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La comoda distrazione dell’energia nucleare

Negli ultimi mesi si è tornato a discutere in Italia di un possibile sviluppo dell’energia nucleare. Se ne era già parlato in seguito ad alcune dichiarazioni del Ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani in aprile, in settembre e in dicembre, ma è dopo il dibattito in sede europea sull’inclusione di questa fonte energetica nella “tassonomia green” che l’argomento è ritornato alla ribalta.

Senza poter certo affrontare tutti gli aspetti tecnologici, economici ed ambientali legati all’energia nucleare, è utile vedere alcuni punti fermi, alcuni dati di fatto su cui c’è una solida evidenza scientifica.

 

I tempi della transizione energetica

I tempi di una transizione energetica in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi sono estremamente rapidi: consistono nel raggiungere “emissioni nette zero” intorno al 2050, come recentemente ribadito dalle conclusioni del G20 di Roma e della COP26 di Glasgow.

Per l’Unione Europea l’obiettivo “emissioni nette zero nel 2050” è già stato incardinato nella Legge europea sul clima, e riguarda tutti i gas climalteranti (neutralità climatica), affiancato da un obiettivo al 2030 di riduzione delle emissioni del 55% rispetto al 1990 (nel trentennio 1990-2020 le emissioni europee si sono ridotte di circa il 30%, quindi si dovranno ulteriormente ridurre di una quantità simile, ma in soli 10 anni).

Se si guardano gli scenari già pubblicati dalla Commissione europea, si nota come il settore della produzione di energia elettrica è quello in cui la decarbonizzazione è più rapida: già al 2040 è prevista la quasi completa eliminazione delle emissioni climalteranti.

Figura 1: Scenario “1,5Tech” di raggiungimento delle emissioni nette zero di gas serra considerato dalla Commissione Europea nel documento “In-depth analysis in support of the Commission Communication Com(2018) 773”

 

In altre parole, se l’azione di decarbonizzazione avverrà secondo i tempi previsti dall’attuale quadro legislativo, le tecnologie che saranno disponibili dopo il 2040 o il 2050 (es. energia da fusione nucleare) si troveranno ad operare in un contesto molto diverso da quello attuale, in cui altre fonti avranno già garantito la generazione elettrica necessaria per la riduzione delle emissioni di CO2 dal comparto energia.

 

I costi della produzione di energia elettrica

Il confronto fra i costi di produzione dell’energia di diverse fonti non è affatto agevole, perché dipende da tanti fattori come il costo delle materie prime (es. combustibili fossili, silicio), da dinamiche di mercato (si veda il recente aumento del prezzo del gas), dai tassi di interesse sul capitale necessario, dalla dimensione degli impianti (gli impianti più grandi garantiscono economie di scala), da fattori locali (maggiore o minore ventosità o irraggiamento solare), dalle ”curve di apprendimento” delle diverse tecnologie (il costo delle tecnologie tende generalmente a diminuire al crescere del loro utilizzo), e da fattori politici (es: sovvenzioni o tassazioni, internalizzazione dei “costi esterni” derivanti dalla tecnologia), ecc.

Un esempio di confronto fra il costo “livellato” delle tecnologie (cioè il costo attuale netto medio della generazione di elettricità per un impianto di generazione nel corso della sua vita utile) è fornito annualmente da Lazard

Figura 2: Confronto fra il costo “livellato” delle tecnologie di generazione elettrica. Fonte: Lazard, 2021, Levelized Cost Of Energy, Levelized Cost Of Storage, and Levelized Cost Of Hydrogen

 

Questo grafico non considera che alcuni tipi di energia rinnovabile (es. solare ed eolica) non sono programmabili come altre tipologie (es. impianti a carbone, a gas o nucleari), e quindi al crescere della loro importanza nel mix elettrico deve essere considerato un costo aggiuntivo per i sistemi di accumulo. Ma emerge in modo chiaro la grande differenza fra il costo di generazione di nuova potenza elettrica solare e fotovoltaica rispetto alle altre fonti.

Anche secondo l’analisi dell’Agenzia Internazionale dell’Energia i costi dell’energia solare e eolica sono più bassi, ma con differenze molto meno marcate rispetto al nucleare e ad altre fonti; le differenze rispetto a Lazard sono derivanti in larga parte da questioni metodologiche (qui il dettaglio per IEA).

