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Le foreste ci salveranno?

Basta piantare alberi per affrontare la crisi climatica? Aumentare, mantenere e gestire sostenibilmente le foreste è necessario, ma non sufficiente. Pur se piantare nuovi alberi è molto utile, la drastica riduzione delle emissioni di CO2 legate ai combustibili fossili resta inevitabile.

 

Climate change? Basterebbe
una foresta grande come gli Usa”. Cosi titolava il Corriere della Sera, proprio nei giorni del fallimento dellaconferenza ONU sul clima a Madrid. Attraverso un’intervista al Prof. Stefano Mancuso, noto divulgatore scientifico e molto popolare tra chi ama le piante, l’articolo rilanciava uno studio dell’ETH di Zurigo uscito a luglio su Science. Secondo l’intervista, “basterebbero 900 milioni di ettari di nuove foreste per ridurre di due terzi l’attuale livello di gas serra. È la superficie degli Stati Uniti: sarebbe una soluzione praticabile e reale”.

Ma è davvero così? Se precedenti commenti hanno già parzialmente risposto (ad es. qui e qui), questo post vuole fornire un approfondimento più ampio sul ruolo delle foreste nella lotta ai cambiamenti climatici.

 

 

 

Perché le foreste sono importanti?

Oltre a contenere l’80% della biodiversità terrestre, a fornirci acqua e aria pulita, cibo e bellezza, le foreste svolgono un ruolo chiave nel contenere i cambiamenti climatici in atto. La figura 1 riassume l’origine delle emissioni antropiche di CO2 (a sinistra: 86% da combustibili fossili e 14% da deforestazione) e la destinazione finale di questa CO2 (a destra). Meno della metà resta in atmosfera, causandone il riscaldamento, mentre il restante viene assorbito da processi naturali: il 23% viene assorbita dagli oceani (che però si riscaldano e si acidificano, con enormi danni agli esseri viventi che li abitano, alle zone costiere e alla loro sicurezza alimentare), e quasi il 30% viene assorbita dalle foreste, che grazie alla fotosintesi accumulano carbonio nei tessuti vegetali (foglie, legno e radici) e nel suolo. Quindi, senza le foreste, la crisi climatica in atto avrebbe effetti ancora più intensi.

 

 

Figura 1: Cause globali di emissioni ed assorbimenti di CO2 (fonte: Global Carbon Project 2019).

 

Questo ruolo delle foreste risulta ancora più importante alla luce dall’accordo di Parigi, il cui art. 4 sancisce che l’obiettivo di contenere l’aumento di temperatura globale media “ben al di sotto dei 2°C” (rispetto all’epoca pre-industriale) dovrà essere raggiunto “bilanciando” le emissioni e gli assorbimenti antropogenici di gas serra nella seconda metà di questo secolo. Quando si parla di assorbimenti di gas serra, ci si riferisce alla CO2.

Dunque, come assorbire CO2? Lo scenario emissivo al 2100, compatibile un riscaldamento limitato a 1.5oC (figura 2), indica che il bilanciamento tra emissioni e assorbimenti di CO2 debba avvenire intorno al 2050 (poco più avanti per i 2°C), attraverso tre categorie di azioni:

(a) riduzione rapida delle emissioni fossili, che tuttavia non potranno essere del tutto azzerate;

(b) trasformazione della gestione forestale da fonte di emissione ad assorbitore netto di CO2 a livello globale (art. 5 dell’accordo di Parigi), tramite l’azzeramento della deforestazione, l’espansione delle aree boscate e una gestione “climaticamente intelligente” di quelle esistenti;

(c) compensazione delle emissioni fossili residue con tecniche di Carbon Dioxide Removal (CDR), fra cui una delle più studiate è la cosiddetta “Bioenergy with Carbon Capture and Storage” (BECCS): utilizzo energetico di biomasse, provenienti da piantagioni dedicate, con recupero e stoccaggio in depositi sotterranei della CO2 emessa in fase di combustione. Si tratta di una tecnologia ancora non disponibile a livello commerciale, che su vasta scala rischia di generare una competizione per l’uso della terra che può avere effetti negativi sulla sicurezza alimentare. Vista l’incertezza associata ai sistemi BECCS, e la necessità di ricerca e sviluppo negli altri sistemi CDR, le foreste restano ad oggi la più importante e sicura “tecnologia” a nostra disposizione per assorbire CO2. Ma è chiaro che se non si riducono in modo molto drastico le emissioni nei prossimi decenni, il potenziale di assorbimento delle foreste non è sufficiente per rimanere “ben sotto i 2°C”, e sarà quindi necessario ricorrere ad altri sistemi per rimuovere CO2 dall’atmosfera.

 

Figura 2. Traiettoria di emissioni antropogeniche globali di CO2 compatibile con un riscaldamento limitato a 1.5oC al 2100 (elaborato da IPCC).

 

Il ruolo fondamentale delle foreste per la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici è declinato, in varie forme, anche in altri documenti. Ad esempio, gli impegni (insufficienti) presi dai Paesi a Parigi, secondo i quali circa il 25% della riduzione di emissioni nette fissata per il 2030 verrà dalle foreste (soprattutto riducendo la deforestazione). Inoltre, diverse ricerche scientifiche (es., qui e qui) hanno valutato un potenziale di mitigazione per le “nature-based solutions” pari a circa un terzo delle emissioni che dobbiamo ridurre nei prossimi decenni. Questi studi, ripresi dal recente Rapporto dell’IPCC su Climate Change and Land, assegnano alle sole foreste (afforestazione, riforestazione e gestione delle foreste esistenti) un potenziale massimo di assorbimento di circa 10-12 GtCO2 all’anno (oltre a quello legato a processi “naturali”, Figura 1). Altri studi riportano potenziali minori, suggerendo di puntare sulle foreste naturali, ossia gli ecosistemi forestali non gestiti dall’uomo.

Poi, nell’estate 2019, è arrivato lo studio dell’ETH (Bastin et al.), che ha generato un enorme impatto sui media e una reazione veemente da parte della comunità scientifica.

 

Qual è il potenziale massimo di riforestazione?

Questa è una domanda che piace molto agli scienziati.

Lo studio di Bastin analizza in modo molto dettagliato il potenziale globale di “tree restoration”, termine che include l’espansione forestale (piantando alberi o favorendo processi naturali) ma anche il ripristino della copertura arborea potenziale in zone degradate. La conclusione è che la tree restoration può arrivare a catturare 750 GtCO2.

In quanto tempo dovrebbe realizzarsi questo assorbimento? Questo lo studio non lo dice, riferendosi solo a quando le foreste raggiungeranno la “maturità”. Assumendo che sia un secolo (stima per difetto), questo porterebbe ad un assorbimento medio aggiuntivo di 7.5 GtCO2 all’anno, compatibile con il potenziale massimo indicato dagli studi precedenti. Ma allora, perché tanto trambusto?

Soprattutto perché l’abstract originale (poi corretto) diceva che la tree restoration è la migliore opzione per combattere i cambiamenti climatici (“our most effective climate change solution to date”). Questa conclusione è in parte derivata dal considerare il potenziale di 750 GtCO2 pari a circa due terzi della CO2 immessa finora dall’uomo nell’atmosfera – confronto ripreso dal Corriere ma concettualmente sbagliato, come spiegato qui. L’impressione generata, al di là delle intenzioni degli autori e amplificata dai media di ogni tipo, è stata che “le foreste ci salveranno” e quindi (implicitamente) che “forse non dobbiamo preoccuparci troppo a ridurre così rapidamente i combustibili fossili”.

