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La prospettiva degli Inuit sui cambiamenti climatici recenti

Questo post è la traduzione dell’originale pubblicato su SkepticalScience. E’ scritto da una studentessa Inuit che nel 2009 ha partecipato a una spedizione scientifica nel Parco Nazionale delle Montagne del Torngat. Parla della sua gente e di come vede i cambiamenti climatici. Non un articolo scientifico, quindi, ma un’esperienza di vita.

 

Mi chiamo Caitlyn Baikie. Ho 20 anni e sono una Inuk di Nain, nel Nunatsiavut, e ho sempre vissuto lì. Nella lingua Inuktitut Nunatsiavut significa “la nostra bella terra” ed è bella davvero. Come il Nunavut, il Nunatsiavut è un territorio Inuit autonomo e fa parte della provincia del Newfoundland e Labrador, in Canada. Nain è la comunità più settentrionale sulla costa, con una popolazione di circa 1.200 abitanti, al 90% di origine Inuit.

La mia vita a Nain è molto diversa da quella di chi sta in città. Nain è una comunità molto isolata, non esistono strade da o per Nain, l’unico modo raggiungerla è con l’aereo o via mare o, in inverno, con l’aereo o con il gatto delle nevi. Sebbene la nostra settimana sia riempita dalla scuola e dal lavoro come al sud, le nostre attività ricreative e di sostentamento sono molto diverse. In inverno andiamo a cacciare piccole prede come le pernici, che si trovano ovunque intorno al paese. Nel fine settimana andiamo spesso con i gatti delle neve nelle capanne vicine alle zone di caccia dove cacciamo foche, caribù, ukialik (lepri artiche) e uccelli migratori. Così ci procuriamo gran parte della carne per tutto l’anno. E’ molto importante avere un buona banchisa, ci serve per viaggiare e cacciare, in genere per sei mesi l’anno. Le gente di Nain e della costa nord viene spesso chiamata sikimiut, gente della banchisa.

Gli Inuit dipendono quasi interamente dalla banchisa per spostarsi fra comunità vicine. Tuttavia, le ultime stagioni non sono state buone, la gente ha potuto usare i gatti delle nevi solo verso metà gennaio. Il ghiaccio tardava molto invece  per questo periodo siamo abituati ad aver già viaggiato su queste rotte ed riempito i congelatori di carne di caribù.

Ci siamo chiesti collettivamente se questi anni possono essere semplicemente considerati un’eccezione. Ma come si può dire se sono un’eccezione o fanno parte di qualcosa di più grande? Abbiamo affrontato piogge e settimane di nebbia e basse temperature durante l’estate invece del sole e il caldo. L’estate si fonde con l’autunno, ma senza il freddo e il terreno ghiacciato. Nel 2010, un anno estremo, l’inverno sembrò iniziare in modo promettente, con la neve. Ma si trasformò in settimane di pioggia. Le temperature rimasero intorno allo zero mentre di norma sarebbero dovute essere intorno ai -10 °C. Non si tratta di un mese anomalo ogni tanto, ma di un cambiamento del clima che si protrae di stagione in stagione.

Lo hanno notato sopratutto gli anziani. La loro conoscenza della nostra terra ha sostenuto loro e il nostro popolo per decenni nella lotta per la sopravvivenza e fa paura pensare che non abbiano mai visto prima un anno così. Vedono che il nostro clima sta cambiando perché hanno vissuto qui per generazioni, nessuna delle quali ha conosciuto anni così. I nostri anziani sanno per esperienza che il nostro clima sta cambiando; gli scienziati hanno i dati che dicono che il nostro clima sta cambiando.

Nel 2009 ho avuto l’occasione di lavorare con un gruppo di scienziati che studiavano il clima nel Torngat Mountains National Park, a nord di Nain. Molti degli anziani che conosco vengono da quelle terre. Abbiamo utilizzato le conoscenze dei nostri anziani e degli scienziati per acquisire dati sul permafrost, sulla catena alimentare marina, sulla vegetazione, i ghiacciai e molte altre cose. I risultati di questo progetto mostrano che il parco sta vivendo un rapido spostamento del clima verso condizioni più calde: i ghiacciai si sciolgono, la vegetazione cresce più rapidamente, i biomi terrestri sono fortemente influenzati. Molte delle università coinvolte nella ricerca hanno programmi per prepararci alle eventuali ramificazioni di questi cambiamenti sia sulle conoscenze fisiche della terra che sulla nostra cultura.

