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Funerale senza il morto

Prima la corsa ad annunciare in pompa magna il funerale della Conferenza di Copenhagen e poi, giusto dopo i tre giorni di rito, subito pronti ad unirsi al coro che inneggia alla sua resurrezione.
L’unico particolare curioso della vicenda è che il paziente è sempre rimasto nel suo letto, attento a non fare gesti improvvisi e tutto concentrato a racimolare le forze per il cruciale incontro di dicembre.
Non c’è dubbio che lo sguardo pallido tradisca il momento particolarmente difficile del Protocollo di Kyoto e dell’intero processo negoziale all’interno delle Nazioni Unite, ma sicuramente è troppo presto voler pronunciarsi in modo definitivo su quale sarà il suo stato di salute a Copenhagen.
Per contro la vicenda di come è stato presentato l’esito dell’incontro dell’APEC a Singapore e del successivo incontro bilaterale USA – Cina la dice lunga sullo stato di salute dell’informazione che si occupa dei cambiamenti climatici in Italia, spesso in bilico tra pressappochismo e incompetenza.
Prendiamo ad esempio la Repubblica, in genere molto attenta agli aspetti negoziali dell’UNFCCC (il tavolo di lavoro sui cambiamenti climatici dell’ONU).
Lunedì 16 ha aperto con un titolo perentorio che non lasciava margini di interpretazione: CLIMA, LO STOP DI USA E CINA – A Copenhagen niente tagli ai gas serra.

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L’articolo di Federico Rampini, conosciuto per la sua grande esperienza come sinologo più che per la conoscenza del processo negoziale sul clima, inanella una serie di errori pesanti.
Descrive il primo Ministro danese Rasmussen più o meno come un burattino costretto a saltare giù dal letto per precipitarsi alla corte dei paesi del Pacifico, solo per sentirsi notificare la decisione presa in quella sede sull’impossibilità di riuscire a firmare un Trattato a Copenhagen.

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Peccato che a Singapore Rasmussen sia andato su invito del primo ministro australiano e di quello messicano per illustrare la proposta di un accordo “politically binding” invece che “legally binding” che lo stesso Rasmussen aveva presentato all’avvio dei lavori del Climate Talks di Barcellona ad inizio di novembre.
Proposta di “real politic” che non era certo passata inosservata in quella sede, visto che aveva fatto imbestialire le ONG e aveva accentrato su di se il dibattito nella settimana di lavoro catalana, costringendo Yvo de Boer ad un doveroso chiarimento.
Il padrone di casa del processo dell’UNFCCC è stato infatti costretto a ridefinire i contorni della questione, ribadendo in sostanza che la cosa importante non è che il prossimo trattato riuscirà a portare il nome della capitale danese, ma che sia in grado di dimostrare il reale e concreto impegno dell’intero pianeta verso la sfida climatica. E per fare questo ciò che serve per dicembre sono i numeri. Numeri degli impegni di riduzione delle emissioni e numeri della disponibilità finanziare del nord del mondo per aiutare i paesi in via di sviluppo. Se poi la firma formale del trattato arriverà successivamente poco male. Si è addirittura parlato di una possibile ipotesi temporale per la costruzione definitiva del trattato di sei mesi o un anno.
Affermare quindi che “l’asse USA-Cina fa saltare l’accordo sulla lotta ai cambiamenti climatici” è quanto meno il sintomo di non aver ben chiaro cosa stia succedendo in questa partita estremamente complicata.
Mentre già da Barcellona era chiaro ai più che il vero momento cruciale non era tanto il vertice APEC, quanto il successivo incontro bilaterale USA-Cina, come è poi effettivamente stato.
Non è dato ovviamente sapere cosa si siano detti nei colloqui riservati i due potenti della terra, ma la dichiarazione finale di Obama apre degli spiragli importanti per Copenhagen, che non sono assolutamente in contrasto con quanto dichiarato qualche giorno prima a Singapore. Ed invece ecco che per il nostro Rampini il vertice USA- Cina “resuscita” il clima, presentando il presidente USA come un autore di piroette.
Il fatto che non ci possa limitare, secondo il presidente USA, solo ad un accordo parziale o a una dichiarazione politica e che ciò che serve è un accordo comprensivo con effetti pratici ed immediati, può essere tradotto dal politichese come la volontà a fare sul serio a Copenhagen per arrivare all’accordo “politically binding” annunciato tre giorni prima.
E lo stesso significato ha la dichiarazione di Hu Jintao quando chiede che Copenhagen si chiuda con un successo.
Forse le uniche acrobazie in questo caso sono state quelle del giornalista che ha cercato di mitigare un’errata interpretazione dei fatti, sbattuta senza eccessive preoccupazioni in prima pagina come notizia di apertura del giornale.
Mentre non stupiscono le interpretazioni fuorvianti di chi abitualmente informa in modo distorto sulle problematiche climatiche (vedi ad esempio qui), se queste sono le premesse da parte di un giornalista di indubbio valore, è forse il caso di preoccuparsi sull’informazione che ci giungerà a dicembre da Copenhagen.