Figura 3: Confronto fra il costo “livellato” delle tecnologie di generazione elettrica, con tasso di sconto del 7%. Fonte: IEA, 2020, Projected Costs of Generating Electricity 2020

 

Il costo di nuova generazione elettrica in grandi impianti solari e rinnovabili senza incentivi è secondo Lazard addirittura competitivo con il costo di generazione elettrica negli impianti fossili e nucleari già esistenti, che dunque hanno già ammortizzato parte dei costi che i nuovi impianti dovrebbero sopportare.

Figura 4 Confronto fra il costo “livellato” di nuova generazione elettrica solare e eolica con il costo marginale di generazione elettrica in impianti esistenti convenzionali.  Fonte: Lazard, 2021, Levelized Cost Of Energy, Levelized Cost Of Storage, and Levelized Cost Of Hydrogen

 

Se anziché guardare la fotografia (la situazione attuale) si guarda il film (quanto successo nell’ultimo decennio), si nota come i costi dell’energia eolica e solare prodotta in impianti di grandi dimensioni sono diminuiti enormemente nell’ultimo decennio.

Figura 5 Andamento del costo “livellato” di nuova generazione elettrica solare e eolica dal 2009 al 2021.  Fonte: Lazard, 2021, Levelized Cost Of Energy, Levelized Cost Of Storage, and Levelized Cost Of Hydrogen

 

Al contrario, alcune analisi (es. qui e qui) hanno mostrato come i costi dell’energia nucleare non sono diminuiti, e sono anzi aumentati in molti paesi.

Visto dunque che negli ultimi anni i costi di generazione di elettricità da fonti rinnovabili, in particolare eolico e solare, si sono ridotti notevolmente, molto più rapidamente di quanto previsto da tutte le principali organizzazioni internazionali, è probabile che il grande ulteriore sviluppo di solare ed eolico comporterà un’ulteriore riduzione dei loro costi, tali da renderle forme di generazione dell’energia elettrica ancora più economiche. In particolare, le turbine eoliche hanno conosciuto importanti evoluzioni tecnologiche associate all’incremento della taglia e di conseguenza dell’efficienza. Rispetto alle macchine attuali prevalentemente di taglia media, i nuovi impianti futuri saranno assestati su aerogeneratori da almeno 6 MW per l’onshore e da 15-20 MW per l’offshore.

 

Scenari internazionali

Numerosi articoli scientifici e rapporti di agenzie internazionali (si veda ad esempio il World Energy Transition Outlook di Irena) vedono realizzabile uno scenario in cui le energie rinnovabili avranno sostituito quasi interamente le energie fossili, anche senza un incremento dell’attuale potenza nucleare.

Nel recente rapporto “Net zero by 2050” dell’IEA (Agenzia Internazionale dell’Energia),  si nota come l’energia solare ed eolica avranno nel 2050 un ruolo rilevante, producendo 4,5 volte l’energia del nucleare.

Figura 6 Totale produzione di energia nello scenario “emissioni nette zero” dell’IEA.  Fonte: IEA, 2021 Net Zero by 2050. A Roadmap for the Global Energy Sector

 

Si noti che l’Agenzia Internazionale per l’Energia non è un’organizzazione ambientalista, e in passato i suoi rapporti si sono dimostrati molto “conservatori”, ossia hanno sistematicamente sottostimato lo sviluppo delle energie rinnovabili solare ed eolica.

Figura 7 Confronto fra le proiezioni dello sviluppo dell’energia solare nei rapporti World Energy Outlook dell’IEA.  Fonte: Ramez Naam

 

In attesa della sintesi del Terzo volume del Sesto Rapporto IPCC, dedicato alla mitigazione, che sarà pubblicato nel marzo 2022, si può per ora affermare che gli scenari energetici europei e mondiali non vedono nei prossimi decenni un ruolo significativo di nuova potenza nucleare installata nei paesi avanzati, dove la quota del nucleare sul totale della generazione elettrica è destinata secondo l’IEA a scendere dall’attuale 18% al 10% nel 2050. Lo sviluppo del nucleare sarà concentrato in Cina ed altri paesi emergenti.

