Eco-ansia: il sottile confine tra motivazione e paralisi

Girl protesting against fossil fuel usage

L’American Psychological Association, nella sua guida sugli impatti dei cambiamenti climatici sulla salute mentale “Mental health and our changing climate: impacts, implications, and guidance” ha definito l’eco-ansia come la “paura cronica di un cataclisma ambientale irrevocabile legato al cambiamento climatico”. Più recentemente, il concetto di ansia climatica, è stato descritto come uno stato di angoscia legato agli impatti del cambiamento climatico sull’ambiente e sull’esistenza umana. Come la paura che si attiva in risposta a una minaccia reale o percepita, presente o anticipata, l’eco-ansia e ansia climatica sono risposte per lo più sane e adattive ai cambiamenti climatici che minacciano il nostro senso di sicurezza ed il nostro benessere fisico e mentale preparando l’individuo a reagire rapidamente per proteggere la propria sicurezza e il proprio benessere.

Come vengono misurate l’eco-ansia e l’ansia climatica nel campo della psicologia? Negli studi condotti su campioni di popolazione, questi fenomeni vengono generalmente valutati mediante questionari di autovalutazione, che misurano l’eco-ansia e l’ansia climatica attraverso diverse dimensioni psicologiche. Sul piano emotivo può emergere un senso soggettivo di paura, preoccupazione e nervosismo. Sul piano cognitivo può tradursi in pensieri negativi persistenti, pensieri catastrofici incontrollati e difficoltà di concentrazione. In alcuni casi può influenzare il funzionamento quotidiano, interferendo con il sonno, l’appetito o le attività lavorative, una dimensione che ci indica che sta diventando un problema di rilevanza clinica.

L’ecoansia può subire anche variazioni in base a fattori esterni: sappiamo ormai che l’aumento delle temperature e l’esposizione a notizie su cambiamenti climatici portano a un aumento soggettivo dell’intensità del vissuto emotivo, probabilmente per via di un aumento del rischio percepito.

L’eco-ansia come fenomeno diffuso globalmente

L’eco-ansia non è un fenomeno marginale. Una meta-analisi recente che ha sintetizzato dati globali provenienti da oltre 65.000 partecipanti ha evidenziato che l’eco-ansia rappresenta ormai una risposta psicologica diffusa nelle popolazioni studiate (campioni in Europa, Africa, Asia, Americhe), con livelli medi complessivamente moderati ma ampiamente distribuiti nella popolazione generale.

Da una prospettiva antropologica ed evoluzionistica, l’eco-ansia potrebbe essere interpretata come una risposta collettiva e adattativa a un cambiamento globale. Analogamente a quanto osservato durante la pandemia di COVID-19, una certa quota di ansia può svolgere una funzione protettiva, aumentando l’attenzione al rischio e favorendo comportamenti orientati alla prevenzione e all’azione collettiva. In questa prospettiva, il problema non è l’esistenza dell’ansia in sé, ma il suo eventuale superamento di una soglia oltre la quale smette di facilitare l’adattamento e diventa fonte di paralisi, stress cronico e sofferenza psicologica.

L’ecoansia come arma a doppio taglio

Infatti, la ricerca scientifica sull’eco-ansia, cresciuta rapidamente negli ultimi anni, mostra che non è né completamente positiva né completamente negativa. Come tutte le emozioni, può essere funzionale o disfunzionale. Nel caso specifico dell’eco-ansia e ansia climatica, possono rappresentare una spinta all’azione e alla partecipazione civica, ma possono anche diventare fonte di sofferenza quando supera determinate soglie o quando le persone percepiscono di non avere risorse sufficienti per affrontarla.

Una recente meta-analisi che ha coinvolto oltre 170.000 partecipanti in 27 Paesi ha mostrato come l’ansia climatica sia associata a una maggiore propensione all’azione collettiva per il clima, ma anche a una riduzione del benessere psicologico. Allo stesso tempo, una revisione sistematica di 35 studi ha evidenziato che livelli più elevati di ansia climatica sono correlati a maggiori sintomi di depressione, di ansia e stress psicologico.

Un aspetto spesso trascurato nel dibattito sull’eco-ansia riguarda la dimensione socioeconomica. Un recente studio suggerisce che il disagio climatico non è distribuito in modo uniforme nella popolazione: le persone con minori risorse economiche e condizioni abitative più precarie tendono a riportare livelli più elevati di eco-ansia, probabilmente perché percepiscono maggior rischio e una minore capacità di far fronte agli impatti della crisi climatica.

Inoltre, l’eco-ansia sembra essere associata a gruppi demografici specifici: le donne, bambini e giovani e chi ha un maggiore coinvolgimento con le tematiche ambientali, sia per motivi professionali (ad esempio agricoltori, scienziati, ricercatori, giornalisti e attivisti) sia per ragioni culturali e identitarie, come nel caso delle popolazioni indigene.

La "zona riccioli d'oro delle Relazioni climatiche"

La “zona Riccioli d’oro” delle emozioni climatiche

Le emozioni svolgono una funzione adattiva. Paura, tristezza, rabbia e preoccupazione ci aiutano a riconoscere i problemi e a reagire alle minacce. In questo senso, provare disagio di fronte alla crisi climatica può essere un segnale di consapevolezza e di connessione con il mondo che ci circonda. L’obiettivo non è eliminare queste emozioni, ma trovare come suggeriscono gli autori Heeren e Clayton una sorta di “zona Goldilocks” (termine preso dall’astro-biologia) traducibile in italiano come zona Riccioli D’oro: un livello ottimale di coinvolgimento emotivo sufficientemente alto da motivare comportamenti utili, ma non così intenso da paralizzare o compromettere la salute mentale.

Attenzione a non medicalizzare una risposta sana

Uno degli aspetti emergenti più delicati del dibattito riguarda il rischio di interpretare l’eco-ansia esclusivamente come un problema individuale e clinico.

People protesting for climate change

Diversi autori hanno sottolineato i rischi etici, clinici e sociali dell’utilizzo esclusivo della prospettiva psicologica occidentale ed individualista. Se consideriamo il disagio climatico solo come una questione personale, rischiamo di individualizzare un problema che è in larga misura sistemico e collettivo, ignorando la dimensione morale e sociale. Inoltre, si corre il rischio di medicalizzare una risposta emotiva adattiva considerata appropriata di fronte a una minaccia reale e documentata. Emerge la necessità, soprattutto per i professionisti della salute mentale, di considerare il disagio psicologico correlato ai cambiamenti climatici e alla crisi ecologica non soltanto come il risultato di fattori individuali, ma soprattutto come l’espressione di un contesto più ampio, che comprende i sistemi economici, sociali e politici entro cui gli individui vivono e costruiscono la propria esperienza.

Sentire per agire

L’eco-ansia rappresenta una delle nuove sfide psicologiche dell’era del cambiamento climatico. Non è necessariamente un sintomo da eliminare, né un’emozione da ignorare. Come molte altre emozioni considerate negative, può diventare una risorsa quando viene riconosciuta, compresa e trasformata in azione. Se trascurata, può diventare un ulteriore fattore di rischio per la salute mentale individuale e collettiva.

La sfida non consiste nel non provare paura o preoccupazione di fronte alla crisi climatica. Piuttosto, consiste nell’imparare a utilizzare queste emozioni come segnale prezioso, evitando sia la paralisi sia la negazione. In questo senso, una certa dose di eco-ansia potrebbe non essere il problema, ma parte della soluzione.

Testo di Lucia Tecuta

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