Gli Inuit hanno raccolto questi dati per secoli e hanno passato le loro conoscenze alle giovani generazioni. Un mio amico, un anziano del Nunatsiavut, mi ha recentemente scritto una lettera in cui mi raccontava di una battuta di caccia dell’anno scorso con mio zio e cosa hanno osservato. “Venivamo dalla casa di tua nonna a Nutak dopo il viaggio di caccia e di incontri e siamo andati a riva per raccogliere camemori. In quella zona abbiamo osservato che un piccolo stagno era secco anche a fine settembre e dopo un’estate particolarmente piovosa”. Lo zio sapeva per esperienza e per le conoscenze trasmessegli che il piccolo stagno paludoso non seccava mai. Infatti era un buono stagno per cacciare anatre e oche nere. Lo strato di permafrost sotto lo stagno si era sciolto e l’acqua non era stata più trattenuta; lo stesso fenomeno è stato osservato anche da altri cacciatori Inuit attraverso tutto il nord del Labrador.

C’è molto da imparare dalle storie e dalle conoscenze dei nostri anziani e io li rispetto molto. Non ho solo acquisito conoscenze dalla prospettiva scientifica, ho anche passato molte serate nel parco con gli anziani che hanno condiviso le loro storie sulla nostra terra. Hanno raccontato ricordi di infanzia e come era stato crescere in questa terra e come il tempo influenzava la loro stessa esistenza e capacità di sopravvivere. I vecchi ci hanno indicato sulle mappe i loro territori di caccia tradizionali e altri ci hanno raccontato come questi sono cambiati.

Collettivamente gli anziani hanno notato che non c’è più tanta neve come una volta. Dicono che non cade neanche lontanamente quella di quando erano giovani. Hanno anche notato un aumento degli avvistamenti di orsi polari più a sud. E’ molto insolito e probabilmente dovuto alla mancanza dei blocchi di ghiaccio durante i mesi estivi: non lascia loro altra alternativa che spostarsi sulla terra dove vivono gli uomini.

Le condizioni insolite del ghiaccio hanno anche causato tragedie nelle nostre comunità. Si sono perse vite umane a causa della scarsa prevedibilità del ghiaccio e della neve. Pochi anni fa due cacciatori Inuit esperti sono morti lungo una pista che conoscevano bene.

Come Inuit, le nostre vite sono legate alla natura e per questo abbiamo un grande rispetto per la forza di Madre Natura. La terra, il mare e il clima ci definiscono culturalmente e la nostra cultura cambierà per sempre a causa dei cambiamenti che stanno avvenendo.

Non vi parlo come esperta di cambiamenti climatici ma come chi vede con i propri occhi come le persone vengono influenzate dal clima in ogni aspetto della propria vita. Ho potuto osservare che le conoscenze tradizionali degli Inuit sono in accordo con la ricerca scientifica ed è meraviglioso essere parte di questo sforzo collettivo. Collettivamente, noi Inuit contribuiamo molto poco ai fattori che causano i cambiamenti climatici ma siamo sicuramente fra quelli più colpiti. Per me è un privilegio essere stata invitata a raccontare la mia storia ed imparare dalla ricerca e dall’esperienza di altri.

Grazie. Nakummek.

 

Traduzione di Riccardo Reitano, con il contributo di Sylvie Coyaud

10 responses so far

10 Responses to “La prospettiva degli Inuit sui cambiamenti climatici recenti”

  1. […] Scienza e conoscenza. Sul cambiamento climatico vale la pena ascoltare anche la voce di chi si trova in prima linea, ad esempio gli inuit. […]

