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La COP16 e la fine del diritto di veto

Uno dei passaggi importanti alla COP16 è stata la fine del diritto di veto. Adottando l’Accordo di Cancún anche senza il consenso della Bolivia e negandole così il diritto di veto, i delegati erano consapevoli di creare un precedente per negare in futuro il diritto di veto a posizioni isolate, spianando così la via a quello che sarà l’accordo di Durban.

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Uno sviluppo sostenibile deve ottenere le risorse necessarie a garantire una crescente qualità della vita senza che ciò comprometta lo sviluppo futuro. Il concetto di sostenibilità si concretizza perciò in sistemi socio-economici in grado di produrre progresso economico e sociale con un bilancio in equilibrio tra input e output.

Nel caso dei cambiamenti climatici gli output prodotti dalle attività antropiche, i gas ad effetto serra, alterano le condizioni ambientali con conseguenti e crescenti impatti sul pianeta e quindi sui sistemi socio-economici. Gli impatti attesi più evidenti sono l’aumento delle temperature e degli eventi estremi meteorologici; per l’Italia, l’aumento dell’intensità delle precipitazioni, con conseguenti problemi di erosione e dissesto del territorio, e l’aumento in frequenza, lunghezza ed intensità dei periodi di siccità. La conseguenza più diretta è la perdita di fertilità ed il cambiamento dei processi di sviluppo delle colture e degli organismi ad esse collegati, con conseguenti perdite di biodiversità e produzione.

Per arginare tali effetti e azzerare le emissioni nette di gas serra, la comunità internazionale cerca da anni meccanismi di governance in grado di indurre modifiche negli stili di vita ed incentivare e guidare lo sviluppo tecnologico. Il Protocollo di Kyoto, rigido e incompleto, è stato il primo tentativo in tale direzione.
Dopo il fallimento di Copenaghen, a Cancún si sono gettate le basi di un sistema di governance, da finalizzare alla prossima conferenza sul clima che si terrà a Durban (Sud Africa) nel dicembre 2011. Ciò è avvenuto grazie all’azione comune di 193 paesi che credono nel multilateralismo come soluzione dei problemi globali. Nei loro interventi finali i delegati hanno ricordato che la democrazia poggia sul multilateralismo, sul rispetto delle differenze, sulla negoziazione di un compromesso che, pur riconoscendo le differenze, crea un punto comune di azione, e riconosce che una singola posizione non può bloccare l’azione degli altri. Quest’ultimo è stato il punto più controverso: in passato il consenso si era tradotto per consuetudine nella necessità di avere l’unanimità per l’adozione di qualunque decisione (anche se nelle Rules of Procedures adottate dalla Convenzione sui Cambiamenti Climatici non si è mai raggiunto l’accordo su tale punto – vedi Rule 42 del documento FCCC/CP/1996/2 del 22 Maggio 1996). Ora questo concetto è stato più correttamente reinterpretato nella necessità di considerare tutte le singole posizioni, evitando però l’immobilismo.

Cancellato il diritto di veto, che la richiesta di unanimità consegna ad ogni singolo votante, resta il diritto di ognuno di vedere riflessa la propria posizione nel compromesso finale. Al contempo si è fissato il dovere di ognuno di mettere in discussione, ovvero negoziare, le proprie posizioni per dare la possibilità a tutti di progredire (come riportato da Chiara Rogate – il mantra di Cancún è stato “moving forward” piuttosto che “reaching consensus”).
La “morte” del diritto di veto è stata alquanto traumatica. Durante tutte le assemblee conclusive i rappresentati della Bolivia hanno chiesto ripetutamente di non approvare alcun documento, vista la loro contrarietà. Ma le presidenze delle assemblee hanno forzato la consuetudine approvando i documenti, fra gli applausi scroscianti dei delegati.
Ciò fa ben sperare per il futuro perché tutti erano coscienti, superpotenze incluse, che negando il diritto di veto alla Bolivia stavano rinunciando anche al proprio.