Questo è anche il messaggio che rischia di emergere dall’articolo del Corriere, così come dalle iniziative per piantare alberi che si stanno moltiplicando come nuova moda del momento. Tra l’altro, nei chiarimenti forniti da Bastin rispondendo alle critiche ricevute, risulta chiaro che il potenziale di assorbimento calcolato richiederebbe oltre 1600 milioni di ettari (le foreste oggi coprono 4000 milioni di ettari), e non solo i 900 milioni citati dal Corriere, perché non tutte le foreste hanno una “tree cover” del 100%. Tale potenziale, quindi, richiederebbe di coprire di nuove foreste un’area ben più grande degli USA – dando inoltre per assunto che il 100% dei nuovi alberi sopravviva per tutto il periodo richiesto, cosa che non succede quasi mai.

E quindi? Molti dicono “è impossibile!”, altri “l’importante è cominciare!”. Per uscire da un dibattitto poco produttivo, con il rischio di dare letteralmente i numeri, occorre andare oltre il potenziale teorico. All’atto pratico, infatti, le domande più importanti sono le successive.

 

Quanti alberi si possono realisticamente piantare? E soprattutto: dove, come e perché?

Sono domande a cui non è facile rispondere. Gli ostacoli economici, tecnici e politici a una tree restoration efficace ed efficiente su vasta scala sono numerosi, e per indicare qualche numero possiamo ragionare sugli impegni concreti promessi dai Paesi. Tra questi, a livello globale i più rilevanti sono inclusi nel “Bonn Challenge”, dove 47 paesi (tra cui molti tropicali) si sono impegnati a ripristinare 150 milioni di ettari di terre deforestate e degradate entro il 2020 e 350 milioni di ettari entro il 2030. A che punto siamo? Un po’ indietro sembra, ma il lavoro è partito. Segnali incoraggianti vengono un po’ da tutto il mondo, inclusi paesi fortemente deforestati come L’Etiopia dove in un solo giorno sembra siano stati piantati 350 milioni di alberi (circa 0,3 milioni di ettari).

 

A livello di Unione Europea la superficie forestale è aumentata di circa otto milioni di ettari negli ultimi 25 anni, raggiungendo quota 166 milioni di ettari. L’assorbimento di CO2 attuale, dovuto al fatto che si taglia meno di quanto le foreste crescono, è pari al 9% di tutte le emissioni di gas serra nella UE. Tale assorbimento dovrà essere mantenuto e aumentato, se vogliamo raggiungere la neutralità climatica promessa dal Green Deal Europeo entro il 2050. A tale riguardo Frans Timmermans, vice presidente della Commissione Europea, ha proposto di piantare 2 miliardi di alberi (pari a circa 2 milioni di ettari, considerando circa mille piante per ettaro).

E in Italia? Le foreste italiane oggi coprono il 36% della superficie nazionale, con circa 11 milioni di ettari. Le Comunità Laudato Si’, Slow Food e Stefano Mancuso hanno recentemente lanciato un appello a piantare 60 milioni di nuovi alberi sul territorio nazionale – uno per ogni cittadino – e recenti studi hanno offerto supporto scientifico a tale obiettivo. La superficie necessaria, pari a circa 60.000 ettari, è paragonabile all’espansione annuale della superficie forestale osservata negli ultimi 25 anni (soprattutto come naturale “riconquista” di aree agricole abbandonate). Le foreste italiane assorbono attualmente circa l’8% delle nostre emissioni; i 60.000 ettari aggiuntivi potrebbero essere responsabile di un ulteriore 0.05%. Una cifra apparentemente modesta.

Tuttavia, i benefici climatici di un bosco vanno ben oltre l’assorbimento di CO2, come spiegato qui.

Anzitutto gli alberi, oltre ad assorbire CO2 durante la fase di crescita delle foreste (che non dura indefinitamente), possono essere usati per produrre legno con il quale accumulare carbonio per decenni e sostituire materiali più climalteranti (come il cemento o l’acciaio). I residui forestali usati a scopi energetici, infine, ci possono aiutare a ridurre l’uso di combustibili fossili, e già oggi contribuiscono a quasi il 50% delle energie rinnovabili nella UE.

Inoltre, gli alberi possono dare un contributo fondamentale all’adattamento. Nelle città, ad esempio, gli alberi rinfrescando l’aria circostante, catturando e rallentando la pioggia, filtrando il particolato e assorbendo gli inquinanti chimici. Se concentriamo i 60 milioni di alberi nelle aree urbane e periurbane italiane – anche usando gli incentivi del recente Decreto Clima – potremmo effettivamente determinare un impatto concreto. Molte città si stanno già muovendo in questo senso, come Milano e Napoli, entrambe impegnate a piantare 3 milioni di alberi nel rispettivi territori entro l’anno 2030: una sfida particolarmente difficile per il reperimento delle superfici, la produzione delle piantine da vivaio e la corretta manutenzione delle piante messe a dimora, ma non impossibile.

Infine, il contributo della gestione forestale passa anche per miglioramento della resistenza e resilienza delle foreste agli eventi estremi e per evitare ulteriori emissioni di carbonio, associate ad esempio al previsto aumento nella frequenza degli incendi nelle aree mediterranee, per i quali è fondamentale pianificare attività efficaci di monitoraggio e prevenzione.

 

Qualche conclusione

Per prima cosa, ricordiamoci che senza le foreste la nostra battaglia contro i cambiamenti climatici sarebbe persa in partenza. Quindi, più risorse andrebbero destinate alla lotta alla deforestazione (che spesso risulta la strategia con il più alto rapporto costi-benefici), al ripristino delle foreste degradate, dove possibile a piantare nuove foreste, e infine alla gestione climaticamente intelligente delle foreste esistenti. Le analisi delle opzioni di mitigazione per il settore forestale devono essere basate su un approccio integrato, che consideri i flussi di CO2 tra gli ecosistemi forestali, i prodotti legnosi e gli altri settori, le cui emissioni possono essere ridotte usando maggiormente il legno (o i residui di lavorazione) per sostituire di prodotti come cemento, acciaio e combustibili fossili.

Lo studio di Bastin sul potenziale di tree restoration offre informazioni nuove. In parte accompagnato da dati troppo ottimisti, in parte mal comunicato dagli autori, in parte mal interpretato dai media, questo studio appare una spada a doppio taglio: usata come efficace marketing della riforestazione ma a volte abusato da chi è incline (o interessato) a diffondere soluzioni semplicistiche.

Lo studio ha certamente il potenziale di essere messo al servizio della tree restoration: la dettagliata cartografia che lo accompagna può informare dove è meglio piantare alberi e aiutare a mobilitare nuove risorse finanziarie. E in effetti, sull’onda della ricerca del’ETH, molti Stati, aziende, partiti politici e organizzazioni non governative hanno annunciato negli ultimi mesi l’intenzione di mettere a dimora milioni, anzi miliardi, di nuovi alberi.

L’intervista sul Corriere è invece un esempio di come non vada usato lo studio di Bastin. Lasciar intendere al vasto pubblico che il cambiamento climatico si possa realisticamente fermare piantando alberi su vasta scala, senza ridurre in modo drastico la nostra dipendenza dai combustibili fossili, è illusorio e pericoloso.

