Contrariamente a quanto sostengono i negazionisti climatici, negli ultimi 25 anni i rapporti dell’IPCC hanno aumentato la preoccupazione per i rischi climatici che potremo avere in futuro, non l’hanno certo diminuita. E la modifica dello scenario a maggiori emissioni cambia di molto poco la situazione.
Nel precedente post abbiamo spiegato come la periodica revisione degli scenari da parte della comunità dei modellisti climatici abbia dato spazio ai soliti negazionisti e inattivisti climatici per il consueto ed ennesimo tentativo di sminuire i pericoli del surriscaldamento globale e mettere in discussione l’urgenza delle politiche sul clima.

Ad esempio, non pago delle precedenti brutte figure sul tema, Roger Pielke Jr sul sito dell’American Enterprise Institute si è spinto a scrivere che “Si tratta di uno sviluppo assolutamente epocale nella scienza del clima, che avrà un impatto duraturo sulla ricerca e sulle politiche. Il futuro non è più quello di una volta”. Le sue tesi sono come al solito riprese in Italia, con l’aggiunta della fantasia che ci caratterizza. Francesco Ramella su Tempi si è avventurato nell’affermazione “Il futuro del clima, molto meno peggio del previsto”, persino indicata come “Parola di IPCC”. Tesi infondata, tanto per cambiare.
Mentre l’IPCC non ha mai scritto nulla di quanto viene sostenuto, la cosa interessante è che in questo dibattito sugli scenari molti sembrano aver dimenticato quanto di importante è già stato scritto dalla comunità scientifica negli ultimi 10 anni, e ben riassunto dagli ultimi rapporti dell’IPCC.
I rischi climatici secondo l’IPCC
Nell’ultimo Rapporto di valutazione IPCC, il sesto (abbreviato AR6), pubblicato nel 2022, è disponibile una valutazione riassuntiva degli impatti per diversi intervalli di temperatura nella terza figura del Sommario per i decisori politici (SPM) del volume del Secondo Gruppo di Lavoro (WG2). È una figura (figura 1 sotto) che presenta in forma grafica riassuntiva le evidenze sui rischi derivanti da cinque categorie di impatti, chiamate “motivi di preoccupazione”. È l’aggiornamento di una rappresentazione visuale (chiamata anche “burning embers diagram”, diagramma delle braci ardenti), introdotta per la prima volta col Terzo rapporto sul clima nel 2001 (si veda in seguito).
Questa rappresentazione grafica mostra un punto noto e fondamentale, ossia che i rischi e i danni legati al cambiamento climatico aumentano al crescere del riscaldamento globale (espresso in °C rispetto ai livelli preindustriali). Ogni colonna rappresenta una categoria di rischio, e il colore va dal bianco/giallo (rischio basso o non rilevabile) fino all’arancione e al rosso scuro (rischio alto o molto alto).
La figura del Sesto Rapporto ha il pregio di aver affiancato al quadro con le colonne dei rischi il grafico della proiezione delle temperature dei 5 scenari riassuntivi considerati nell’AR6.

Figura 1 – rischi globali e regionali per i crescenti livelli di riscaldamento globale. Fonte: IPCC, AR6-WG2, Fig. SPM3, riquadri a e b
Si nota chiaramente come sopra i 3,5 °C di aumento delle temperature i rischi sono tutti molto elevati. Anche se, come dichiarato nella presentazione del rapporto, “ogni decimo di grado è importante”, sopra i 3.5 °C siamo comunque ad un livello di impatti chiaramente indicato come molto alto.
Detto diversamente, gli impatti associati allo scenario SSP5-8.5 non sono molto diversi da quelli dello scenario SSP3-7.0. E per almeno due su 5 dei motivi di preoccupazione (biodiversità ed eventi estremi) anche lo scenario SSP2-4.5 porta a rischi già molto alti. Rischi che, come mostrato nella figura riportata all’inizio di questo post, sono poco diversi da quelli associati ai livelli di temperatura stimati in via preliminare nello scenario a più alte emissioni considerato nell’ambito del nuovo insieme di scenari CMIP7(van Vuuren et al. 2026, si veda la figura 2 del precedente post): siamo comunque in una zona di rischi molto alti.
Il rapporto di Sintesi dell’intero Sesto rapporto di valutazione, pubblicato nel 2024, ha mostrato nel Sommario per i decisori politici un aspetto ulteriore, ossia come col procedere delle valutazioni sugli impatti legati al riscaldamento globale i motivi di preoccupazione sono aumentati, e non diminuiti: le temperature in cui avviene la transizione fra rischi moderati e rischi alti sono chiaramente diminuite nel passaggio dal Quinto rapporto sul clima (AR5) al Sesto (AR6).
Nella figura (Figura 2) si vede anche come la gravità degli impatti per +3 °C di aumento delle temperature è ancora più evidente se si considerano rischi specifici, ad esempio per gli incendi, per il permafrost o per i coralli, come mostrato nel dettaglio nel Secondo volume del Rapporto e nei riquadri c,d,e della stessa figura AR6-WG2-SPM3.

