
Ha suscitato un poco di stupore il violento attacco del giornalista Federico Rampini agli scienziati che si occupano di cambiamenti climatici, nella sua rubrica Oriente e Occidente sul sito web del Corriere della Sera. In sintesi, nel post e video “L’Apocalisse climatica che era un falso. Cosa insegna lo scandalo della rivista Nature”, Rampini ha preso spunto da un fatto normale in ambito scientifico, il ritiro di un articolo scientifico sui danni economici dei cambiamenti climatici a seguito della scoperta di errori metodologici, per accusare la comunità scientifica di voler costruire una narrazione apocalittica: “c’è una parte del pubblico che desidera sentirsi dire che la fine del mondo è dietro l’angolo”, e per questo non sottopone “ad alcun vaglio critico” gli articoli che presentano dati allarmanti. Secondo Rampini sarebbe il desiderio di profezie apocalittiche a creare “le condizioni che hanno reso possibile quello scandalo e probabilmente tanti altri di cui non si è mai parlato”. Insomma, secondo il giornalista persino una rivista autorevole come Nature sarebbe fortemente condizionata ideologicamente, lascerebbe campo libero a scienziati che “si sono trasformati col tempo in sacerdoti di una religione in omaggio alla quale si possono anche dire delle bugie, bugie a fin di bene per rieducare una umanità peccaminosa”; e visto che ci sarebbero stati tanti altri scandali di cui non si è mai parlato, il valore degli articoli che mostrano segnali allarmanti sulla situazione climatica sarebbe nullo o quasi.
Una critica pesantissima, simile a quella rilanciata dalle lobby fossili che da anni cercano di impedire le politiche climatiche.
Già altri studiosi (Antonello Pasini su Il Fatto Quotidiano, Marco Bindi, Sandro Fuzzi, Franco Miglietta, Dario Papale, Riccardo Valentini su Scienza in Rete, o Luca Pardi) hanno messo in luce le numerose inconsistenze nelle argomentazioni di Rampini, le distorsioni della realtà e le esagerazioni, relative almeno a 5 aspetti.
1- Non è uno scandalo, ma una normale procedure scientifica
Nell’articolo L’impegno economico del cambiamento climatico, pubblicato il 17 aprile 2024 su Nature, che analizzava come i cambiamenti di temperatura e precipitazioni possono influenzare la crescita economica, erano stati commessi degli errori nel valutare i dati relativi all’Uzbekistan, che avevano influito sulle stime dei danni economici totali. Gli autori avevano ammesso gli errori e scelto di ritrattare l’articolo, ritenendo che fossero troppo gravi per poter effettuare una correzione sommaria; hanno preferito scrivere un nuovo articolo, di cui è già disponibile una versione corretta (qui), in attesa di ripubblicazione.

Quello che viene definito uno scandalo è semplicemente un fatto ordinario nel processo scientifico: la correzione o la ritrattazione di articoli fa parte della procedura scientifica. Ogni anno vengono ritrattati oltre 10 mila articoli, un numero che è aumentato nel tempo anche a causa della pressione crescente del “publish or perish” che spinge a un’eccessiva fiducia nei propri calcoli e a una minore tendenza all’autocontrollo. Nature ha ritirato 32 articoli dal 2020, in tutto 6 nel 2025.
2 – Non riguarda la scienza del clima
L’articolo non riguardava i dati relativi alla scienza alla base del surriscaldamento globale, ma il loro effetto sull’economia nel lungo periodo. Non riguarda le proiezioni sulle temperature, sulla fusione dei ghiacci, sull’aumento del livello del mare né sull’aumento dell’acidità del mare. Ma una stima economica dei danni conseguenti a queste proiezioni, che non sono quindi compromesse. In altre parole, questo presunto scandalo non mette in discussione nessuno dei tantissimi dati e risultati modellistici su cui si fonda la consapevolezza della gravità della crisi climatica.
3 – I danni economici sono comunque elevatissimi
Seppure la stima fornita dall’articolo sui danni dei cambiamenti climatici, 38 mila miliardi di dollari l’anno, fosse sbagliata, la cifra corretta non è molto diversa, essendo 32 mila miliardi di dollari. Dopo la correzione che ha migliorato la robustezza delle stime, l’impatto complessivo del cambiamento climatico sul PIL globale è passato dal 19 al 17%. Insomma, niente che possa davvero ridurre le nostre preoccupazioni.
