Come un telefono senza fili può distorcere il dibattito climatico: la storia dello scenario RCP 8.5

RCP8.5 è uno scenario estremo usato come stress test nei modelli climatici, ma nella comunicazione è stato spesso scambiato per una previsione del futuro che ci aspetta se non agiamo con urgenza. La sfida è comunicare correttamente gli scenari climatici, che possono perdere contesto e trasformarsi in messaggi fuorvianti se separati dal loro significato tecnico.

Tweet di D. Trump

E’ la fine del catastrofismo climatico? Così sembrerebbe da un recente tweet di Donald Trump, commentando la presunta ammissione, da parte dell’IPCC, che lo scenario climatico “RCP 8.5”, noto per delineare futuri catastrofici, fosse “SBAGLIATO, SBAGLIATO, SBAGLIATO”.
Essendo le passate dichiarazioni di Trump sul clima irrimediabilmente “sbagliate, sbagliate, sbagliate”, potremmo tranquillamente ignorare anche quest’ultima.

Eppure.

La storia che c’è dietro è interessante. Parla di come lavora la scienza, di come sbaglia e si corregge, e di come i suoi risultati vengono usati — e talvolta distorti — nel dibattito pubblico. Come spesso avviene, le cose sono più complesse di come sembrano.

Il punto di partenza: cos’è davvero RCP 8.5?

Partiamo da una precisazione importante: RCP 8.5 non è “uno scenario IPCC” (come spiegato qui e qui), sebbene sia stato ampiamente usato nei rapporti IPCC.

Gli RCP (“Representative Concentration Pathways”) furono sviluppati nell’ambito del progetto CMIP (Coupled Model Intercomparison Project), un grande programma internazionale che coordina i modelli climatici usati dalla comunità scientifica. L’IPCC non crea direttamente gli scenari ma raccoglie, valuta e sintetizza la letteratura esistente.

RCP 8.5 fu presentato nel 2011, nel contesto del CMIP5, come scenario estremo di concentrazione di gas serra. Il numero “8.5” indica il livello di forcing radiativo previsto a fine secolo: 8.5 watt per metro quadrato, equivalente a circa 4.5 °C di riscaldamento medio globale entro fine secolo (Figura 1). Tre volte il riscaldamento osservato finora: corrisponderebbe a una catastrofe climatica.

Nel CMIP6, per giustificare un riscaldamento di questo genere, era stato creato uno scenario socio-economico (SSP5-8.5) costruito per esplorare un futuro in cui tutto, ma proprio tutto, fosse andato storto: forte crescita della popolazione e dell’economia, totale dipendenza dai combustibili fossili, assenza di politiche climatiche.

La dichiarazione di Trump, a prima vista, sembra giustificata da un importante studio appena uscito (van Vuuren et 2026). Questo studio, nell’offrire una nuova generazione di scenari climatici (nel contesto del CMIP7), parte affermando che lo scenario di emissione di CO2 di SSP5- 8.5 (e il suo precursore RCP-8.5) “è diventato implausibile, sulla base delle tendenze dei costi delle energie rinnovabili, dell’emergere della politica climatica e delle recenti tendenze delle emissioni”. Questo non significa che il rischio climatico associato a questo scenario scompaia del tutto, come spiegato successivamente.

Figura 1. Scenari CMIP5, da Fuss et al. 2014.

Uno scenario estremo, non una previsione

Negli anni, diversi ricercatori hanno contestato SSP5-RCP 8.5, sostenendo che contenesse assunzioni poco realistiche fin dall’origine. In particolare, l’aumento di cinque volte dell’uso del carbone e il triplicamento delle emissioni globali entro il 2100.

In sostanza, era utile come scenario estremo ma debole come scenario plausibile. Il problema è che venne spesso comunicato come “business as usual”, che di norma viene interpretato come il futuro verso cui il mondo sta andando in assenza di interventi straordinari. Con il senno di poi, quell’etichetta fu un errore.

Nel 2019, in una raccolta di pareri fra esperti, allo scenario SSP5 fu assegnata una probabilità del 5%. Nel 2020, in un articolo su Nature, Zeke Hausfather e Glen Peters definirono RCP 8.5 “sempre meno plausibile”.

Eppure, altri ricercatori lo difendevano. Il motivo è che gli scenari climatici non servono solo a prevedere il futuro più probabile, ma anche a fare da stress test del sistema climatico. Ad esempio, RCP 8.5 consentiva di studiare gli impatti dei cosiddetti “carbon cycle feedbacks”: processi attraverso cui il sistema climatico potrebbe amplificare il riscaldamento, come il disgelo del permafrost, incendi più frequenti e foreste e oceani che assorbono meno CO₂. Dato che questi processi erano mal rappresentati dai modelli di 15 anni fa, il loro impatto sulle temperature globali poteva essere approssimato dalle concentrazioni molto elevate di CO₂ raggiunte dallo scenario RCP 8.5, sebbene fosse poco realistico come scenario socioeconomico.