Come recentemente ribadito dall’IPCC, le foreste sono essenziali ad affrontare l’emergenza climatica ma da sole non possono fare tutto. Una rapida e drastica riduzione di emissioni da combustibili fossili resta assolutamente imprescindibile.

 

Testo di Giacomo Grassi, Giorgio Vacchiano, Marina Vitullo

63 responses so far

63 Responses to “Le foreste ci salveranno?”

  1. ALESSANDRO SARAGOSAon Gen 4th 2020 at 13:14

    100 anni perchè un albero arrivi a maturazione e raggiunga un equilibrio fra quanto cresce e quanto perde in carbonio, mi sembra un po’ tanto. In questo studio
    https://greenearthappeal.org/co2-verification/
    si dice 40 anni con un accumulo di circa 25 chili di carbonio l’anno.
    Si riferisce a specie tropicali, ma nel mio bosco vedo che alberi caduti, castagni, querce, frassini, già molto grossi, hanno sui 40-50 anni.
    Quindi raddoppierei il tasso di assorbimento annuo stimato dall’autore del post, considerando un mix riforestazione tropici-medie latitudini.

    Piuttosto, anche questo da esperienza personale, piantare alberi non è facile, molti muoiono per lo shock del trapianto, e tanti altri seguono, se non vengono curati e protetti almeno per un paio di anni da siccità, animali, piante invasive. Fare il bel gesto di piantare un albero, e poi dimenticarsene, mi sa che serva a poco.
    E bisogna anche vedere dove piantare: per esempio riforestare in Australia ha senso, visto che lì il clima rende sempre più probabili e devastanti gli incendi forestali?

    Il BECCS mi pare una scemenza, come scritto molto meglio usare il legno per scopi duraturi.

    In definitiva direi che la riforestazione, più che una strategia nazionale, dovrebbe essere imposta a settori economici che hanno problemi a ridurre le proprie emissioni, come industria petrolifera o compagnie aeree: per ogni barile che vendi o passeggero che trasporti, pianti un albero in terreni appositi, dove le piante vengano seguite professionalmente, per massimizzare la loro crescita, e controllare da esperti super partes, per valutare quanto effettivamente si stia compensando delle emissioni fatte.

  2. ALESSANDRO SARAGOSAon Gen 7th 2020 at 08:46

    Il segno del cambiamento climatico è visibile anche nel meteo quotidiano, contrariamente a quello che si pensa, solo non localmente, ma globalmente.

    Lo dice questo studio apparso di Nature Climate Change

    https://www.sciencealert.com/climate-change-is-now-detectable-in-a-single-day-of-weather-anywhere-in-the-world

    In sintesi afferma, dopo aver analizzato i dati di temperatura globali, giorno dopo giorno, che se localmente le variazioni giornaliere dicono poco, esaminando il meteo quotidiano a scala globale, si scopre sempre che anche se oggi qui fa molto freddo e si sfottono i climatologi che dicono che c’è un riscaldamento globale, da qualche altra parte nel mondo ci sono sempre temperature più alte della media che più che compensano il freddo delle nostre parti.
    Al contrario, se da noi si schiatta di caldo, quello da solo non è un segno certo di riscaldamento globale, perchè ci possono essere zone più fredde della media nello stesso momento in altre parti del mondo. Ma misurando il tutto su scala globale si scopre che il bilancio globale è in effetti sempre più verso il caldo che il freddo.

  3. Antonioon Gen 7th 2020 at 12:58

    Guardi Alessandro che non ha capito, gli autori non dicono che ci vogliono “100 anni perchè un albero arrivi a maturazione”. Un secolo è il periodo in cui si ipotizza che avvenga l’assorbimento delle 750 Gt

  4. Enrico Mariuttion Gen 7th 2020 at 20:11

    Post con numerosi errori e un passaggio totalmente arbitrario:
    1) “tree restoration” non include solo “l’espansione forestale e il ripristino della copertura arborea potenziale” ma anche la semplice piantumazione in aree non boschive. Basta prendere la mappa allegata allo studio: i colori corrispondono “all’intensità di piantumazione”. Ampie aree del pianeta, nello specifico quelle molto fredde e quelle molto aride, prevedono tassi di poche piante per ettaro. E questo vuol dire silvopastorizia etc.
    2) la letteratura scientifica di norma calcola 40 anni perché una foresta giunga maturazione, non 100. Ovviamente, si parla di condizioni naturali: se si trattasse di silvicoltura, basterebbero 20 (pioppo, per esempio).
    3) …i 1600 milioni di ettari fanno riferimento alla chioma degli alberi che, notoriamente, si trova in aria e non per terra. Il dato di riferimento è 900 milioni di ettari. Anche perché (vedi sopra) in molte aree gli impianti sarebbero estremamente radi (Siberia, Africa Centrale).
    4) i tassi di assorbimento riportati nel post sono quelli minimi. Uno studio tedesco dimostra che gli impianti di robinia arrivano a cattura 20 tonnellate di CO2 l’anno per ettaro.
    5) si escludono a priori gli altri effetti positivi dell’aumento della copertura forestale. Nello specifico, gli aerosol biochimici e l’effetto albedo atmosferico.

    Inoltre strappa un sorriso leggere quanto ve la siete presa perché Bastin et al. si sono permessi di dire che, per loro, questa è la “most effective solution”. Voi non dite la stessa cosa da 30 anni?

  5. ALESSANDRO SARAGOSAon Gen 7th 2020 at 22:50

    Alberto, credo che una volta raggiunta con “maturazione”, si intenda proprio il momento in cui gli alberi diventano scarsi o nulli assorbitori di CO2.
    In altre parole “maturazione” e “tempo in cui avviene il totale assorbimento di CO2” più o meno coincidono.

  6. stephon Gen 7th 2020 at 23:19

    Enrico
    si escludono a priori gli altri effetti positivi dell’aumento della copertura forestale. Nello specifico (…) l’effetto albedo atmosferico.
    In che senso quello sarebbe un effetto positivo? Che cosa intende, lei, per positivo? E poi: a quale scala? Globale? Locale? Si spieghi meglio.

  7. Antonioon Gen 7th 2020 at 23:54

    @ Alessandro
    “credo che …”

    Credi male, secondo me dovresti approfondire un po’ la materia prima di cercare di insegnarla agli esperti forestali.
    ?

    Idem per Enrico Mariutti

    @ Alessandro e Enrico
    ma perchè non leggete con attenzione quello che hanno scritto? 100 anni è il periodo in cui si considera di valutare ‘assorbimento. Se le piante dopo 40 anni non assorbono più nulla, allora tutte le foreste esistenti che hanno più i 40 anni non assorbono più neppure 1 t di CO2? Please…

    Ma l’effetto positivo degli aerosol biochimici e dell’albedo dove è stato valutato?

  8. […] Le foreste ci salveranno? […]

  9. ALESSANDRO SARAGOSAon Gen 8th 2020 at 09:21

    Antonio, e allora, visto che dobbiamo usare toni aggressivi, tu faresti meglio a mettere in moto il cervello prima di scrivere: se le foreste avessero continuamente un assorbimento positivo di CO2, lasciate a loro stesse pian piano esaurirebbero la CO2 atmosferica e la Terra sarebbe una palla di ghiaccio.
    Visto che siamo ancora qua, è evidente che a un certo punto raggiungono un equilibrio fra carbonio che assorbono e carbonio che riemettono con respirazione e decomposizione.
    Il punto è stabilire quando raggiungano questo equilibrio.

