Nel tentativo del governo italiano di sabotare il sistema di Emission Trading europeo (ETS) e, di conseguenza, la credibilità della politica climatica europea, si è sostenuto che, senza i costi delle quote di CO2 del sistema ETS, sarebbe possibile ridurre sensibilmente le bollette dei consumatori durante il periodo di prezzi alti di queste settimane (vedi ad esempio qui e qui).
Fare i conti su quale sia l’influenza del costo delle quote CO2 del sistema ETS sul costo dell’energia elettrica, rispetto al costo di approvvigionamento del combustibile, non è difficile.
Il costo delle quote ETS
Il costo delle quote ETS si può ricavare con aggiornamento giornaliero, ad esempio qui.
Negli ultimi 5 anni il costo ha oscillato fra 60 e 90 € per tonnellata di CO2, con il valore degli ultimi giorni pari a circa 67 €/tCO2, un valore simile a quello medio del 2024.

Dai dati ISPRA (qui il report e qui il file excel) si può ricavare che l’intensità media di CO2 nella produzione di elettricità termoelettrica fossile è stata nel 2024 pari a 422 grammi di CO2 per ogni kWh di elettricità prodotta, ossia 0,422 tonnellate di CO2 per ogni MWh.

Dal prodotto fra questi due dati si ricava che nel sistema ETS il costo delle emissioni di CO2 prodotte da fonti termoelettriche fossili italiane è stato nel 2024 di circa 28 € per ogni MWh di elettricità prodotta (28 = 67 x 0,422). I valori più alti delle quote ETS (90€/tCO2) e valori maggiori recenti dell’intensità di CO2 (460 gCO2/kWh) porterebbero questo costo a circa 41 €/MWh.
Quanto pesa il costo del gas
Il costo del combustibile fossile necessario per la produzione di elettricità dipende dalla tipologia (gas o carbone) e dalla variabilità del mercato. Considerando che il gas, nettamente prevalente nel sistema termoelettrico italiano, ha una forte oscillazione legata alle dinamiche del mercato, il costo è variato negli ultimi anni fra 28 €/MWh e 100 €MWh (al di là di punte occasionali ancora maggiori), ed è attualmente pari a 59 €/MWh.

