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Verso i piani di adattamento climatico: lezioni da Fukushima

Cinque lezioni impartite a caro prezzo da Fukushima – perché ciò che è successo tenderà a ripetersi e tutto il mondo deve essere pronto.

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Dopo il terremoto dell’11 marzo 2011, lo tsunami e le esplosioni alla centrale atomica di Fukushima, siamo nel mezzo di una crisi gravissima e non sappiamo come andrà a finire. Come dice il negoziatore UE per i cambiamenti climatici “We haven’t seen the end of what is going to happen in Fukushima…So certainly it is something that has an impact on climate negotiations”.

Rappresenterà la fine dell’energia atomica nel mondo o un ripensamento sulle sue caratteristiche di sicurezza? Segnerà una svolta in un paese cardine dell’ordine economico mondiale? Sarà causa di sconfitta elettorale dei partiti pro-atomici? O invece qualcuno lo considererà solo un incidente di percorso, che avrà dimostrato la grande efficienza e competenza degli operatori del settore e delle Agenzie per la sicurezza nucleare?

Al momento non possiamo contare sul senno di poi: ci troviamo in mezzo alla corrente. Proprio come di fronte ai cambiamenti climatici. Essi non hanno un “punto terminale” ma saranno una successione ad ondate, come quella che or ora ci sommerge.

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I piani che Stati, regioni ed enti locali dovranno approntare per far fronte all’impatto dei cambiamenti climatici e quindi adattare i requisiti costruttivi, le infrastrutture, le dotazioni territoriali, le norme di sicurezza, emergenza ed evacuazione nonché più in generale adattare leggi, tassazione, spesa pubblica e comportamenti dovranno tener conto di molte cose, tra cui, ci sembra, le seguenti cinque lezioni da trarre dall’insieme degli accadimenti giapponesi.

La prima cosa che vorremmo non si dimenticasse di questa tragedia è che un evento estremo è accaduto. A chi pensa solo in termini di medie, a chi modera per principio, a chi si fida della regolarità delle serie storiche disponibili, dobbiamo dire: gli eventi che si situano oltre, per intensità e distruzione, agli accadimenti passati avvengono davvero. Il terremoto è stato “insolitamente” forte e vicino, producendo uno tsunami “eccezionale” che ha sorpassato in un balzo le barriere che erano state predisposte e le prime stime dei danni.

E questo sarà tanto più vero per i fenomeni ricollegabili ai cambiamenti climatici, poiché vi è una tendenza crescente di fondo che fa sì che il riferimento dato dalle medie passate venga continuamente sorpassato. E la “sorpresa” che eventi estremi tendono a procurare non dovrebbe più essere tale: lo scenario che va dispiegandosi è quello di eventi estremi che si superano l’un l’altro, a frequenze via via più elevate, in cui la distanza temporale tra uno e l’altro si riduce, mettendo a dura prova la resilienza dei territori, cioè la loro capacità di risorgere.

Chi prevedeva catastrofi non era un catastrofista (cioè un esagerato pessimista) – indicava invece un pericolo ben reale che si è poi manifestato. I piani di adattamento dovranno quindi adottare una prospettiva prudenziale, lavorando su ipotesi anche estreme.

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La seconda lezione è che, in un evento estremo, fattori climatici e non-climatici sono inestricabilmente legati: natura, clima e questione energetica contribuiscono di volta in volta in proporzioni diverse alla genesi del disastro ma la sua gestione – in termini di disaster preparedness, response, recovery – non ha eccessivo bisogno di distinguere le percentuali. Costruire un sistema di allerta, di evacuazione rapida, di immagazzinamento e distribuzione delle scorte, di prestazioni mediche e di protezione degli operatori nella zona devastata, contaminata e soggetta a nuovi shocks si può fare in modo largamente indipendente dalla proporzione delle cause, che vanno contemplate tutte.

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Chi spacca il capello in quattro nella contabilità di quanto pesano le diverse componenti può riporre le forbici: produrrebbero solo risultati soggettivi opinabili, destinati a cambiare nel tempo, come accennavo ad Istanbul nel 2010.

La terza lezione è che a produrre un evento estremo è la congiunzione di più fattori forzanti, ciascuno con un proprio profilo temporale, magari con un certo coefficiente di correlazione e con feedbacks. In parole semplici: ci vuole un po’ di sfortuna. La probabilità è bassa. Ma se il numero di volte con cui si gioca alla roulette russa è alto, che parta un colpo letale è quasi certo.