    Questa ricerca su una foresta temperata, fatta da persone che certo non arrivano alle tue competenze in materia,
    https://icp.giss.nasa.gov/research/ppa/2001/anwar/
    indica che le foreste secolari contengono quasi la metà del carbonio di quelle giovani (35 anni), il che vuol dire che in un punto dell’invecchiamento, invece di assorbire carbonio la foresta inizia a perderlo, diventando certo più bella da vedere, ricca di vita, ma meno utile come sink di carbonio.

    E in effetti la maturazione di una foresta in genere viene indicata intorno a 40-50 anni (ovviamente poi ogni specie di alberi la raggiunge in età diverse, quella è la media per le aree temperate), non certo 100.

    Per cui, se vogliamo usare le foreste per rimuovere gas serra dall’aria, sembra che la cosa migliore sia farle crescere fino a 40-50 anni, tagliarle, usare il loro legno per fare qualcosa di duraturo, e ripiantarle.

  10. stephon Gen 8th 2020 at 10:38

    Alessandro
    se le foreste avessero continuamente un assorbimento positivo di CO2, lasciate a loro stesse pian piano esaurirebbero la CO2 atmosferica e la Terra sarebbe una palla di ghiaccio.
    Eh? Ma il ciclo del carbonio è così ostico da comprendere?
    https://it.wikipedia.org/wiki/Ciclo_del_carbonio

  11. Enrico Mariuttion Gen 8th 2020 at 11:33

    1) la maturazione di una foresta è quando arriva al massimo livello di assorbimento per anno. Mediamente 40 anni, appunto. Aver stimato 100 vuol dire aver ridotto radicalmente la capacità di assorbimento. Una foresta amministrata ci mette moltissimo tempo a diventare carbon neutral.
    2) le piante emettono terpeni e vapore acqueo. Entrambe le sostanze creano una barriera nella bassa atmosfera, schermando la superficie terrestre dai raggi solari. Oltretutto, piantando alberi migliorerebbe anche l’albedo superficiale, dato che solo il 5% delle aree individuate da Bastin et al. sono tundra e, negli altri casi, gli alberi di solito offrono un albedo migliore del nudo suolo.

  12. Antonioon Gen 8th 2020 at 12:04

    @ Alessandro

    scusa, non volevo usare un tono offensivo.. a volte quando si scrive sembra così.
    Solo volevo invitarti a pensarci meglio prima di dire che gli autori, che sono tre indubbi esperti del settore (ho visto i loro cv sul https://www.climalteranti.it/info/), fanno un errore così banale, no?
    Volevo solo dire che dopo 40 anni le foreste assorbono ancora, certo non all’infinito.

    @ Enrico

    Appunto: se il massimo è raggiunto dopo 40 anni, significa che dopo 40 anni assorbono ancora (meno del massimo ma più di zero). Gli autori hanno assunto che continua (diminuendo, il massimo è passato) fino a 100 anni. Non è difficile da capire, no?

    Mi sembra che ti mancano proprio le basi di climatologia: il vapore acqueo è un potente gas serra https://skepticalscience.com/translation.php?a=19&l=17.
    Idem per i terpeni: favoriscono la formazione di ozono, che pure è un gas serra.

    Comunque non sono questi fattori a cambiare la sostanza del post, che è un’altra, ossia che da sole le foreste non bastano. E questo mi pare ben argomentato, una conclusiome solida.

  13. Enrico Mariuttion Gen 8th 2020 at 12:12

    Qui mi sembra che, come al solito, che accusa gli altri di incompetenza non sappia assolutamente di cosa parla.

    https://earthobservatory.nasa.gov/features/Clouds

    “The balance between the cooling and warming actions of clouds is very close although, overall, averaging the effects of all the clouds around the globe, cooling predominates.”

    Conosce l’effetto Dunning-Kruger? Gli dia uno sguardo…

  14. Enrico Mariuttion Gen 8th 2020 at 12:21

    Quanto alle foreste: NO.
    Non ha capito come funziona l’assorbimento, si documenti.
    A 40 anni una pianta raggiunge la maturità e inizia ad assorbire grandi quantità di CO2. Quantità che, comunque, continuano ad aumentare lentamente nel tempo. E’ anche intuitivo: le piante con il carbonio ci fanno legno, ha idea di quanta massa produca ogni anno un albero con un tronco di 1 metro di diametro? Ecco, due terzi di quella massa prima era carbonio.

    “Allowing forests to age produces large trees, which suck large amounts of CO2 out of the atmosphere and store tremendous amounts of carbon. Moomaw et al. (2019) cite studies showing that the largest 1% of trees account for 30-50% of the biomass in forests, depending on the location, and trees over one meter in diameter (about 39”) take up the carbon equivalent of an entire 10-20 cm (4-8”) diameter tree in one year.”

    https://envirobites.org/2019/09/24/old-is-better-than-young-the-carbon-sequestration-potential-of-letting-forests-mature/

  15. ALESSANDRO SARAGOSAon Gen 8th 2020 at 13:13

    A tutti: ho indicato una ricerca che parla proprio dell’andamento dell’assorbimento di carbonio in una foresta reale in clima temperato, dove si vede che si ha assorbimento di CO2 solo fino a circa 40-50 anni, poi la foresta matura e comincia a emettere più carbonio di quanto continui ad assorbirne, soprattutto per il diradamento degli alberi, tanto che, a 100 anni, contiene la metà del carbonio di una di 35.

    In altre parole, il singolo albero può anche continuare a crescere e assorbire, la foresta nel suo insieme, pare di no, e quindi, se si deve considerare il suo contributo all’assorbimento, sembra sia meglio valutare una base temporale di 50 anni circa, non 100.

    Più di così non posso contribuire….

    Steph, non ho capito bene il rimprovero, ma ti garantisco che ho presente il ciclo del carbonio…ciclo che peraltro verrebbe smentito da foreste che assorbissero CO2 per omnia secula seculorum…

  16. Enrico Mariuttion Gen 8th 2020 at 14:07

    La ricerca che cita è ampiamente smentita dai dati più recenti.
    Qui addirittura considerano “non vecchia” una foresta fino ai 140 anni >

    https://psmag.com/environment/young-trees-suck-up-more-carbon-than-old-ones

    Oltretutto, il problema dell’età (in scala secolare, ripetiamo) è più marcato nelle foreste tropicali piuttosto che in quelle temperate.

  17. Mercurioon Gen 8th 2020 at 14:09

    https://www.4p1000.org/
    Ma che fine ha fatto il carbon soil Storage? Comporta tempi troppo lunghi?

    Per quanto riguarda le foreste.
    https://www.apocalottimismo.it/il-legname-dei-boschi-e-energia-rinnovabile-1/

    https://www.apocalottimismo.it/il-legname-del-bosco-e-energia-rinnovabile-2/

  18. Armandoon Gen 9th 2020 at 11:24

    Esatto.
    La strada è quella. Semplice, efficace, la più efficiente (si produce più cibo e si sconfigge la povertà) in assoluto, e anche la più economica. Ma non si può intraprendere. Quarant’anni di menzogne mediatiche sull’agricoltura non si cancellano dall’oggi al domani.
    Basta leggere il testo da lei segnalato per capire che aria tira.
    Hanno preferito volare basso, molto basso, perché sanno che più di tanto non possono ottenere. Già sarebbe tanto riuscire a sedersi al tavolo dove si decide e ottenere una minuscola fetta di risorse e sperare nel domani.

