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RIO+20, sicurezza alimentare e cambiamento climatico

 “Il futuro che vogliamo” ci ricorda che il cambiamento climatico influenza la produzione agricola nei climi temperati, mettendo a  rischio la sicurezza alimentare di milioni di persone, ma non delinea obiettivi ne strategie vincolanti per gli stati.

 

Green Economy, sicurezza alimentare e sviluppo sostenibile sono stati i temi chiave del Summit Rio +20, conclusosi una settimana fa in modo, a detta di molti, deludente. In effetti il documento finale “il futuro che vogliamo” è una raccolta di posizioni di principio, senza apparenti proposte concrete, né obiettivi ben definiti. Alcuni aspetti positivi si possono però evidenziare. Come ha fatto notare anche il Ministro dell’Ambiente Corrado Clini, per la prima volta in un documento ONU si è introdotto il concetto di green economy come strumento per contrastare la povertà. Questo rappresenta sicuramente un passo avanti verso uno sviluppo sociale ed economico più sostenibile. Mai come in questi ultimi anni si è avvertita infatti l’urgenza ridefinire le basi del nostro modello di crescita economica. Molte piccole comunità e aziende si stanno muovendo in questo senso, come ha mostrato la forte partecipazione al People’s Summit, il controvertice tenutosi sulle spiagge di Flamenco. La transizione verso una economia verde è un processo necessario per contrastare il rapido degrado dei nostri ecosistemi e delle risorse naturali.

Il documento  pone in particolare l’accento sull’importanza di garantire la food security a scala globale (sezione Food security and nutrition and sustainable agriculture, punti 108-118) e di sviluppare un’agricoltura sostenibile in risposta alle mutate condizioni in fase di cambiamento climatico.

Il punto 111 del documento recita:

“Ribadiamo la necessità di promuovere, valorizzare e sostenere un’agricoltura maggiormente sostenibile… che migliori la sicurezza alimentare, sradichi la fame e sia economicamente sostenibile, pur conservando il suolo, l’acqua, le piante e le risorse genetiche animali, la biodiversità e gli ecosistemi, e migliorando la resilienza al cambiamento climatico ed ai disastri naturali”

Viene riconosciuta quindi, almeno in linea di principio, la necessità di un adattamento delle pratiche agricole alle mutate condizioni climatiche presenti ed attese per il futuro.

L’agricoltura è una delle attività che maggiormente subisce gli impatti del cambiamento climatico, che impatta la produttività delle colture ed incrementa i rischi legati alla sicurezza alimentare (p.es. Brouwer, 1988, Adams et al., 1998, Olesen e Bindi, 2002FAO, 2008, Aggarwal et al., 2010).

I cambiamenti climatici possono influenzare i sistemi alimentari in diversi modi, tramite i) gli effetti diretti sulla produzione, quali cambiamenti nel regime delle precipitazioni, alluvioni, o variazioni delle temperature con variazione della stagione di crescita, ii) i cambiamenti nei regimi dei mercati, dei prezzi del cibo e delle catene di distribuzione.

Dal punto di vista delle variazioni climatiche, in sintesi gli effetti sull’agricoltura possono essere ricondotti a tre fattori principali, ovvero i) l’aumento della concentrazione della CO2 atmosferica, ii) le variazioni di temperatura, precipitazioni ed insolazione e iii) l’aumento del livello dei mari con una riduzione significativa dell’estensione delle aree agricole e della salinità dell’acqua di falda nelle aree costiere (Zinoni e Duce, 2003).

L’importanza relativa del cambiamento climatico per la sicurezza alimentare si differenzia tra regioni. Ad esempio, in Africa meridionale, il clima è considerato il maggior responsabile della instabilità delle condizioni di food security, sia in termini di condizioni normalmente critiche, sia per la presenza di eventi estremi (onde di calore, siccità) di breve durata con effetti di shock sulle coltivazioni (p.es. Auffhammer, 2011). In altre regioni, quali la pianura Indo-Gangetica dell’India, le questioni legate al mercato del lavoro e la disponibilità e qualità di acqua di falda per l’irrigazione, influenzano la sicurezza alimentare in maniera maggiore (p.es. Gregory et al., 2012). In Bangladesh, l’intrusione del cuneo salino sta già mettendo in ginocchio l’agricoltura (p.es. Inman, 2009).