 

Conclusioni

Sulla base dei dati attuali, l’energia da fissione nucleare non sembra avere un futuro in Europa, e tanto più in Italia. Pur se i reattori di terza e quarta generazione hanno indubbi vantaggi sul tema della sicurezza, i costi per impianti di grandi dimensioni non sono e ancora di più non saranno in futuro competitivi con la generazione rinnovabile solare ed eolica: è improbabile che questo tipo di reattori giocherà un ruolo chiave nei paesi occidentali e con l’attuale struttura del mercato dell’energia e degli incentivi alla decarbonizzazione.

Per quanto riguarda la fusione nucleare, non potrà dare un contributo significativo alla decarbonizzazione perché è molto probabile che nel 2050, quando potrebbero essere disponibili i primi reattori a fusione, non ci sarà un reale interesse alla loro installazione, ed è improbabile che i costi potranno essere competitivi con le fonti che allora domineranno il mercato.

Ultimamente c’è un grande interesse per gli Small Modular Reactors (SMR), giustificato dal probabile contenimento dei costi, in particolare dalla riduzione dell’investimento iniziale, nonché dalla versatilità e riduzione dei rifiuti radioattivi prodotti. La reale disponibilità commerciale di questi impianti non è ancora certa: il conseguente sviluppo di questa opzione tecnologica dipenderà fortemente dal successo dell’implementazione dei prototipi nei prossimi 10 anni. Solo se si verificheranno effettivamente i benefici oggi previsti, e solo se i costi finali della produzione di energia elettrica da questi fonti saranno molto ridotti rispetto agli attuali reattori di più grandi dimensioni, i reattori SMR potranno essere competitivi in alcuni contesti con le fonti rinnovabili, e quindi giocare un ruolo più significativo nella decarbonizzazione rispetto ad altre tipologie di energia nucleare. Eventuali ritardi, o difficoltà nella compressione dei costi, potrebbero portare fuori mercato questa opzione, o limitarla fortemente. È ancora presto per poter fare una valutazione affidabile in questo senso; al momento, comunque, i principali scenari di decarbonizzazione non considerano questa opzione.

Va ricordato che l’Italia oggi non possiede un’industria nucleare, e l’energia nucleare è stata abbandonata dopo due referendum popolari; il superamento di questi pronunciamenti – al momento improbabile – richiederebbe inevitabilmente tempo, che allungherebbe ancora di più la concreta possibilità di installazione di questo tipo di impianti.

C’è il forte rischio che il dibattito sull’energia nucleare, seppur benvenuto dal punto di vista epistemologico e democratico, possa essere un modo per spostare l’attenzione: una distrazione rispetto alle tante e impegnative scelte che il nostro paese dovrà fare per ridurre le emissioni di gas climalteranti in linea con l’Accordo di Parigi e con il voto del Parlamento che l’ha ratificato alla quasi unanimità.

Visto che le forze politiche che oggi più spingono per l’energia nucleare sono lo stesse che per tanti anni hanno negato la scienza del clima, arrivando ad approvare mozioni in Senato contrarie alla politica europea sul clima, viene il sospetto che questo improvviso  interesse per l’energia nucleare sia in fondo un diversivo: piuttosto che decidere oggi le azioni legislative per ridurre le emissioni climalteranti, entrando nella concreta realtà delle misure, nel calarle sui territori, garantendo equità nella ripartizione degli incentivi e delle tassazioni, molto meglio spostare l’attenzione, discutendo di costruire, in un imprecisato futuro non prossimo, impianti a cui si attribuiscono doti quasi magiche.

 

Testo di Stefano Caserini, con contributi di Mario Grosso

16 responses so far

16 Responses to “La comoda distrazione dell’energia nucleare”

  1. Lorenzoon Gen 10th 2022 at 15:37

    Grazie dei nuovi dati, come sempre precisi e esaustivi.
    Mi sorge tuttavia un dubbio: lo scenario riportato dall’IEA è quello net zero 2050, scenario certamente desiderabile ma forse non l’unico che prenderei a modello per scartare la necessità di una componente nucleare nel mix energetico.
    Lo stesso report IEA sulla questione implica enormi cambiamenti comportamentali e sociali che realisticamente potrebbero essere difficilmente realizzabili (limiti a riscaldamento e raffrescamento, limiti di velocità per auto private, stop totale a vendita endotermiche a livello globale in pochi anni).

