Le ragioni dell’apatia climatica

Temperature soprea i 30 gradi cent. in gran parte dell'Italia del centro-nord

Nell’editoriale rilanciato da Climalteranti, Nicola Armaroli ha accusato il sistema informativo italiano di coprire la gravità delle ondate di calore in corso in Italia, e in particolare di non parlare della causa sottostante: le emissioni di gas climalteranti dovute alle attività umane, in particolare l’uso di combustibili fossili.

Non c’è dubbio che l’accusa di comportamenti omertosi sulla questione climatica sia corretta per una parte dei giornali e delle televisioni italiane, in particolare per quelli che da anni disinformano sul tema, ospitando finti esperti o mitomani climatici. Sembrerà incredibile, ma una parte del mondo informativo fatica ancora oggi a riconoscere che sono le attività umane a modificare il clima del pianeta, o che i danni già in corso e, ancor più, quelli attesi per il futuro sono molto gravi.

In altri casi l’omertà è qualcosa di più sottile: la negazione brutale della questione è stata superata, ma è raro trovare traccia dell’urgenza di limitare l’uso di combustibili fossili (gas, petrolio e carbone) in quanto causa dell’aumento delle temperature estreme e delle ondate di calore, perché questo entra in conflitto con la linea editoriale, disturba gli azionisti della proprietà, o alcuni potenti inserzionisti. Certo è inevitabile parlare dei cambiamenti climatici, delle politiche europee o del negoziato sul clima; ma senza mettere in chiaro che la combustione dei combustibili fossili, e in particolare di gas, è la principale fonte di emissioni di gas serra in Italia, e che rispettare gli impegni già presi a livello internazionale significa ridurre a zero queste emissioni in meno di trent’anni; questo può ad esempio entrare in conflitto con aziende inserzioniste che continuano a esplorare e attivare nuovi giacimenti di combustibili fossili.

L’influenza degli interessi fossili nel limitare l’informazione sul clima proprio nei momenti in cui il pubblico potrebbe essere più interessato alla tematica è stata dimostrata da diverse ricerche scientifiche dettagliate, anche in paesi del Sud del mondo (si veda questo recente preprint).

Ma le ragioni della scarsa attenzione dei media al riscaldamento globale in questi giorni di caldo estremo, una sorta di apatia climatica, non sono riconducibili solo agli interessi legati ai combustibili fossili; ci sono altre ragioni importanti già discusse su Climalteranti.

Una catastrofe poco cataclismatica

La struttura della crisi climatica è subdola. È una catastrofe al rallentatore, poco cataclismatica. Come scritto da Enrico Euli in questo post nel 2010, “i cambiamenti climatici, per loro natura, non sono adatti a produrre grandi “shock”, grandi cataclismi, come invece raccontano i film di Hollywood. I cambiamenti climatici si muovono perlopiù attraverso processi graduali ma irregolari, che bene si prestano ad essere fraintesi e non percepiti. La loro pericolosità sta più nell’irreversibilità (a meno di considerare scale temporali molto molto lunghe) che non nel loro produrre calamità improvvise”.

Vignetta satirica in cui un uomo che indossa una maglietta con una scritta contro i cambiamenti climatici sta per ricevere una "schicchera" da un'entità gigante nascosta tra le nuvole

Come ha spiegato Elke Weber (si veda il libro di Matteo Motterlini “Scongeliamo la mente, non i ghiacciai”), “la percezione del pericolo della crisi climatica manca di quel pugno nello stomaco che induce a fare qualcosa. Ansia e paura sono i motori delle nostre risposte ai pericoli, ma di fronte all’emergenza climatica il sistema affettivo non si attiva”…  “ci allarmiamo di più per gli eventi estremi e spettacolari, come uragani e tornado, mentre fenomeni meno visibili ma molto più letali, come le ondate di calore, vengono sottovalutati”.

È vero che il caldo porta anche tempeste più intense innescate dall’accumulo di energia e vapore acqueo e dalle alte temperature dei mari, porta gravi incendi (per ora soprattutto in Spagna, Francia e Grecia), una preoccupante crisi idrica (nel nord Italia) e sicuramente si conteranno molte decine di migliaia di morti in eccesso in Europa: ma i morti legati alle ondate di calore non sono così appariscenti; e soprattutto non sono più una novità.

Come ha scritto Jonatan Franzen, “…altri tipi di apocalisse, religiosa o termonucleare o asteroidale, hanno almeno la nitidezza binaria del morire: il mondo esiste e un istante dopo non esiste più. L’apocalisse climatica, al contrario, è caotica. Prenderà la forma di crisi sempre più gravi che peggioreranno in modo disordinato, finché la civiltà non comincerà a disgregarsi. Le cose si metteranno molto male, ma forse non troppo presto, e forse non per tutti. Forse non per me”.

