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SINTESI DELLA CONFERENZA SUL CLIMA DI DURBAN

Pubblichiamo un ampio stralcio dell’analisi dei risultati della conferenza sul cambiamento climatico di Durban realizzata dall’IISD (International Institute for Sustainable Development) e diffusa con l’Earth Negotiations Bulletin, un servizio aggiornato e autorevole di informazione sulle negoziazioni sull’ambiente e lo sviluppo sostenibile. Ringraziamo Roberto Guizzi per il lavoro di traduzione.

La Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici in Durban, Sud Africa, si è tenuta dal 28 Novembre al 11 Dicembre 2011. È consistita in una serie di eventi, inclusa la diciassettesima sessione della Conferenza delle Parti (COP 17), della Convenzione delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UN Framework Convention on Climate Change – UNFCCC) , il settimo incontro della conferenza degli Aderenti al Protocollo di Kyoto (CMP 7). A supporto di queste due principali, si sono aggiunti altri quattro organismi negoziali: la ripresa della 14ª sessione dell’“Ad hoc Working Group on Long-term Cooperative Action” sotto l’egida della Convenzione (AWG-LCA); la ripresa della 16ª sessione dell’“Ad hoc Working Group on Further Commitments for Annex I Parties under the Kyoto Protocol (AWG-KP)”; e la 35ª sessione di altri due organismi: “Subsidiary Body for Implementation (SBI)” e “ Subsidiary Body for Scientific and Technological Advice (SBSTA). Erano presenti di 12.480 partecipanti, inclusi più di 5.400 delegati dei governi, 5.800 rappresentanti di uffici ed agenzie delle Nazioni Unite, enti Intergovernativi e organizzazioni della società civile, e oltre 1.200 rappresentanti dei media.
Le riunioni hanno dato luogo alla adozione di 19 decisioni COP, di 17 decisioni CMP e alla approvazione di varie Conclusioni di altri enti presenti. I risultati coprono una vasta gamma di argomenti, ed in particolare

  • un secondo periodo di impegno nell’ambito del Protocollo di Kyoto,
  • una azione cooperativa a lungo termine, nell’ambito della Convenzione [UNFCCC],
  • il lancio di un nuovo processo finalizzato ad un accordo con forza legale applicabile a tutti gli Stati Aderenti alla Convenzione
  • la decisione di rendere operativo il Fondo Verde (Green Climate Fund-GCF)

Dopo le frustrazioni di Copenaghen e dopo le battaglie a Cancún per salvaguardare l’approccio multilaterale, a Durban i negoziatori hanno deciso una svolta che ha non soltanto resuscitato il Protocollo di Kyoto, ma anche, così facendo, preso una decisione che condurrà a negoziati più inclusivi sui cambiamenti climatici. C’è stata la forte sensazione che alcuni aspetti delle risoluzioni di Durban, guidati dalla necessità di rispettare impegni da lungo tempo inevasi (Bali Roadmap), possano dare slancio a un nuovo processo che permetterà di tenere conto con continuità di una serie di interessi differenziati attraverso e all’interno delle tradizionali linee di divisione tra nazioni sviluppate e in via di sviluppo.
Molti hanno espresso soddisfazione per le decisione adottate, incluso quella sul Fondo verde, la Piattaforma di Durban, e per l’avvio di un accordo con forza legale. Altri invece ritenevano urgente ed essenziale più ambizione nell’affrontare la distanza tra le iniziative esistenti di mitigazione e le necessarie riduzioni delle emissioni, come da raccomandazione scientifiche.

Breve analisi della COP 17 e della CMP 7
UBUNTU: Mezzi e fini per una nuova era nei negoziati sul clima ?
[“Io sono perché tu sei.” Proverbio africano]

Mescolando significati storici e leadership, gli ospiti sudafricani hanno incitato i negoziatori ad abbracciare lo spirito di “Ubuntu” o interdipendenza. Attraverso spazio e tempo, doveva superare il tribolato passato del Protocollo di Kyoto, reinventare una azione multilaterale per i cambiamenti climatici del secolo, e con un impegno trasparente verso l’equità nel colmare il divario tra le misure suggerite dalla scienze e quelle decise dalla politica?????.
In parallelo, nuove alleanze sono state costruite per facilitare un accordo su un pacchetto bilanciato che estende il Protocollo di Kyoto ed inizia un processo per definire un accordo successivo, mentre si creano istituzioni capaci di realizzare azioni sia di adattamento che di mitigazione.
Nei negoziati s’intrecciavano diversi legami: alcuni costruiti per portare avanti le negoziazioni, alcuni inerenti il campo delle politiche sui cambiamenti climatici, e altri basati sulla comprensione della necessità di soluzioni globali per le sfide globali del 21° secolo.