L’Accordo di Cancún contiene tutti gli elementi necessari a garantire efficacia e flessibilità al futuro meccanismo per la lotta ai cambiamenti climatici che a Durban dovrà impegnare tutti i paesi. Riconosce l’urgenza di un’azione collettiva da cui nessuno può ritenersi escluso. Si dovrà dunque stabilire un obiettivo globale in termini di riduzione netta delle emissioni tale da assicurare che la crescita della temperatura non superi i 2° C. L’obiettivo dovrà essere suddiviso tra tutti i paesi, tenendo conto delle responsabilità e delle capacità di ogni nazione, e della necessità di non bloccare la crescita dei paesi in via di sviluppo.
Si dovrà agire per adattare i sistemi socio-economici ai cambiamenti climatici già in corso, soprattutto per garantire la sicurezza alimentare, e ridurre le emissioni nette rispetto ad uno scenario di riferimento che ne proietta la tendenza nel futuro, tenendo conto delle attuali dinamiche così da incentivare solo cambiamenti negli stili di vita e tecnologie utili alla mitigazione. Un Green Fund ed uno Standing Committee raccoglieranno ed incanaleranno risorse finanziarie alle attività collegate alla lotta ai cambiamenti climatici.
La finanza è il combustibile che dovrà far girare l’intero meccanismo ed il mercato del carbonio sembra essere l’elemento fondante. Sono inoltre istituiti un Technology Executive Committee ed un Climate Technology Center and Network, incaricati di selezionare ed incentivare tecnologie a basse emissioni. Infine l’Accordo insiste sulla cooperazione necessaria per aumentare nei paesi in via di sviluppo la capacità di attuare politiche, misure e meccanismi per la lotta ai cambiamenti climatici.

È stato dunque dato inizio a un circolo virtuoso in grado di produrre mitigazione e adattamento, e di minimizzare i cambiamenti climatici, una delle più gravi minacce legate alla insostenibilità degli attuali cicli produttivi e stili di vita.

La speranza si potrà concretizzare a Durban, dove tutti saranno chiamati a dare il loro contributo; l’Italia questa volta non dovrebbe tirarsi indietro, ma essere attore di una lungimirante politica internazionale che abbia nelle politiche per lo sviluppo sostenibile, e perciò nella lotta ai cambiamenti climatici, gli strumenti necessari a garantire progresso economico e sociale ad ogni paese.

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Testo di Sandro Federici, con il contributo di Sylvie Coyaud

9 responses so far

9 Responses to “La COP16 e la fine del diritto di veto”

  1. claudio della volpeon feb 6th 2011 at 10:41

    Sandro e Sylvie vorrei chiedervi un esempio concreto; supponiamo che un paese, che so appunto la Bolivia o caso opposto gli USA si rifiuti di aderire concretamente ad una certa procedura; che strumenti ci sono per obbligarlo o convincerlo? in altri termini non mi è chiaro come si fa a superare nella pratica l’atteggiamento di chi in un modo o nell’altro si oppone; come la finanza può essere motore di tutto ciò?
    voi scrivete:
    La finanza è il combustibile che dovrà far girare l’intero meccanismo ed il mercato del carbonio sembra essere l’elemento fondante.
    dato che la finanza finora è stata la base di ogni “distruzione”, e il mercato del carbonio mi pare funzioni poco come avverrà il contrario?