  19. Antonioon Gen 8th 2020 at 18:30

    aaaaargh!
    Mariutti, cosa fa, mi confonde il vapoe acqueo con le nubi?
    Il vapore acqueo non è solo nelle nubi!
    Se non ha chiaro questo punto, meglio che sospendiamo la dicussione

    @ Saragosa e Mariutti
    interessante.. nell’attesa che vi mettete d’accordo, noto che se si fa la media dei valori che proponete si ottiene il valore che usano gli autori

  20. ALESSANDRO SARAGOSAon Gen 8th 2020 at 19:56

    Mariutti, francamente non ti seguo, anche tu, più sopra, hai detto che una foresta raggiunge la maturazione a 40 anni, come ho scritto io.

    Però ho l’impressione che tu abbia capito al contrario cosa vuol dire “maturazione”, non è il momento in cui la foresta “inizia ad assorbire grandi quantità di CO2”, ma è quello in cui, complessivamente, la foresta declina come assorbitore di CO2. Non perchè gli alberi smettano di crescere individualmente, ma perchè si diradano, e con la loro ombra e radici estese, rendono più difficile la crescita alle altre piante.

    Che siano le foreste giovani a essere più efficienti lo dice del resto anche l’articolo che hai linkato.

    “Specifically it finds that young temperate forests may be more effective carbon sinks than are old rainforests.”

  21. stephon Gen 8th 2020 at 23:09

    Enrico
    le piante emettono terpeni e vapore acqueo. Entrambe le sostanze creano una barriera nella bassa atmosfera, schermando la superficie terrestre dai raggi solari.
    Sì, ma nel caso del vapore solo se questo condensa. Altrimenti, l’assorbimento di radiazione IR predomina.

    Oltretutto, piantando alberi migliorerebbe anche l’albedo superficiale, dato che solo il 5% delle aree individuate da Bastin et al. sono tundra e, negli altri casi, gli alberi di solito offrono un albedo migliore del nudo suolo.
    Al contrario: le foreste riducono l’albedo rispetto al suolo nudo. .

  22. stephon Gen 8th 2020 at 23:20

    Alessandro
    non so, dal tuo commento sembrava di capire che, per te (nell’esempio estremo che facevi), a rimuovere il carbonio dall’atmosfera siano solo le piante.

  23. stephon Gen 8th 2020 at 23:34

    Antonio
    Idem per i terpeni: favoriscono la formazione di ozono, che pure è un gas serra.
    Però c’è anche da dire che i terpeni, di per sé, influenzano leggermente l’albedo atmosferico direttamente perché provocano dispersione della luce solare e – a certe condizioni, previa trasformazione ossidativa – indirettamente perché possono provocare nuclei di condensazione che inducono formazione di nuvole.
    Ma – rimanendo solo nell’ambito degli impatti radiativi sulla luce solare – l’effetto diretto della riduzione dell’albedo superficiale generato dagli alberi (rispetto al suolo nudo) è più importante.

  24. Enrico Mariuttion Gen 9th 2020 at 01:19

    @steph @Antonio
    Non mi va di ripetermi, ho allegato già le fonti all’articolo che ho scritto sullo studio di Bastin et al. I dati disponibili al momento DIMOSTRANO che le foreste, persino quelle temperate o boreali, producono effetti positivi sull’albedo atmosferico. Guardatevi gli indici di nuvolosità sulla Siberia e comparateli con l’aumento della copertura arborea.

    @steph
    cerchi l’albedo su suolo nudo NEI 12 MESI. Un prato tropicale per mesi è terra marrone.

    @Alessandro Saragosa
    No, si sbaglia.
    Come può pensare che un querceto dopo 40 anni diventi carbon neutral? Senza voler essere aggressivo o polemico, lo ha mai visto un querceto secolare?
    Ovviamente si parla di foreste sane e non disturbate. Il vero problema è quello. Le “macchie” che proliferano sui terreni agricoli incolti italiani probabilmente diventano carbon neutral in pochi decenni.

  25. stephon Gen 9th 2020 at 09:39

    Enrico
    Un prato tropicale per mesi è terra marrone
    …il cui albedo è ~0.15. Ma nei rimanenti mesi è grassland, con albedo di ~0.2.
    Quello che lo ho linkato (vedi anche qui ) è appunto l’albedo mediato su tutto l’anno. Come vede, l’indice per le foreste (decidue: 0.14, foresta tropicale sempreverde: 0.12-0.13) è inferiore a quello di qualsiasi tipo di suolo nudo.

    Anche a me non va di ripetermi: i dati disponibili DIMOSTRANO che l’albedo superficiale generato dalle foreste extra-tropicali è più basso di qualsiasi effetto prodotto dal parziale incremento dell’albedo atmosferico. Il primo è diretto. Il secondo mediato; e richiede giocoforza condensazione. Senza contare l’effetto radiativo di assorbimento/emissione nell’IR in atmosfera. E in ogni caso, la questione è assai più complessa di come sembra.

  26. Armandoon Gen 9th 2020 at 10:01

    “Lasciar intendere al vasto pubblico che il cambiamento climatico si possa realisticamente fermare piantando alberi su vasta scala, senza ridurre in modo drastico la nostra dipendenza dai combustibili fossili, è illusorio e pericoloso.”
    Ma è proprio questo il lavoro dei media, inventare una realtà alternativa al giorno.
    Nel far questo, ottengono tre scopi:
    a) dimostrano il loro potere;
    b) disinformano (lo scopo dell’articolo non è innescare un dibattito attraverso il quale si giunge a una “realtà” condivisa ma lasciare la gente dubbiosa e confusa)
    c) si mettono in vendita al miglior offerente, tanto più oggi che sono minacciati di scomparsa. (E purtroppo, nel caso in questione, il miglior offerente è chi NON VUOLE contrastare il cambiamento climatico. Di fatto, l’articolo in questione si inserisce perfettamente nel filone negazionista, tanto più efficace perché l’intento negazionista è perfettamente nascosto. Già Goebbels aveva teorizzato con grande precisione questo aspetto: la propaganda è efficace se non sembra propaganda, altrimenti serve a convincere solo gli stupidi.)

  27. Enrico Mariuttion Gen 9th 2020 at 10:20

    @steph

    “We use a global atmospheric model to show that, through emission of organic vapours and the resulting condensational growth of newly formed particles, boreal forests double regional cloud condensation nuclei concentrations (from approx. 100 to approx. 200 cm−3). Using a simple radiative model, we estimate that the resulting change in cloud albedo causes a radiative forcing of between −1.8 and −6.7 W m−2 of forest. This forcing may be sufficiently large to result in boreal forests having an overall cooling impact on climate.”
    Ovviamente per le foreste tropicali il trend è ancora più evidente, dato che non hanno la neve nei mesi invernali ed emettono più terpeni.
    Quindi esattamente l’opposto di quello che scrive lei: prevale l’effetto albedo atmosferico sull’effetto albedo superficiale.

    https://royalsocietypublishing.org/doi/full/10.1098/rsta.2008.0201

    @Armando
    Guardi che il discorso vale anche al contrario. Anche i grandi produttori di pannelli solari e di turbine eoliche pagano per attività di lobbying. Le farebbe piacere se qualcuno insinuasse che è a libro paga di Siemens o di Trina Solar?