La ricerca di punti di intesa.
[Le diversità oneste sono spesso segni salutari di progresso – Mahatma Gandi ]

All’inizio le aspettative erano modeste: molte nazioni pensavano di riuscire tutt’al più a rendere operativi gli accordi di Cancún. Altre volevano un pacchetto di misure bilanciate e interdipendenti entro un anno, che risolvesse i problemi del Protocollo di Kyoto, indirizzasse un nuovo trattato, legalmente vincolante, e che rendesse attivo il Fondo verde.
Durante la prima settimana, i delegati iniziarono tranquille e franche conversazioni, aiutandosi a rilevare le rispettive “linee di confine” su una serie di elementi correlati, ereditati da Bali, Cancún e Copenaghen. Diedero così un nuovo dinamismo alle trattative, capirono meglio le posizioni presentate dalle loro controparti, e come rispettare circostanze e relativi vincoli delle varie nazioni. Fecero eccezione solo alcune nazioni dell’ALBA (Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra America).
Sebbene per dozzine di problemi la revisione parola-per-parola dei testi rimanesse penosamente lenta, le controparti iniziarono a cercare “mutue riassicurazioni” su ciò che la Presidenza sudafricana chiamava il “quadro d’insieme”: i modi per riconciliare l’imminente termine degli impegni del primo periodo-Kyoto alla fine del 2012, e le garanzie per il 2020, delineate a Cancún, da codificare in uno strumento complessivo che inquadrasse i diversi tipi di sforzo in una cornice comune. Qualsiasi nuovo strumento deve fornire una architettura legale (e comune) e nel contempo riflettere e supportare la varietà di sforzi di paesi arrivati a stadi differenti di sviluppo, e rispettare – mentre li riforma – i principi della Convenzione: responsabilità comuni ma differenziate.
Le consultazioni informali dell’inizio hanno chiarito gli aspetti tecnici del secondo periodo di impegno del Protocollo di Kyoto, specialmente l’approccio in due tempi. La definizione dei limiti quantitativi alle emissioni e degli obiettivi di riduzione (Quantified Emission Limitation and Reduction Objectives – QELRO) e la loro adozione come correzioni all’allegato B (Annex B) è stata rinviata all’ottavo “Meeting of the Parties” del Protocollo di Kyoto, un accorgimento per mantenere collegati i futuri partecipanti.
Il dibattito su come gestire gli otto anni tra la fine del 2012 e il 2020, ha creato l’occasione per la “roadmap” sostenuta da Connie Hedegaard, la commissaria UE per l’azione per il clima, e dai suoi colleghi/e nell’UE. Sin dai tempi di Copenaghen, l’UE si era mostrata pronta a ridurre del 30% le emissioni di gas serra, ma non da sola – a meno che le altre Nazioni del UNFCCC non decidessero rapidamente di avviare le trattative per un nuovo accordo sulle emissioni (???), inclusivo e legalmente vincolante per tutte le parti in causa. Questa richiesta-chiave, che traeva legittimità dalla conferenza di Bali, ha contribuito a strutturare i negoziati di Durban.
Di sicuro, la UE ha preparato la bozza sul punto cardine, esplicitando il proprio piano in anticipo nel processo, ed offrendosi di svolgere il pesante lavoro per salvare il Protocollo di Kyoto purché il cammino fosse condiviso dalle altre nazioni – sviluppate o in via di sviluppo.
Le varie Parti presenti hanno compreso il rischio di un spazio vuoto tra il primo e il secondo periodo di impegno, ma presenteranno su base volontaria la loro “QELRO” entro il 1° Maggio 2012. Si tratterà di un esercizio di “offerta e applicazione” (pledge and translate) che, a differenza di Kyoto, per ora non sarà basato su un schema completo di obiettivi-ambizioni. I piani individuali saranno poi convertiti in “QUELROs” CHE SAREBBERO??? senza riferimento ad un target globale di mitigazione. Ecco perché sono scettiche le ONG ambientaliste, che chiedevano impegni immediati per mantenere l’aumento della temperatura globale tra 1,5 e 2° C.
I progressi su ciascun aspetto della Piattaforma di Durban, hanno sbloccato altri elementi. Per esempio, all’inizio della seconda settimana i delegati hanno fatto progressi sul Fondo verde quale meccanismo finanziario della Convenzione che possa mobilitare 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020. Le notizie sui progressi del Fondo, un risultato prioritario per il paese ospite e l’Africa subsahariana, si son sono rivelati un fattore positivo. All’arrivo dei Ministri, si è percepita una lieve possibilità di successo, anche se in mezzo a crescenti preoccupazioni sulla gestione diplomatica della Presidenza.
Rifacendosi alle tradizioni africane, la Presidente Maite Nkoana-Mashabane ha coinvolto le Parti in una serie di  riunioni (“Indaba”) nello spirito di “Ubuntu” (interdipendenza), sperando che riscoprissero la saggezza “riunendosi per risolvere i problemi condivisi dalla comunità allargata”. Le “Indaba” hanno riguardato i rapporti in sessione plenaria, le sessioni tecniche per negoziatori, il tavolo di più di 50 ministri nei giorni finali. Siccome le sessioni ministeriali non sembravano cogliere le occasioni di accordo che si presentavano, alcune controparti chiesero alla Presidenza di identificare e presentare i problemi principali. La Presidenza fece distribuire alle sessioni “Indaba” dei rapporti di lavoro, suggerendo approcci differenti per il secondo periodo di impegno (in forma di tabelle), assieme ad elementi del “quadro d’insieme”.