  2. sandroon feb 6th 2011 at 18:59

    caro Claudio,

    uno dei principi fondanti del negoziato e delle successive politiche e misure adottate dalla conferenza delle parti della convenzione sul clima e’ che ogni accordo si applica solo ai paesi che vi aderiscono. Ad esempio il protocollo di kyoto e’ stato adottato anche con il voto favorevole degli stati uniti che pero’ non vi hanno mai, successivamente aderito.
    quello che si e’ evitato in cancun e’ che un singolo paese impedisse a tutti gli altri di agire per contrastare i cambiamenti climatici (sempre per tornare al parallelo con il protocollo di kyoto, gli stati uniti anche se non vi aderiscono non hanno impedito agli altri paesi di mettere in piedi il meccanismo del mercato del carbonio e di utilizzarlo).
    riguardo alla finanza forse per la brevita’ del post non abbiamo ben chiarito cosa intendiamo. Ci sono tre modi per “regolamentare” il comportamento della specie umana, la cultura, la legge, l’interesse personale. Io ritengo che il primo sia di gran lunga il piu’ efficace ma richiede tempo, che non abbiamo, la legge e’ il piu’ inefficace (e noi italiani ne siamo la testimonianza piu’ chiara) e non e’ in grado di generare un significativo cambiamento nei comportamenti e nella cultura di un paese, ed in genere li segue, resta l’interesse personale. E’ un grandissimo motore della quotidiana azione della specie umana e la finanza e’ probabilmente lo strumento piu’ potente in cui esso si manifesta. E’ per questo che a me sembra che la finanza debba essere lo strumento nel breve e brevissimo periodo da utilizzare ed il mercato del carbonio e’ il meccanismo che puo’ fare cio’.
    E’ ovvio pero’ che e’ urgente il cambiamento culturale affinche’ la sostenibilita’ divenga il fondamento della nostra organizzazione societa’.
    Su questo probabilmente anche climalteranti dovrebbe dibattere; poiche’ se i cambiamenti climatici sono un problema della insostenibilita’ del nostro sistema socio-economico (e questo le evidenze scientifiche dimostrano) e’ necessario discutere anche delle soluzioni.
    ciao

  3. oca sapienson feb 7th 2011 at 01:49

    @claudio d.v.
    ma io faccio solo la correzione delle bozze!
    Secondo me, sono importanti le “esternalità”, i costi che la collettività paga per difendersi dalle conseguenze dannose dell’attività di imprese private. Stando al WTO, sono sussidi statali occulti. Vanno internalizzati: pagati dall’impresa e inclusi nel prezzo del prodotto finale. I meccanismi finanziari – tipo tasse sugli inquinanti e detrazioni fiscali – le incitano a pulirsi e favoriscono quelle già pulite. Gli incentivi invece servono “to level the playing field” per le aziende pulite rimborsandone i costi di produzione maggiori rispetto a quelli concorrenza sporca.

    La Bolivia: metti che per estrarre petrolio disboschi un po’ di montagne, se incorpora le esternalità (emissioni, bonifica di acqua, suolo ecc) nel prezzo del barile, aumenta la benzina che ne trai e diventa conveniente l’etanolo brasiliano.

    Salvo paese autarchico, internalizzare le esternalità delle fonti energetiche rende le merci a valle meno competitive. Idem per gli USA. Sono i primi importatori del mondo, possono tornare all’autarchia solo tassando le importazioni (tariffe) e lanciandosi in una “trade war” che non possono permettersi, indebitati come sono e ricattabili da chi ne ha comprati i buoni del tesoro (Cina).

    Per rimanere nel capitalismo di libero mercato, io preferirei una carbon tax al cap and trade, e una Tobin tax per gli incentivi ai paesi vittime di externalities dai tempi del colonialismo…

  4. claudio della volpeon feb 7th 2011 at 07:40

    grazie per le risposte; devo confessare che ci capisco ben poco di quest’argomento; ma occorre approfondirlo; a questo scopo faccio una seconda domanda: anche a me parrebbe che la carbon tax sia una cosa opportuna, specie se accoppiata al rimboschimento; cioè immaginiamo di usare 1c al litro del costo carburante per fare rimboschimento.
    non sarebbe questa una buona idea? e quanto ce ne verrebbe in termini pratici? il cap and trade mi appare un meccanismo di quelli che danno spazio ai trucchetti; forse mi sbaglio; voi che ne dite?

  5. oca sapienson feb 7th 2011 at 10:42

    @cdv
    sono d’accordo con te. Per il cap and trade – o REDD e le foreste – bisogna eliminare la corruzione, cambiare la cultura, come dice Sandro. E tieni conto che ogni accordo dev’essere compatibile con centinaia di altri, rif. Nespor, Il governo dell’ambiente, Garzanti.

    Carbon tax: per rimboschimento o trasporti marittimi puliti o altro, la sua efficacia dipende dall’economia locale. La stima media è – vado a memoria, see wiki – 40$ a ton/C standard deviation 80 $… Dipende anche dalla sensitività che assumi. Sul litro di benzina fai tu i calcoli, io sono negata e uso la bici.

