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Gli ostacoli cognitivi ai cambiamenti climatici

Perché si fatica a comprendere il problema dei cambiamenti climatici – e ancora di più a reagire?

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Il problema dei cambiamenti climatici si è rivelato negli anni particolarmente difficile da affrontare per molteplici fattori. I tentativi di risoluzione attraverso trattati internazionali sulle emissioni sono risultati finora inefficaci, e non sono riusciti ad arrivare all’individuo, ad abbattere i dubbi, a realizzare un cambiamento comportamentale. L’urgenza di porre rimedio a una situazione che si avvia a essere irreparabile si scontra con una diffusa inerzia da parte delle persone, che parzialmente deriva dall’idea che il problema debba essere risolto “dall’alto”: l’azione individuale viene percepita come inutile e inefficace.

Tuttavia, i dati della International Energy Agency mostrano che le emissioni pro-capite legati ai consumi residenziali hanno un peso notevole nel bilancio complessivo della produzione di CO2, cosa di recente messa in risalto anche da un Background Paper del 2010 World Development Report della World Bank. L’azione individuale ha quindi un’enorme potenzialità nel modificare il drammatico scenario climatico, una potenzialità che non va persa.

In questo contesto si rende necessaria un’indagine che riesca a sbrogliare alcuni nodi del comportamento umano che rendono difficile la realizzazione del cambiamento che la questione climatica impone. In molti casi si è mostrato fallimentare il proposito di modificare il comportamento degli individui considerandoli dei meri ricettori di stimoli, tentando cioè di dirigerne le azioni attraverso meccanismi che ne riducono il processo decisionale a un modello stimolo-risposta – attraverso, ad esempio, l’uso di strumenti quali incentivi e sanzioni, come conferma una recente indagine dell’Eurobarometer.

Cercare nelle azioni delle persone una consequenzialità razionale significa fraintendere alcuni aspetti fondamentali dell’agire umano, che è per definizione difficile da prevedere e non segue sempre una concatenazione di ragionamenti faci

lmente rintracciabile. La componente irrazionale di ogni individuo più e più volte prende il sopravvento, sviandolo sia dalla mera decisione razionale in una logica di analisi costi-benefici, che da quella che parrebbe una decisione sensata in termini di risposta a un’informazione, percezione del rischio, interesse personale.

Si dimostra quindi fondamentale cercare di risalire agli snodi del processo decisionale in cui si inseriscono determinati fattori problematici che fanno perdere di vista agli esseri umani non solo ciò che rappresenta un bene per l’ambiente naturale, ma anche per loro stessi in quanto creature che in tale ambiente vivono.

Sembra che le persone non percepiscano il peso delle loro azioni, e non ne comprendano le conseguenze che ricadono sull’ambiente: gli individui si smarriscono, in qualche modo, nella serie di concatenazioni causali che portano al riscaldamento globale, e che da esso conducono a disastri ambientali di varia entità.

Una prima spiegazione di questa mancata comprensione può essere ricondotta alla complessità della relazione causali all’interno delle dinamiche climatiche, che emerge affrontando la spiegazione scientifica (anche se semplificata) del problema.

Indagini recenti, sia dell’Eurobarometer che dello Yale Project on Climate Change Communication hanno mostrato che le persone manifestano una certa confusione circa le cause del cambiamento climatico. Osservando il diagramma, si nota che cause ed effetti non hanno una relazione lineare e intuitiva, e a questo si aggiunge che la precisa entità delle conseguenze (soprattutto quelle che dovrebbero riguardare l’uomo più da vicino) è ancora difficile da prevedere e soggetta a dibattito scientifico (vedasi l’IPCC 2007 ): questo rende sia la mera percezione del problema che la sua comunicabilità alquanto critiche.