Negli ultimi dieci anni RCP 8.5 è stato utilizzato in migliaia di studi scientifici sugli impatti del cambiamento climatico, dall’agricoltura alle ondate di calore, dagli incendi agli ecosistemi. In particolare, RCP 8.5 è stato spesso confrontato con scenari con minori emissioni per rispondere alla domanda “quale è il beneficio della mitigazione?”.

Il motivo di questo vasto uso, in parte, è anche metodologico. Negli scenari estremi il “segnale” del cambiamento climatico emerge più chiaramente sopra il “rumore” della variabilità naturale. Questo rendeva RCP 8.5 particolarmente utile e “attraente” per gli studi di impatto e di adattamento.

Ed è qui che inizia il problema del “telefono senza fili”.

Il telefono senza fili climatico

Immaginiamo la staffetta dell’informazione. I modellisti climatici costruiscono uno scenario estremo – tra tanti altri – per esplorare il comportamento del sistema climatico. Gli studiosi degli impatti climatici lo usano – assieme agli altri scenari – anche perché produce segnali forti e statisticamente chiari. Giornalisti e divulgatori leggono quegli studi — a volte concentrandosi sullo scenario più estremo perché più adatto ai loro titoli — e infine politici e amministratori, forse anche un po’ impressionati da quei titoli, li usano per discutere e valutare politiche climatiche. In particolare, RCP8.5 è stato largamente usato tra il 2010 e il 2024 in politiche climatiche, pianificazione infrastrutturale e valutazioni del rischio, soprattutto come scenario estremo per stress test e analisi di resilienza. Questo scenario ha continuato a essere utilizzato anche dopo il 2017-2018 – quando sono emerse le prime forti critiche – anche perché esistevano molti più studi di impatto basati su RCP8.5 rispetto a scenari intermedi-alti, come ad esempio RCP6.0, considerati più realistici ma meno coperti dalla letteratura scientifica.

A ogni passaggio, si rischia di perdere un pezzo di contesto. Lo scenario “estremo ma utile per certe domande scientifiche” rischia di diventare gradualmente “questo è il futuro verso cui stiamo andando se non agiamo con urgenza”. È il classico effetto del telefono senza fili.

Qui bisogna essere onesti: una parte della comunicazione climatica ha effettivamente contribuito a questa distorsione. Molti articoli, report e documenti di policy hanno presentato RCP 8.5 senza spiegare chiaramente che si trattava di uno scenario estremo, non di una previsione, e che alcune delle sue ipotesi erano già considerate discutibili già parecchi anni fa.

Questo non significa affatto che il cambiamento climatico non sia grave. Significa però che il rigore nella selezione degli scenari per un certo contesto, e la trasparenza nella comunicazione dei risultati, sono cruciali.

La transizione energetica cambia il quadro

Negli ultimi quindici anni il mondo è cambiato. La crescita vertiginosa delle rinnovabili e gli impegni assunti dai paesi dopo l’Accordo di Parigi hanno modificato la traiettoria delle emissioni previste per questo secolo. Questa tendenza è stata riflessa anche nel sesto rapporto dell’IPCC (AR6, 2022), dove si sottolinea che RCP 8.5 non debba essere considerato lo scenario più plausibile.

Nel frattempo, in vista nel prossimo rapporto IPCC (AR7), la comunità dei modellisti climatici si è mossa oltre. Nell’ambito di CMIP7(van Vuuren et al. 2026), RCP 8.5 viene abbandonato come scenario di emissioni elevate. Al suo posto viene introdotto uno scenario “high” (H nella figura 2) che, assumendo la revoca delle attuali politiche di mitigazione, porterebbe a un riscaldamento massimo intorno ai 3.5°C entro fine secolo, considerato più realistico dei circa 4.5°C del RCP 8.5. In confronto, secondo le principali analisi (UNEP, Climate Action Tracker, IEA), le politiche attuali porterebbero ad un aumento di temperatura a fine secolo compreso tra 2.5C e 2.8C, approssivamente corrispondenti allo scenario “medio” del CMIP7 (M nella figura 2).

Per quanto resti difficile stabilire con precisione dove sarebbe andato il mondo in assenza delle tecnologie e delle politiche messe in campo negli ultimi 15 anni, secondo Hausfather et al. 2026 e Climate Action Tracker l’impatto di queste azioni è stato nell’ordine della riduzione delle temperature al 2100 di 0.7-1.0 °C. Molto resta da fare per raggiungere gli obiettivi climatici dell’Accordo di Parigi, ma qualcosa è già stato fatto. Questo non fa che ribadire un concetto importante nella comunicazione climatica: stiamo al volante e – sebbene ci siano molti fattori che non possiamo controllare – possiamo ancora sterzare e limitare i futuri danni climatici.

