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I nuovi termini del negoziato sul clima – Parte 1: “Loss and damage”

Lungi dall’essere un’eventualità incerta e remota, la lista dei danni causati dai cambiamenti climatici si allunga ogni anno. E decolla quindi il dibattito su chi li debba risarcire e come. Alla COP18 di Doha si è avuta una prima autonoma deliberazione su questo tema.

 

Dopo aver sinteticamente riassunto i principali risultati della Conferenza UNFCCC di Doha rispetto al Protocollo di Kyoto e agli impegni a lungo termine, è importante esplorare alcuni nuovi termini, che, pur se da tempo utilizzati dagli addetti ai lavori, stanno cominciando ad avere un impatto sui negoziati internazionali sul clima e sulle attività da porre in essere a livello statale.
In questo primo post si approfondiscono i termini di “loss and damage”, che proporrei di tradurre come “perdite e danni climatici”, richiamando, da un lato, il noto concetto di “danno ambientale” e, dall’altro, l’espressione di ambito assicurativo di “insured losses” per indicare le “perdite assicurate”, contrapposte alle “perdite non assicurate”.  Ritengo infatti che il tema si svolga fondamentalmente in queste due aree semantiche: il diritto e l’economia delle assicurazioni.
Ma vediamo in parole semplici di che si tratta, prima di richiamare alcuni recenti documenti chiave ed infine presentare la decisione di Doha.

Immaginate che la vostra lavatrice scarichi l’acqua sporca direttamente nel salotto del vostro vicino. Come pensate che reagirà? Sicuramente sarà furioso e vi chiederà di cessare immediatamente quest’intrusione. Nel dibattito sul clima, questa richiesta viene catalogata sotto il titolo di “mitigazione”. Voi potreste cercare di convincerlo che lui si deve “adattare”, cioè deve togliere il tappeto, spostare i mobili migliori lontano dal vostro scarico, eccetera. Credete che gli piacerà? Sarebbe molto strano. Voi potreste proporgli di pagare (in parte o tutto) i costi dell’adattamento. Ma lui continuerà a storcere il naso e sostenere, giustamente, che l’adattamento ha dei limiti e comunque non è la cosa prioritaria. Piuttosto vi chiederà i danni.
E un giudice a cui si rivolgesse non avrebbe dubbi nel condannarvi a cessare immediatamente l’attività, a risarcire i danni (ai sensi dell’art. 2043 del Codice civile “Qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno”), al ripristino delle condizioni iniziali del salotto e pure a pagare le spese legali di entrambi. Tra privati all’interno dello stesso Stato questa è la regola. Che lui si debba “adattare” alla vostra attività non rientra tipicamente tra le previsioni di legge.

Il dibattito su “losses and damages” verte su quanto di tale soluzione giuridica si possa travasare nelle questioni climatiche che riguardano un ampio numero di persone e gli Stati tra di loro.
Come primo aspetto, si può ricordare il tema della “class action”, con la quale viene tutelato un interesse collettivo, come quello del “popolo inquinato”, tramite una soluzione giuridica che vale non solo per chi materialmente ha intentato causa ma per tutti coloro, viventi o che devono ancora nascere, si trovano nella stessa “classe”.
Come secondo aspetto, è vero che tra gli Stati vige un diritto internazionale nato su premesse diverse dal diritto privato, ma la globalizzazione sta avvicinando ed integrando i sistemi giuridici, spesso all’insegna di una maggiore rilevanza degli approcci di natura privatistica. Ad esempio è importante che le responsabilità di chi inquina possano essere fatte valere anche se a subire l’inquinamento siano soggetti posti oltre i confini (e che tale conflitto non sfoci invece in una disputa tra Stati risolti con la guerra). In questa prospettiva, gli Stati che con la loro legislazione ed azione (ed inazione) permettono alle proprie imprese di inquinare dovrebbero risponderne agli altri ed a coloro che ne vengono danneggiati ovunque si trovino.
Se poi il legame tra attività inquinanti e danni risulta di natura non deterministica ma statistica (es. l’incremento della concentrazione di gas climalteranti incrementa la probabilità di un evento estremo), allora l’economia delle assicurazioni, incentrata sul trattamento appunto di eventi stocastici, potrebbe fornire soluzioni quali un’assicurazione, che per coprire i danni (incerti nel luogo e nell’ammontare) richieda un pagamento certo (il premio assicurativo).
Ma pagato da chi?
Dalle vittime, cioè da chi vive nei luoghi che sono diventati a rischio a causa dell’inquinamento, o dagli inquinatori? E in tale seconda ipotesi, dalle imprese direttamente inquinatrici, dai loro settori o dagli Stati? In base a quali parametri si dovrebbe graduare il finanziamento tra gli Stati? Alle emissioni storiche, a quelle correnti, ad “aver fatto – o meno – tutto il possibile” (es. firmando e rispettando i trattati disponibili come il Protocollo di Kyoto)?
E poi: come stimare il danno? Come gestire la presenza di co-fattori di rischio? Come evitare che il danno possa essere ingigantito da comportamenti poco prudenti delle vittime (“moral hazard”)?