Un altro punto problematico riguarda la distanza temporale che intercorre tra la causa e il verificarsi dell’effetto: l’impatto sull’ambiente di determinati comportamenti avviene in un lasso di tempo così dilatato che il legame causa-effetto si assottiglia progressivamente, sino a non essere più visibile. Per percepire il collegamento tra azioni e conseguenze, queste devono essere il più possibile vicine tra loro nel tempo, poiché laddove tendano a distanziarsi troppo, ogni azione, buona o nociva, pare priva di conseguenze. Il che ha un effetto sempre negativo: chi agisce bene non ne vede mai “i frutti”, chi agisce male non ne subisce le conseguenze. Questa riflessione conduce al terzo problema riconducibile alle relazioni di causalità all’interno dei cambiamenti climatici: la causa e l’effetto si trovano su due dimensioni diverse, ovvero, da una parte c’è il soggetto che agisce a livello personale, mentre gli effetti delle sue azioni, oltre a essere lontani nel tempo, concorrono su una dimensione globale, non riguardano cioè lui in prima persona. Questo problema entra in conflitto in modo specifico con il fatto che i costi dei tagli alle emissioni (o più generalmente, ogni forma di cambiamento comportamentale in favore dell’ambiente) sono sostenuti dal singolo agente (che sia un individuo o un’industria), mentre gli eventuali effetti benefici verranno goduti da tutti: ciò fa sì che l’agire egoistico di fatto sia conveniente e si traduca in un guadagno. Questa non è altro che una delle varie declinazioni nel problema relativo all’uso dei “commons”, messo in luce già nel 1968 da Garrett Hardin.

Comprendere i meccanismi interni al soggetto che ne ostacolano la reazione comportamentale è una tappa obbligata se si vuole realizzare un cambiamento, soprattutto dopo aver constatato che da parte degli individui c’è ancora una certa resistenza a modificare le proprie abitudini.

Inoltre, un’analisi di questo tipo può dare indicazioni utili alla comunicazione scientifica, per capire su quali punti è necessario insistere e far luce: primo fra tutti, rendere chiaro all’individuo il suo ruolo di agente causale nel problema dei cambiamenti climatici. Sebbene non sufficiente, la comprensione di un problema costituisce senz’altro un buon primo passo nella direzione della sua prevenzione.

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Testo di Francesca Pongiglione

28 responses so far

28 Responses to “Gli ostacoli cognitivi ai cambiamenti climatici”

  1. Telegraph Coveon Set 25th 2011 at 11:40

    Primo commento a caldo dal cell: una valutazione costi benefici con orizzonte temporale di una 20-30ina d’anni e’ piu’ che adeguata considerando anche la durata della vita umana. Con questo criterio ci si muove generalmente per le scelte piu’ importanti. Oltre e’ pura filosofia.

  2. Giordanoon Set 25th 2011 at 20:27

    Il che vorrebbe dire che tutto ciò che è avvenuto più di trent’anni fa non ha conseguenze sull’oggi. Cancella allora tutta la scienza scoperta più di trent’anni fa, cancella tutte le filosofie, tutta l’arte e tutte le religioni “più vecchie di trent’anni”.
    E scoprirai che invece l’uomo ha enorme bisogno di ciò che si allunga nel tempo remoto. Quindi si spinge a guardare anche il futuro remoto. O dovrebbe farlo se vuole continuare ad essere sé stesso.

  3. Marcoon Set 25th 2011 at 23:13

    cosa ne pensate di questo studio? secondo questo scienziato la CO2 non e’ responsabile dei cambiamenti climatici
    http://tallbloke.wordpress.com/2010/08/03/roy-clark-a-null-hypothesis-for-co2/
    grazie per chi vorra’ rispondermi..

  4. Valeon Set 25th 2011 at 23:52

    ragazzi se e’ caduta la Teoria di Einstein, puo’ cadere benissimo anche la Teoria dell’AGW..eheheheh
    la Scienza non si ferma mai, ci puo’ sempre riservare delle sorprese..

  5. Giordanoon Set 26th 2011 at 07:09

    Per rimanere al tema dell’articolo: tra gli ostacoli cognitivi a riconoscere i cambiamenti climatici e la necessità di ridurre le emisisoni di CO2 c’è anche il Complesso di Giamburrasca. O di Pierino. Dire alla maestra che non è vero che l’America è stata scoperta da Colombo, che non è vero che… ecc. Vada a leggere l’ultimo articolo secondo cui l’America si trova sotto l’Equatore…

    La voglia di farsi una risata a spese della comunità scientifica.

    Per chi dubita dell’AWG, faccia un esperimento personale: si attacchi al tubo di scappamento della propria auto per un giorno. E poi avrà una idea di che tipo di atmosfera si ottiene quando agisce un miliardo di automobili tutti i i giorni per anni.