    Tobin tax o simile – see idem: 0,1% sulle transazioni finanziarie internazionali = ca. 150 miliardi di dollari all’anno. Non se ne vede traccia, e temo un Kyoto bis: le potenze economiche si spartiscono i “meccanismi finanziari” per favorire le proprie industrie. Ai poveri che non emettono CO2 lasciano le briciole.

    Di economia e finanza so poco, googlare “externalities economics sustanaibility” i classici, Pigou, Coase, Tobin ecc. sono online.

  6. sandroon feb 7th 2011 at 11:51

    Il cap and trade, come la carbon tax, si traduce in un costo aggiuntivo per chi produce con sistemi piu’inquinanti (e quindi in un incentivo per chi ha tecnologie pulite).

    la differenza tra i due e’ che con il cap and trade si lascia che il livello di “tassa” si fissi automaticamente e che evolva quotidianamente in accordo con lo sviluppo della tecnologie e della domanda, e sia in grado quindi di differenziare i costi tra produttori per ogni singola anche se piccola differenza nel processo produttivo.
    la tassa tutto cio’ non lo puo’ fare, e’ rigida (magari la si puo’ rivedere annualmente), non discrimina per casi, ma al massimo per categorie, e’ soggetta a tutte le inefficienze proprie dei processi decisionali ed alle distorsioni create dai gruppi di interesse (potete immaginare cosa accadrebbe in italia, si consideri ad esempio il caso del cip 6).
    il problema del cap and trade e’ che il mercato perche’ sia effciente va mantenuto libero e regolato in modo da non permetter che il potere di gruppi o cartelli dominanti, o loopholes nella regolamentazione, lo rendano inefficace (ed anche su questo in italia non abbiamo esempi gratificanti).

    ciao

  7. Annaon feb 18th 2011 at 14:42

    Uno spunto di riflessione ?

    Barack Obama si arrende: niente limiti alle emissioni di CO2

    ” Abbandonato definitivamente il progetto di legge sul Cap and ’Trade all’europea ”

    Ennesima promessa infranta per gli elettori di Barack Obama: il presidente degli Stati Uniti ha rinunciato ad inserire nella legge finanziaria per il 2012 il meccanismo del “Cap and Trade”, di derivazione europea. Il Cap and Trade prevede che le aziende abbiano dei limiti alle emissioni di CO2 e che, se non riescono a rispettarli, siano costrette a comprare diritti di emissioni a caro prezzo.

    La proposta del mercato delle emissioni di CO2 faceva parte del programma elettorale di Obama, ed era uno dei punti principali della sua proposta ambientalista. La Camera dei Deputati l’aveva anche approvata ma il Senato, già allora, aveva affossato ogni possibilità che le aziende americane abbiano dei limiti alle emissioni. Adesso che Obama ha dovuto presentare la finanziaria alla nuova Camera, recentemente caduta in mano ai Repubblicani, ha preferito non inserire la proposta anti CO2 per evitare che la stessa finanziaria fosse in pericolo “per colpa” del Cap and Trade. Le speranze di un’America attenta all’ambiente, guidata da un presidente illuminato, sono ormai un pallido ricordo.

  8. Gianfrancoon feb 20th 2011 at 18:10

    @ Anna
    Eh già, è davvero triste vedere svanire le speranze che l’elezione di Obama aveva suscitato anche fuori dagli USA. Evidentemente gli elettori si sono dimenticati che oltre al Presidente ci sono anche Congresso e Senato. Forse Obama sta pensando di rimpiazzare C&T con la Carbon Tax? O forse ha ragione chi sostiene che gli USA si sono ormai avviati su una scivolosa china ultra-conservatrice e hanno perso la capaicità di guida del mondo libero. Dobbiamo riporre le nostre speranze nella Cina? Sperare costa poco.

  9. [...] questa volta (come nelle precedenti, vedi qui qui e qui) non è stato un fallimento completo, e non è stato un successo, che non era neppure atteso (come [...]