Per iniziare a rispondere, vediamo ora qualche documento autorevole e recente. In questo documento si trova una breve storia del tema delle “perdite e danni climatici” all’interno dei negoziati internazionali, a partire dalla prima volta in cui venne sollevato nel 1991; si argomenta che “il concetto di ‘perdite e danni climatici’ sta crescendo d’importanza poiché non abbiamo ridotto le emissioni né ci siamo adattati in tempo” e che l’adattamento è costoso ed incontra dei limiti.
In questo vengono presentati cinque casi concreti in cui vi sono state perdite e danni climatici al di là della possibilità di adattamento, contestualizzati da riflessioni sullo stato di questa nascente area d’interesse e sulle conseguenze per il policymaking. In questo testo ed in quest’altro si offrono alternative sull’impostazione legale del tema, mentre in questo si approfondisce la questione sul piano dell’economia delle assicurazioni.

Si noterà che tutti questi documenti tendono a riferirsi a danni che avvengono in paesi vulnerabili in via di sviluppo, il che è coerente con l’enfasi che nei negoziati ha dato a questa tematica l’Alleanza degli Stati delle Piccole Isole (AOSIS), con vari documenti – tra cui questo del 2008  e quest’altro del 2012, incontrando una certa resistenza da parte dei paesi inquinatori, per evidenti motivi.

Da qui soluzioni al rallenty come quella presa a Doha, che pur essendo il primo documento autonomo di decisione rispetto ad un argomento incluso in precedenza solo di sfuggita o in paragrafi interni ad altri testi, si limita ad invitare le Parti ad avviare azioni per prevenire e porre rimedio ai danni causati dai cambiamenti climatici, subordinandole al principio di “comuni ma differenziate responsabilità e rispettive capacità” ed alle priorità di sviluppo regionali e nazionali. In esso, si nota che la selezione delle azioni implica il coinvolgimento di tutti gli stakeholders. Si sottolineano i nessi tra gli eventi metereologici estremi e le dinamiche lente e cumulative, da cui l’importanza di un approccio integrato di “gestione del rischio”.
Il testo richiama i Paesi industrializzati a fornire supporto sia in termini di aiuto finanziario che di capacity building ai Paesi in via di sviluppo, ma rinvia alla prossima COP ogni decisione relativa all’istituzione di meccanismi internazionali per implementare azioni concrete per gestire i danni causati dai cambiamenti climatici in logica di resilienza e complessivo risk management, risk sharing e risk transfer.

Naturalmente i dubbi relativi al tema vengono espressi anche da esperti: siamo davvero sicuri di volere che la questione climatica vada in tribunale? Che si usino gli strumenti legali insieme ed oltre a quelli di natura economica? Che alla carota della Green Economy, col suo portato di innovazione, profitti ed occupazione  occorra accompagnare il bastone dei risarcimenti? Che un paese in via di sviluppo possa citare in giudizio ad esempio l’Italia? Che nascano nuovi sistemi d’incentivo e disincentivo per imprese e ricercatori? Che le imprese inquinatrici finanzino dei negazionisti per utilizzarne le testimonianze nei processi a loro difesa? Che si riproduca ciò che è successo coi processi alle imprese del tabacco?

Il dibattito è aperto, ben sapendo che gli effetti negativi dei cambiamenti climatici non hanno confini: anche paesi avanzati possono essere vulnerabili, come mostrano gli uragani Katrina e Sandy o le inondazioni in Italia. E quindi la questione di come risarcire i danni diventa importante anche da noi.

 

Testo di Valentino Piana.

42 responses so far

42 Responses to “I nuovi termini del negoziato sul clima – Parte 1: “Loss and damage””

  1. Sergio Andreison gen 15th 2013 at 15:57

    Grazie – bel lavoro, bravo – il tema e’ rilevante e abbiamo segnalato su
    kyototoclub.org il rapporto 2012 della Munich Re – ti giro di segito il
    link:

    http://www.kyotoclub.org/news/2013-gen-4/eventi_meteo_estremi_nel_2012_costano_122_miliardi_di_euro/docId=3258

    Ciao !

    Sergio Andreis

  2. Luci0on gen 15th 2013 at 16:34

    Ma i danni sono causati da chi ha venduto petrolio per decenni e decenni … perché non pagano visto che il denaro ce l’ hanno? Forse per questo la NASA comincia a guardare al sole … Solar Variability and Terrestrial Climate http://science.nasa.gov/science-news/science-at-nasa/2013/08jan_sunclimate/ adesso la colpa tornerà al sole ?

  3. Stefano Caserinion gen 15th 2013 at 17:35

    @ Luci0
    @ Forse per questo la NASA comincia a guardare al sole …

    La NASA al sole ci ha sempre guardato, con i risultati che sappiamo, ben riassunti dalla dichiarazione di Bradley nel link da lei citato.
    “If there is indeed a solar effect on climate, it is manifested by changes in general circulation rather than in a direct temperature signal.” This fits in with the conclusion of the IPCC and previous NRC reports that solar variability is NOT the cause of global warming over the last 50 years”.