  6. homoereticuson Set 26th 2011 at 08:48

    @ vale

    il suo commento grossolano e fuori tema non meriterebbe attenzione. Tuttavia stimola una riflessione che può farci rientrare in argomento.
    Lei appartiene evidentemente, alla (nutrita) schiera di chi non ha compreso le basi della “teoria”, chiamiamola pure così, se le piace, dell’AGW.
    Vede: gli esperimenti al Cern, pure se confermati, non avranno l’effetto che dice. La relatività di einstein è confermata da una mole di esperimenti e verifiche, dirette e indirette. Come non abbiamo buttato via la meccanica classica, che funziona benissimo ancora oggi dopo quattro secoli, per velocità ed energie non relativistiche, non verrà buttato, per così dire, Einstein.
    Allo stesso modo alla base delle scienze del clima e della sua evoluzione esiste uno “zoccolo duro” fatto di fisica e di evidenze, possiamo pure scrivere una parola grossa, di “certezze”, che assai difficilmente verrà ribaltato dalle prossime scoperte e dalle nuove conoscenze che verranno ad aggiungersi.

  7. Marcoon Set 26th 2011 at 11:01

    sinceramente volevo una risposta un po’ piu’ tecnica sull’articolo che ho linkato..
    volevo capire gli errori che sono stati fatti in questo studio..comunque grazie lo stesso..
    Giordano nessuno nega che i gas serra fanno male a noi e all’atmosfera..ma si discute sulla loro influenza rispetto ai fattori naturali tipo il sole..

  8. Telegraph Coveon Set 26th 2011 at 11:05

    Caro Giordano, tu parli
    appunto di scienza, filosofia,
    arte, religioni ovvero della più
    generale attitudine e
    necessità dell’uomo a capire
    se stesso ed il mondo che lo
    circonda. La ricerca della
    conoscenza non ha scadenze,
    né è soggetta a limiti razionali
    e, se diventa passione o fede,
    può occupare l’intera
    esistenza di un essere umano
    ed appagarlo completamente.
    La mia, però, era una
    riflessione sulle attività
    concrete che ognuno di noi
    mette in opera per finalizzare
    progetti che si concluderanno
    nel futuro (es. conseguimento
    di una laurea, accesso ad una
    professione, acquisto di una
    casa di abitazione) o per
    evitare rischi che potrebbero
    riguardare la propria vita o
    quella dei familiari (visite
    mediche ed accertamenti
    periodici, polizze assicurative
    contro infortuni, polizze
    pensionistiche). Ebbene
    un’attenta pianificazione di
    queste attività considera
    certamente eventi e rischi
    futuri ma normalmente entro
    limiti temporali coerenti con
    l’attuale durata della vita
    umana (es. è molto facile che,
    avendo le necessarie
    disponibilità economiche, si
    pianifichi la costituzione di
    una pensione integrativa per
    la vecchiaia, è meno probabile
    è che si faccia qualcosa di
    molto specifico per assicurare
    una pensione integrativa ai
    figli poiché si ritiene più
    importante (poiché sono
    eventi più vicini e certi)
    aiutarli a concludere gli studi,
    a trovarsi un’occupazione, ad
    acquistare una casa ecc.). In
    effetti più un evento è incerto
    e lontano nel tempo meno ci
    si preoccupa e le eventuali
    attività pianificate si fanno più
    generiche e soggette a
    revisione. Secondo me questa
    tipo di approccio è corretto e
    pragmatico e fa parte della
    natura umana. Non sfugge a
    questa regola, e ci
    mancherebbe altro, anche
    l’attenzione ai problemi
    ambientali. La valutazione
    costi/benefici viene fatta dalla
    popolazione ma con orizzonte
    temporale di medio periodo
    (escludendo ovviamente la
    parte della società che non
    può nemmeno permettersi
    valutazioni limiti temporali
    così ampi); per cui si
    porranno in essere tutte le
    iniziative (anche onerose) che
    nel MEDIO periodo evitino a sé
    ed ai propri familiari
    NOTEVOLI disagi derivanti dal
    cambiamento climatico. Ti
    ricordo, peraltro, che le
    decisioni politiche e le
    strategie economiche si
    basano ormai su valutazioni
    fatte con orizzonte temporale
    veramente scandaloso (pochi
    mesi purtroppo, al più
    qualche anno) e che quindi
    l’uomo comune si sta
    dimostrando molto più
    lungimirante di quanto lo
    siano i grandi manager
    aziendali o i capi di stato. Per
    il resto, le frasi del tipo
    “lasciare la terra intatta per le
    generazioni future …”, “siamo
    solo ospiti e non i padroni del
    mondo …” rientrano nella
    sfera delle convinzioni morali
    e religiose di ognuno di noi e
    quindi al libero arbitrio. Per le
    stesse ragioni sono
    assolutamente contrario a
    comportamenti sanzionatori
    rivolti ai singoli (in base a
    quale diritto si da priorità ad
    un rischio anziché ad un
    altro ?), moderatamente
    favorevole ad incentivi a patto
    che questi non tolgano
    risorse utili ad altri problemi
    contingenti e gravi (penso tra
    gli altri alla questione degli
    aiuti al terzo mondo che
    vengono tagliati ogni
    qualvolta si devono stringere i
    cordoni della borsa a favore
    di qualcos’altro). Buona
    giornata.