    Negli altri scenari la rischiesta energtica continuerà dunque a salire, e con essa
    – o l’utilizzo dei combustibili fossili (anche se di transizione, come il gas)
    – o alternative rinnovabili con, però, sistemi dia ccumulo che al momento non conosco.
    Considerando le incertezze come rigettare l’ipotesi del nuclear tout-court in tassonomia?

    Grazie!

  2. Stefano Caserinion Gen 11th 2022 at 09:54

    @ Lorenzo

    ci sono altri scenari oltre a quelli IEA che dicono cose non molto diverse. Ho citato quello IEA perchè è stato storicamente quello più conservativo sullo sviluppo delle rinnovabili.

  3. Giuseppeon Gen 11th 2022 at 10:15

    Sempre interessantissimo, grazie dell’approfondimento. Una sola domanda: i costi indicati in ulteriore discesa per le rinnovabili sono comprensivi anche dei costi della necessaria capacità di accumulo? e per quest’ultima quale è l’incidenza economica attuale e prevista e la possibilità che sia soddisfatta (immagino con batterie prevalentemente) per garantire la un effettivo utilizzo nel rapporto tra produzione non continua e domanda? Questo aspetto dello storage che riflessi avrebbe sull’ambiente? ci sono informazioni molto contrastanti e qualche riferimento scientifico attendibile sarebbe apprezzatissimo. GRAZIE

  4. ALESSANDRO SARAGOSAon Gen 11th 2022 at 10:21

    Un consiglio tecnico: dovreste rendere ingrandibili le figure cliccandoci sopra, perchè i caratteri microscopici di alcune di esse rendono veramente difficile leggerle, almeno per chi non ha più la vista acuta dei 20 anni (ammesso l’abbia mai avuta…).

  5. Stefano Caserinion Gen 11th 2022 at 12:42

    @ Giuseppe

    quei grafici non comprendono i costi dell’accumulo, che se interessa Lazard confronta più in fondo nella stessa pagina linkata.
    Quanto incide l’accumulo sul costo totale di una produzione che soddisfi tutta la domanda dipende da quale è la necessità di accumulo, che dipende da tanti fattori, ad esempio da cosa si fa per gestire la variazione della domanda e da quali sistemi di accumulo si considerano (non ci saranno solo le batterie).
    Coem detto all’inizio del post, ovviamente non abbiamo voluto considerare tutti gli aspetti in gioco, ma solo alcuni punti importanti da considerare.

    @ Alessandro
    ok, lo faremo a breve

  6. ALESSANDRO SARAGOSAon Gen 11th 2022 at 18:33

    C’è chi ha calcolato che solare + accumulo, in alcune circostanze, può essere già più conveniente del nucleare

    Ecco perché il fotovoltaico con batterie è più conveniente del nucleare

    Avete presente la favola “I vestiti nuovi dell’Imperatore”? Quella dove un truffatore vende dei vestiti inesistenti al vanitoso sovrano, e quando questi, con i “vestiti” invisibili, sfila fra due ali di cortigiani e popolo, solo un bambino ha il coraggio di gridare “Ma il re è nudo!”, scatenando una tempesta di risate, che seppellisce di vergogna il monarca.

    Bene, leggendo l’articolo “Solar challenging nuclear as potential climate change solution”, uscito sull’edizione americana di Pv Magazine, si ha un po’ l’impressione che l’autore, l’esperto di industria fotovoltaica John Fitzgerald Weaver, sia un po’ come quel bambino, con l’industria dell’energia nucleare nella parte dell’Imperatore.

    Sono infatti molti anni che i “nuclearisti” guardano dall’alto in basso i proponenti delle energie rinnovabili non programmabili, sostenendo che queste, se vogliono fare sul serio riguardo alla decarbonizzazione dell’economia, non potranno fare altro che chiedere al nucleare di affiancarli, in quanto mai e poi mai fonti incostanti come il solare e l’eolico potranno diventare, a costi accettabili, affidabili come l’energia dell’atomo, l’unica programmabile e con basse emissioni di CO2, che sia anche installabile a volontà nella scala dei GW.

