Il ciclone Harry, che ha colpito dal 19 al 22 gennaio il sud Italia, Malta e Tunisia, e le impressionanti distruzioni portate dai venti, dalle piogge e dalle mareggiate, possono essere visti per molti aspetti come un caso da manuale di quanto la crisi climatica ci sta mostrando e continuerà a mostrarci in futuro.

Un evento legato al cambiamento climatico
Il ciclone mediterraneo Harry è stato un evento meteomarino probabilmente senza precedenti da tanti decenni. Certamente in passato non c’erano boe che potessero misurare altezze d’onda di oltre 16 m nello Stretto di Sicilia; certamente le fasce costiere non erano vulnerabili come sono diventate nei decenni a causa di un’antropizzazione estrema e di una grave erosione costiera. Tuttavia, il fenomeno è stato così fuori scala che i primi tentativi di rintracciare nel passato fenomeni comparabili, per ora non hanno trovato nulla di simile nelle cronache.
Secondo lo studio di attribuzione rapida di Climatemeter, le condizioni meteorologiche durante la tempesta Harry sono state più estreme rispetto ad eventi passati simili con venti superficiali più intensi del 15% rispetto al passato. Secondo i ricercatori di ClimaMeter i risultati dello studio di attribuzione sono coerenti con l’attuale comprensione scientifica di come i cambiamenti climatici stiano aumentando la gravità dei cicloni intensi nella regione. I venti e la forza ciclonica durante l’evento non possono essere spiegati completamente dalla sola variabilità naturale, indicando che il cambiamento climatico indotto dall’uomo è un fattore che contribuisce alla gravità della tempesta.
L’eccezionale forza del mare è documentata da diverse boe ondametriche, tra le quali il dato più eclatante è stato fornito dalla rete dell’ISPRA, che ha documentato al largo altezze estreme di oltre 16 m con un’altezza significativa che in modo estremamente prolungato si è mantenuta sopra i 6 m arrivando a superare gli 8 m (si veda la figura seguente).

Altezza massima dell’onda e altezza massima significativa registrate dalla boa ISPRA nello Stretto di Sicilia 18-20/01/2016
Un evento previsto
Un elemento su cui riflettere è la notevole precisione con cui i diversi modelli meteorologici previsionali già diversi giorni prima sono riusciti a convergere verso scenari molto simili a quelli che si sono verificati, nonostante il sistema di bassa pressione fosse ancora molto lontano dal formarsi; modelli che hanno permesso di mobilitare la protezione civile fin da venerdì 16 gennaio, ossia due giorni prima dell’inizio dell’evento. Questo ha probabilmente permesso di salvare molte vite umane in Sicilia grazie alle evacuazioni delle zone più a rischio e alla chiusura di quasi tutte le attività, in molti casi in stile Covid.
I fenomeni previsti erano così fuori scala rispetto ad altre tempeste extratropicali del passato che, sotto sotto, anche molti meteorologi speravano che i modelli sovrastimassero. In questa occasione è stato evidente che avvalersi del contributo della scienza ha portato ad un vantaggio inestimabile per le istituzioni chiamate a tutelare la pubblica incolumità.
La domanda che si pone quindi è: se la scienza si è dimostrata così fondamentale nel ridurre i danni nel breve termine, perché non prenderla in considerazione anche per il rischio climatico a lungo termine? Di fatto, questo evento si inserisce in un percorso che i climatologi hanno previsto da decenni: lo studio di ClimaMeter, basato sui dati Copernicus ERA5 e su metodi di analisi climatica, è in linea con le valutazioni del Sesto Rapporto IPCC (WG1, capitolo 12, qui), che indicano che i cicloni mediterranei più intensi produrranno probabilmente venti più forti e impatti più gravi a causa del continuo riscaldamento globale.