  9. Adminon Set 26th 2011 at 14:58

    @ Marco

    la sua richiesta è fuori tema;
    si invita tutti, come prevede la netiquette, a limitare il dibattito al tema del post
    grazie

  10. Giordanoon Set 26th 2011 at 16:36

    # Telegraph Cove
    Grazie mille della lunga ed articolata risposta. Le scelte individuali ok. Ma il vero nodo sono le scelte collettive (es. leggi) e il loro orizzonte temporale.

    Il problema dell’orizzonte temporale è stato usato dagli economisti per “scontare” tutto ciò che va oltre i 20-30 anni (in termini tecnici si chiama infatti tasso di sconto e posto ad esempio al 5% fa si che cio che avviene molto lontano abbia un valore minimo).

    E quindi nei modelli che cercano di “ottimizzare” i sentieri futuri di emissioni, adattamento, ecc. per molto tempo gli economisti hanno consigliato di non fare niente (tutti i costi sono adesso, i vantaggi si vedono solo dopo 20-30 anni). Questa era la posizione di Nordhaus (20-30 anni fa!).

    E il risultato lo paghiamo tutti.

    Ma gli economisti avrebbero fatto meglio a fare più “economia positiva” descrittiva e tenere conto di quanta enorme importanza attribuisce ciascuno di noi a ciò che ha ereditato dal passato (incluso il passato letterario, architettonico, ecc.).

    E quindi avrebbero dovuto concludere che il tasso di sconto opportuno (per le scelte collettive, non quelle individuali o di una impresa) non è alto ma zero o persino negativo.

    E’ quello che ha iniziato a fare Nicholas Stern, col rapporto del 2007 che ha segnato un punto alto di tutto il dibattito unfccc (ne è seguito la Bali Action Plan).

    E gli altri economisti gli sono saltati addosso dicendo che Stern stava usando un tasso d’interesse troppo basso.

    In altre parole, per tornare al post, i negazionisti non sono solo degli egoisti (che pensano solo a se stessi e non ai figli ed alle future generazioni) ma non sanno fare i conti (o meglio chiedono che le leggi si adattino al loro assai ristretto orizzonte temporale, come quel manager che prima fa una speculazione e poi si spara perché è andata male – lasciando sul lastrico migliaia di persone).

  11. Giordanoon Set 26th 2011 at 16:41

    #Marco
    Allora fai un altro esperimento personale di AWG: mettiti al sole dalle otto di mattina alle otto di sera in agosto in Sicilia. L’insolazione che prendi è colpa del sole o della crema protettiva che non ti sei messo?