    La cosa curiosa è che a questa affermazione di indispensabilità (piuttosto sinistra in termini di sostenibilità, perché legherebbe la produzione elettrica a basse emissioni a una fonte che, prima o poi, terminerà il combustibile) i “rinnovabilisti” spesso non sanno bene che rispondere, perché, in effetti, nessuna fonte rinnovabile programmabile, tipo geotermia, biomasse o idroelettrico, può essere costruita ovunque e nella potenza che si vuole, mentre solare ed eolico, per diventare programmabili, avrebbero bisogno di montagne di batterie, notoriamente molto costose.

    Ed ecco allora che entra in gioco Weaver, che, finalmente, va a vedere il bluff dei nuclearisti: ma veramente un impianto solare che produca in modo programmabile quanto una grande centrale nucleare, sarebbe impossibile da costruire o così costoso da essere fuori mercato?

    Per rispondere ha fatto un po’ di semplici conti, partendo dall’unico impianto nucleare Usa in costruzione, i reattori 3 e 4 della centrale di Vogtle in Georgia, che vanno ad aggiungersi ai due già esistenti e in funzione da 40 anni, e agli altri 100 sparsi per gli Usa e che forniscono un quinto dell’elettricità statunitense.

    Questi due nuovi reattori forniranno 2,3 GW di potenza, a un costo di 30 miliardi di dollari, che sembra tanto se non fosse che si stima produrranno circa 17,5 TWh annui, per 40 e forse addirittura 80 anni, se saranno ristrutturati adeguatamente.

    Uno sfoggio di potenza costante impressionante, a cui apparentemente gli “umili” pannelli FV non possono aspirare: ma è proprio così?

    Sotto il sole estivo della Georgia, ha calcolato Weaver, servirebbero 7,3 GW di FV per uguagliare la potenza di Votgle 3-4, ma tenendo conto del calo di insolazione invernale e delle perdite comportate dall’uso delle batterie, secondo l’autore, servirebbe complessivamente un impianto da 10,55 GW, che, a 0,8 $/kW, finirebbe per costare 8,4 mld di $.

    Il bestione solare richiederà 11mila ettari (lo 0,07% della superficie della Georgia), probabilmente frazionati in più lotti di terreno non contigui, il che richiederà un adeguamento della rete, che aggiungerà altri 527 milioni di dollari al conto.

    E poi arriva la mazzata decisiva, quella che i nuclearisti considerano il “bacio della morte” per i sogni del “solare programmabile”: l’aggiunta di un adeguato impianto di accumulo.

    Fitgzerald ne prevede uno mai visto prima: 39,7 GWh di batterie (il più grande oggi esistente è da 1,6 GWh), abbastanza da assicurare 12 ore di servizio alla massima potenza della centrale, che, a un pessimistico 200 $/kWh, comporterebbe una spesa di quasi 8 mld di $.

    Facendo la somma, sorpresa, si scopre che questa centrale solare programmabile costerebbe 16,8 mld di $, 13,2 mld in meno di quanto (per adesso, visto che i preventivi continuano ad aumentare) sembra alla fine costerà la costruzione dei due nuovi reattori nucleari a Votgle.

    Un momento, grideranno i nuclearisti, non imbrogliamo! Le batterie forse dureranno 10-15 anni, e i pannelli sui 25 anni, per cui nei 40 o addirittura 80 anni di vita della centrale nucleare, quella solare andrà ricostruita più volte, finendo per costare molto di più della nucleare.

    “Non è esattamente così”, ribatte Weaver: “Innanzitutto una centrale solare di questo tipo la si costruirebbe in tre anni, contro i 10 e più di una nucleare: tutti anni in più durante i quali corrono gli interessi sul capitale, senza che i nuovi reattori atomici producano nulla. E con il nucleare capita spesso di avere anche ritardi enormi nella costruzione, e sforamenti giganteschi dei preventivi. Cose che nel solare, per adesso, non si sono mai viste”.