  2. Riccardo Reitanoon Ott 18th 2012 at 18:41

    Vorrei fare un breve commento su cosa trovo interessante in questo brano.
    Innanzi tutto è la storia di una persona che vive in prima persona i cambiamenti climatici lì dove si manifestano in modo più evidente. E’ un po’ come riportare il problema nella sua dimensione reale, dal mondo “astratto” dei grafici e delle publicazioni scientifiche alla vita quotidiana. Per noi è diverso, qualcun’altro “si occupa” di rifornirci, per dire, di grano indipendentemente da una siccità che colpisce un grande paese produttore. La pasta al supermercato, almeno per il momento, la troveremo sempre.
    C’è poi anche l’aspetto sociologico di un mondo che basa in modo palese certe abitudini sulle esperienze delle generazioni precedenti trasferendole così alle nuove generazioni. E’ anche grazie a questo che quest’ultime più facilmente possono farsi un’idea dei cambiamenti in corso. In ogni caso, è evidente una prospettiva temporale più lunga anzicchè guardare giorno per giorno cosa fa lo spread o pensare alla trimestrale di cassa.
    Infine c’è l’incontro di una ragazza ancora a scuola con il mondo scientifico che l’aiuta a rileggere e interpretare quanto ha già appreso per altra via. E’ un’incontro proficuo per entrambi; non a caso diverse Università hanno programmi di studio e ricerca specifici sulle conoscenze indigene.

    Qualunque cosa pensiate sulle cause antropogeniche dei cambiamenti climatici leggere quanto scritto da Caitlyn meriterebbe di essere preso come un invito a mettere i piedi per terra.

  3. oca sapienson Ott 18th 2012 at 20:45

    @Riccardo
    E un testo molto bello, e pi è di una donna, che qui son rare…

    Mi ha colpito lo stile, somiglia a quello degli Inuit che hanno raccontato la propria partecipazione alla scoperta del Tiktaalik (un fossile stupendo), come se anche i ragazzi usassero una forma di racconto tradizionale.

  4. Riccardo Reitanoon Ott 19th 2012 at 19:21

    ocasapiens
    a proposito dello stile, Caitlyn racconta di discussioni collettive, di pareri degli anziani e di incontri con altri gruppi. Così si raccontano le cose fra loro e probabilmente i giovani apprendono un modo di relazionarsi con il o fra i gruppi. Facile che, almeno finchè giovani, lo riproporranno anche in altri ambiti.

    Sul discorso donne, una cosa che ho notato è la forte componente femminile fra gli attivisti Inuit e la loro presenza anche fra gli anziani (non in senso anagrafico, ovviamente). Non ho conoscenze sulla sociologia di queste comunità, nè in epoca passata nè moderna, ma ho l’impressione che i ruoli siano definiti in modo diverso.

  5. claudio della volpeon Ott 19th 2012 at 20:08

    è una società molto diversa dalla nostra che non vive ancora la sindrome giovanilista per cui anziano equivale a coglione

  6. gvdron Ott 21st 2012 at 10:35

    Eh, ma lo san tutti che gli Inuit son pagati dai poteri forti!

    (fuor di scherzo: grazie per aver riportato la testimonianza)

  7. Vincenzoon Ott 21st 2012 at 19:37

    Dispiace per la piccola Inuit, ma ormai sono spacciati. E in fondo non gliene frega niente a nessuno, lorsignori si preoccupano delle banche e dei mercati. Pensano ad aumentare le tasse ai più poveri e tagliare la scuola pubblica, cosa volete che gliene importi del clima di posti lontani.

  8. Matteoon Ott 22nd 2012 at 20:04

    Sono 4 gatti….

  9. Matteo.on Ott 22nd 2012 at 20:07

    Sono 4 gatti…pazienza.

  10. Gianfrancoon Ott 23rd 2012 at 14:00

    Avevo già letto questa storia su SKS e mi era piaciuta per la sua freschezza oltre che per i motivi spiegati da Oca e Reitano. Avete fatto bene a tradurla e diffonderla. Per inciso, vale anche per popolazioni più numerose e meno periferiche degli Inuit, una volta che vengano toccate dalla crisi climatica.
    Adesso immagino che partirà, se già non è partta, una campagna di banalizzazione che cercherà di mettere in ridicolo i buoni sentimenti e il pietismo degli ecologisti. Vi ricordate il povero orso polare su una minuscola zattera di ghaccio alla deriva? Poi magari racconteranno qualche storia edificante di un giovane felice nel periodo caldo medioevale, o mentre pattina allegro sul Tamigi ghiacciato scaldandosi con un bicchiere di ottimo vino inglese. Ho un po’ mescolato le cose. E poi loro sono molto più bravi a raccontare balle. Tutto pur di non smetterla di bruciare carbonio.
    Scusate la divagazione e ancora complimenti per l’iniziativa.