  28. Armandoon Gen 9th 2020 at 12:12

    Vero.
    Bisogna però vedere chi ha più forza economica.
    Per esempio, negli ultimi 20 anni i giornali si sono schierati apertamente per gli OGM.
    Sarebbe stato lo stesso se il peso degli inserzionisti fosse equamente diviso fra industrie dell’agro-farmaceutica e produttori di alimenti biologici?
    Difficile crederlo, anche perché, a essere generosi, il rapporto sarà stato di 100 a 1…
    Ciò che ha cambiato le carte in tavola (è proprio il caso di dire) è stata l’opposizione di una minoranza molto decisa e coesa. A quel punto, produttori e distributori hanno mirato a quella minoranza dichiarando che i loro prodotti erano esenti da OGM.
    La guerra chiaramente non è finita, e si ripropone ogni qualvolta vi sia un conflitto fra coloro che ritengono che la soluzione di qualunque problema sia nella tecnologia, soprattutto se elitaria e foriera di disuguaglianze, e coloro che preferiscono soluzioni alternative che portino a benefici diffusi. Questo scontro si ripresenterà certamente quando si tratterà di investire per contrastare il riscaldamento globale (se si investirà, perché non è affatto scontato che ciò avvenga.)

  29. Giorgio Vacchianoon Gen 9th 2020 at 13:23

    Riguardo all’età di maturità delle foreste, la letteratura è discorde sulla capacità delle foreste old-growth di assorbire carbonio. E’ stato dimostrato che singoli alberi possono restare dei sink anche oltre gli 800 anni di età, ma se guardiamo la foresta nel suo insieme le foreste più vecchie tendono a raggiungere la neutralità (molto dopo i 100 anni) o a diventare source (ma questo dipende moltissimo dalle condizioni climatiche).
    A me pare che la discussione sia stata sollevata per riuscire a quantificare correttamente il potenziale assorbimento di CO2 delle nuove foreste messe a dimora. Questo concetto si riferisce al sequestro annuale (flusso), e non è da confondere con la biomassa totale (stock). E’ vero che in alcune condizioni, alcune specie come la robinia sono in grado di esprimere tassi di incremento (quindi di assorbimento) particolarmente elevati, ma non vedo ragioni per ipotizzare che le eventuali nuove foreste piantate possano esprimere tassi di incremento significativamente più alti di quelle in media già esistenti (non credo che verrebbero fertilizzate, per dire).

  30. stephon Gen 9th 2020 at 14:02

    Enrico
    Lei si basa su uno studio del 2008. Io su un compendio del 2010 che passa in rassegna e sintetizza una vasta letteratura scientifica a riguardo. Inutile che le sottolinei la differenza fra i risultati di un singolo lavoro e quelli di un ben più nutrito assessment che, come dicevo sopra, evidenza anche e soprattutto la complessità della questione.
    A tal proposito le consiglio caldamente la lettura. Pochi passaggi esemplificativi:

    Boreal forests have a large impact on local temperatures, and, of the three main forest types, the largest influence on global mean temperature (Bonan, 2008). The main impact of boreal forests on climate is via their low albedo and strong absorption of incoming solar radiation. The absorbed solar energy is released primarily as sensible heat, leading to warmer temperatures all year round when compared to non-forested areas. (…) Deforestation in boreal regions would, overall, increase the surface albedo, leading to a net cooling, and an increase of snow and ice cover which would act to enhance the cooling via the snow-ice-albedo feedback.
    The influence of temperate forests on climate is more complex and uncertain than for boreal or tropical forests (Field et al., 2007; Bala et al., 2007; Bonan, 2008). A number of climate model studies suggest that temperate forests cool the air compared to grasslands and croplands, while other studies show the opposite (see Jackson et al., 2008 and Anav et al., 2010 and references therein).
    <— cap. 2: Mechanisms by which forests influence weather and climate, pag. 8-9.

    Bathiany et al. (2010) modelled tropical and extratropical deforestation and afforestation using an AOGCM coupled to a land surface scheme and an ocean biochemistry model, so allowing sources and sinks of CO2 and the CO2 levels in the atmosphere to respond to land-surface and climatic changes. In this study, Bathiany et al. (2010) simulated deforestation and afforestation of land areas north of 45°N, and so did not distinguish between temperate and boreal regions. Extratropical deforestation produced a global cooling and warming of similar magnitudes (0.25°C). Locally, the warming and cooling ranged between 1 and 3°C over the boreal forests; the temperature changes over the temperate forests was much smaller.The increased carbon sink in the boreal afforestation experiment was cancelled out by higher carbon emissions from tropical soils and the oceans owing to the increased global temperatures. In the results of Bathiany et al. (2010), biogeophysical responses dominate the global temperature changes in the boreal experiments. <—- cap. 4. Regional Impacts of Deforestation and Afforestation, p.29.

    A proposto: che dice dell'albedo superficiale delle foreste inferiore a quello di qualsiasi tipo di suolo nudo? Più nulla? È ancora convinto che sia il contrario?

  31. Enrico Mariuttion Gen 9th 2020 at 14:22

    @steph
    Questo va meglio? Nature, 2018

    https://www.nature.com/articles/s41467-017-02412-4

    Albedo superficiale: bah, si vada a guardare le mappe del satellite Modis sul sito della NASA. L’albedo (12 mesi) delle foreste tropicali è giallo/verde, quello delle praterie blu:

    https://modis-images.gsfc.nasa.gov/ALBEDO/index.html

    Sarà mica che confonde il black-sky albedo con il white-sky albedo?

  32. stephon Gen 9th 2020 at 17:04

    Enrico
    A parte che è di nuovo un solo lavoro e non un assessment di lavori.
    La figura 3 mi sembra molto interessante: conferma altri lavori antecedenti (che avevo già citato, per es. Bathiany et al.) che le la deforestazione delle foreste boreali raffresca il clima (con e senza SLCFs) mentre il riscaldamento globale indotto è soprattutto ottenuto dalla deforestazione tropicale. Nelle zone temperate prevale di poco il riscaldamento, lì la questione è più complessa. E il raffreddamento delle zone boreali avviene nonostante un forcing radiativo complessivo (e soprattutto indiretto) positivo piuttosto importante. E lo sa perché? Indovini…

    …ah, no, ci pensano gli stessi autori dello studio poco sotto la figura 3

    As found previously, boreal deforestation exerts a global net cooling (approximately 0.3 K after 100 years) due primarily to the dominant effect of increased surface albedo.

    Che dice: scriviamo loro che hanno sbagliato perché non hanno tenuto conto del fatto che l’effetto albedo atmosferico prevale sull’effetto albedo superficiale?

  33. Enrico Mariuttion Gen 9th 2020 at 19:37

    @steph
    Guardi, il motivo di questa discrepanza glielo spiega lo studio linkato precedentemente:

    “This forcing may be sufficiently large to result in boreal forests having an overall cooling impact on climate. We propose that the combination of climate forcings related to boreal forests may result in an important global homeostasis. In cold climatic conditions, the snow–vegetation albedo effect dominates and boreal forests warm the climate, whereas in warmer climates they may emit sufficiently large amounts of organic vapour modifying cloud albedo and acting to cool climate.”

    Sicuramente saprà, infatti, che gran parte della deforestazione di foreste boreali avviene nella zona artica dove, non ho mai negato, l’albedo superficiale è predominante a causa dei lunghi mesi invernali.
    Ciononostante, la gran parte delle foreste boreali del pianeta NON SI TROVA nella zona artica, ripertiamolo tutti assieme.
    E Bastin et al. propongono sono modestissimi piani di afforestamento nelle aree più settentrionali.