    Per non parlare delle ricadute di incidenti nel nucleare più o meno gravi, che se accadono nel paese della centrale, possono essere un altro bacio della morte per l’industria nucleare nazionale, ma che anche se accadono altrove portano comunque a chiusure, verifiche e lavori di adeguamento per limitare i rischi, che aumentano in modo imprevisto i costi.

    “Ma c’è di più: i costi operativi di una centrale nucleare sono molto più alti di quelli delle centrali solari, basti pensare alla loro manutenzione ossessiva, alla preparazione del combustibile atomico e allo smaltimento delle scorie. E anche il prolungare la vita di un reattore da 40 a 80 anni non è gratis, ma comporta esborsi di miliardi per i complessi lavori di upgrade, costi che non credo si ridurranno nei prossimi decenni”.

    In effetti c’è in questo campo un contrasto decisivo con quanto accade nel campo delle rinnovabili.

    “Il solare, per esempio, costa oggi meno un centesimo di quanto costasse nel 1976, mentre le batterie sono scese a poco più di un decimo del prezzo del 2010. Probabilmente questi cali di costo continueranno, mentre i prodotti diventeranno sempre più affidabili e performanti”, spiega Weaver.

    “Quindi – continua – gli upgrade a cui andranno incontro gli impianti solari, saranno sempre meno costosi e comporteranno un aumento delle prestazioni, l’esatto contrario di quanto avverrà con il nucleare, che è una tecnologia matura e sempre più complessa e costosa. Insomma, è vero che una centrale nucleare può durare, e quindi produrre, di più di una solare equivalente, ma i suoi maggiori costi operativi si mangiano gran parte del vantaggio”.

    In definitiva quindi, almeno da questa veloce analisi, sembra sempre più incomprensibile perché si continui a insistere nella produzione elettrica con il nucleare, e ancora di più con i fossili (il cui prezzo alle stelle si sta anche riverberando sul Pun elettrico), mentre non si provi una volta per tutte a realizzare una grande centrale elettrica solare, dotata di abbastanza capacità di accumulo da poter verificare se e quanto possa competere in prezzo e affidabilità con quelle tradizionali.

    Forse, più che su razionali ragioni tecniche ed economiche, la ragione della apparente “insostituibilità” di queste vecchie fonti, risiede nella loro grande capacità di fare lobby sulla politica e sui media, e, nel caso del nucleare, almeno nelle nazioni che più lo usano, anche sulla necessità di mantenerlo vita a supporto del suo ramo militare.

  7. Armandoon Gen 12th 2022 at 07:45

    Quindi non vi sono problemi politici ed economici in Europa.
    Le fonti rinnovabili sono così convenienti che la transizione avverrà automaticamente e senza nessuno sforzo grazie alle sole leggi di mercato.
    Buono a sapersi.

  8. Emanueleon Gen 12th 2022 at 11:34

    C’è un altro aspetto che va considerato quando si vuole resuscitare la proposta nucleare, per quanto “pulita” e sicura possa essere: ogni nuova fonte energetica non rinnovabile sposta in là il raggiungimento dell’indipendenza da fonti di tipo estrattivo, che alla fine in un modo o nell’altro si esauriranno. Questo allontana l’obiettivo della seconda leva nella riduzione delle emissioni di GHG, che è il contenimento dei consumi: io credo, al contrario, che questa strada non debba passare in secondo piano.
    Inoltre, una fonte estrattiva continua ad esporre intere economie alle incertezze geopolitiche (es. Kazakistan: produce il 40% dell’uranio mondiale).