Figura 2 – Diagrammi di sintesi delle valutazioni globali e settoriali ed esempi dei principali rischi regionali. Fonte: IPCC, AR6-SYR, Fig. SPM3, riquadri a e b.
Bastano e avanzano 2 °C
La precedente valutazione degli impatti è stata pubblicata dall’IPCC nel 2018, nel Rapporto speciale sul Riscaldamento globale di 1,5 °C, in cui la comunità scientifica internazionale ha mostrato la rilevanza degli impatti previsti per 2 °C di riscaldamento globale, mostrando la convenienza di stare sotto a questa soglia, in aderenza all’obiettivo dell’Accordo di Parigi, che prevede di “mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto di 2 °C rispetto ai livelli pre-industriali, e perseguire sforzi volti a limitare l’aumento di temperatura a 1,5 °C”.
Se si legge questo rapporto si capisce bene, molto bene, perché un riscaldamento molto superiore a 2 °C possa già essere a ragione definito catastrofico.
Se si guarda la figura SPM2 (Figura 3 qui sotto), in cui sono presentate in forma grafica riassuntiva le evidenze sui rischi derivanti da cinque motivi di preoccupazione, si nota come gli autori hanno limitato la valutazione dell’impatto a +2.5 °C, dove tutte le barre che rappresentano l’entità dei rischi sono già virate decisamente verso il rosso, ad indicare un rischio alto.

Figura 3 – Reasons For Concern (RFCs). Fonte: IPCC, SR1.5, fig. SPM2
Stesse emissioni, impatti più bassi
Se si considera la stessa figura dei motivi di preoccupazione, riportata nel Quinto rapporto sul clima – secondo Gruppo di Lavoro (BoxTS5-Figura1), mostrata qui di seguito, si vede che i colori associati all’aumento di temperatura al 2100 del RCP8.5, circa +4.5 °C, sono all’incirca quelli che oggi associamo a scenari con emissioni molto più bassi.

Figura 4 Una prospettiva globale sui rischi legati al clima. Fonte: IPCC, AR5-WG2, Fig. BoxTS5.
Se si fa un salto più indietro ancora, si può vedere come nei precedenti rapporti IPCC i rischi erano valutati, a parità di livelli di temperatura, ancora più bassi. Mentre il Terzo rapporto sul clima, pubblicato nel 2001, aveva effettuato la prima valutazione dei motivi di preoccupazione (Figura WG2-SPM2) il quarto rapporto non aveva aggiornato la valutazione. Il confronto, sulla base delle informazioni pubblicate nell’AR4, era stato fatto da alcuni autori, nell’articolo “Assessing dangerous climate change through an update of the Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) “reasons for concern”, pubblicato su PNAS. La seguente figura 5, tratta dall’articolo, mostra come le valutazioni successive al Terzo rapporto sul clima, una comprensione più approfondita del concetto di vulnerabilità e le nuove evidenze portate dalla crescente letteratura scientifica successiva alla pubblicazione del TAR nel 2001, avevano portato a concludere che i rischi erano aumentati, che “anche piccoli aumenti della temperatura media globale (GMT) possono portare a conseguenze significative o sostanziali”.

Figura 5 Rischi derivanti dai cambiamenti climatici, per motivo di preoccupazione: confronto tra i dati del 2001 e quelli aggiornati. Fonte: Simth et al., 2009. (N.B.: l’aumento delle temperature in questo grafico è riferito a circa il 1990; per avere l’aumento di temperature rispetto al periodo pre-industriale, usato negli altri grafici, è necessario aggiungere circa +0,5°C. Quindi il valore indicato di 3°C indica in realtà circa 3.5°C.)
Anche questa volta, non si può dire che gli scienziati autori del Terzo rapporto IPCC (e poi quelli del Quarto o nel Quinto) avevano sbagliato perché avevano sottostimato i rischi. Come si è detto, così procede la scienza, per aggiustamenti successivi.
Ma certo ai negazionisti e inattivisti climatici questo tipo di aggiustamenti non interessano, essendo viceversa unicamente interessati a strumentalizzarli in maniera acritica.
Il futuro non è cambiato, purtroppo.
In conclusione, come accennato già nel precedente post, mentre dal punto di vista delle emissioni di gas serra gli scenari più estremi stanno diventando meno plausibili, grazie anche alle politiche di mitigazione già implementate e a quelle previste, lo studio degli impatti climatici ha fatto emergere che le conseguenze delle emissioni sono più gravi di quanto pensassimo 15 anni fa. Non abbiamo, per ora, motivi per ritenere che le nuove evidenze scientifiche abbiano portato a ridurre la possibilità di impatti molto gravi legati al surriscaldamento globale. C’è dunque ancora moltissimo da fare sui fronti della mitigazione e dell’adattamento.
Testo di Stefano Caserini, con il contributo di Giacomo Grassi e Mario Grosso