  34. Giacomo Grassion Gen 9th 2020 at 21:45

    Cari tutti,
    felice che il post abbia innescato un acceso dibattito. Rispondo solo ora (scusate) ad alcuni dei vostri commenti, seguendo i punti del primo commento di Mariutti:
    1. Cosa include la tree restoration? Mariutti correttamente nota che la tree restoration include anche le piantagioni. Ma questo non è affatto in contraddizione con il post, dove diciamo che “tree restoration include l’espansione forestale (piantando alberi o favorendo processi naturali) ma anche il ripristino della copertura arborea potenziale in zone degradate.”
    2. Quando una foresta diventa “matura”? Come già notato da Vacchiano, a seconda della specie, le foreste possono raggiungere la maturità ecologica nell’ambito di un intervallo molto ampio, diciamo tra poche decine di anni e molti secoli. Di letteratura c’è n’è tanta, ad esempio Lewis https://www.nature.com/articles/d41586-019-01026-8 parla di 70 anni per foreste naturali in zone tropicali, mentre Pugh https://www.pnas.org/content/116/10/4382 utilizza 140 anni per distinguere “growing forest” e “old growth”. Per le piantagioni tali valori possono scendere di parecchio: in questo caso 40 anni può essere una media approssimativa, ma occorre capire il contesto del paper di Bastin. Il focus di questo paper sono le aree dove potenzialmente ci può stare vegetazione arborea. Dopodiché hanno preso (vado a memoria, non ho il paper sottomano) i valori di carbonio /ettaro delle aree “intact” nelle vicinanze (presumibilmente assimilabili alle “old growth forest”) e hanno moltiplicato questo valore per le aree individuate in precedenza, ottenendo un valore complessivo di 750 GtCo2 che può essere potenzialmente immagazzinata con la tree restoration. Che io sappia questo numero (criticato perché alto) non considera le piantagioni, sebbene queste possano essere legittimamente considerate una buona strategia di mitigazione. Nel nostro post è scritto “un secolo” come ordine di grandezza, per dire che si tratta di un periodo lungo, e per facilitare il confronto con altri studi. Gli anni a cui una foresta diventa matura non è il focus né del nostro post né di Bastin. Tuttavia, mi sento di dire con confidenza che, nel contesto dei valori di carbonio nel paper di Bastin, parlare di 40 anni non ha senso.
    Ci sarebbe un’altra domanda: perché molte foreste “mature” continuano ad assorbire carbonio? Ne parleremo un’altra volta.
    3. Che area: 900 milioni o 1600 milioni di ettari? Non ho il paper sottomano e quindi non posso citarlo con precisione, ma confermo “oltre 1600 M ha”. Suggerisco di rileggere sia il paper originario che la risposta di Bastin et al alle critiche ricevute.
    4. Tasso di assorbimento citato nel post. Vedasi punto 2, con la premura di capire il contesto: “tree restoration” può includere piantagioni, ma (a memoria) Bastin et al usa valori di carbonio di “intact forest” o simili.
    5. Albedo e aerosol. È un argomento complesso e per motivi di spazio non entro nell’argomento ma suggerisco di leggere la buona sintesi che appare nel capitolo 2 dello special report IPCC “Climate change and land” (https://www.ipcc.ch/srccl/).

    Infine, come spiegato nel post, i cambiamenti climatici si combattono riducendo le emissioni e mantenendo/aumentando gli assorbimenti. Molti studi, da tempo, indicano le foreste come migliore soluzione attualmente disponibile per assorbire la CO2. Questa è un’affermazione scientificamente solida. Ma questo è molto diverso dal dire che “le foreste sono la migliore soluzione per combattere i cambiamenti climatici”. Se presa fuori contesto, questa frase lascia intendere che sia meglio piantare foreste anziché ridurre le emissioni. Ed è un messaggio sbagliato. È su questa ambiguità che si è accesa la discussione intorno al paper di Bastin (dove, tra l’altro, l’importanza di ridurre le emissioni è ribadita, ma con meno evidenza e non molti ci hanno fatto caso). Il nostro post ha voluto offrire un chiarimento su questo punto.

  35. stephon Gen 10th 2020 at 10:23

    @Enrico
    Non c’è alcuna discrepanza: come ho già evidenziato, la deforestazione delle foreste boreali raffresca il clima perché lì (si sta parlando delle foreste nelle aree sub-artiche) prevale nettamente l’albedo superficiale. Vedo che finalmente lo ammette anche lei, dopo averlo negato finora (per es. nel commento dell’ 8 gennaio 11:33 Oltretutto, piantando alberi migliorerebbe anche l’albedo superficiale, dato che solo il 5% delle aree individuate da Bastin et al. sono tundra e, negli altri casi, gli alberi di solito offrono un albedo migliore del nudo suolo, oppure in quello del 9 gennaio 10:20 prevale l’effetto albedo atmosferico sull’effetto albedo superficiale ).

    Ciononostante, la gran parte delle foreste boreali del pianeta NON SI TROVA nella zona artica, ripertiamolo tutti assieme.
    Lei può suggerire di ripetere tutto quello che vuole; ma questo non cambia lo stato delle cose. La gran parte delle foreste boreali del pianeta SI TROVA nella zona sub-artica (classificazione climatica di Köppen, questa sconosciuta…).
    E nel paper di cui si discuteva, per “boreal deforestation” si intende proprio la deforestazione delle zone a latitudine > di 50°N.

    @Giacomo
    grazie delle puntualizzazioni, che rendono ancora più chiaro un post di per sé già molto esaustivo e ben fatto.

  36. stephon Gen 10th 2020 at 10:27

    Rimetto i primi due link sopra, visto che non funzionano direttamente.

    Foreste boreali: http://ibfra.org/about-boreal-forests/
    Zone sub-artiche, classificazione climatica di Köppen: https://en.wikipedia.org/wiki/Subarctic_climate

  37. stephon Gen 10th 2020 at 11:03

    Enrico
    si vada a guardare le mappe del satellite Modis
    C’è chi lo ha fatto prima di me e di lei e ci ha trovato questo:

    “The biophysical effects of forests on climate have been extensively studied with climate models. However, models cannot accurately reproduce local climate effects due to their coarse spatial resolution and uncertainties, and field observations are valuable but often insufficient due to their limited coverage. Here we present new evidence acquired from global satellite data to analyse the biophysical effects of forests on local climate. Results show that tropical forests have a strong cooling effect throughout the year; temperate forests show moderate cooling in summer and moderate warming in winter with net cooling annually; and boreal forests have strong warming in winter and moderate cooling in summer with net warming annually “.

    https://www.nature.com/articles/ncomms7603

    Non esattamente quello che intendeva lei nelle sue interpretazioni.

    Ah…”boreal forests” sono localizzate a latitudini > a 50°N, le ricordo ancora.

  38. ALESSANDRO SARAGOSAon Gen 10th 2020 at 13:15

    Visto non c’è abbastanza confusione sul tema, aggiungo che ci sono ricercatori russi, fra cui Victor G. Gorshkov e Anastassia M. Makarieva,

    https://www.researchgate.net/publication/228528788_The_Biotic_Pump_Condensation_atmospheric_dynamics_and_climate

    che sostengono come le foreste siano un fattore di raffreddamento del clima, non solo perchè assorbono CO2, ma anche perchè emettono grandi quantità di vapor d’acqua per evotraspirazione, molto più di equivalenti superfici di mare.