I limiti dell’adattamento
Un altro motivo per cui si tratta di un caso da manuale, è che, rifacendoci al celebre motto ”gestire l’inevitabile, evitare l’ingestibile“ questo è stato un fenomeno ingestibile. Eventuali misure di adattamento per difendere le coste, di cui si sta parlando molto in questi giorni, anche se necessarie in molti casi, non sarebbero state sufficienti ad attenuare significativamente l’impatto di mareggiate come quella che si è verificata. Se si tiene conto che c’è un’alta evidenza scientifica che il livello del mare aumenterà di molte decine di centimetri nei prossimi decenni, è evidente come sia inevitabile che queste mareggiate saranno sempre più distruttive.
Si pone ora il dilemma se ricostruire tutto come prima, così vicino al mare, ma ciò appare una follia, perché porterebbe al ripetersi di questi ingenti danni che si sono verificati. Visto il salto che ha compiuto il rischio climatico, adattarsi difendendo dalle mareggiate l’assetto attuale non è possibile, avrebbe un costo insostenibile. Si parla di barriere frangiflutti, di rafforzare le strutture portuali, ma si tratterebbe di opere devastanti a protezione delle coste, ammesso che poi siano efficaci.
La soluzione di allontanarsi dalla costa, delocalizzando verso l’interno una quantità enorme di abitazioni e di attività economiche che peraltro danno da vivere a centinaia di migliaia di persone, è altrettanto impegnativo.
L’incredulità
L’evento è stato così fuori scala rispetto agli eventi del passato (per quanto riguarda la modellistica del moto ondoso, forse fuori scala anche rispetto ai livelli massimi ammessi dai modelli) che, nonostante un’allerta martellante, non è stato facile far capire alle persone e a molti decisori politici che si stava avvicinando una catastrofe anche economica. Oltre al turismo e alla pesca, anche l’impatto sull’agricoltura e sul regime delle assicurazioni per gli eventi catastrofali sta rivelando il costo sempre maggiore per la collettività dell’aumento del rischio climatico: la produzione agrumicola, danneggiata in fase ancora precoce del calendario di raccolta, rischia perdite di valore di oltre il 30% a causa della cascola e delle abrasioni causate dal vento. Per ciò che riguarda le assicurazioni, le polizze di tipo “Catastrofi Naturali”, attivate obbligatoriamente per le attività economiche stanno risultando non efficaci per i danni da eventi eccezionali. Si tratta di polizze sottoscritte da quasi tutte le attività colpite dal ciclone Harry, ma che assicurano contro i danni provocati da terremoti, frane, alluvioni e inondazioni ( solo quelle provocate dalla fuoriuscita d’acqua dal proprio alveo), ma che non comprendono i danni causati da bombe d’acqua, né da mareggiate o maremoti. Gli imprenditori colpiti dal ciclone Harry rischiano quindi di non ricevere alcun rimborso per i danni subiti, e inoltre in futuro di dover affrontare costi assicurativi molto più elevati per la copertura di questi rischi legati al cambiamento climatico.
Secondo le prime stime, i danni economici nella sola Sicilia legati al ciclone Harry ammontano a circa due miliardi di euro. Di nuovo si pone il tema dei costi della mancata mitigazione, che di evento in evento tendono sempre più a sopravanzare i costi della prevenzione e della transizione ecologica. Inutile dire che nei giorni precedenti sui social fioccavano le accuse di creare inutile allarmismo.
L’assuefazione
Un ultimo aspetto per cui questo è un caso da manuale è la relativa scarsa attenzione dei media nazionali a questo evento eccezionale. Forse perché non ci sono state vittime dirette sulle coste, o forse perché ha interessato un’area non centrale per i mezzi di comunicazione, le distruzioni hanno relativamente riscosso poco interesse. Sono presto scomparse dalle prime pagine (a volte non ci sono neppure arrivate) e non hanno avviato alcun dibattito su quanto queste distruzioni significhino o dovrebbero significare per le politiche di adattamento e mitigazione in Italia.
E ancora più velocemente sono scomparse le notizie sulle vittime invisibili del ciclone Harry, 380 persone disperse nel Mediterraneo senza che per esse siano stati attivati meccanismi di protezione dal rischio.
Testo di Luigi Pasotti e Stefano Caserini, con contributi di Giorgio Vacchiano