Gli alberi e il clima della città

Il prof. Stefano Mancuso è molto noto al pubblico italiano grazie ad una serie di libri, articoli sui giornali e numerose conferenze tenute in tutto il paese, in cui propone gli alberi come principale risposta alla crisi climatica. Siamo sicuramente d’accordo che gli alberi nelle città siano molto utili; e va anche detto che Mancuso ha il merito di contribuire a diffondere la consapevolezza del problema del riscaldamento globale presso un pubblico molto ampio. Proprio per questo, e per l’ascolto che ha, presso gli amministratori e gli opinionisti, le cose che dice vanno prese sul serio e verificate. Dispiace quindi dover dire che le sue proposte non reggono a una verifica scientifica.

Città. Trama degli edifici visti da''alto. Vista zenitale

I combustibili fossili sono la questione principale

Su Climalteranti abbiamo già discusso alcune sue argomentazioni (qui nel 2020 e qui nel 2023), in particolare evidenziando l’inconsistenza della proposta, molto pubblicizzata, di “piantare mille miliardi di alberi” per “salvare il clima” o addirittura per “guadagnare 10 anni nella lotta al cambiamento climatico”. Pur riconoscendo ovviamente i benefici degli alberi e delle foreste, le critiche vertevano sia sull’impossibilità pratica di attuare programmi così vasti, sia sull’effetto marginale che queste piantagioni avrebbero sul clima: perché almeno tre quarti delle emissioni climalteranti dipendono dall’immenso (ab)uso di combustibili fossili, le cui emissioni storiche di CO2 possono essere assorbite in minima parte dagli alberi.

Sul fronte della mitigazione, quindi, il contributo degli alberi in ambito urbano non potrà che essere modesto: la CO₂ che assorbono è poca cosa rispetto a quella emessa da una città, e il bilancio netto delle forestazioni urbane, una volta considerate le emissioni legate alla messa a dimora, all’irrigazione e alla manutenzione, è marginale.

La necessità di ridurre drasticamente e rapidamente l’uso dei combustibili fossili non può in alcun modo essere compensata dal piantare alberi (si veda qui).

Alberi e adattamento

Più recentemente, con un articolo su Repubblica del 22 settembre e con interventi video, come quello qui disponibile sul sito dello stesso quotidiano, Mancuso ha invece proposto gli alberi come la principale azione di adattamento ai cambiamenti climatici per la città.

Gli alberi e il verde possono contribuire in modo significativo all’adattamento urbano. Ad esempio, in un ampio studio recentemente apparso su “Nature Communications” si legge:

“Gli alberi raffrescano l’ambiente grazie all’evapotraspirazione, che favorisce la dissipazione del calore, e all’ombreggiamento, che riduce la radiazione solare incidente e il conseguente assorbimento di calore da parte di superfici come asfalto e calcestruzzo. Complessivamente, questi due fenomeni riducono la temperatura dell’aria (AT) in media di 1–2 °C direttamente sotto un filare di alberi stradali, secondo una rassegna di studi basati su misurazioni in loco dell’effetto refrigerante della vegetazione urbana”.

Una strada su sei

Se quindi è sicuramente condivisibile che le alberature possono essere utili per ridurre l’isola di calore urbana, Mancuso va molto oltre, scrivendo che “la quantità di alberi presente nelle città rappresenterà il discrimine principale fra adattarsi al riscaldamento globale o subirne le conseguenze”, e lanciando quindi agli amministratori pubblici la proposta-appello di sostituire il 15% delle strade delle città con piantagioni di alberi.

Non sono forniti studi a supporto della scelta del 15% al posto del 5% o 10% o 20%. La cifra è buttata un po’ come un numero magico, come del resto erano i “1000 miliardi di alberi”. A volte il 15% non è delle strade ma dell’asfalto, e non è chiaro se nel 15% debbano quindi essere conteggiati i tanti sottofondi stradali in porfido; o se marciapiedi, piste ciclabili, piazze e incroci debbano essere conteggiati.

Sottrarre alla viabilità il 15% delle strade, ossia poco meno di una strada su sei, per chi conosce come funziona una città e la sua mobilità, è un obiettivo chiaramente irrealizzabile. Basta provare a scegliere mentalmente le vie intorno a casa propria: una via su sei trasformata in un’area alberata. Il motivo è che le strade non sono tracciate a caso e non servono solo alle auto (molte delle quali, certo, potrebbero sparire): danno accesso ad abitazioni, garage e passi carrai, negozi e attività produttive, mezzi di soccorso; sotto di esse corrono i sottoservizi (acqua, fognature, gas, elettricità, fibra), con caditoie e pozzetti che mal convivono con gli apparati radicali. Mentre togliere la sosta delle auto sulla  strada è una cosa giusta e fattibile, pur essendo politicamente molto difficile, come sa chiunque ci abbia provato, è impossibile delocalizzare gli accessi alle abitazioni: eliminare un sesto della rete stradale è tutt’altra cosa.

Madrid, Toldos: tende poste sulle piazze per ombreggiare

Nelle proposte di Mancuso appare evidente la tendenza a semplificare troppo, proponendo soluzioni rapide e miracolose che piacciono tanto a giornalisti e politici (e anche al pubblico), trascurando le alternative, e l’analisi dei costi e dei benefici. L’adattamento delle aree urbane prevede indubbiamente il potenziamento del verde, ma si tratta anche qui di un tassello, utile ma certo non risolutivo, in un puzzle molto più ampio che deve includere non la forestazione dell’intera strada, ma anche altri tipi di ombreggiamenti, ad esempio con tendoni, la predisposizione di rifugi climatici e di zone raffrescate con altri sistemi, e soprattutto la ristrutturazione energetica degli edifici privati e pubblici.