Un aumento della CO2 può determinare riduzioni del tasso traspirativo e della conseguente perdita di liquido, portando a maggiore efficienza nella produzione di biomassa (Pearch e Bjorkman, 1983, Cure e Acock, 1987). Temperature più elevate determinano una maggiore durata della stagione favorevole ed una maturazione più rapida (p.es. Torriani et al., 2007). Una diminuzione delle precipitazioni, se non compensata da maggiore irrigazione, provoca stress idrico (p.es. Sinclair and Ludlow, 1985), che, se prolungato nel tempo, porta a danni permanenti delle colture (p.es. Sinclair e Ludlow, 1986).

Vi sono numerosi studi che quantificano l’impatto dei cambiamenti climatici attesi sulla sicurezza alimentare a scala globale (p.es. Fischer et al., 2005, Tubiello e Fischer, 2007) integrando gli output dei GCMs, di dati agro-ecologici e modelli di crescita colturale e di modelli socio-economici. I report IPCC indicano che in futuro le rese agricole alle latitudini medio-basse diminuiranno significamene in seguito all’incremento delle temperature e alla diminuzione di disponibilità idrica. Alle latitudini medio-alte ( > 45°) si prevede invece un aumento nella durata della stagione di crescita delle colture, con un possibile incremento della produzione.

 

 

Figura 1. Variazioni indicative dei raccolti non irrigui (sole piogge) per l’anno 2020  (Easterling et al., 2007). In alto, indice di vocazionalità agricola, SI (Fischer et al., 2002b). In basso, variazione percentuale media del deflusso medio annuale (1981-2000 vs 2100, scenario A1B, ensemble di 19 modelli climatici, Nohara et al., 2006). 

 

 

 

 

 

 

 

Figura 2. Impatti zonali attesi di maggior rilievo del cambiamento climatico su agricoltura (cereal crop), allevamento (livestock) e produzione forestale (anno di riferimento 2050, giudizio basato su analisi della letteratura e valutazione degli autori, Easterling et al., 2007).

 

Studi condotti in Nord America ed Europa (p.es. Tubiello et al., 2000, Torriani et al., 2007; Nana et al., in stampa) mostrano che temperature più elevate e maggiore frequenza di eventi climatici estremi aumenteranno la variabilità interannuale delle produzioni cerealicole,  con conseguenze importanti sulla sicurezza alimentare. Senza variazioni nel regime pluviometrico, un moderato riscaldamento (+1 °C) potrebbe ridurre le produzioni medie del 10% ca., mentre un incremento della temperatura di 2°C con riduzione delle precipitazioni porterebbe ad una riduzione superiore al 20% (Warrick et al., 1986).

Una sintesi dei risultati sin qui ottenuti su questo tema è fornita da Schmidhuber e Tubiello (2007). Gli scenari di crescita socio-economica proiettano per la fine del 21° secolo una diminuzione della popolazione, che unitamente ad una robusta crescita economica dovrebbe portare ad una diminuzione del numero assoluto di persone sottonutrite. Tuttavia, in presenza di una significativa variazione del clima, un maggior numero di persone subirebbe gli effetti della carenza di cibo (si veda la Tabella 1 nel loro articolo). Nel caso dello scenario A2 (business as usual, che prevede sviluppo economico lento e incremento demografico continuo), si osserverebbe invece una crescita in valore assoluto del numero di persone a rischio di fame. Fischer et al. (2002a, 2005) e Parry et al. (2004, 2005) prevedono un aumento delle persone a rischio di fame tra qui ed  il 2080, variabile tra i 5-10 milioni per lo scenario SRES-B1, più ottimista, ed i 120-170 milioni per lo scenario SRES-A2, più pessimista.

Figura 3. Variazioni di produttività (in rapporto al periodo baseline, 1968-1995) in uno scenario del tipo CO2 raddoppiata per diverse specie in siti Italiani (Tubiello et al., 2000). Per ogni categoria (con o senza adaptation) a sx scenari GISS, a dx scenari GFDL. In alto, Modena, in basso Foggia. Adattamento tramite semina anticipata in questo caso.