Senza dimenticare che tanta altra letteratura scientifica mostra un quadro allarmante, con riduzioni anche più accentuate del prodotto interno lordo globale al 2100, del 20%-24% o anche fino al 40% in scenari ad alte emissioni.
4 – Falsità, manipolazioni o errori?

Rampini sostiene che l’articolo è “pieno di falsi”, e si spinge ad affermare che i dati erano “manipolati e truccati in modo da ingigantire per l’appunto i danni economici del cambiamento climatico” mentre si è trattato di un errore, relativo alla gestione maldestra di dati non corretti. Il risultato può essere considerato falso, ossia non vero, ma un risultato falso può arrivare anche senza che ci sia una volontà di produrlo, ossia una colpa, che invece Rampini identifica in un contesto ideologico malato, e attribuisce a una volontà specifica. Un errore può produrre qualcosa di falso, ma senza intenzione. L’errore nasce da limiti umani, ma è una componente strutturale della scienza. Il processo scientifico è strutturato per minimizzare gli errori, ma non potrà impedirli del tutto. Rampini non ha portato o citato alcuna prova che vi sia stata una manipolazione volontaria dei dati.
5 – Le ritrattazioni non sono a senso unico
Se si guarda l’elenco degli articoli ritrattati su Retraction watch, la pagina che riporta i casi più importanti di ritrattazione, si nota come nel campo del cambiamento climatico ci sono anche molte ritrattazioni di articoli che negavano la scienza del clima o ne sottostimavano gli impatti. Ad esempio, quello pubblicato nel 2023 da quattro autori italiani ben noti su Climalteranti (Gianluca Alimonti, Luigi Mariani, Franco Prodi e Renato Angelo Ricci), ritirato perché presentava conclusioni fuorvianti sull’impatto del cambiamento climatico (si veda anche qui).
E, in generale, molti articoli sono stati ritrattati perché hanno sottostimato i danni ambientali causati dalle attività umane. Ad esempio, è stato recentemente ritrattato un articolo che difendeva la non rischiosità del glifosato, il più diffuso erbicida del mondo su cui sono basate molte colture e i profitti di molte grandi aziende, articolo citatissimo. La ritrattazione è avvenuta non per decisione degli autori, ma per critiche feroci dovute al fatto che da ben otto anni si è venuto a sapere (durante un processo tenutosi in USA) che il testo era stato scritto almeno in parte dall’azienda Monsanto, produttrice del glifosato, ma firmato solo dagli autori esterni a Monsanto.
Cosa ci insegna questa vicenda
La tesi di Federico Rampini, di una distorsione “catastrofista” di una parte del mondo scientifico, di manipolazioni volontarie dei dati per motivi ideologici, è dunque priva di fondamento. Lo scandalo non esiste, e così i tanti altri scandali che Rampini definiva “probabili”.
Ad essere scandaloso, invece, è che un giornalista scriva questi vaneggiamenti diffamatori sulle pagine web di un quotidiano a tiratura nazionale come il Corriere della Sera.
Sono passati 14 anni da quando il quotidiano di via Solferino vinceva il premio A Qualcuno Piace Caldo “per la pubblicazione di articoli contenenti gravi errori e imprecisioni sul tema dei cambiamenti climatici, con titoli e sottotitoli che ripropongono tesi fuorvianti, non provate o palesemente false, volte a screditare le scienze del clima”. Oggi le pagine del Corriere non discutono più delle cause delle variazioni climatiche, ospitano frequentemente articoli sui record delle temperature globali o italiane, sugli impatti dei cambiamenti climatici, sul negoziato sul clima, sulle azioni messe in campo per la transizione energetica, con anche uno specifico inserto mensile, Pianeta 2030.

Eppure, sul Corriere della Sera prosegue anche la narrazione inattivista, che cerca di far sembra non poi così grave la crisi climatica, che descrive come allarmistiche le motivazioni alla base della lotta al surriscaldamento globale (si veda ad esempio questo articolo di Danilo Taino), che esalta i costi e i problemi della transizione energetica o delle politiche europee sul clima, che descrive come epocali arresti o retromarce le modifiche che ne vengono apportate.
