In un clima di guerra, il multilateralismo climatico è ancora vivo

Il vero costo climatico delle guerre non si misura in CO, ma in fiducia bruciata: quella tra gli Stati, da cui dipende ogni cooperazione sul clima. Il voto dell’ONU mostra quanto sia fragile — e quanto valga difenderla.

Immagine di distruzione a seguito di un bombardamento

Le guerre non distruggono solo il presente. Divorano il futuro, due volte: aumentando le emissioni e distruggendo la fiducia necessaria per ridurle. L’impronta climatica diretta dei conflitti è enorme, anche se difficile da misurare con precisione. Secondo un recente studio, quattro anni di invasione russa dell’Ucraina hanno prodotto circa 311 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente (tCO₂e), di poco inferiori alle emissioni annuali dell’Italia. La distruzione dell’economia ucraina ha anche indirettamente ridotto le emissioni: dall’inventario nazionale emerge che nel periodo 2022-2024 le emissioni sono diminuite di circa 100 milioni di  tCO₂e. all’anno rispetto al 2019-2021. Tuttavia, le emissioni legate alla ricostruzione saranno verosimilmente molto maggiori. Per la distruzione israeliana di Gaza, le stime parlano di oltre un milione di tCO₂e di emissioni dirette, e oltre 30 milioni includendo la ricostruzione. Secondo il Climate and Community Institute, l’attacco americano-israeliano all’Iran nei soli primi 14 giorni ha generato circa 5 milioni di tCO₂e, valore che supera le emissioni annuali dell’Islanda. Un’analisi del 2022 arriva a stimare le emissioni del settore militare pari a circa il 5 per cento delle emissioni globali (2.7 miliardi di tCO₂e). È una cifra enorme e molto incerta, perché gli inventari nazionali di gas serra non riportano separatamente questo settore.

Ma il danno climatico più grave delle guerre non è quello misurabile nelle emissioni dirette. E’ l’erosione delle fondamenta della cooperazione globale: il diritto internazionale, la fiducia tra Stati, la credibilità degli impegni, la possibilità di controllare e sanzionare chi viola le regole. È difficile chiedere a un governo di tagliare emissioni per il bene comune mentre altri governi violano confini, bombardano città, calcolano impunità, trasformano il diritto internazionale in carta straccia.

Ecco perché il voto del 20 maggio 2026 all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite conta più di quanto sembri. 141 Paesi a favore, ventotto astenuti, otto contrari. E vale la pena sapere chi sono quegli otto: Bielorussia, Iran, Israele, Liberia, Russia, Arabia Saudita, Stati Uniti e Yemen. Tra chi ha votato a favore, anche la Cina. Tra gli astenuti, ben tredici su ventotto appartengono al blocco dei paesi africani ed è presente anche la Turchia, che si prepara a guidare il prossimo vertice globale sul clima evitando di prendere una posizione netta sugli obblighi giuridici che ne costituiscono la premessa. Un voto sul clima che è anche, e forse soprattutto, una mappa di chi oggi si fida di chi.

La risoluzione ONU accoglie il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia sugli obblighi degli Stati in materia di cambiamento climatico. La Corte ha affermato che proteggere il sistema climatico non è soltanto un obiettivo politico, ma un obbligo previsto dal diritto internazionale, e che l’inazione può avere conseguenze giuridiche. La risoluzione non introduce nuovi obblighi vincolanti, ma rafforza l’idea che il clima sia una questione di responsabilità collettiva e di rispetto delle regole comuni.

Poche settimane prima, a Santa Marta, in Colombia, 57 Paesi e l’Unione europea si sono riuniti nel primo incontro di un nuovo processo di cooperazione tra governi, finalizzato non a ribadire l’importanza di uscire dai combustibili fossili – tema sul quale la COP30 si era incagliata – ma come farlo concretamente. Il risultato è stato promettente: è nata una coalizione di Paesi “volenterosi” che punta ad accelerare la transizione fuori dai fossili attraverso piani concreti e coordinati, con un nuovo appuntamento previsto nel 2027 a Tuvalu. È un seme per un multilateralismo climatico accelerato, con un numero di paesi più ristretto rispetto alle COP.

A S. Marta in Colombia: 1' conferenza su "Transitioning away from Fossil Fuel"

La cooperazione climatica globale si regge su un equilibrio fragile. La teoria dei giochi lo spiega con il gioco dei beni pubblici. Immaginiamo un semplice esperimento: dieci persone ricevono 100 euro ciascuna. Ognuno può tenerli per sé oppure versarne una parte in una cassa comune. Tutto ciò che finisce nella cassa viene raddoppiato e poi redistribuito in parti uguali a tutti, anche a chi non ha contribuito. Se tutti versano 100 euro, tutti ne ricevono 200. La cooperazione conviene. Ma se io non verso nulla e gli altri sì, ottengo il massimo: tengo i miei 100 euro e incasso anche la mia quota della cassa comune. È il sogno del free rider. Il problema è che, se tutti ragionano così, la cassa resta vuota. Tutti perdono.