    E se qualcuno per qualche motivo deve lavorare al sole per così tante ore, quale due alternative gli proponi:
    1. mettersi una crema
    2. aspettare che cali il sole di notte (cicli solari…)

    ?
    Sul piano pratico l’unica cosa che possiamo fare noi umani è cambiare ciò che fanno gli umani, non il sole…

  12. Marcoon Set 26th 2011 at 23:55

    e dove posso mettere l’articolo che ho postato? io sono nuovo qui..
    a me sembra interessante lo studio di Roy Clark

  13. Adminon Set 27th 2011 at 07:39

    è un articolo che ha più di un anno; allora sui vari blog se ne era parlato, ma non più di tanto perchè Energy and Environment non è considerata una rivista scientifica, di fatto è il rifugio delle tesi più strampalate che una rivista seria boccerebbe.
    Sul tema dell’ipotesi nulla le consiglio di leggere qui http://www.skepticalscience.com/news.php?n=558
    Su E&E pò leggere qui http://www.realclimate.org/index.php/archives/2011/02/ee-threatens-a-libel-suit/

  14. Elisabetta Corràon Set 27th 2011 at 09:16

    LA questione della percezione del rischio che corre il Pianeta ( andrebbe aggiunto a quanto già detto un secondo, inquietante problema di cui si parla pochissimo e cioè l’estinzione in corso, la cosiddetta sesta estinzione di massa) è a mio parere una questione filosofica. La domanda che ci dobbiamo porre è: che tipo di uomo è l’uomo di oggi? quali sono i suoi orizzonti di riferimento? Da questi interrogativi parte la riflessione di Clive Hamilton, ma anche quella di Gustav Anders, un pensatore husserliano che ha spiegato la figura contemporanea dell’uomo post mito di Faust e post illuminismo. L’uomo di oggi è un consumatore: siamo di fronte ad una catastrofe del pensiero e dell’umano senza precedenti. non c’è da stupirsi che l’opinione pubblica non pensi al cambiamento climatico quando le società occidentali sono spossessate di ogni capacità di riflessione, ridotte ad automi consumatori. la società dei consumi ha annichilito l’uomo, riducendolo a un soggetto passivo che non si pone nessuna domanda di senso. è spiacevole, è pessimista, siamo d’accordo, ma l’uomo odierno desidera il benessere e se ne frega additirittura delle conseguenze che quel benessere a qualunque costo avrà sui suoi figli. credo che questo articolo ponga in agenda anche un aspetto più interessante e cioè la necessità di lavorare sia sul piano filosofico/umanistico che sul piano scientifico per comunicare, trasmettere l’urgenza di un cambiamento. in un certo senso stiamo tornando all’epoca in cui la scienza era parte dell’episteme.

  15. matteoon Set 27th 2011 at 13:21

    e come la comnichiamo questa urgenza al popolo?

  16. Francescaon Set 28th 2011 at 14:27

    Forse è vero che parte degli uomini si occupa effettivamente solo di sé e del proprio immediato presente. Ma non sono tutti così, ed è proprio sull'”altra parte” dell’umanità che la comunicazione del rischio e dell’urgenza può far presa, e modificare i comportamenti. La visione nichilista, per quanto possa sembrare forse quella che si avvicina di più al vero, produce solo rassegnazione, mentre quello di cui abbiamo bisogno è l’esatto contrario.
    Anche arrivare alla parte di umanità più ricettiva e più sensibilizzata verso i problemi dell’ambiente sarebbe un risultato da non sottovalutare, soprattutto tenendo conto che anche i comportamenti “positivi” sono contagiosi.

  17. Riccardo Reitanoon Set 28th 2011 at 16:48

    Le società umane hanno dimostrato di essere in grado di affrontare grandi sfide. Che decidano o meno di farlo e che abbiano successo è, ovviamente, tutt’altra storia.
    Più che una mancanza di volontà, nella situazione attuale io vedo una grande inerzia, forse proporzionale all’entità della sfida. E’ un’inerzia che sono convinto verrà vinta; quello che non so e se sarà abbastanza in fretta e con sufficiente determinazione.

  18. oca sapienson Set 29th 2011 at 16:35

    @matteo

    a volte certi eventi meteo “estremi” comunicano bene il problema. C’è chi resta sordo lo stesso, ma è in minoranza.

    l’oca s.