    Ma non è certo questa la sede per l’ennesima discussione sul ruolo del sole sui cambiamenti climatici in corso, di cui abbiamo già discusso fin troppo; il post parla di altro, quindi per favore non spostiamo l’attenzione, grazie.

  4. Stefano Caserinion gen 15th 2013 at 17:43

    @
    E un giudice a cui si rivolgesse non avrebbe dubbi nel condannarvi a cessare immediatamente l’attività, a risarcire i danni (ai sensi dell’art. 2043 del Codice civile “Qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno”),

    Un punto da considerare è che nel codice civile le generazioni future non ci sono, per cui di una larga parte dei danni che stiamo provocando, quelli a lungo termine, non ci sarà chiesto conto.
    E anche nel sistema del Loss and Damage di questi danni non si parla, mi sembra.

  5. Valentinoon gen 15th 2013 at 19:27

    @Sergio Andreis
    Grazie mille a voi per la segnalazione e per il lavorone fatto dal Kyoto Club!
    Il link è molto utile e ricco di informazioni, sia per i valori assoluti che dalle proporzioni. I danni per eventi estremi sono stati nel 2012 di 122 miliardi di dollari. L’Uragano Sandy ha portato, solo di risarcimenti a carico delle assicurazioni, a 19 miliardi, cifra dieci e più volte superiore a quanto gli Stati Uniti hanno immesso nella mitigazione in paesi terzi (http://www.faststartfinance.org/). Ma non è stato l’unico costo dei cambiamenti climatici: l’articolo riporta che “La siccità che ha colpito la Corn Belt nel Midwest degli Stati Uniti, l’area di maggior coltivazione di granturco e soia, è stato l’evento naturale che ha causato le seconde maggiori perdite nel 2012. La perdita complessiva nei raccolti è stata di 20 miliardi di dollari (15,2 miliardi di euro), 15-17 dei quali coperti dal programma assicurativo pubblico-privato sui danni agricoli, rendendola la maggiore perdita nella storia del sistema assicurativo agricolo statunitense.”

    Prima semplice conclusione: i valori in gioco sono enormi e attuali, capaci, se posti a carico degli inquinatori invece che del sistema assicurativo o dello Stato, di dare un colpo di frusta piuttosto chiaro e pesante.

    In termini di proporzioni, “circa il 67% delle perdite generali e il 90% delle coperture assicurative sono attribuibili agli Stati Uniti”, il che vuol dire che da un lato, contrariamente a quanto spesso (per un certo senso di giustizia) non sono soltanto i deboli e il Terzo mondo a subire i danni ma anche i paesi avanzati (e quindi gli incentivi a mettere un freno alle emissioni dovrebbero essere forti anche lì). Dall’altro, che soluzioni di mercato (assicurativo) di fatto sono largamente presenti soprattutto in quel paese (cioè gli altri paesi lasciano che chi subisce un danno atmosferico non venga risarcito o sia tutto a carico dello Stato, con le ovvie conseguenze in termini di tasse, debito pubblico, ecc.).

  6. Valentinoon gen 15th 2013 at 19:33

    @Luci0
    Non si possono certo chiedere i danni al Sole… La vostra posizione non è utile a chi è stato rovinato da eventi climatici. Siete indifferenti e sprezzanti.

    Ma loro potrebbero cominciare a citarvi per danni, se risulta che siete stati capaci di bloccare gli sforzi di mitigazione e avete falsificato dati scientifici. Come è successo nel caso del tabacco.

  7. Valentinoon gen 15th 2013 at 19:41

    @Stefano
    Una class action futura potrebbe portare a risarcimenti imposti sugli inquinatori attuali e passati quando il danno avverrà. Quindi un quadro legale che faciliti il trattamento di perdite e danni climatici ha un impatto via via che i danni si realizzano. Se è credibile, chi oggi inquina sa che pagherà e quindi dovrebbe avere un effetto dissuasivo.

  8. Valentinoon gen 15th 2013 at 19:53

    @Stefano
    Hai comunque ragione: l’enfasi messa sulle generazioni future e sulle nostre responsabilità per i nostri figli (altruisticamente) è tipica della mitigazione. Ma forse dopo vent’anni di discussioni potremmo essere tentati di dire che l’altruismo (inter-generazionale) non è stato un fattore sufficientemente potente per cambiare le cose.

    E forse per troppo tempo il discorso sui cambiamenti climatici ha parlato (solo) di lontano futuro, di località remote, di valori non monetari, di incertezze, di soggetti vulnerabili (perché deboli e tenuti ai margini), sottovalutando i danni duri e puri, qui e ora, su soggetti potenti, capaci di far valere i propri interessi.

    In definitiva qualcuno potrebbe dire che è stato Katrina a portare Obama e Sandy a confermarlo (esagerando ma cogliendo una tendenza).

  9. alex1on gen 16th 2013 at 10:06

    parliamo del paese nostro…quali sarebbero le misure da prendere? mitigazione climatica?? investiamo in quella ambientale, poi vedrete che i danni da, frane,inondazioni, gelo, siccità, verranno mitigati nel brevissimo tempo..

    se invece si fantastica che la mitigazione climatica è efficace,(mera ipotesi,fondata sul niente)non si farà ne l una ne l altra..chi sarà il pazzo che investirà su un programma basato su un ipotesi che di reale ha il nulla?

    i cambiamenti climatici sono stati innescati dai gas climalteranti, OK

    riducendo questi gas, si ritorna allo stato precedente..