Un aspetto rilevante riguarda inoltre le variazioni del costo degli stock agricoli, che potranno essere influenzati in presenza di cambiamenti climatici. Con un riscaldamento lieve, l’aumento di produzione risulterebbe in un lieve declino dei prezzi dei cereali, mentre variazioni rilevanti potrebbero portare ad un pronunciato aumento dei prezzi alimentari, fino al 30% (Fisher et al., 2002b, Easterling et al., 2007), con una evidente minore possibilità di approvvigionamento nei paesi in via di sviluppo.

 

Figura 4. Variazione stimata del prezzo globale dei cereali in funzione di possibili incrementi di temperatura secondo alcuni studi recenti (Easterling et al., 2007). In ascisse incrementi di temperatura potenziali, in ordinate variazioni percentuali dei prezzi rispetto al presente (100%).

La salvaguardia della food security presente e futura rappresenta quindi una delle grandi sfide dell’umanità. Vi sono almeno 800 milioni di persone sottonutrite al mondo (FAO, 2011). Secondo l’OMS ogni anno muoiono 10 milioni di bambini prima del loro quinto anno di vita; un terzo di questi decessi è correlato alla scarsa nutrizione. Scarsa nutrizione e malnutrizione si traducono anche in perdita di forza lavoro, colpendo fortemente lo sviluppo economico dei paesi e generando un circolo vizioso fame – malattia. Per rompere questo circolo occorre individuare nuovi percorsi di crescita della produttività agricola, attraverso un uso più sostenibile delle risorse naturali, ad esempio attraverso la green economy.

 

Nel documento finale dell’ Earth Summit di Rio+20 si riconosce che “la sicurezza alimentare e l’alimentazione sono diventate una sfida globale e urgente” e si sottolinea la “necessità di rivitalizzare in modo economicamente, socialmente e ambientalmente sostenibile lo sviluppo agricolo e rurale in particolare nei paesi in via di sviluppo”. Vengono poi delineati possibili strumenti politici, finanziari, tecnologici per la realizzazione di questi obiettivi.

In conclusione, la comunità internazione sembra riconoscere come i cambiamenti climatici, insieme allo sviluppo demografico ed all’economia globale, influenzano e continueranno ed  influenzare in futuro la disponibilità di cibo e la food security dell’umanità.

Josette Sheeran, Executive Director del World Food Program (citata p.es. in: Barilla center for food and nutrition, 2009) ha detto:

“Sappiamo, lo abbiamo visto in tutta la storia dell’umanità, che un mondo affamato è un mondo pericoloso. Se le persone non hanno abbastanza da mangiare, possono fare solo tre cose: rivoltarsi, migrare o morire!”

Il messaggio è chiaro, un mondo affamato è un mondo pericoloso per l’umanità, in ogni senso.

Le tecnologie per valutare gli impatti di un clima in evoluzione e per proporre strategie di adattamento sono disponibili. L’economia e la politica possono fare la loro parte. I buoni propositi sulla carta ci sono, così come le idee per realizzarli. Riusciremo a metterli in pratica ?

 

Testo di Daniele Bocchiola e Ester Nana

 

 

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2 Responses to “RIO+20, sicurezza alimentare e cambiamento climatico”

  1. Antonioon Lug 12th 2012 at 20:51

    Rispondo alla domanda del post “Riusciremo a metterli in pratica ?”

    Mi sa di no, il mondo sta andando da un’altra parte, gli economisti stanno a discutere di come meglio proteggere gli interessi di chi ha tanto, e della sicurezza alimentare non potrebbe fregargliene di meno

    Condivido il passaggio “Se le persone non hanno abbastanza da mangiare, possono fare solo tre cose: rivoltarsi, migrare o morire!”
    Spero che quindi la gente inizi a rivoltarsi. Cosi’ li chiameremo terroristi e li bombarderemo un be po’ !

  2. […] cambiamento climatico mette a rischio la sicurezza alimentare del pianeta. Dopo il vertice RIO+20, con il documento “Il futuro che vogliamo”, che […]