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Testo di Daniele Pernigotti

13 responses so far

13 Responses to “Funerale senza il morto”

  1. Paolo C.on Nov 19th 2009 at 19:14

    Personalmente sono pessimista: già il fatto che si continui a ragionare sulla riduzione delle emissioni rispetto ai livelli del ’90 – quando da allora sono aumentate del 41%! – la dice lunga sulla (scarsa) volontà di affrontare seriamente il problema.

  2. silvioon Nov 19th 2009 at 20:32

    Avevo notato anche io il dietrofront
    Il fatto che e’ difficile fare i tuttologi, e anche uno bravo come Rampini a volte non ha tempo di approfondire.

  3. diegoon Nov 19th 2009 at 20:52

    Solo per sottolineare quanto spesso Stagnaro vada a spanne, mi permetto di segnalare questo link:

    http://www.nextville.it/approfondimenti/16

    In effetti i cinesi sono uomini di mondo… che hanno capito meglio di parecchi (Stagnaro compreso) da che parte tira il vento.

  4. newmanon Nov 19th 2009 at 22:02

    Qualcuno mi smentisca se sbaglio, ma il fatto citato da Paolo C. che il riferimento sia al 1990 anziché una data più recente (come previsto dal climate bill Usa) rende i tagli più consistenti. Bisogna ridurre di una certa percentuale una quantità già più bassa di quella attuale, arrivando a un totale di emissioni ancora più basso. Se si tagliassero le emissioni di oggi di una certa percentuale, il totale spedito in atmosfera sarebbe molto pià grande. O no?

  5. NoWayOuton Nov 20th 2009 at 00:23

    Forse prestero’ il fianco alla facile accusa di anti-americanismo ma …
    l’idea che mi sono fatto leggendo un po’ in giro i commentatori americani e’ che si sia trattato essenzialmente di una questione interna alla politica loro. Obama si trova al momento con due patate bollenti per le mani piu’ una idiosincrasia tipicamente americana.

    Le patate bollenti sono la riforma sanitaria e la legge sulla riduzione delle emissioni, entrambi argomenti particolarmente ostici negli USA. Ha scelto di affrontare per prima la riforma sanitaria, cosa che lo ha portato ad essere in ritardo sul clima; non poteva andare a Copenhagen senza uno straccio di legge approvata. Su questa scelta, piu’ che sul rinvio, mi e’ sembrato si siano concentrati i sostenitori di Copenhagen.

    L’idiosincrasia e’ invece quella di accettare dentro i propri confini imposizioni dall’esterno, quale apparirebbe un accordo vincolante sulla riduzione di CO2. La tattica che alcuni attribuiscono ad Obama per superare queste resistenze e’ quella di puntare a prendere impegni compatibili (o non troppo difformi o bilanciati da simili impegni dei temuti cinesi) con la legge federale approvata precedentemente.