    è come dire , do l’impulso ed esplode la dinamite.. ora faccio sparire il detonatore e il caos fatto dall esplosione ritorna allo stato precedente all’esplosione..

    ASSURDO..

    i danni li dovremmo chiedere a tutti i catastrofisti climatici che da 30 anni hanno solo succhiato risorse senza nel concreto salvare niente di niente..

    contenti voi.. noi no..

  10. Valentinoon gen 16th 2013 at 10:15

    @alex1
    La mitigazione è efficace a evitare i danni ancora maggiori dovuti ad una maggiore concentrazione in atmosfera di gas climalteranti ed al superamento di tipping points.
    La tecnologia per ridurre la concentrazione, una volta fermate le emissioni, è stata inventata molti milioni di anni fa: si chiama clorofilla. Se poi l’ingegnosità dell’uomo, adeguatamente finanziata e supportata con un Green innovation system, riesce a trovare tecnologie ancora migliori, tanto di guadagnato.
    Per quanto riguarda i danni attuali, causati da chi in questi anni ha inquinato irrefrenato, anche grazie ai negazionisti, oggi vengono sopportati in modo “ingiusto” (a norma di Codice civile) oppure dallo Stato (quindi da noi tutti) e quindi ci si può porre la questione di come diversamente ripartirli.
    Le assicurazioni sono state inventate molto tempo fa, lo sa? Probabilmente ne possiede una pure lei.

  11. Valentinoon gen 16th 2013 at 10:30

    @alex1
    Cercando di trovare un filo nei suoi caotici ragionamenti, lei sembra riconoscere che esistono danni da frane,inondazioni, gelo, siccità. Chi li dovrebbe pagare? Come possiamo prevenirli? A carico di chi mettere le attività di prevenzione?

    Per quanto riguarda il noi – voi col quale chiude il suo post, vada a vedere pag. 68
    di
    http://ec.europa.eu/public_opinion/flash/fl_360_en.pdf
    nel quale si rileva che “85% of Europeans agree with the polluter pays principle – at least three quarters of respondents in each EU country agree” (dati 2012).

    Contrari al principio che “inquina paga” sono solo l’11% (e magari tra di essi vi sono anche coloro che si oppongono in nome del principio “non si deve inquinare punto e basta” e non accettano la monetizzazione).

    Quindi lei parla a nome di una piccolissima minoranza. Siamo in democrazia, le risulta?

  12. Valentinoon gen 16th 2013 at 10:48

    Chi raggiungerà quella pagina vedrà però che vi è una fetta consistente di elettorato che è sensibile ai possibili effetti negativi sull’industria e l’occupazione di una applicazione stretta del principio “chi inquina paga”.

    Una contemperazione di interessi, una cesellattura di meccanismi di tutela, l’utilizzo di strumenti pubblicistici insieme a quelli privatistici ed assicurativi, che dia un ruolo importante all’innovazione tecnologica e sociale – insomma una policy complessa e dinamica capace di intercettare obiezioni e contro-obiezioni e raggiungere contemporaneamente più obiettivi è quella che noi cerchiamo, esattamente come fa l’Unione Europea con la sua strategia di “smart growth” e “smart specialization”.

    Non è un caso che tra le undici priorità tematiche trasversali a tutti i fondi 2014-2020 si parli di mitigazione, di adattamento e di “risk prevention / management”, che sono appunto i temi di cui stiamo trattando.

    In un seminario che ho recentemente tenuto per una Regione polacca, ho discusso come l’impianto concettuale e propositivo della Commissione possa significativamente impattare i modelli di sviluppo locali e regionali, con un portato estremamente positivo per chi non si attarda a sostenere tecnologie esauste, paradigmi energetici del secolo scorso, industrie non competitive, ecc.

  13. Luci0on gen 16th 2013 at 11:08

    @Valentino il problema vero é che la Terra si sta raffreddando e non si sa il perché adesso vediamo solo la stasi del riscaldamento globale e tra qualche anno vedremo l’ inversione di tendenza. Poco potranno fare i gas serra per fermare il raffreddamento. Le assicurazioni serviranno a poco davvero …

  14. alex1on gen 16th 2013 at 13:37

    @valentino:

    ” lei sembra riconoscere che esistono danni da frane,inondazioni, gelo, siccità. Chi li dovrebbe pagare? Come possiamo prevenirli? A carico di chi mettere le attività di prevenzione?”

    a carico delle amministrazioni corrotte presenti e passate che hanno dato permessi-condoni- che non avrebbero dovuto dare.. è semplice..

    siamo un paese pieno di acqua, basta non sprecarla, la siccità è un falso problema.. e in sicilia vedi ancora corruzione-tangenti mangiati i soldi per la manutenzione degli acquedotti..ecc ecc

    questi devono pagare..

    gli inquinatori.. come i riva? (ilva) in galera.. con la confisca di tutto il loro patrimonio che verrà utilizzato per la bonifica..