La nuova normalità della crisi climatica

Campo di girasoli riarso dalla siccità

La persistenza delle ondate di calore, iniziate a inizio giugno, ha portato non solo i climatologi, ma anche le persone e i mezzi di informazione a vedere la situazione attuale come “una nuova normalità”. Dopo lo stupore per le temperature fuori scala, i mezzi di informazione si sono ormai abituati. Dopo numerose interviste che collegavano quanto stava succedendo alle emissioni di gas serra, giornali e televisioni hanno in gran parte smesso di farlo. Questo è comprensibile per come funziona il mondo della comunicazione, che privilegia la novità, l’anomalia, il record. Se le temperature sono eccezionali da 70 giorni, non c’è più un’eccezione da raccontare: la nuova normalità non è notiziabile. L’ordinario non ha valore informativo. Una notizia già scritta e letta, non viene riletta se viene riscritta, quindi non viene ripubblicata. Il disinteresse non è solo di telegiornali o dei quotidiani, è anche per quella galassia del mondo informativo fatto di portali, blog, alcuni di questi di matrice ambientalista o almeno molto lontani dal mondo fossile. Ci si adatta alla nuova normalità.

Le ondate di calore non sono un ponte che crolla

Per fare un esempio, il problema delle ondate di calore è che non sono assimilabili al “ponte che crolla”, per cui, come scrive Armaroli, “nessuno si limita a dire che il traffico è stato deviato. Si cercano cause, responsabilità, manutenzioni mancate”. Certo, per molte persone le ondate di calore sono sofferenza e un giro al pronto soccorso, ma per molte altre sono un fastidio gestibile. In ogni caso non sono paragonabili nell’immaginario collettivo a un ponte che crolla. Le ondate di calore persistenti per molte persone sono un po’ come le code sulle tangenziali delle grandi città: in molti casi ricorrenti, seccature croniche che creano disagi e danni economici e ambientali, ma che vengono di fatto tollerate, ci si fa l’abitudine. Non c’è dubbio che i morti aggiuntivi causati da queste ondate di calore in Italia saranno centinaia di volte superiori a quelli causati dal crollo del ponte Morandi, ma sono meno evidenti, spettacolari, e l’attribuzione non è così ovvia.

L’ansia e l’impotenza

Hyde Park a Londra riarso dalla siccità

In un precedente post, Lucia Tecuta ha spiegato come secondo l’ampia letteratura scientifica ormai disponibile sul tema, l’ansia climatica può rappresentare sia una spinta all’azione e alla partecipazione civica, ma “può anche diventare fonte di sofferenza quando supera determinate soglie o quando le persone percepiscono di non avere risorse sufficienti per affrontarla”. Fra i motivi per cui le persone in questo periodo non vogliono saperne di più sulla crisi climatica, e di conseguenza i mezzi di informazione non propongono più notizie, è quindi da considerare il sovraccarico emotivo: la difficoltà di gestire il dolore per il clima cambiato, di cui ci si sente in fondo un po’ responsabili.

E poi c’è il senso di impotenza. Le persone (certo, non tutte), hanno capito che la crisi climatica è reale, che sono parte delle cause, ma non hanno degli strumenti per agire, per ridurre lo stress sentendosi parte della soluzione. Oppure percepiscono che il problema è talmente grave e globale che anche il loro eventuale impegno non può certo cambiare l’evoluzione delle temperature dei prossimi anni.

Un modo per gestire l’ansia o le emozioni dolorose è la negazione o la minimizzazione della crisi climatica. È la difficoltà di gestire l’angoscia della crisi climatica a portare alcune persone tutt’altro che stupide a dare retta alle tesi più strampalate, o a scienziati chiaramente poco credibili.

Diverse indagini globali mostrano come la maggior parte delle persone è preoccupata per il surriscaldamento globale e sia già favorevole a politiche climatiche più ambiziose, ma tenda a credere che gli altri non lo siano. Si tratta di un noto perception gap, riconducibile al fenomeno della pluralistic ignorance. Un meccanismo analogo può essere applicabile anche al tema del caldo estremo: io sono preoccupato, ma probabilmente gli altri non lo sono; quindi non ne parlo e continuo a comportarmi come se nulla fosse.

Le forze contrapposte che portano all’inazione

Le scienze sociali da tempo studiano le motivazioni che portano le comunità ad attivarsi contro la crisi climatica, o viceversa ad essere inattive. Queste ricerche hanno mostrato ad esempio come la presenza dell’industria fossile, e un suo ruolo importante nell’economia di una comunità, gioca un ruolo significativo nella minore attivazione di comunità colpite da shock climatici (precipitazioni estreme e alluvioni). Hanno anche mostrato come spesso l’apatia di una comunità non dipende dalla mancanza di consapevolezza, o dall’incapacità di legare i danni della crisi climatica alle cause e alle politiche necessarie, ma piuttosto dalla mancanza di una forte coscienza collettiva che sfoci in un’azione politica collettiva. Come spiegato nel recente lavoro di Ahrenshop et al (2026), se quando si verificano crisi climatiche i combustibili fossili forniscono una fonte indiscussa di benessere e stabilità locale, come ad esempio posti di lavoro sicuri, assistenza sociale e risorse, che nessuna alternativa può credibilmente sostituire, questo produce una maggiore apatia collettiva. Il risultato principale, tuttavia, non è l’ignoranza sui cambiamenti climatici, bensì un silenzioso stato di inazione politica.