    Se questo e’ vero, il rinvio sarebbe il segno di reali buone intenzioni da parte dell’Amministrazione americana; infatti, firmare un accordo per vederselo rigettare in Senato (o non poterlo nemmeno presentare come accaduto a Clinton con Kyoto) sarebbe si davvero disastroso. In questo modo Obama spererebbe invece di far ingoiare il rospo ai riluttanti americani.

    E non sorprende ne’ che questa decisione sia venuta in un incontro a due con i cinesi ne’ che quest’ultimi abbiano concordato con questa dilazione. Tralasciando la vulgata giornalistica, infatti, i cinesi credono davvero alla necessita’ di trasformare il sistema produttivo e soprattutto la produzione energetica. Come linkato da diego, i cinesi stanno facendo piu’ di tanti altri; e se non bastasse il WRI, anche la neo-convertita IEA ci rende noto che l’intera OECD, a legislazione attuale, ridurra’ di 1.6 Gton mentre la Cina da sola se ne sta accollando 1 Gton.

    Insomma, come credo abbia voluto dire Daniele Pernigotti in questo post, di morto c’e’ solo la speranza che un accordo legalmente vincolante venisse fuori fra un mese. Ma aspettiamo di vedere cosa viene fuori in cambio. Manca un mese al 18 Dicembre, chiusura della conferenza; riserviamoci gli eventuali lamenti funebri per quel giorno.

  6. giulioon Nov 20th 2009 at 01:29

    @ newman

    infatti sia tu che Paolo C. siete in errore 🙂 il climate bill prevede per il 2020 una riduzione del 17% rispetto al 2005, il che corrisponde pressapoco al 4% rispetto al 1990. Una miseria, sempre ammesso che passi lo sbarramento al senato 😉

    che strano, pensavo che a copenaghen si dovesse arrivare ad un accordo che impegnasse legalmente come quello kyoto, che dovesse essere il seguito di quest’ultimo…

    invece scopro qui su climalteranti che un accordo politico sarebbe già un successone!! evviva! con tante chiacchiere messe nero su bianco eviteremo di finire arrosto tra un centinaio di anni! 🙂

  7. Paolo C.on Nov 20th 2009 at 10:22

    @giulio

    ma il climate bill riguarderebbe solo gli Americani, no? Mi sembra che negli accordi iinternazionali si continui a fare riferimento al ’90.

    L’obiezione posta da Newman è interessante: ma non so se si ragioni in questi termini quando si discute degli accordi. Vedrò di approfondire appena possibile (se qualcuno ha un link attendibile lo segnali pure).

  8. giulioon Nov 20th 2009 at 12:37

    @ Paolo C.

    sì, in effetti solo newman ha parlato del climate bill (che è sicuramente americano :-)), e che opererebbe tagli in riferimento al 2005 e non al 1990; tu no, evidentemente parlavi in linea generale. Nel qual caso è chiaro tagliare una tot percentuale di emissioni rispetto al 1990 invece che rispetto, ad esempio, al 2005, comporterà un volume di emissioni sicuramente minore nel primo caso, dato che esse sono andate costantemente aumentando…

    a livello internazionale si continua a parlare del 1990 perchè quella è la base di Kyoto e copenaghen doveva appunto essere il suo seguito (e non lo sarà -> fallimento :-)) poichè gli accordi previsti a kyoto scadono nel 2012.

    ma se gli USA si presentano a copenaghen o alla successiva conferenza a città del messico con una riduzione al 2020 del 4% rispetto alle emissioni del 1990 (corrispondenti circa al 17% rispetto al 2005), ripeto sempre ammettendo che la legge passi al senato, cosa tutt’altro che scontata, a quali miseri accordi si potrà mai puntare se il 4% è lontano anni luce persino dagli obbiettivi di kyoto? 😉