Di centrali atomiche il Giappone ne ha cinquantacinque, di cui undici nella zona colpita dallo tsunami. Che una di esse vada in stato critico non è poi così strano.

Accanirsi sui dettagli del disastro specifico è inutile. Ed è inutile sperare che le lezioni singole vengano imparate ed evitate in futuro. Nel 1992 Fukushima era già stata teatro di un disastro, fatto di cedimenti, menzogne e promesse di sicurezza, come perfettamente documentato dallo scrupoloso database dei fallimenti tecnologici tenuti dai giapponesi.

Non basta quindi dire: la prossima volta faremo muri più alti, sposteremo le batterie di back-up, ecc. Abbassare la probabilità non basta, se nel frattempo si moltiplicano i casi di esposizione alle intemperie. Il problema è quindi la pericolosità intrinseca, il trend crescente della violenza della natura nelle sue varie forme, il gran numero di punti vulnerabili.

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Per evitare di crepare con la roulette russa, occorre mettere giù la pistola e smettere di premere sul grilletto.

La quarta lezione è che essere pronti aiuta: la legislazione antisismica e la sua scrupolosa attuazione hanno effettivamente alleviato i danni del terremoto. Nelle scosse di assestamento post-scossa principale si sono raggiunti pù volte i 6 gradi Richter, ma i danni sono stati spesso contenuti. L’Aquila era un 5,9 … .

Prepararsi ed adattare le leggi e le pratiche costruttive al cambiamento climatico è quanto mai fondamentale.

La quinta lezione è che però prepararsi, se anche aiuta, non basta. I danni del complesso di terremoto, tsunami e disastro atomico sono stati terribili. L’onda anomala ha superato di un balzo le barriere costruite negli anni con grande dispendio di soldi e con lo scopo precipuo di essere utili in questi casi. Le barriere infrastrutturali si sono rivelate delle linee Maginot, capaci di far guadagnare una manciata di secondi ma non di prevenire le perdite.

Le strategie nazionali e locali di adattamento ai cambiamenti climatici devono seguire un’altra strada e tenere conto di queste prime, parziali, cinque lezioni di giapponese.

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Testo di Valentino Piana

3 responses so far

3 Responses to “Verso i piani di adattamento climatico: lezioni da Fukushima”

  1. Marcoon Apr 20th 2011 at 10:10

    Completamente d’accordo. Bisogna passare dal concetto di “tempo di ritorno” per intenderci quello che ti dice che si, qui ci puoi costruire perché tanto non is prevede che per i prossimi 30 anni ci sia un evento catastrofico, al concetto di
    1) costruire con criteri anti evento catastrofico con la migliore tecnologia possibile
    2) adoperare il cervello e non mettere le strutture, le case le infrastrutture in condizione di rischio oggettivo.
    Insomma bisogna smettere di costruire le centrali nucleari che sono un’assurdo suicidio, ma anche le dighe come Campotosto o Ridracoli costruite sopra ad una faglia, tanto la teniamo sotto controllo….

  2. Vincenzoon Apr 20th 2011 at 22:40

    Su questi temi non si sta facendo molto in Italia, se parli di prevenzione e di possibilità di eventi estremi ti dicono che sei un catastrofista
    dopo, sono tutti a lamentarsi e a prendersela con gli altri
    guardate in Veneto, dopo le alluvioni nessuno ha fatto un po’ di autocritica per avere devastato il territorio .. è colpa dello stato e basta

    Anche sui piani di adattamento l’Italia sia messa male
    http://www.eea.europa.eu/themes/climate/national-adaptation-strategies
    qualcuno sa se hanno intenzione di approvare formalmente il piano nazionale o qualcosa del genere ?

  3. […] Dopo il terremoto dell’11 marzo 2011, lo tsunami e le esplosioni alla centrale atomica di Fukushima, siamo nel mezzo di una crisi gravissima e non sappiamo come andrà a finire. Come dice il negoziatore UE per i cambiamenti climatici “We haven’t seen the end of what is going to happen in Fukushima…So certainly it is something that has an impact on climate negotiations”. Rappresenterà la fine dell’energia atomica nel mondo o un ripensamento sulle sue caratteristiche di sicurezza?  Valentino Piana ci accompagna in una chiara riflessione sulle 5 lezioni impartite a caro prezzo da Fukushima e sul perché ciò che è successo tenderà a ripetersi e tutto il mondo deve essere pronto. Vai all’articolo pubblicato su Climalteranti […]