Una nuova geometria politica.
[Solo uomini liberi possono negoziare. La tua e la mia libertà non possono essere separate – Nelson Mandela]

Alla Presidenza era delegata una grande responsabilità nel programmare la catena interdipendente di risultati con chiarezza ed abilità. Giovedì a tarda sera l’ansia cresceva e, nelle prime ore di venerdì mattina, si tennero riunioni “Indaba” ad alto livello, ristrette a 26 controparti in rappresentanza dei maggiori gruppi di negoziatori. Qui si cominciarono ad abbozzare i termini finali dell’accordo, grazie anche a riunioni parallele guidate dai ministri per focalizzare intese comuni.
Mentre s’avvicinava la fine della conferenza, l’impegno dell’UE, dell’Alliance of Small Island States (AOSIS) e del gruppo delle Least Developed Countries (LDC) accelerò i negoziati. L’atmosfera cambiò decisamente dopo che AOSIS e LDC dichiararono di sostenere la “roadmap” dell’UE, collegando il secondo periodo di impegno al lancio anticipato di nuove negoziazioni sotto l’egida della Convenzione. La strategia di Connie Hedegaard a Durban era ben diversa da quella che aveva usato a Copenaghen, dove gli europei si erano trovati isolati nei loro tentativi di guidare il movimento verso un secondo periodo di impegno.
Il supporto di AOSIS e LDC non era sufficiente, la UE doveva chiarire a Cina ed India che i loro piani avrebbero dovuto convertirsi in decisioni legalmente vincolanti. Come sottolineò un osservatore, l’idea di una tempistica basata sul 2020 per ogni futuro strumento sotto l’egida della Convenzione, rassicurò Brasile, India, Cina e Sudafrica (BASIC) sul fatto gli impegni che avevano preso a Cancún sarebbero stati ritenuti accettabili.
La Presidenza e la EU riuscirono a coinvolgere il Brasile, mentre la Cina lasciava l’India farsi portavoce dei BASIC sulla questione dell’“equità”, sulle responsabilità comuni ma differenziate, concernente i diritti allo sviluppo attuale e gli impegni di mitigazione.
L’equità sarà prioritaria nella ricerca condivisa di un nuovo strumento, mentre la distribuzione e la gravità delle responsabilità di mitigazione rispecchiano sempre di più il dibattito sull’accesso allo spazio ecologico, guidato da una domanda etica dalle nazioni meno sviluppate e più vulnerabili.
Chiedono che il mondo superi un “apartheid atmosferico” in cui i benefici dello sviluppo e l’accesso all’energia sono ancora concentrati nelle mani di pochi. L’equità deve improntare qualunque decisione riconosca perdite e danni e cerchi di rimediarci.
Il rinvio di ogni nuovo strumento al 2020, concesso dalla EU alle nazioni BASIC, è stato aspramente criticato da AOSIS e dalle ONG ambientaliste. Nonostante alcune compensazioni nel documento finale – specie la Revisione 2013-2015 per migliorare gli obiettivi di mitigazione – temono che sia troppo poco e troppo tardi.
Dati i problemi complessi e le tensioni persino tra alleati, alla Presidenza sudafricana veniva chiesto di offrire riassicurazioni ogni qual volta l’interdipendenza di una controparte diveniva un prezzo inaccettabile per un’altra. D’altronde le posizioni dei BASIC mettevano il Sudafrica in conflitto con altri paesi dell’Unione  Africana.
NON E’ CHE SI CAPISCA BENE…