  15. Valentinoon gen 17th 2013 at 08:39

    # Luci0
    Riprendendo l’esempio dell’articolo, lei è come un ragazzino sul muretto che dando un’occhiata alla finestra del vicino sostiene che il suo salotto non è mai stato così asciutto. Rilevanza processuale della testimonianza: nessuna.

  16. Valentinoon gen 17th 2013 at 08:55

    Più insidiosa ma non meno paradossale è la posizione di chi sottolinea i “benefici” dei cambiamenti climatici. Cioè va dal vicino e cerca di convincerlo di guardare i lati positivi della sua nuova situazione: nel salotto può ora allevare trote nell’acqua calda (di scarico della lavatrice)! Che bellezza! Che vantaggi! Che redditi!
    Come pensate reagirebbe il vicino?
    Urlerebbe che lui dell’acquacoltura se ne infischia, non è il suo mestiere, ha altre cose da fare nella vita – e se è una persona pacata – aggiungerebbe che allevare trote in quell’acqua non è affatto sano. Voi le comprereste e le offrireste ai vostri ospiti delle trote allevate nell’acqua sporca e col detersivo? Non credo.

    Eppure c’è chi dice che in fatto di cambiamenti climatici la Russia non dovrebbe essere uno dei posti dove le cose andranno peggio perché ci sono tutti i vantaggi per “l’agricoltura siberiana”. La nota, famosa, agricoltura siberiana.

    Peccato che i siberiani facciano tutt’altro e di agricoltura non si occupano. E per lo sviluppo dell’agricoltura non basta l’acqua e la CO2.
    Ci vuole il suolo.

    E in Siberia il suolo è coperto dal permafrost, su quale si costruiscono città e infrastrutture (strade, gasdotto…). Lo scioglimento asimmetrico e i crolli nel permafrost stanno facendo tremare nelle fondamenta tutto questo, con danni enormi – di gran lunga superiori a quanto possa avvenire nell’”agricoltura siberiana”.

  17. Teresaon gen 17th 2013 at 16:20

    Concordo sul fatto che il bene delle generazioni future non stia a cuore a nessun macro o micro investitore-speculatore-inquinatore-consumatore, non ha purtroppo nessun valore di deterrenza se non su una infinitesima percemtuale di consumatori. Concordo in parte sul principio che chi inquina debba pagare, essendo ormai impregnata dal principio di personal responsability o personal reliability, punto cardine della cultura scandinava….il mio dubbio nasce dal fatto che chi ha i mezzi per pagare, assuma talvolta un rischio calcolato: ovvero potrebbe darsi che il margine dei danni da pagare, in un contesto di leggi incerte e in divenire e low international law enforcement, sia comunque accettabile a fronte di profitti colossali per esempio nello sfruttamento di giacimenti petroliferi in un biotopo tropicale o alla deforestazione in Amazzonia per fare pascoli o immensi campi di soia da vendere agli allevatori del nord del mondo.
    Difatti il valore da assegnare alla biodiversitá o all´insostituibilitá di un organismo in un dato ecosistema e´difficile da calcolare.
    Che mi dici su questo Valentino? Ciao, Teresa

  18. Valentinoon gen 17th 2013 at 19:09

    @Teresa
    Grazie del commento e di aver posto la questione della biodiversità, assolutamente centrale. Darei una risposta a tre livelli:
    1. sul piano dei negoziati climatici globali, nel documento di Doha si individuano le “Non-economic losses and damages” come uno dei temi sui quali riflettere nel varare il meccanismo internazionale (“Acknowledges the further work to advance the understanding of and expertise on loss and damage, which includes, inter alia, the following – understanding non-economic losses and damages” e ” Requests the secretariat to carry out … Preparation of a technical paper on non-economic losses”).
    2. è perfettamente possibile che la difesa di esseri viventi non umani passi innanzitutto da leggi e protezioni dirette (nello spazio e nel tempo), evitando di dare un risarcimento agli umani quando i danneggiati non lo sono;
    3. se però dovessimo ricompensare le limitazioni alle attività produttive nei luoghi protetti, forse potremmo attingere ai pagamenti imposti agli inquinatori che, nel causare il danno in primo luogo, ci hanno “costretto” a proteggere i luoghi.
    Questo terzo ragionamento andrebbe discusso e modulato.

  19. Valentinoon gen 17th 2013 at 19:22

    Amplio un attimo il ragionamento: qualche anno fa ad un seminario ad Istanbul ho sostenuto che i cambiamenti climatici si aggiungono – sugli asset fragili come ad esempio le risorse idriche, la biodiversità, ecc.- come stressors addizionali ad altri che, nel breve periodo sono di gran lunga più importanti (es. rispettivamente le perdite degli acquedotti, l’antropizzazione degli spazi, ecc.). Seguendo una dinamica d’impatto di natura esponenziale, nella prima fase l’impatto climatico è più teorico che di rilevanza pratica (stadio dell’awareness), nella seconda effettivamente comincia a giocare un ruolo (stadio della relevance) e nella terza l’impatto climatico è devastante (stadio della dominance).
    Nella seconda fase, uno dei modi per reagire è quello di ridurre gli altri stressor (se c’è aridità, rendiamo gli acquedotti meno dissipativi o, per la biodiversità, vietiamo la caccia, limitiamo le attività umane, ecc.). Nella terza solo la mitigazione ci avrebbe salvato (non c’è più acqua negli invasi a monte, le specie si sono estinte).
    Noi abbiamo l’obiettivo, tramite la mitigazione, di allungare la prima e la seconda fase, cercando di implementare nel frattempo politiche che le gestiscano (adattamento).
    I sistemi di risarcimento sono utili perché generano finanza nel momento in cui c’è un ramp up delle risorse necessarie (mentre all’inizio possono bastare risorse pubbliche ed i primi valori positivi della mitigazione – come da mio libro e articolo già citato).

