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E intanto… ‘sto buco dell ozono? (Parte prima)

Anche a chi si occupa di clima capita in genere di passare, come Nicolas e Carlà, la serata davanti alla TV. Nella sempre più difficile ricerca di programmi guardabili può capitare di incappare in una fiction originale, con attori e autori di buon livello come quella trasmessa Domenica 6 Febbraio su Rai Uno, Fuoriclasse.
Lasciando giudizi artistici più approfonditi a chi fa questo di mestiere, i peraltro bravi autori della fiction sono incorsi in un equivoco non raro sulla tv italiana, tra due grandi temi relativi alla salute del nostro pianeta, il cambiamento climatico e la riduzione dello strato di ozono stratosferico (in gergo: il buco dell’ozono).

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Ma andiamo con ordine. La scena che ha fatto sobbalzare sulla poltrona lo studioso di clima è la seguente (la trovate dopo 1 ora, 19 minuti e 54 secondi qui).
Il figlio della protagonista sta facendo ripetizione di geografia. L’insegnante gli sta spiegando che quando sarà vecchio, la temperatura media potrebbe essere più alta di 6 gradi, usando anche un bell’esempio calzante per spiegare perché 6 gradi in media non sono affatto pochi.
Le antenne del Nicolas climatico captano una novità, e si appresta a segnalare alla sua Carlà quello che gli sembra un coraggioso passo avanti nella divulgazione del tema del cambiamento climatico ad un pubblico in genere impervio, con messaggi chiari ed efficaci in un contesto informale e divertente.
Fa appena in tempo a condensare quanto sopra in un “eh però hai visto come sono avanti!” che subito si rende conto di aver gioito troppo presto.

Infatti il dialogo prosegue con lo studente che chiede: “ma perché non lo otturano questo BUCO DELL’OZONO?”. A questo punto inizia l’incredulità, la speranza di non aver capito bene o almeno che segua autorevole e precisa, la correzione dell’insegnante. Macché: quest’ultima non si scompone e aumenta la confusione rispondendo: “Come fanno ad otturare il buco dell’ozono? Con una bella mano di stucco per l’ozono? Dai, su…
E allo studente che insiste a cercare soluzioni al problema chiedendo “e intanto.. il buco..?” l’insegnante suggerisce “intanto.. il buco… tu cerca di non usare deodoranti spray, usa il più possibile i mezzi pubblici, tieni basso il riscaldamento, ma soprattutto non respirare, chiaro!?.

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Ora, non mettiamo in discussione l’irrilevanza dell’argomento dal punto di vista della trama dell’episodio, ma per una fiction che vuole anche educare divertendo è importante che i messaggi che vuole far passare siano corretti, o almeno non radicalmente confusi e sbagliati. In quella manciata di secondi invece si sono mischiati due temi molto diversi sia in termini di meccanismo causale che in termini di quello che si può fare per limitare i danni; tra l’altro comunicando una visione pessimistica sulla possibilità dell’uomo di intervenire incisivamente (l’impossibilità di trovare uno “stucco”).

Viene da chiedersi perché nell’immaginario collettivo sia così facile confondere i due temi, e quindi tentare di chiarire cosa hanno in comune e cosa li distingue. In un prossimo post proveremo a chiarire somiglianze e differenze sul piano scientifico.
Per il momento vorremo invece riflettere brevemente sull’esistenza o meno dello ”stucco“ adatto a contrastare i due problemi. Anche su questo aspetto le differenze sono notevoli.

Il buco dell’ozono è stata la prima emergenza ambientale globale che ha coinvolto l’atmosfera ed un aspetto del clima (le caratteristiche della radiazione solare che raggiunge la superficie terrestre), e che ha comportato uno sforzo globale di mitigazione concertato nell’ambito di accordi internazionali promossi dalla Nazioni Unite. Le misure di mitigazione hanno comportato la riduzione dell’emissione di determinate emissioni inquinanti, incidendo su beni di consumo di uso comune, e quindi nell’esperienza di moltissime persone qualcosa è cambiato a causa di questo problema. L’equazione emissioni + atmosfera + problema ambientale globale = buco nell’ozono è quindi familiare nella memoria collettiva. Il cambiamento climatico rientra, per molti versi, nella parte a sinistra dell’uguale di questa equazione, e quindi l’assimilazione dei due temi è un passo piuttosto facile.