Da un lato, le nazioni BASIC hanno parlato per la prima volta in sessione plenaria come un unico negoziatore. Dall’altro, i potenziali risultati positivi di Durban avrebbero rafforzato la leadership del Sudafrica nel proprio continente. Decisi a impedire che il Protocollo di Kyoto fosse “seppellito in suolo africano”, gli ospiti sudafricani hanno optato per un secondo periodo di impegno e una rinnovata decisione, guidata dalla scienza, di chiudere “le carenze di mitigazione” in cambio di vantaggi sotto forma del Fondo verde, dell’organizzazione dell’“Adaptation Committee”, e della disponibilità di nuove tecnologie.
Sebbene ci fosse un margine politico sufficiente, l‘accordo si materializzò  solo all’ultimo minuo. Descritto come un “momento cruciale” in seduta plenaria – forse il più autentico esempio di “Indaba” – le prime ore di domenica mattina permisero all’UE di raggiungere un compromesso con l’India sulla descrizione, in termini legalmente accettabili, del nuovo strumento dell’ UNFCCC. Alle undici, le controparti si accordarono su un processo per sviluppare un protocollo – o “risultato concordato con forza legale” – sotto l’egida della Convenzione, e applicabile a tutte le controparti.
Gli europei scopriranno col tempo la vera portata del compromesso concesso all’India, se altre nazioni costruissero una “via di uscita” attorno alla terminologia legale, ancora vaga, di un nuovo protocollo.

“Indaba” virtuale.
[Internet è la piazza centrale per il villaggio globale – Bill Gates]

A Durban si celebrava il 14° compleanno del Protocollo di Kyoto, ma nelle sale della conferenza i negoziatori erano consapevoli della travagliata storia delle politiche del clima e della storica opportunità di cambiare il rapporto tra le generazioni e di ridefinire le responsabilità. I veterani che si erano formati nelle trattative per la Convenzione e/o il Protocollo originale, sapevano che ormai la loro platea era la società globale, la quale voleva azioni significative ed immediate. La popolarizzazione e la spettacolarizzazione delle politiche sul clima sono fra le maggiori novità rispetto a Kyoto. Il mutamento era sin troppo evidente quando le dichiarazioni dei ministri venivano istantaneamente trasmesse dalle stanze dell’“Indaba” al villaggio globale.
Al di fuori delle aule ufficiali, la società civile organizzava proprie “Indabas”, forum carnevaleschi, eventi collaterali, dimostrazioni di tecnologie verdi, folcloristiche marce di protesta, il tutto commentato in tempo reale su Twitter , Facebook e migliaia di blog. Il Sudafrica certamente capiva che i media sociali esprimevano giudizi sul divario tra gli impegni annunciati e quelli attese dagli ambientalisti. In un momento critico dei negoziati, la Presidente della COP convocò un incontro con l’unico scopo di assicurare che le aspettative della società civile globale fossero presentate e mantenere la pressione sui ministri e i loro negoziatori.
In un altro momento emblematico,  mentre i negoziatori sembravano sull’orlo del collasso o dell’impasse, un ex militante dell’African National Congress ora capo di Greenpeace-Sudafrica, Kumi Naidoo, guidò i delegati in canti anti-apartheid che questa volta auspicavano la giustizia climatica. Dozzine di dilettanti e/o professionisti dei nuovi media fecero pubblicità a Naidoo mentre veniva per espulso dal Centro congressi.