L’articolo di Rampini ci ricorda che le forze contrarie ad una rapida e profonda riduzione delle emissioni di gas serra, necessarie per mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 2°C, sono ancora influenti, e non disdegnano l’uso della menzogna e della propaganda.
Testo di Stefano Caserini, con contributi di Claudio Della Volpe
Diciamo che il vero falso l’ha fatto Rampini, nel suo delirio ideologico.
Rampini, Rampini.
Cito da un suo articolo uscito il 20 gennaio di quest’anno sull Corriere, cioè appena dopo l’elezione di Trump, intitolato “Il segreto americano (oltre i luoghi comuni).
“Il luogo comune per cui l’America è il paradiso dei ricchi, il paese delle diseguaglianze estreme, è smentito dai fatti. Nell’ultimo trentennio il 20% degli americani più poveri ha avuto un aumento del 74% nei redditi. Dal 2019 ad oggi i salari delle categorie meno qualificate hanno avuto la crescita più dinamica: dieci volte superiore alla fascia più elevata. Si spiega perché l’America esercita un’attrazione irresistibile, e nei migranti in entrata figurano tutte le nazionalità del pianeta. ”
Beh, che dire, Rampini ha ragione.
Un più 74% al 20% più povero, in questi ultimi 30 anni così turbolenti. non è affatto male. E’ pur sempre un +1,86% su base annua. Roba che in Euorpa si farebbero i salti di gioia.
Solo, dove ha preso Rampini questi dati?
Non si sa. E’ un segreto.
Allora, non per sfiducia, ma sono andato a vedere sul sito della Banca Mondiale.
I dati dicono che negli ultimi 30 anni il PIL americano è salito del 109%.
Rampini si è sbagliato?
No!
Ho riportato il dato del PIL perché c’è una legge non scritta, che ogni giornalista segue supinamente e che mi guardo bene dall’infrangere, per cui bisogna sempre riportare il dato del PIL totale, perché è nettamente più alto del PIL pro capite, così gli States ci fanno più bella figura.
Infatti l’incremento del PIL pro capite nel periodo è stato del 62%, molto vicino a quel +74% dei redditi del primo quintile.
Passiamo quindi fiduciosi al sito dell’Ufficio del Censimento degli Stati Uniti, “l’organismo governativo statunitense, ci spiega l’IA, responsabile di condurre il censimento nazionale decennale e raccogliere statistiche cruciali su popolazione, economia, famiglie, imprese e infrastrutture”.
In due minuti (non è mica il sito dell’ISTAT) trovo quello che sto cercando.
Che conferma quello che sostiene Rampini, ovvero che quel +74% che lo ha così tanto colpito è un segreto davvero ben costodito, perché nelle statistiche ufficiali non ve ne è traccia.
Il dato per il primo quintile è pari a +33% che equivale a un incremento dello 0,96% su base annua.
Seguendo sempre Rampini, l’ultimo quintile partendo dal basso, cioè il 20% più ricco, dovrebbe avere registrato un incremento più verso lo zero, visto che nello stesso articolo il Nostro ci mette a parte di un altro interessantissimo segreto, e cioè che “dal 2019 a oggi i salari delle categorie meno qualificate hanno avuto la crescita più dinamica: dieci volte superiore alla fascia più elevata.” (Coraggio, Elon, non abbatterti.)
Bene, i riccastri hanno fatto un modestissimo +58% che su base annua è pari a un +1,5% circa, una volta e mezzo i oiù poveri, a ennesima conferma che le già enormi disuguaglianze americane sono in continua crescita.
Conclusione: ammiro Rampini.
Si è conquistato il diritto di dire quello che gli pare, e di dare anche i numeri, pure quelli come gli paiono in quel giorno, in quel momento.
Mi piacerebbe davvero condividere questo suo privilegio.
Comincerò a imitarlo.
Partirò dal suo iconico accessorio, un bel paio di bretelle.
Ma dove le trova?
Non sarà pure questo un segreto?
Che tristezza .. mi pare che rilanci le tesi delle lobby MAGA.
Il problema è che in Italia anche se dici scemenze nessuno si indigna.. vedi Libero o La Verità