In quest’ultima versione del CMIP l’attenzione dei modelli sembra essersi spostata decisamente verso gli scenari con sostanziali riduzioni delle emissioni o addirittura emissioni negative – capaci di contenere l’aumento della temperatura globale entro i limiti degli accordi di Parigi. La plausibilità di questi scenari – soprattutto di quelli con grandi quantità di emissioni nette globali negative – sarà probabilmente oggetto di accesi dibattiti nei prossimi anni.

Figura 2. Scenari CMIP7, da van Vuuren et al. 2026.

Il rischio climatico estremo non scompare

Ci sono un paio di dettagli tecnici importanti – e spesso trascurati – nel confronto tra RCP 8.5 (o SPP5-8.5) e CMIP7.

Primo, gli scenari CMIP7 sono scenari di emissioni, mentre RCP 8.5 era uno scenario di concentrazione. Questo significa che i CMIP7 partono dalle emissioni umane e lasciano che i modelli calcolino come il sistema climatico le trasforma in concentrazioni atmosferiche, mentre RCP8.5 impone direttamente l’evoluzione delle concentrazioni di gas serra. In questo quadro, eventuali feedback positivi del ciclo del carbonio (come permafrost, foreste e oceani), simulati separatamente dagli Earth System Models, possono comunque aumentare la CO₂ atmosferica e far salire le temperature oltre quanto atteso dalle sole emissioni antropiche. In altre parole, il sistema climatico può amplificare l’impatto delle emissioni umane attraverso processi naturali che reagiscono al riscaldamento.

Secondo, mentre gli scenari più estremi stanno diventando meno plausibili dal punto di vista delle emissioni, più si studiano gli impatti climatici e più emerge che potrebbero essere più gravi, a parità di temperatura, di quanto pensassimo 15 anni fa (ad esempio, qui).

In altre parole, non si può escludere del tutto che, sul piano degli impatti, lo scenario 8.5 si riveli almeno in parte corretto per il motivo sbagliato: non per le emissioni (irrealistiche), ma per un feedback climatico più ampio del previsto e per impatti maggiori a parità di temperatura. E’ un tema quanto meno incerto – vedasi ad esempio la crescente attenzione ai cosidetti “tipping points”, o “punti di non ritorno climatico”: sono possibilità che non si possono escludere.

La scienza evolve. Ed è un bene.

Qui arriviamo al punto più importante.

Sì, RCP 8.5 era probabilmente poco plausibile fin dall’origine come scenario “business as usual”. Sì, parte della comunità scientifica e della comunicazione climatica lo ha usato talvolta in modo troppo disinvolto, anche per carenza di studi sull’impatto con scenari di emissioni “alte” più realistici”. E sì, c’è stata una certa inerzia nell’aggiornare pratiche consolidate anche quando il contesto energetico globale stava cambiando. Tutte critiche legittime.

Ma questa non è affatto la prova che “la scienza climatica era falsa”. È piuttosto un esempio del modo in cui la scienza funziona davvero: costruisce strumenti, li usa, ne scopre i limiti, li aggiorna e corregge progressivamente il tiro. Come notano Hausfather et al. 2026, dovremmo celebrare l’abbandono del RCP 8.5 come un progresso, ma senza esagerarne l’importanza.

La vera lezione riguarda soprattutto la comunicazione. Quando si usano scenari costruiti da altri bisogna stare attentissimi a non perdere le informazioni di contesto. In una staffetta bisogna guardare bene sia indietro, verso chi ci passa il testimone, sia avanti, verso chi lo riceverà dopo di noi. Se questo rigore manca, il rischio è di trasformare uno strumento scientifico utile in un messaggio pubblico distorto.

E così si finisce per offrire ai negazionisti più ideologici un bersaglio facilissimo. Il cambiamento climatico è già abbastanza serio nella realtà. Non serve amplificarlo oltre il plausibile. 

In conclusione, la vicenda di RCP 8.5 non racconta il fallimento dei modelli di scenario climatico. Racconta qualcosa di più umano e più interessante: come gli strumenti scientifici nascono con uno scopo preciso, come possono essere usati fuori contesto, come la comunicazione semplifica troppo, come il dibattito pubblico trasforma le sfumature in slogan e come la scienza, lentamente e con fatica, è capace di autocorreggersi.

È una storia che parla meno di “allarmismo” – vero o percepito – e molto di più della difficoltà di trasmettere la complessità scientifica senza perderne il significato. Che poi, in fondo, è il vero problema di ogni telefono senza fili.

Testo di Giacomo Grassi

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