  20. alex1on gen 18th 2013 at 07:41

    @valentino..

    mi può spiegare in termini pratici questa mitigazione come si attua in pratica? i soldi come vengono impiegati e per far che, e quali risultati ci si aspetta e la stima temporale per la quale si possano riscontrare degli effetti visibili ..

    grazie

  21. Lorenzo Maiorinoon gen 18th 2013 at 11:29

    grazie del prezioso contributo Valentino.

    credo che il danno ambientale costituisce una materia giovane, complessa e di urgente interesse soprattutto nell’orientare le strategie di sviluppo. Inoltre, sono ancora molti gli aspetti su cui la Comunità internazionale cerca un accordo su questo tema: dalle procedure di valutazione fino alle metodologie correlate alla determinazione e quantificazione del danno e del corrispettivo risarcimento.

    Come hai ben esposto l’alterazione delle ambiente e la relativa introduzione nelle sue diverse matrici comporta effetti dannosi e tale impatto è peraltro trasversale interessando tutti. Ad aggravare la problematica vi un’ulteriore considerazione, l’inquinamento, e nello specifico anche il global warming, non è solo dovuto ad attività di tipo industriale, ma più ampiamente include ogni attività antropica, ovviamente con gradualità e incidenze diverse, in relazione ai diversi parametri che ne contraddistinguono le corrispettive fenomenologie.

    Muovendosi da questa considerazione, l’applicazione della logica del “the polluter pays principle” comporterebbe una singolare ed evidente complicazione, giacché gli effetti negativi sull’ambiente si generano non solo da attività illecite o quantunque di tipo industriale. E’ il modello etico economico e sociale dei Paesi ad elevata industrializzazione che sarebbe sotto giudizio. Se vogliamo in tale modello si è ceduto ad un compromesso: una società con maggiori confort e benefici, ma sull’altro piatto della bilancia abbiamo più veleni e compromissione e perdita di “natura”, di certo nella sua dimensione primitiva. Quest’ultimo aspetto include risvolti disastrosi e irrimediabili come potrebbero rivelarsi gli effetti del cambiamento del clima. Tutto ciò non si è rilevato un problema fintanto che l’ambiente riusciva a far fronte da sé e rigenerarsi, ma adesso tale direzione sembra essere davvero perdente, probabilmente anche per i più agiati ……

    Credo che “the polluter pays principle” sia insufficiente. Sulla bilancia occorre mettere non solo gli interessi attualmente in gioco ma quelli collettivi e di maggior tutela (soprattutto del pianeta o di una certa idea del pianeta). E’ indubbiamente possibile un nuovo modello di sviluppo e occorre disincentivare e disarmare quello attuale. Le attuali politiche cosiddette sostenibili sono fiacche, bolse e poco rassicuranti.

    Ho trovato di grande interesse due punti all’interno dell’articolo:

    “il legame tra attività inquinanti e danni risulta di natura non deterministica ma statistica (es. l’incremento della concentrazione di gas climalteranti incrementa la probabilità di un evento estremo), allora l’economia delle assicurazioni, incentrata sul trattamento appunto di eventi stocastici, potrebbe fornire soluzioni quali un’assicurazione, che per coprire i danni (incerti nel luogo e nell’ammontare) richieda un pagamento certo (il premio assicurativo)”.

    “istituzione di meccanismi internazionali per implementare azioni concrete per gestire i danni causati dai cambiamenti climatici in logica di resilienza e complessivo risk management, risk sharing e risk transfer”

    Il punto è cruciale e pieno di insidie…mi piacerebbe avere un ulteriore approfondimento.

    I processi sono contraddistinti da elementi antagonisti, che controbilanciandosi ne determinano un equilibrio. In tal senso, nel muoverci verso il futuro urge controbilanciare l’instabilità del nostro tempo.

    Saluto te e tutti i partecipanti.
    Grazie,
    Lorenzo

  22. Riccardo Reitanoon gen 18th 2013 at 19:31

    Interessante l’idea della dinamica in tre stadi. Applicandola al caso italiano, direi che siamo al secondo stadio. Siamo coscienti del problema e, fino ad ora con scarso successo, puntiamo a ridurre gli stressor non climatici. Sulla mitigazione, che sono daccordo è l’unica che può evitarci il terzo stadio, trovo che abbiamo una certa ritrosia a trarne fino in fondo le conseguenze. Sembra che gattopardescamente siamo disposti a cambiare tutto per non cambiare nulla.
    Voglio aggiungere, però, che le mie preoccupazioni riguardano la soluzione globale. Sono convinto che alla fine noi faremo la nostra parte.