Una nuova era nelle negoziazioni sul Clima.

Mentre le sfide globali del 21° secolo richiedono certamente soluzioni globali, non va dimenticato che il cambiamento climatico ha impatti locali. Durante la conferenza, il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha ricordato un suo incontro con un ragazzo dell’isola Kiribati che aveva paura di essere portato via durante la notte dall’innalzarsi del livello del mare. L’aneddotto evoca le nazioni più vulnerabili, ma anche i giovani che si preoccupano dei cambiamenti climatici poiché “vivranno le loro vite nel futuro”.
Alle generazioni precedenti, reclamano con urgenza obiettivi più ambiziosi per contenere l’aumento delle temperature, e una etica globale di inclusione e di imparzialità costruita su basi di trasparenza e rendicontazione. Queste sono le voci ascoltate nei corridoi, che interpellavano i delegati, che disseminavano ogni avvitamento e svolta dei negoziati fra la comunità virtuale, impietosa di Internet. Sono le voci che hanno giudicato severamente la piattaforma di Durban.
I negoziatori, tuttavia, rappresentano le aspettative incrementali delle proprie istituzioni e si giudicano con criteri più  modesti. Dal loro punto di vista, i negoziati in Durban hanno prodotto una svolta; non solo hanno resuscitato il Protocollo di Kyoto, nel contempo hanno gettato le basi di un sistema simmetrico di rendicontazione per gli sforzi di mitigazione di ogni paese. L’architettura variabile, ma simmetrica, di ciascun nuovo strumento sarà importante per come esempio per gli Stati Uniti, il cui governo deve convincere gli scettici di casa sul fatto che ora si prospetta uno sforzo realmente universale.
Tuttavia, chi misura il successo guardando agli obiettivi di riduzione indicati dalla scienza, sono poco entusiasti della Piattaforma di Durban. L’endemico e ventennale “incrementalismo” delle trattative ha portato di nuovo a compromessi e rinvii.
Ma non a una rottura. Entro il 2012, una volta completati i vari programmi di lavoro e creati i nuovi organismi UNFCCC, la governance dei negoziati sarà più razionale, l’implementazione delle decisioni più trasparenti. Le nazioni ora devono definire le strategie per giungere ad un trattato globale entro i prossimi quattro anni. Con le proprie azioni politiche, le proprie scelte economiche, anche i cittadini decideranno se imboccare la strada verso quella che in Cina chiamano la “civiltà ecologica”.

 

Testo tratto da:  IISD Reporting Services. 2011. “Summary of the Durban Climate Change Conference: 28 November – 11 December 2011,” Earth Negotiations Bulletin 12:534 (13 December). Disponibile online all’indirizzo: www.iisd.ca/download/pdf/enb12534e.pdf.

 

Traduzione di Roberto Guizzi

3 responses so far

3 Responses to “SINTESI DELLA CONFERENZA SUL CLIMA DI DURBAN”

  1. Federicoon Gen 5th 2012 at 20:40

    Splendido lavoro. Bravo Roberto

  2. […] Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UN Framework Convention on Climate Change – UNFCCC). Articolo molto dettagliato pubblicato su Climalteranti di un documento IISD tradotto in italiano da … Share this:FacebookStampaEmailLike this:LikeBe the first to like this […]

  3. Valentinoon Gen 9th 2012 at 11:33

    L’IISD punta a dare un commento “neutrale” sugli accadimenti di Durban. Più agguerrito – ma anche molto puntuale – è il commento del Wuppertal Institut:

    http://www.wupperinst.org/uploads/tx_wibeitrag/COP17-report.pdf