  19. oca sapienson Set 29th 2011 at 16:37

    Accid… il link:
    https://woods.stanford.edu/docs/surveys/Global-Warming-Survey-Stanford-Reuters-September-2011.pdf

  20. Marioon Set 30th 2011 at 12:36

    “Senza offesa, credo che l’enorme attenzione che si sta dedicando alla minaccia del cambiamento climatico si relazioni soprattutto a vantaggi politici ed economici che quei timori possono generare“

    “ci vogliono convincere che non c’è nulla di più pericoloso del cambiamento, che quello che abbiamo è il meglio, e che siamo sempre sul punto di perderlo se non lo conserviamo. Ma non è così. Dobbiamo chiederci a chi fanno comodo queste teorie. Ci tengono buoni con la paura. Ma altri si arricchiscono, fanno affari, diventano famosi, vincono nobel, come Al Gore. Vede, in realtà non interessa ai potenti che decidono cosa accade a quei popoli. In Niger ho potuto constatare proprio questo, e contesto questa teoria del cibo organico, perchè non prende in considerazione popoli che muoiono di fame. Per avere cibo biologico si eliminano le sostanze chimiche dai processi produttivi e si impoveriscono le coltivazioni che potrebbero con fertilizzanti e altre sostanze sfamare migliaia di persone. Ma a chi importa di loro? Copenaghen ha raccolto nel 2009 i potenti della Terra per il vertice sui cambiamenti climatici. Un mese prima, a Roma, al vertice Fao, non c’era alcun grande capo di Stato. I più famosi: Lula, Mubarak e Gheddafi. E a seguire una commovente lista di presidenti africani“.
    Martin Caparròs

  21. Riccardo Reitanoon Set 30th 2011 at 12:47

    Come mai il signor Martin Caparròs non si chiede a chi fa comodo restare prigionieri dei combustibili fossili. E come mai non ha constatato cosa succede al delta del Niger, giusto per citare il fiume che ha dato il nome a quello stato?

    A non voler guardare la scienza e basarsi su questi ragionamenti non si va da nessuna parte. A me sembra una conferma di quanto si dice in questo post sugli ostacoli cognitivi.

  22. Robertoon Set 30th 2011 at 13:46

    @Mario
    lei ha portato l’esempio di Caparros proprio a sostegno dell’articolo giusto?

  23. marcogon Set 30th 2011 at 14:01

    la questione mi pare, in soldoni, l’accettazione dell’idea di un mondo che si va distruggendo e il modo migliore per evitarlo. Questo blog si propone di chiarire su basi scientifiche i rischi che si stanno correndo con la segreta speranza che ciò contribuisca in modo determinante a risolvere la questione. Una volta sconfitti i negazionisti e compagnia bella, di fronte ad una drammaticità senza confini, si porranno basi solide per una ricerca di soluzioni condivise. Ciò è vero solo in parte. La domanda che, implicitamente, viene posta in questa discussione è: il tema dello sviluppo sostenibile e delle future generazioni è un problema essenzialmente legato alla scienze “esatte” e all’economia, oppure riguarda anche le scienze umane? L’introduzione qui si affida alle teorie cognitiviste, quindi alle caratteristiche proprie della mente umana e ai suoi limiti e apre ipotesi interessanti. Personalmente ritengo che anche di fronte alla certezza di un mondo che si va distruggendo, per i suoi modelli economici, sociali, politici e via discorrendo, sia molto più facile assistere a forme di desensibilizzazione che ad una reale modifica delle scelte e dei comportamenti.
    Il tema angosciante dei cambiamenti climatici è relativamente recente e giunge in un momento in cui le conseguenze potrebbero già essere irreversibili. Non lo sappiamo, nessuno ce lo dirà. Ma la dimensione psicologica della questione climatica potrebbe avere un’influenza ben maggiore di quella scientifica. Possiamo cercare di innovare sul piano tecnologico finché vogliamo, ma se lo stile di vita che ci pervade è fatto di Suv da 5 tonnellate, doppie, triple e quadruple case, aereo privato e consumismo sfrenato ciò risponderà anche a necessità economiche, ma risponde anche ad una condizione umana molto fragile e con il terrore della morte, per esempio. Il tema si fa complesso e merita ben altri approfondimenti, ma se il destino delle future generazioni dipenderà dalla nostra, in assenza di strumenti culturali adeguati, sarà molto più facile cedere alle sirene del chissenefrega. Ciò che sembra fondare la relazione intergenerazionale è la naturale relazione genitori-figli. Che è una dimensione psicologica, misteriosa aggiungerei e pure insufficiente. Le dinamiche che ci pervadono, di forte all’ipotesi di una futura distruzione del mondo, sono molto più complesse della relazione intergenerazionale e riguardano il senso della vita, di tutto ciò che ci circonda, della qualità delle relazioni, il senso dell’uomo. Coinvolge tutte le discipline, i loro paradigmi, linguaggi che spesso non sanno dialogare tra loro. Un richiamo alla filosofia, quella che sa risolvere, non confondere.