Se si considera un rendimento medio della produzione di elettricità con il gas del 56% (dati ISPRA) si ricava che il costo del combustibile nella generazione di elettricità è attualmente pari a 105 € per ogni MWh prodotto (105 = 59/0,56). L’oscillazione del prezzo porta a variazioni fra 50 e 268 €/MWh.
Il costo della quota ETS pesa quindi sul costo dell’elettricità meno di un terzo del costo del gas, con una variabilità fra la metà e un quinto di questo costo.
Quanto pesa sul prezzo finale
Il costo effettivo dell’energia elettrica che pagano i consumatori comprende altri costi, ed è variabile anche a seconda della tipologia di utenza e di contratto: in linea di massima, si può dire che questo costo è oscillato negli ultimi anni fra 200 e 300 €/MWh (dati ARERA, qui il file excel).
Il contributo della quota ETS (da 28 a 41 €/MWh) è quindi variabile fra il 15 e il 20% del costo complessivo dell’energia elettrica. Se aumenta il costo del gas (come sta succedendo in questi giorni), il contributo delle quote ETS scende; in altre parole, è il costo della materia prima (gas) ad essere responsabile del “caro energia” che periodicamente si verifica; non può essere colpa del costo delle quote del sistema dell’Emission Trading.
Se si vuole essere contro il sistema ETS, bisognerebbe cercare altri argomenti, più solidi.
Le quote ETS e il prezzo marginale dell’elettricità
Per chi volesse affrontare un aspetto più complesso, bisogna ricordare che, per come è strutturato il meccanismo di formazione del prezzo dell’elettricità nel mercato elettrico, il costo diretto delle quote ETS non riguarda solo i produttori di elettricità fossile, ma viene trasferito al costo di tutta la produzione di elettricità, anche di quella che non emette CO₂ (le energie rinnovabili, che hanno prodotto nel 2025 il 48% della totale produzione elettrica italiana) e quindi non paga le quote ETS.
Questo è dovuto al fatto che il prezzo dell’elettricità è fissato dall’unità marginale (molto spesso il gas); quindi l’ETS fa salire il prezzo di mercato di tutta l’elettricità, non solo quella fossile.
Se non ci fosse il meccanismo del prezzo marginale, il costo dell’ETS inciderebbe quindi sul prezzo dell’elettricità pagato dal consumatore in misura minore, tanto minore quanto maggiore sarebbe la quota delle rinnovabili nel mix elettrico.
Se, come in Spagna, le rinnovabili producessero più energia, il prezzo marginale del gas influirebbe per molte meno ore all’anno, con un vantaggio per i consumatori.
Come dovrebbero essere spesi i ricavi dalle quote ETS
Infine, va ricordato che i proventi del sistema ETS dovrebbero essere impiegati per ridurre l’impatto indiretto (pur se piccolo) del costo delle quote ETS sui costi dell’elettricità per le fasce più povere della popolazione, e per finanziare la transizione, ma questo non avviene; non per colpa del sistema ETS, ma dei governi che decidono cosa fare di questi soldi.
Secondo il report di EccoClimate, tra il 2012 e il 2024 le aste ETS hanno generato 15,6 miliardi di euro, di cui solo il 9%, circa 1,6 miliardi, è stato speso per finalità legate alla lotta ai cambiamenti climatici. Si noti che le direttive europee richiedevano dapprima che almeno il 50% fosse usato per questo scopo; con la revisione del 2023 (nell’ambito del pacchetto Fit for 55), la soglia del 50% è stata soppressa e sostituita con un obbligo molto più stringente: tutti i proventi derivanti dalla vendita all’asta dovrebbero essere utilizzati per finalità legate al clima.
Mentre quindi oggi la stragrande maggioranza dei proventi delle quote ETS è incamerata nel bilancio italiano, sarebbe del tutto possibile, e giusto, utilizzare questi soldi per la “giusta transizione”, per fare in modo che costi della decarbonizzazione non ricadano in modo sproporzionato su chi ha meno risorse. I proventi ETS sono lo strumento naturale per finanziare questa redistribuzione.
Le aree di intervento potrebbero essere, ad esempio, l’efficienza energetica dell’edilizia sociale , o delle scuole, la lotta alla povertà energetica, il sostegno alle imprese energivore per la decarbonizzazione per investimenti in tecnologie pulite, il finanziamento del PNIEC (Piano Nazionale Energia e Clima).
Se il governo italiano o di altri stati membri non intende gestire i proventi ETS per queste finalità, la Commissione europea potrebbe avviare una procedura di infrazione. In alternativa, vista la sempre maggiore importanza futura del sistema ETS, che vedrà la nascita di un ETS2 che includerà anche le emissioni dei trasporti su strada, degli edifici e delle piccole industrie energetiche e manifatturiere, sarebbe auspicabile la creazione di un’autorità sovranazionale europea che coordini l’attività degli Stati membri a reinvestire il 100% dei proventi dell’ETS in politiche di decarbonizzazione dell’industria, di contrasto alla povertà energetica e di aiuto alla decarbonizzazione per le famiglie più in difficoltà. Questo favorirebbe l’integrazione e il rafforzamento dell’Unione, fondamentali per la sua sopravvivenza in un momento di caos geopolitico e ulteriore smantellamento del già compromesso diritto internazionale.
Conclusione
La critica al sistema ETS come fonte di costi insostenibili per cittadini e imprese non regge: il paradosso è che il governo usa i miliardi generati dal sistema ETS per altre finalità del bilancio pubblico, mentre potrebbe usarli per abbattere i costi energetici per i cittadini che più ne hanno bisogno.
Testo di Stefano Caserini, con il contributo di Simone Casadei
Mentre il grosso del testo di climalteranti è condivisibile ci sono alcuni punti da considerare che riguardano principalmente i limiti intrinseci del sistema ETS e che non sono stati affatto coperti dal testo. C’è una sola critica di merito che farei e cioè che usare il 56% come efficienza media del sistema di trasformazione da fossile a elettrico è un po’ troppo generoso in quanto il gas copre solo l’80% del totale e di questo 80% una parte sono coperti dal carbone e anche da piccoli impianti non CCGT che servono a coprire le punte di produzione e che hanno un’efficienza molto più bassa per cui secondo me quel numero non è l’efficienza media dei fossili nella nostra trasformazione elettrica fossile e nemmeno in quella a solo gas, che sta un po’ più giù, verso il 50, ma forse gli autori si riferivano al ruolo nella formazione del prezzo, non mi è chiaro. Però ripeto la questione centrale non coperta dal post è quali sono (a parte le critiche ingenerose e sballate della destra al governo e delle aziende) i veri limii dell’ETS? Questi limiti non mi risulta siano mai stati commentati da climalteranti mentre lo sono stati dalle associazioni ambientaliste e anche dalla Corte dei conti europea e hanno portato ad alcune recenti modifiche delle regole ETS. Varrebbe la pena almeno di nominarle e non di tenerle coperte. Si tratta di alcuni punti chiave. 1) il sistema ETS non copre tutti i produttori di CO2, ma solo alcuni di essi e prima dell’ultima modifica era ancora peggio 2) la distribuzione della parte gratuita dei crediti ETS è stata fatta in modo non equo ed ha favorito alcuni grossi produttori che ne hanno ricavato profitti ingiusti; questa parte gratuita è pensata per evitare il cosiddetto carbon leaking ossia la possibile fuga dei grandi produttori in aree dove l’ETS non vale, ma è stato considerato dalla Corte e dalle associazioni ambientaliste fatto in modo sbagliato, in un modo che ha addirittura permesso di coprire nella media almeno metà dei costi dei crediti necessari ed in alcuni casi a singoli operatori di farci i soldi. (I termini usati sono stati oversupply e windfall profits). Ciò non favorisce la trasformazione dell’industria ma i suoi profitti. Queste ambiguità dovrebbero essere denunciate, mentre qua on se ne parla proprio nemmeno per cenno e sarebbe il caso.