  9. […] Continua a leggere l’articolo su Climalteranti.it […]

  10. albertoon Gen 14th 2022 at 18:30

    Nella UE e negli USA non ci sono motivi validi per ipotizzare che nei prossimi 20 anni si costruiranno più centrali nucleari rispetto alle pochissime costruite nei 20 anni precedenti.
    È invece scontato che la generazione elettrica da eolico e fotovoltaico continuerà a crescere sempre più. Ciò che è molto meno scontato è l’inversione del consumo di energia da fonti fossili che lo scenario dell’ IEA ipotizza nell’ immediato futuro.
    Se si guarda ai numeri (non di natura congetture ma certi in quanto rilevati) relativi ai primi 2 decenni di questo secolo si nota quanto segue:
    la crescita del consumo globale (dovuta in parte a crescita della popolazione e in parte a crescita del tenore di vita medio procapite) è avvenuta in gran parte grazie ad una crescita dei consumi fossili. In pratica tutte le fonti rinnovabili finora adottate non hanno comportato la benché minima sostituzione energetica ma si sono solo aggiunte al mix energetico globale.
    IMO i prossimi 4-5 anni saranno decisivi: passata la perturbazione dovuta al covid non dovrà succedere come nel 2009 in cui la lieve decrescita dei consumi da fossili (e complessivi) è stata subito recuperato per tornare ad un altro decennio fondamentalmente BAU.
    Già alla fine di questo anno si potrà avere qualche avvisaglia: sarebbe significativo che i consumi di fonti fossili sia inferiori a quelle del 2021

  11. Antonioon Gen 16th 2022 at 20:55

    @ Alberto

    Mi puoi dare la fonte dei dati alla base di questa affermazione?
    “Se si guarda ai numeri (non di natura congetture ma certi in quanto rilevati) relativi ai primi 2 decenni di questo secolo si nota quanto segue: … in pratica tutte le fonti rinnovabili finora adottate non hanno comportato la benché minima sostituzione energetica ma si sono solo aggiunte al mix energetico globale.”?
    Mi sembra un po’ strana, visto che le rinnovabili in molti paesi danno contributi a due cifre…
    Grazie

  12. Antonella Galettaon Gen 17th 2022 at 15:07

    I politici Italiani prima di tutto non possono calpestare il referendum in cui ci siamo espressi con il NO al nucleare. Poi basta copiare paesi più virtuosi come la Germania che ha già detto NO al nucleare questi giorni e che abbracceranno le energie rinnovabili da subito. No al nucleare puntiamo sulle comunità energetiche. In Italia con il sole e le zone ventose non avremo problemi

  13. albertoon Gen 20th 2022 at 13:20

    @Antonio: è facile, i dati globali sono riassunti nel grafico di figura 6 qua sopra. Come si nota dal 2000 al 2020 nonostante la crescita delle rinnovabili le fonte fossili sono grandemente aumentate. Anzi l’ aumento di produzione di energia di queste fonti è stato a livello cumulativo superiore a quello delle rinnovabili. Perché si verifichi una “sostituzione’ tra fonti, quelle sostituite devono diminuire, appunto per il progressivo rimpiazzo delle fonti nuove. Ciò si ipotizza succederà nel futuro (vedi rimanente parte del grafico fino al 2050) ma fino ad ora NON è accaduto come trend. Ovviamente a causa della pandemia si è assistito ad un calo recentissimo della produzione globale di energia, soprattutto da carbone. È per questo che i prossimi 2-3 anni saranno importanti per capire gli andamenti futuri: se come nel 2009 il calo temporaneo sarà compensato in pochissimi anni da una ripresa della crescita globale e pure da fonti fossili lo scenario ipotizzato di diminuzione di gas serra sarà spostato più avanti nel tempo, altrimenti come si spera vivamente inizierà per davvero la sostituzione tra fonti fossili e rinnovabili con la progressiva discesa delle prime.

  14. Alessandroon Gen 24th 2022 at 12:16

    Comprendo i motivi di scetticismo quando le voci pro-nucleare arrivavano troppo spesso da negazionisti climatici di sorta.
    Tuttavia bisogna superare questa sfiducia e vedere i dati, accettare il parere della scienza senza cavillare troppo. E vedere bene il problema davanti a noi, quindi scegliere.
    Si veda la differenza di emissioni tra Francia e Germania nella produzione di energia elettrica. Ci vuole molto ottimismo a credere che al 2030 la Germania ci arrivi quando non si vede nell’orizzonte di breve termine una tecnologia stoccaggio alternativa a idroelettrico. Anche vedendo quanto proposto da LDES Council non si vedono “miracoli” all’orizzonte.
    La sfiducia verso il nucleare non Mondiale, è una prerogativa solo di una parte dell’Europa, anche il Giappone la sta mettendo da parte. Ripeto, il Giappone.