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In entrambi casi il problema nasce dall’emissione di origine antropica di gas (differenti!) che hanno effetti chiaramente nocivi sull’equilibrio del pianeta.
La prima differenza sta proprio in quel “chiaramente”.
Nel caso l’evidenza scientifica dei danni dei cloro-fluoro-carburi sull’ozono stratosferico non è stata praticamente mai messa in discussione, se non in una fase iniziale da lobby industriali dei settori direttamente coinvolti. Cruciale è stata la pubblicazione su Nature dell’individuazione del buco sopra l’Antartide nel 1985 da parte di Farman, Gardiner and Shanklin, congruente con le cause già individuate anni prima dalle ricerche di Molina e Rowland.
Nel caso del cambiamento climatico, lo scetticismo e il negazionismo ha avuto vita più lunga e, perdura ancora, come provano i molti racconti pubblicati su questo Blog, in larga parte al di fuori degli ambienti scientifici.

Il generale riconoscimento di cause e conseguenze del problema ha reso, nel caso del buco dell’ozono, più facile e più rapido trovare un accordo a livello internazionale per cercare di ridurle e risolvere il problema. A questo ha contribuito nel caso dell’ozono stratosferico, anche il fatto che sia stato piuttosto facile individuare quali fossero i composti da bandire, e benché molti entrassero nel ciclo produttivo di beni molto diffusi, non erano neanche lontanamente così pervasivi nel funzionamento dell’economia mondiale come i combustibili fossili che provocano l’emissione di gas serra: non c’è settore che non generi almeno un po’ di emissioni; inoltre, alcuni settori cruciali per la crescita economica come l’energia ed i trasporti, fino ad ora non hanno potuto fare a meno di tali combustibili.
Trovare sostituti adeguati per i CFC è stato relativamente facile e poco costoso: a questo scopo sono stati usati anche gli idro-cloro-fluoro-carburi, meno attivi dei CFC ma pur sempre dannosi per l’ozono. Il loro phase-out è iniziato nel 1996 e continuerà fino al 2030. Nel 2013-2015 la produzione di questi composti dovrebbe essere “congelata”.

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Rinunciare ai gas serra comporta quindi uno sforzo enormemente più grande, ed è comprensibile che sia molto più difficile mettersi d’accordo su come farlo.
Per i CFC ci si è riusciti, a quanto pare. Il protocollo di Montreal le sue successive revisioni (1990 Londra; 1991 Nairobi; 1992 Copenhagen; 1993 Bangkok; 1995 Vienna; 1997 Montreal; 1999 Pechino). sono stati ratificati in 196 paesi (in 154 anche l’emendamento di Pechino) ed il Protocollo è stato attuato con successo. Kofi Annan lo ha definito “perhaps the single most successful international agreement to date“. L’evidenza scientifica sembra indicare che il buco nell’ozono si stia effettivamente riducendo, e alcuni modelli parlano di una sua scomparsa verso il 2080. Uno stucco, seppure a presa lenta, in questo caso è stato trovato.

Per i cambiamenti climatici, la formulazione dello stucco appare più complessa, ma qualche buona idea in giro c’è. Più difficile, come lo stato delle negoziazioni dopo ben 16 COP ha dimostrato, è mettersi d’accordo su come metterle in pratica.

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Testo di Andrea Bigano, con contributi di Guido Barone, Claudio Cassardo e Stefano Caserini

11 responses so far

11 Responses to “E intanto… ‘sto buco dell ozono? (Parte prima)”

  1. Paolo Gabriellion Feb 24th 2011 at 04:28

    Ottimo articolo. Solo per ricordare, oltre al contributo di Molina e Rowland, anche quello di Paul Crutzen nella comprensione dei meccanismi che regolano l’ozono stratosferico.

    http://www.agu.org/journals/ABS/1971/JC076i030p07311.shtml

    A Molina, Rowland e Crutzen e’ stato assegnato per questi studi il Premio Nobel per la Chimica del 1995. Di fatto, credo che questa assegnazione sia l’unico Nobel assegnato fino ad ora nell’ambito delle scienze ambientali.

  2. Gianfrancoon Feb 24th 2011 at 14:02

    @ Paolo Gabrielli
    Stavo per fare lo stesso commento, ma mi hai preceduto. Aggiungo, e sono convinto di interpretare anche il tuo pensiero, che è ora di assegnarne un altro. Hansen? Chissà se qualcuno ci ha già pensato?