  23. Valentinoon gen 19th 2013 at 10:12

    @Riccardo Reitano
    Sono molto contento che l’impostazione dei tre stadi ti convinca e possa essere utilizzata per interpretare casi nazionali e settoriali. Questa è la presentazione schematica che ne ho fatto:

    http://www.rec.org.tr/dyn_files/32/1773-Valentino-Piana.pdf

    A voce ho detto molte più cose, ma la trovi nella parte 3 e 4. Invece gli aspetti globali sono alla 5.4. In sostanza si mostrano due alternative: una “fisiologica” nella quale i paesi sviluppati sono i primi a innovare e muoversi lungo la traiettoria low-carbon; la seconda in cui sono i paesi emergenti (tra cui la Turchia nella quale mi trovavo e la Cina in cui ho fatto poi altri seminari) decidono di fare leap-frogging e ci saltano.

    A livello d’impresa, particolarmente interessante per i miei 90 ascoltatori della business community di Istanbul, ci sono vari ruoli dentro le filiere produttive, incluso in termini di sub-fornitura.

    La presentazione tocca anche gli aspetti finanziari (chi paga?), quelli settoriali (agricoltura, edilizia, turismo, ecc.) ed introduce la cruciale distinzione tra adattamento inclusivo ed esclusivo.

  24. Valentinoon gen 19th 2013 at 10:44

    @Lorenzo Maiorino
    Credo sia importante il dibattito da te ricordato sui vari aspetti del danno ambientale – cui aggiungere e correlare il danno climatico. Per chi punta ad aggiungere una componente legale a quella politica ed economica (nonché di politiche economiche, che sono quelle sulle quali ho scritto il libro), questi argomenti sono molto importanti. Tanto più che possono riscuotere interesse e consenso tra chi – come molti economisti – tende ad essere liberista e dare priorità al diritto privato, nato da processi “spontanei” e molecolari, su quello pubblico.

    Insomma chi si rifà ad Hayek dovrebbe valorizzare il ruolo delle assicurazioni e dell’interazione di mercato per far emergere dei valori condivisi sul rischio che corrono certi asset minacciati dai cambiamenti climatici.

    Strumenti che potrebbero essere introdotti in quest’ottica: l’obbligo di assicurarli da parte dei loro proprietari e gestori, lo stimolo alla concorrenza tra società di assicurazioni, tutte però obbligate a ri-assicurarsi, un sistema di asta o altro metodo per far emergere il prezzo del premio più basso (cioè senza sovra-profitti), meccanismi di risk pooling per eventi e luoghi a bassa correlazione, il pagamento del premio a carico di chi inquina e ha inquinato.

    Chi si rifà ad un approccio istituzionalista vorrebbe nel contempo provare a prendere mercati assicurativi reali e indagarne il funzionamento. Ad esempio l’RC Auto. Funziona? Non funziona? Prevale il cartello delle assicurazioni? L’innovazione delle polizze online ha modificato il sistema? Sapendo che paga l’assicurazione, i meccanici gonfiano i prezzi delle riparazioni e le imprese automobilistiche quelle dei ricambi? Quali lezioni trarre in vista di mercati assicurativi dei rischi climatici?

  25. Valentinoon gen 20th 2013 at 10:47

    Che il tema di “perdite e danni climatici” attenda da tempo di essere affrontato si veda:

    http://www.sciencedaily.com/releases/2008/12/081208081010.htm

    http://unfccc.int/resource/docs/2009/smsn/ngo/132.pdf

    che sono anteriori alla COP15 di Copenhagen.

  26. Valentinoon gen 20th 2013 at 10:51

    Per continuare a seguire il dibattito:
    http://www.climate-insurance.org

  27. Riccardo Reitanoon gen 20th 2013 at 18:37

    L’MCII fondato nel 2005, non si può dire che le compagnie di riassicurazione non guadino “fisiologicamente” un po’ più lontano di molti altri.

  28. Riccardo Reitanoon gen 20th 2013 at 18:38

    volevo scrivere “guardino”, non “guadino”. Ma forse l’idea di attraversamento del guado ci può stare :)

  29. Carlettoon gen 21st 2013 at 14:13

    x Luci0
    la terra si sta raffreddando???
    sono caduto dalla sedia quando ho letto questa baggianata
    comunque se ne sei convinto fuori le prove,i dati,i fatti(perpiacere non tiriamo fuori gli episodi meteorologici)…le parole non servono a nulla visto che anch’io posso affermare che la terra e’ quadrata

  30. Valentinoon gen 21st 2013 at 18:54

    @ Luci0, Carletto, Alex01
    Verrebbe da dire: don’t feed the troll..
    ma per citare le parole di qualcun’altro,