Imparare dalle catastrofi

La famosa immagine dei Beatles che attraversano Abbey Road a Londra, ma sommersi da 1 metro d'acqua

Non dobbiamo stupirci se i mezzi di informazione, i cittadini e i governi di molti Paesi mostrano scarso interesse per il riscaldamento globale anche durante ondate di calore devastanti come quella in corso in Europa. Non è solo un problema di omertà legato alla dipendenza del sistema informativo dai poteri fossili. È la particolarità della crisi climatica, il suo essere una lenta degenerazione incrementale, a rendere difficili gli apprendimenti e le mobilitazioni.

Ma le ondate di calore in corso sono solo uno degli impatti del surriscaldamento globale, tanti altri inevitabilmente colpiranno l’Italia, l’Europa e il mondo nei prossimi decenni. È molto probabile che fra quarant’anni estati come quella del 2026 saranno considerate del tutto normali, o forse anche un po’ fresche, e che precipitazioni estreme lasceranno molte più devastazioni; indipendentemente da quanto nei prossimi anni sarà fatto per ridurre le emissioni. Su questo, la scienza del clima lascia pochi margini di dubbio. Ci saranno quindi ancora tante occasioni per imparare dalle catastrofi portate dal cambiamento climatico, per assumere un atteggiamento resiliente e produttivo, che affronti le cause e gestisca in modo più equo e efficiente gli impatti. Ricordando che, se non si agisce con rapidità e decisione nel ridurre in modo drastico l’uso di combustibili fossili e le altre cause delle emissioni di gas serra, nei decenni successivi potremmo entrare in un territorio inesplorato, in cui le possibilità di adattarsi saranno molto più esigue.

Cambiare narrazione

Vignetta satirica con una persona che chiede: " E se creassimo un mondo migliore per niente?"

Emerge quindi un paradosso. La responsabilità principale della transizione spetta ai governi e alle grandi aziende, perché sono loro a decidere gli investimenti sulle infrastrutture energetiche, le regole e i tempi dell’uscita dai combustibili fossili. Ma difficilmente governi e aziende cambieranno direzione senza una forte domanda popolare. Proprio questa domanda rischia però di indebolirsi quando la crisi climatica diventa la nuova normalità: le persone si abituano agli impatti, si sentono impotenti, smettono di parlarne e finiscono per chiedere meno azione politica proprio quando sarebbe più necessaria. Il consenso per le politiche climatiche ambiziose rischia così di rimanere silenzioso. In questo vuoto, governi e imprese possono sostenere che la società non è pronta, mentre molti cittadini, non vedendo gli altri mobilitarsi, concludono di essere soli nelle proprie preoccupazioni.

Per ricostruire una domanda pubblica può essere utile cambiare  il linguaggio, senza nascondere le cause e le responsabilità. Costruire una narrazione fondata sui benefici della transizione. Anche gli studi sulla comunicazione basati sulla psicologia indicano sempre di più quanto sia importante puntare su uno storytelling positivo, sulle soluzioni, con esempi concreti, locali e pratici per aumentare il coinvolgimento.

L’uscita dai combustibili fossili non riguarda solo i benefici sulle temperature: significa  bollette meno esposte alle crisi del gas, minore dipendenza da Paesi instabili, aria più pulita, meno malattie, abitazioni più confortevoli e città più vivibili. In Europa, il discorso sulla transizione si è spostato solo in parte verso la sicurezza energetica, i benefici per la competitività e la protezione delle famiglie di un sistema energetico più efficiente e basato sulle fonti rinnovabili. Rendere visibili questi benefici può trasformare una minaccia percepita come lontana e incontrollabile in una serie di obiettivi concreti, vicini e raggiungibili. Servono poi luoghi in cui il consenso disperso possa riconoscersi e diventare azione: partiti politici, associazioni, sindacati, comunità energetiche, assemblee cittadine e campagne locali capaci di ottenere risultati visibili.
C’è però un limite a quanto un cambio di narrazione possa fare. La crisi climatica è indubbiamente più complessa di qualsiasi sfida affrontata finora dai cosiddetti Sapiens, diffusa nello spazio, dilazionata nel tempo, priva di un nemico visibile a cui opporsi. Raccontare meglio la transizione aiuta a costruire consenso, ma i cambiamenti potrebbero essere comunque troppo lenti. Oggi serve quindi qualcosa di nuovo, che la nostra specie sappia stupire in modo diverso: non per un atto eroico e improvviso, bensì per la capacità collettiva di trasformare una consapevolezza diffusa e silenziosa in una volontà politica altrettanto diffusa e generativa. Il tempo per farlo, però, si sta assottigliando.

Testo di Stefano Caserini, con contributi di Matteo Motterlini, Lucia Tecuta e Giorgio Vacchiano

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