Il clima funziona nello stesso modo: i costi della transizione sono nazionali, i benefici sono globali. Ma se un Paese sospetta che gli altri resteranno fermi, perché dovrebbe muoversi per primo?

Gli esperimenti mostrano che gli esseri umani non sono egoisti puri. All’inizio cooperano. Versano qualcosa nella cassa comune. Ma appena vedono che qualcuno approfitta del sistema, smettono di contribuire. La cooperazione è condizionale. Regge finché ciascuno crede che anche gli altri faranno la loro parte. Quando questa fiducia si rompe, il calcolo egoistico prende il sopravvento.

È quello che rischia di accadere alla diplomazia climatica. Il ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi è una defezione da manuale. Non perché da solo cancelli l’azione climatica globale, ma perché manda un segnale: il Paese che ha avuto il maggiore peso storico nelle emissioni, e attualmente l’egemone globale dal punto di vista economico e militare, si sfila dal gioco comune. In un sistema fondato sulla reciprocità, il segnale conta quasi quanto l’atto. Se uno smette di contribuire, altri possono chiedersi perché dovrebbero continuare, e la cooperazione si trasforma in sospetto. Le guerre fanno la stessa cosa, ma in forma più violenta.

Guerra e crisi climatica si alimentano a vicenda. I conflitti emettono gas serra, distruggono infrastrutture, bruciano risorse, impongono ricostruzioni ad alta intensità di carbonio. Ma soprattutto divorano – oltre a migliaia e migliaia di vite – attenzione politica, capitale diplomatico e risorse finanziarie. Ogni miliardo spostato verso il riarmo è un miliardo che non va alla transizione energetica, all’adattamento, alla protezione dei territori più vulnerabili. La guerra non è solo un disastro umanitario. È una macchina che consuma futuro.

La risoluzione ONU non risolve questa dinamica, ma interviene su un punto cruciale dei giochi di cooperazione: la visibilità. Rende più esplicite le posizioni degli Stati e aumenta il costo reputazionale dell’inazione. Mostra a tutti chi contribuisce e chi si sottrae.

C’è poi un secondo elemento. La risoluzione rafforza il parere della Corte Internazionale di Giustizia e chiede un seguito operativo, incluso un rapporto del Segretario Generale. Non è enforcement, ma è un passo verso la responsabilità. Nella politica climatica globale, ogni passo che trasforma la promessa in controllo, e il controllo in reputazione, conta.

L’Accordo di Parigi ha già alcuni tratti importanti della governance dei beni comuni: partecipazione ampia, obiettivi nazionali, aggiornamento periodico degli impegni. Ma c’è poco controllo e nessuna sanzione. Molta fiducia, poca garanzia. La nuova risoluzione non colma quella lacuna. Però sposta il baricentro. Ricorda agli Stati che l’azione climatica non è un atto di generosità. È un obbligo verso gli altri, verso le generazioni future, verso i Paesi che rischiano di scomparire sotto l’innalzamento del mare, verso coloro che vivono nel rischio della distruzione della propria città a causa di eventi riconducibili al cambiamento climatico (come occorso a Lytton o a Blatten), verso chi rischia di trovarsi a vivere, nel giro di pochi decenni, in contesti inabitabili.

La fiducia non nasce per decreto: si costruisce. Nelle comunità, nelle città, nelle imprese, negli Stati, nelle istituzioni internazionali. Non basta un trattato globale senza radicamento locale, ma non bastano nemmeno mille iniziative locali senza coordinamento globale. La crisi climatica richiede una governance policentrica: molti livelli di azione, collegati tra loro. Nessuno è sufficiente da solo, ma tutti diventano efficaci solo se gli altri cooperano.

Il voto 141 a 8 non salva il clima. Non riduce la CO₂, né ferma una guerra. Ma toglie agli Stati l’alibi dell’anonimato. Dice chi sta dove. Dice chi riconosce che il clima è una responsabilità comune e chi preferisce restare fuori dalla cassa comune, aspettando che siano gli altri a versare.

È poco, se guardiamo alla fisica del clima. Ma è abbastanza per far sopravvivere la politica della cooperazione climatica. Perché senza fiducia non c’è accordo che regga e non c’è transizione che tenga. La vera domanda non è se convenga cooperare, ma se saremo capaci di impedire che il calcolo egoistico di pochi svuoti la cassa comune da cui dipende il futuro di tutti.

Testo di Matteo Motterlini e Giacomo Grassi, con contributi di Mario Grosso e Simone Casadei

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