    “We, the people, still believe that our obligations as Americans are not just to ourselves, but to all posterity. We will respond to the threat of climate change, knowing that the failure to do so would betray our children and future generations. Some may still deny the overwhelming judgment of science, but none can avoid the devastating impact of raging fires, and crippling drought, and more powerful storms. The path towards sustainable energy sources will be long and sometimes difficult. But America cannot resist this transition; we must lead it. We cannot cede to other nations the technology that will power new jobs and new industries – we must claim its promise. That is how we will maintain our economic vitality and our national treasure – our forests and waterways; our croplands and snowcapped peaks. That is how we will preserve our planet, commanded to our care by God. That’s what will lend meaning to the creed our fathers once declared.”
    Obama, 21 gennaio 2013

    http://news.nationalpost.com/2013/01/21/full-text-of-president-barack-obamas-inauguration-speech/

  31. Vincenzoon gen 21st 2013 at 23:08

    @ That is how we will preserve our planet, commanded to our care by God.

    mi sembra se fosse cosi’, se ci fosse un Dio che ci ha affidato un pianeta, vedendo quello che stiamo facendo avrebbe già mandato un bel po’ di fulminini per incenerire quelli che parlano tanto tanto e fanno poco poco.
    Spero che alle parole segua qualche fatto, per ora non se non sono visti mi sembra

  32. Valentinoon gen 22nd 2013 at 16:46

    @Luci0
    Per l’aggiornamento sulle temperature negli Stati Uniti:

    http://www.climatecentral.org/images/sized/images/uploads/news/1_14_13_andrew_tempchangetodate1-600×402.jpg

    e più in generale:
    http://www.climatecentral.org/news/must-see-charts-from-major-new-climate-report-15461?goback=%2Egde_1140337_member_205148711

  33. Valentinoon gen 30th 2013 at 13:01

    Segnalo inoltre il documento del WWF, Care e ActionAid:

    http://www.careclimatechange.org/files/Doha_COP_18/tackling_the_limits_lr.pdf

  34. Slucidion feb 7th 2013 at 12:32

    Questo tema appare centrale per chi pensa nel lungo termine quindi per le prossime generazioni. Purtroppo, la stragrande maggioranza dei politici (in particolare quelli italiani) difficilmente riescono ad elaborare pensieri che vadano oltre le elezioni…. le priorità sono la poltrona, gli interessi personali e familiari / familiaristici… ma è necessario essere ottimisti e cercare di sollecitare tutte le parti ad una riflessione COSTRUTTIVA e OPERATIVA.

  35. Valentinoon feb 27th 2013 at 12:15

    Per un approfondimento scientifico e quantitativo sull’economia delle assicurazioni, che include la possibilità di eventi interconnessi, come quelli climatici, potete vedere il mio lavoro (in inglese):
    http://www.economicswebinstitute.org/essays/insurance.htm
    ed il relativo modello in Excel:
    http://www.economicswebinstitute.org/essays/insurance.xls

  36. [...] è ancora in sciopero della fame, per spingere i suoi colleghi a prendere delle decisioni riguardo il meccanismo loss&damage, sul quale i paesi in via di sviluppo e l’unione delle piccole isole sono molto sensibili, [...]

  37. [...] loss and damage; [...]

  38. [...] – loss and damage; [...]

  39. Valentinoon nov 29th 2013 at 10:14

    I negoziati di Varsavia hanno definito un Meccanismo internazionale per le perdite e i danni climatici:

    http://unfccc.int/files/meetings/warsaw_nov_2013/decisions/application/pdf/cop19_lossanddamage.pdf

    Il dibattito entra nel vivo!

  40. Valentinoon nov 29th 2013 at 10:23

    E speriamo che anche in Italia la strategia di adattamento contenga riferimenti alla gestione dei rischi e relativa copertura assicurativa. Ma questo sarebbe solo l’inizio.

    E’ importante capire chi paga: le vittime o i mandanti? chi ha una casetta in legno in un’area che, a causa dei mutamenti climatici, diventa a rischio o chi ha le ciminiere?

    Ed in secondo luogo: il mercato delle assicurazioni è già capace per competitività e struttura ad essere partner pro-attivo (analisi delle condizioni locali, suggerimento di strategie di riduzione del danno, lobbying trasparente a favore di tali strategie, contribuzione per proprio interesse) oppure si limiterà ad estrapolare trend passati o, ancora, alzerà i premi così tanto che nessuno si potrà permettere l’assicurazione? Che possiamo dire, sulla base dell’esperienza della RC auto?

    Ho discusso in generale di questi temi qui: http://www.economicswebinstitute.org/essays/insurance.htm

  41. Valentinoon nov 29th 2013 at 10:33

    Per dare un’idea del livello dei danni in Italia, Germawatch, in una indagine comparativa tra paesi, stima che l’Italia si posizioni al 21° posto registrando 31 miliardi di dollari di perdite e oltre ventimila morti nel ventennio 1993-2012.

    https://germanwatch.org/en/download/8551.pdf

    I dati della tabella pag. 19 e segg. sono medie annuali.

  42. Valentinoon nov 29th 2013 at 10:42

    Naturalmente, non tutti i danni legati al clima sono dovuti ai cambiamenti climatici antropogenici. Ma chi si vede coinvolto non ha modo di trovare una differenza, che viceversa potrebbe essere rilevante sotto il profilo del sistema di finanziamento della copertura assicurativa.

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