Va ricordato che, in molti contesti dei centri storici, tipici di tantissime città, l’impossibilità di effettuare piantumazioni e depavimentazioni è legata a vincoli storici o architettonici, o alla presenza di infrastrutture sotterranee. Ad esempio, a  Madrid (nella foto) questi vincoli hanno portato in diversi casi ad optare per tendoni ombreggianti.

Non basta il coraggio

Nel video, Mancuso sostiene che per rimuovere il 15% dell’asfalto delle strade servano solo amministratori coraggiosi. Non è così. Servirebbero risorse ingentissime (progettazione, spostamento dei sottoservizi, depavimentazione, messa a dimora, irrigazione e manutenzione per decenni) e uffici tecnici con molto più personale di quello attuale; i Comuni italiani sono spesso affetti da una carenza di personale e va ricordato che, al contempo, dovrebbero portare avanti la riqualificazione energetica di scuole ed edifici pubblici. È quindi sbagliato presentare come una questione di volontà ciò che è soprattutto una questione di soldi, competenze e tempi.

Una via cittadina: a sinistra fotografata con una fotocamera, a destra una scansione termica

C’è poi la questione dei benefici. Come riporta la rassegna citata, un filare di alberi riduce la temperatura dell’aria di 1-2 °C direttamente sotto le chiome, con effetti che si attenuano nello spazio circostante. Nell’articolo di Mancuso sono citati numeri molto più alti di riduzione, 5-6 °C, e  nella comunicazione pubblica si arriva anche a 10 °C, spesso frutto della confusione tra la temperatura dell’aria e quella delle superfici; quest’ultime hanno variazioni molto maggiori di quelle dell’aria. Ombra ed evapotraspirazione sono benefici reali, ma quando una massa d’aria rovente staziona sull’intera Pianura Padana o sulla conca fiorentina, stare sotto un albero o in un giardino pubblico non cambia di molto l’esposizione al caldo; e soprattutto non cambia la temperatura all’interno delle case, dove si trascorre la maggior parte del tempo e dove sono esposte al caldo le persone più fragili. Scrivere che «la quantità di alberi presente nelle città rappresenterà il discrimine principale fra adattarsi al riscaldamento globale o subirne le conseguenze» è quindi fuorviante: fa credere che una sola misura basti a mettere una città al riparo dal caldo.

Il rischio è che amministratori e politici inseguano la ricetta semplice e trascurino i piani di adattamento ben strutturati, in cui ogni azione è valutata in base a costi, efficacia e fattibilità, e in cui il verde è una componente importante, ma spesso non la principale.

I pericoli delle semplificazioni seducenti

Il problema della semplificazione non è solo quantitativo. Davanti a un rischio complesso tendiamo a compiere un gesto e a sentirci a posto (gli psicologi lo chiamano single action bias), e piantare un albero è il gesto perfetto: naturale, visibile, apparentemente gratuito.

La grande efficacia comunicativa di Mancuso poggia anche su scorciatoie che rendono le sue tesi più seducenti che fondate. Le sue piante «decidono», «ricordano», «comunicano»: è vero che producono segnali elettrici, orientano le radici verso l’acqua, rispondono agli attacchi dei parassiti, ma chiamare «decisione» un tropismo e «memoria» una traccia chimica significa usare le parole della mente per processi che di una mente non hanno bisogno, ed è proprio sul vocabolario, più che sui dati, che la fisiologia vegetale lo contesta da anni. A questo si aggiungono un gergo mutuato dalle neuroscienze («neurobiologia vegetale», «cervello diffuso») che fa sembrare solide spiegazioni che non aggiungono nulla, un frame apocalittico che colpisce ma non aiuta a scegliere, e storie raccontate magistralmente, che trasportano l’ascoltatore e lo rendono meno incline a cercare obiezioni. Lo stesso schema si ritrova nelle proposte sulla città: una soluzione semplice, naturale ed emotivamente appagante, che sorvola su numeri, costi e vincoli.

Il gesto visibile e suadente non si limita a sostituire l’azione più difficile, ne offre anche l’alibi: chi ha piantato l’albero si sente già a posto con la coscienza. La narrazione consolatoria, in questo, è più insidiosa delle forzature scientifiche che la veicolano. Non ci inganna solo su cosa siano le piante, ma su cosa basti fare per il clima. E sposta l’attenzione da ciò che dovremmo smettere di fare.

Non slogan accattivanti, ma proposte ragionate e fondate

Tutti siamo d’accordo che sia cruciale conservare e curare attentamente il patrimonio arboreo già esistente nelle città, aumentare notevolmente il verde e il numero di alberi liberando le strade dalle auto, perseguendo piani ambiziosi. Ma riteniamo che agli amministratori vada proposta non “la soluzione” per l’adattamento, ma una gamma ragionata e documentata di soluzioni per ridurre l’impatto del nuovo clima sulle città e sui loro cittadini.

Nella ricetta per non subire le conseguenze del riscaldamento globale deve trovare posto anche la mitigazione, che costituisce la strategia prioritaria da perseguire nella lotta contro il cambiamento climatico. Né si può dire che la mitigazione sia sottintesa: una narrazione che non la nomina rischia di farla passare in secondo piano e di fornire un ulteriore alibi all’inattivismo, di cui abbiamo parlato in numerosi post.

Testo di Vittorio Marletto e Stefano Caserini, con contributi di Matteo Motterlini

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