  9. Giovannion Nov 20th 2009 at 13:29

    Da quello che si capisce dai rapporti dei giornali (penso anche a quelli del Corriere) mi pare si possono trarre finora tre conclusioni:
    1) Lo stallo tra Cina e USA appare ad oggi irrisolvibile;
    2) L’Europa conta poco o nulla nello scacchiere mondiale (che ne facciamo del 20-20-20?);
    3) Di approfondire le questioni scientifiche non se ne parla proprio (anche se, forse, ce ne sarebbe bisogno).
    http://giovannistraffelini.wordpress.com/2009/11/04/clima-aspettando-copenhagen/

  10. Daniele Pernigottion Nov 20th 2009 at 16:03

    Provo qualche risposta in modo sintetico (ma spero chiaro) ai principali spunti di riflessione:

    @ newman
    quello che dici è corretto: posticipare l’anno di riferimento porta (a parità di % di riduzione proposta) ad una riduzione dell’immpegno effettivo

    @nowayout
    condivido il discorso sulla sanità (… oltre alla proposta di rinvio del funerale!). A riguardo suggerisco la lettura dell’articolo dell’Unità (pag 20) di Robert Recih, ex ministro del lavoro amm. Clinton
    (http://leggi.unita.it/leggi/?dd=17&mm=11&yy=2009&ed=nazionale)

    @giulio
    CPH deve servire per arrivare ad un accordo sul taglio delle emissioni tra il 25 e 40% delle emissioni dei paesi sviluppati entro il 2020 (…oltre ad altri traguardi che sarebbe troppo lungo citare). Ciò dovrà essere pienamente operativo dal 1 gennaio 2013. Il fatto che si arrivi a questo con il Trattato di CPH o con quello di Città del Messico è davvero poca cosa.

    @giovanni
    – se USA e Cina sono ancora in stallo o hanno trovato una soluzione condivisa, lo scopriremo solo a CPH… e non ce lo vengono certo a dire a noi prima del tempo
    – sul fatto che la Ue conti poco sul negoziato sul clima, ho sinceramente qualche dubbio, perchè il contare non è legato a quanto uno grida le proprie posizioni, ma a quanto riesce ad influenzare quelle degli altri (vedi impegno al -25% del Giappone)…ma questa capisco che sia solo un’opinione personale

  11. Paolo C.on Nov 20th 2009 at 17:21

    @Daniele

    “posticipare l’anno di riferimento porta (a parità di % di riduzione proposta) ad una riduzione dell’impegno effettivo”

    Ma siamo sicuri? Questo potrebbe forse valere per Paesi che nel frattempo hanno ridotto le loro emissioni, non certo per colossi come India e Cina (e gli stessi Stati Uniti), i maggiori responsabili dell’attuale incremento globale.

  12. Daniele Pernigottion Nov 20th 2009 at 19:14

    @ Paolo C.
    Vale per chi le ha aumentate nel tempo. Es. x gli USA. L’ipotesi di riduzione del 20% se calcolata rispetto ad un base year posticipato al 2005 è minore in termini assoluti rispetto che se l’impegno di riduzione del 20% fosse stato calcolato rispetto al base year del 1990 (in effetti il 20% rispetto al 2005 corrisponde a circa il 7% con base year al ’90).

  13. oca sapienson Nov 21st 2009 at 17:31

    @Daniele
    Rampini potrebbe aver visto giusto, senza volerlo. Anche se un trattato stabilisse tagli, sappiamo che sarà rispettato dai firmatari se e quando conviene. Prendono impegni simbolici, mica reali. Non che i simboli vadano disprezzati.

    @NoWayOut
    La Cina conta, ma a volte conta anche l’eloquenza del rappresentante di un piccolo paese, come s’è visto… Gli USA sempre meno, a dispetto della visibilità mediatica del loro presidente. Quando erano l’unica superpotenza e la lobby industriale era unita, sono riusciti solo a diluire Kyoto, non a farlo saltare.