  3. oca sapienson Feb 24th 2011 at 17:02

    @Gianfranco
    ci sono decine di premi per le scienze ambientali: il Kyoto, Blue Planet, Balzan, Kavli, King Faisal, Tyler ecc. Hansen ne ha già parecchi, Heinz, Dan Davy, Sophie, Blue Planet. Ne lasci un po’ anche per gli altri…

  4. Antonioon Feb 24th 2011 at 23:23

    Qui forse bisognerebbe dare un premio agli sceneggiatori: insomma, uno non dovrebbe documentarsi un po’ prima di scrivere queste sciocchezze?
    Il post mi è piaciuto ma mi sembra un po’ troppo accomodante.
    Mi sa che ci stiamo abituando che in questo paese ormai derelitto (in cui fra poco le università le chiudiamo perchè tanto non servono e costano troppo) si possano dire le peggio cose e al limite ci facciamo sopra una risata.
    Non voglio fare il polemico, ma non sarebbe il caso che qualcuno alla Rai gli dicesse qualcosa, no ?

  5. Vincenzoon Feb 25th 2011 at 08:33

    @ Antonio

    Concordo: peraltro bravi autori ma asini. Mio figlio in terza media questa distinzione la conosce. Un’insegnanante di scienze che confonde buco dell’ozono e global warming va licenziata in tronco, non ci vuole un nobel ma una preparazione minima.

  6. Gianfrancoon Feb 25th 2011 at 18:06

    @ oca sapiens
    OK ma quello a cui mi riferivo io è “il premio”.
    Mi piacerebbe che il Premio Nobel per fisica o chimica andasse a uno studioso dell’ambiente e del clima. Potremmo lanciare un sondaggio per scegliere il più meritevole; poi però bisogna che qualcuno vada a dirlo a Stoccolma. Conosci un Capo di Stato, un già premiato o qualcuno che possa proporre candidature?
    Però andiamo fuori tema: l’argomento qui è la crassa ignoranza degli autori di sceneggiati televisivi. E non solo di quelli, ahimè!

  7. stephon Feb 25th 2011 at 22:22

    @Gianfranco
    Hansen potrebbe starci, io vedrei bene anche Manabe.

    @Paolo Gabrielli
    Crutzen: doverosa aggiunta. Forse si potrebbe ricordare anche Sydney Chapman (maestro di Lindzen). Pionieristici i suoi studi fra la fine degli anni 20 e gli anni 30: a lui si deve la prima teoria chimica sull’ozono e sulla sua distribuzione qualitativa nella stratosfera.
    http://web.lemoyne.edu/~giunta/chapman.html
    http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/qj.49706025405/abstract

  8. oca sapienson Feb 27th 2011 at 20:14

    @Gianfranco
    conosco premiati, ma il premio dovrebbe ricompensare una ricerca (e/o applicazione) nuova in fisica o in chimica.

    Ignoranza: il 48% degli italiani, una bella fetta di mercato pensa che il sole sia un pianeta.

  9. Stefano Caserinion Feb 27th 2011 at 23:02

    A me sembra che a questi premi Nobel si dia sempre più importanza di quella che meriterebbero.
    Per quanto riguarda quelli scientifici, secondo me hanno sempre meno senso in un epoca in cui la scienza è sempre più uno sforzo collettivo.
    Forse avrebbe più senso premiare organizzazioni che si sono ben strutturate e hanno dato un contributo collettivo importante, come successo per l’IPCC; per cui più che Hansen vedrei il NASA-GISS, o il PIK oppure per dire il CERN.
    Perchè poi alla fine va a finire che questi Nobel vanno in giro a fare le star che sanno tutto di tutto

  10. Gianfrancoon Apr 6th 2011 at 16:23

    Neanche a farlo apposta La Repubblica di oggi 6 aprile 2011 a pagina 18 pubblica una foto di blocchi di ghiaccio galleggianti al tramonto e la didascalia: “ghiacci che si sciolgono per il buco nell’ozono”…
    Non è meraviglioso?

  11. […] Come già discusso nel primo post su questo tema, dalla metà degli anni ’80, con la presenza di stazioni scientifiche in Antartide e con l’uso dei satelliti, si era individuata l’esistenza di una forte carenza di ozono nella stratosfera che permaneva anche durante la stagione estiva australe, estendendosi anche al di là dei margini del continente. Il depauperamento dell’ozono artico nel 2011 ha avuto come  conseguenza un pericoloso aumento della radiazione solare  UV più penetrante, registrata in queste aree ai primi di aprile e che ha colpito sia pure in misura minore, man mano che ci si muoveva verso Sud, tutti i Paesi dell’Europa Centro-settentrionale, fino all’Italia settentrionale. […]