    Già adesso le centrali III GEN sono sicure, sono una valido aiuto e sarebbero perfette in
    accoppiata con le rinnovabili per la decarbonizzazione. IV Gen e SMR saranno un ulteriore grande passo in avanti.
    Certo, ora il costo capitale è elevato, certo ci vuole accettazione politica e sociale, e anche solo per questo in Italia la vedo dura.
    Se non incominciamo subito ad aprire almeno una porta quando arriverà la nuova generazione saremo ancora punto e a capo con l’accettabilità.
    Alternativa è sperare in qualche miracolo sul fronte rinnovabili, stoccaggio o non aver davvero presente la gravità della situazione.
    Non siamo nella condizione di fare una guerra tra tecnologie. Servirà tutto, e forse non basterà a mitigare effetti disastrosi.

    Non chiedo di cambiare idea sul nucleare. Solo constatare che nonostante i giganteschi passi avanti delle rinnovabili i passi da compiere, alla svelta, sono almeno di un fattore più giganteschi.
    Vi chiedo di deporre un po’ le ostilità e lasciare che si sviluppi la tecnologia nucleare dove ha un senso e c’è una possibilità. Non dico di promuoverla ma almeno di ignorarla e di lasciare aperta almeno una porta.

    Grazie

  15. Stefano Caserinion Gen 24th 2022 at 19:23

    @ Alessandro

    Gentile Alessandro, le assicuro che non si tratta di ostilità o di “fare una guerra” ad una tecnologia. Solo si ritiene che non sia strategico, oggi, per l’Italia, investire risorse umane, ecnomiche e materiali nell’energia nucleare, sulla base di un’analisi dei costi, benefici, rischi e opportunità; è una valutazione che si basa proprio anche sui dati.
    Così come giustamente chiede di tener conto che le voci pro-nucleare non arrivino solo da negazionisti climatici (e non abbiamo certo scritto questo), le chiedo di tener conto che anche le voci contrarie ad un “ritorno” al nucleare non si basano su pregiudizi.
    Nell’articolo per motivi di brevità non abbiamo citato i tanti testi scientifici che prevedono un ruolo del tutto secondario del nucleare nelle politiche sul clima europee, anche in scenari molto ambiziosi di riduzione delle emissioni climaleranti. Ma ce ne sono. Ad esempio questo: Destined for decline? Examining nuclear energy from a technological innovation systems perspective, https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S221462962030089X, di cui le riporto una parte dell’abstract

    Some view nuclear as a key technology to address climate change, while others see an industry in decline. We examine a broad range of empirical indicators at the global scale to assess whether or not nuclear energy is in decline. We find that an eroding actor base, shrinking opportunities in liberalized electricity markets, the break-up of existing networks, loss of legitimacy, increasing cost and time overruns, and abandoned projects are clear indications of decline. Also, increasingly fierce competition from natural gas, solar PV, wind, and energy-storage technologies speaks against nuclear in the electricity sector. We conclude that, while there might be a future for nuclear in state-controlled ‘niches’ such as Russia or China, new nuclear power plants do not seem likely to become a core element in the struggle against climate change.

  16. OraProNukeon Gen 27th 2022 at 15:31

    Sarebbe più opportuno continuare a guardare il contributo che esse hanno dato, invece di spingere sempre lo sguardo verso il futuribile. Sul nucleare è sempre in atto unicamente una battaglia ideologica.
    Chi è contro il nucleare mediamente ne capisce poco; chi è a favore del nucleare si adegua semplificando. Tecnologia molto complessa e che ha preso piede. Ha preso poco piede? Pazienza, ma ha preso piede. E’ un po’ infantile far conto che non ci sia.
    Poi si può ragionare di tutto quel che si vuole. Ma conoscendo poco si può ragionare quanto si vuole. Non a caso è l’unica tecnologia, insieme a quella aeronautica, a cui si dedica un corso intero per poter preparare una figura di riferimento nel campo specialistico.
    Poi si può continuare a ragionare coi piedi senza problemi, ci mancherebbe. Anche mia nonna, con le ruote, potrebbe essere un carrettino
    Cordialità

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