  24. Fabioon Ott 1st 2011 at 11:33

    Credo che sia chiaro come mai il “problema” dei cambiamenti climatici non viene preso in considerazione nel modo in cui molti sperano.

    tutto sta nel capire che problema è, poi tanto mi attaccherete ma ancora non si sa dove sia il problema e se realmente gli effetti negativi siano maggiori di quelli positivi

  25. Stefano Caserinion Ott 1st 2011 at 13:50

    @ Marcog

    Nel suo commento ci sono molti punti interessanti.
    Prima di tutto, vorrei dire che questo blog si propone di dare una mano a favorire la comprensione della crisi climatica, in particolare delle tante evidenze scientifiche ormai disponibili, nonché a contrastare la disinformazione più o meno volontaria sul tema. Che questo contribuisca in modo determinante a risolvere la questione… è eccessivo, diciamo che si fa quel che si può. Ci sono tanti altri ostacoli, sia quelli discussi nel post, sia quelli che Lei ha ricordato. Senza dimenticare gli aspetti politici, le varie lobby di interesse che bloccano le politiche sul clima (il Senato Usa in questo è un esempio fin troppo lampante) e favoriscono e finanziano il negazionismo climatico.
    Concordo che le scienze umane dovrebbero occuparsi di questo tema, cosa che ora fanno molto molto poco, almeno in Italia. All’estero come abbiamo visto in un precedente post (http://www.climalteranti.it/2011/07/08/psicologia-e-cambiamenti-climatici/) si inizia a ragionarci.
    Sugli aspetti filosofici di come l’umanità si approccia alla distruzione del mondo abbiamo discusso tempo fa qui http://www.climalteranti.it/2010/04/08/cos%E2%80%99e-il-catastrofismo/

  26. homoereticuson Ott 4th 2011 at 12:08

    @ marcog

    sono d’accordo con il commento precedente di SC nel ritenere il suo commento ricco di spunti.
    Che il tema sia di una complessità spaventosa e disarmante è vero. Che ci sia il rischio reale di una de-sensibilizzazione, anche. Che possa prevalere, come scrive Lei, il chissenefrega.
    Un po’ fuori dal coro ed ereticamente mi sento di dire, anche a mo’ di provocazione, che non sono certo che filosofia e scienze umane siano la soluzione, ma, piuttosto, una parte del problema. Se siamo arrivati a questo punto è anche perchè al liceo ci hanno fatto studiare 5 ore di latino alla settimana, anzichè cinque ore di Scienze… ma qui usciamo OT.
    Un’ultima banale osservazione. Il tema del clima viene spesso associato a quello del tabacco. Oggi nessuno più dubita dei pericoli del fumo, eppure una percentuale rilevante della popolazione continua a fumare. Eppure, alzi la man chi non conosce almeno qualche persona che ha smesso, a seguito di un processo di sensibilizzazione e di maggiore consapevolezza.
    Sul clima siamo molto, ma molto più indietro. Una minoranza possiede solo una vaga idea dei rischi e una straripante maggioranza è totalmente all’oscuro del problema: fumano (climaticamente) e non sanno che fa male! Qualcuno di loro magari può essere aiutato a smettere.
    Perdonate la lunghezza.

  27. Mattiaon Ott 12th 2011 at 12:41

    L’agricoltura dovrebbe essere collegata agli allevamenti invece che direttamente alla CO2, perché in realtà buona parte dell’agricoltura se ne va per gli allevamenti…

  28. […] scientifica? O c’e’ dell’altro? Questo tema, già affrontato in post precedenti (qui e qui) e in altri blog, è stato oggetto di questo recente commento di Adam Corner sulla rivista Nature […]