è dato (e che noi occidentali “sviluppatori” non gli facciamo la guerra).
Spunto costruttivo adatto alla nostra realtà (non siamo la Cina): ma non sarà che la politica del “lasciar fare ai privati facilitando il mercato” in Occidente è lenta proprio perché manca una forte pianificazione pubblica dall’alto che decida dove e come fare gli impianti, lasciando poi privati a scannarsi con i territori in una giungla di ricorsi?