    Visto che il vapor d’acqua si condensa poi in alto nell’atmosfera, dove la presenza assoluta di gas serra è minore, gli IR emessi in questa fase sono in buona parte perduti verso lo spazio.
    Tagliando le foreste questo effetto di raffreddamento cala decisamente, e il pianeta si riscalda.

    Secondo loro, e qui ho qualche dubbio, la deforestazione sarebbe un fattore molto più importante nel riscaldamento dell’ultimo secolo, di quanto lo siano le emissioni di CO2 da combustibili fossili, e di conseguenza riforestare sarebbe molto più efficace e fattibile per contenere il riscaldamento, del tagliare l’uso di petrolio, gas e carbone. .

  39. Enrico Mariuttion Gen 10th 2020 at 13:19

    @Giacomo Grassi
    Rispondo in ordine:
    1) non intendo le piantagioni ma la piantumazione, per esempio, di 10 piante a ettaro. Se guarda la mappa allegata nello studio, vedrà che la gran parte delle aree da “afforestare” prevedono la piantumazione di poche piante per ettaro. Sottolineare questo punto è fondamentale per capire il punto 3.
    2) il titolo del post, però, è “Le foreste ci salveranno?”, non “Analisi critica del paper di Bastin et al.”. Perciò non capisco la sua risposta. Piantando alberi nel modo più efficiente possibile, quanta CO2 l’anno cattureremmo? Il titolo del post sottende questa domanda.
    3) 1600 MHa è la “canopy cover”. Cioè l’ombra proiettata a terra dalla copertura arboreacon il Sole allo zenith. Ora: se si parla di foreste, la canopy cover corrisponde più o meno alla superficie della foresta. Ma se si parla di impianti radi, la canopy cover è nettamente superiore alla superficie occupata dall’albero e dal suo impianto radicale superficiale. Risultato: il dato si sfalsa. Motivo per il quale la canopy cover è quasi il doppio della superficie su cui piantare (900 MHa). Perciò, usare come dato la canopy cover è fuorviante.
    4) stessa risposta del punto 2: state analizzando la capacità teorica di cattura di una foresta nelle condizioni ottimali o state facendo una revisione critica del post di Bastin et al.?
    5) questione complessa, concordo, i dati più recenti però sembrano andare in una direzione.

    @steph
    Questa è l’area boreale, secondo la classificazione dei climi di Köppen:

    https://it.wikipedia.org/wiki/Clima_boreale

    Questa è l’area sub-artica:

    https://en.wikipedia.org/wiki/Subarctic_climate

    Ripeto: controlli prima di dire certe scemenze.
    Io non ho mai negato, e la ringrazio per aver postato il mio intervento precedente a conferma, che nelle zona sub-artica probabilmente non è saggio piantare alberi. Ho scritto, e confermo, che in tutti gli altri casi gli effetti sul clima dovrebbero essere positivi.

    L’estratto che cita da Nature è particolarmente interessante.
    Come può vedere dalla mappa del clima boreale allegata poco sopra, le foreste boreali partono da una latitudine di 40° nord in America e di 35° nord in Asia.
    Se va a vedere i Supplementary Data dello studio che cita (https://static-content.springer.com/esm/art%3A10.1038%2Fncomms7603/MediaObjects/41467_2015_BFncomms7603_MOESM1330_ESM.pdf) vedrà che l’effetto dell’afforestamento diventa negativo a partire da una latitudine di 50° nord. Quindi anche questo studio sovrappone la definizione di “foresta boreale” a quella di “foresta boreale sub-artica”, esattamente come lei.
    Peccato che, mappe alla mano, la sovrapposizione sia errata.

  40. Giacomo Grassion Gen 13th 2020 at 22:17

    @Enrico Mariutti
    Rispondo al punti 2 e 3, gli altri sono collegati.

    2) lo scopo del nostro post era soprattutto chiarire un possibile equivoco nel l’interpretazione del paper di Bastin, amplificata dall’intervista del Corriere a Mancuso. Se le interessano i massimi potenziali di assorbimento di CO2 da parte delle foreste consiglio il Capitolo 2 (oppure anche il SPM) del rapporto IPCC su Climate Change and Land.

    3) Ribadisco che gli “oltre 1600 Mha” a cui il post si riferisce sono di forest area. La corrispondente canopy cover è 900 Mha.
    Lei scrive “Canopy cover è quasi il doppio della superficie su cui piantare”, ma mi creda, è esattamente l’opposto.

    Questo lo si può evincere dal paper originale: “We refer to “canopy cover” as the area of the land that is covered by tree crown vertically projected to the ground (for example, 50% of tree cover over 1 ha corresponds to 0.5 ha of canopy cover)”
    In questo caso, la superficie forestale è 1 ha, anche se in tree cover è 0.5 ha.

    Lo stesso concetto risulta ancora più chiaro nella risposta degli autori alle critiche ricevute (https://science.sciencemag.org/content/366/6463/eaay8108.full)
    “Global forest area (land containing at least 10% tree cover) across the globe is considerably larger than global tree canopy cover (cumulative tree cover). We estimated that there is 1657 Mha of forest area available [table S2 of (1)], which contains 900 Mha available as cumulative tree canopy cover“

    Nel paper originale gli autori si sono riferiti soprattutto alla canopy cover, generando una certa confusione. Dal punto di vista della politica, infatti, l’area di foresta (anche se con un canopy cover inferiore al 100%) è il parametro più rilevate per sapere quale superficie sia necessaria per raggiungere un certo obiettivo di carbonio.

  41. stephon Gen 10th 2020 at 14:58

    Enrico
    Questa è l’area boreale, secondo la classificazione dei climi di Köppen
    Finalmente ci arriva anche lei. Un passettino avanti. Bene.

    Avanti? Uhm…
    Io non ho mai negato, e la ringrazio per aver postato il mio intervento precedente a conferma, che nelle zona sub-artica probabilmente non è saggio piantare alberi
    A no? Non era lo stesso Enrico Mariutti che diceva prima che “Oltretutto, piantando alberi migliorerebbe anche l’albedo superficiale, dato che solo il 5% delle aree individuate da Bastin et al. sono tundra e, negli altri casi, gli alberi di solito offrono un albedo migliore del nudo suolo,?

    A proposito di scemenze: ma lo vede o no (Supplementary Figure 3b) che al di sopra dei 50 gradi N il ΔSW-ΔET è positivo?
    “Annual daytime energy residual of forest minus open land (∆SW-∆ET), reflecting how much absorbed energy is offset by ET (latent heat). The remaining energy warms the surface. A positive value means that forests have a larger energy surplus for heating the surface“.
    Secondo lei gli autori dello studio (e i revisori anche di più) sono così sprovveduti da mostrare mele e descrivere pere?

    esattamente come lei.
    No. Esattamente come gli altri studi che lei ha linkato, per es. quello di Scott et al. 2018.

  42. Enrico Mariuttion Gen 10th 2020 at 15:18

    @steph
    Evidentemente scrivo in una lingua incomprensibile invece che in italiano.

    “Oltretutto, piantando alberi migliorerebbe anche l’albedo superficiale, dato che solo il 5% delle aree individuate da Bastin et al. sono tundra e, negli altri casi, gli alberi di solito offrono un albedo migliore del nudo suolo”

    Il significato mi pare abbastanza chiaro: sulla tundra l’effetto albedo ha una ricaduta negativa sul clima, negli altri tipi di biomi ha un effetto positivo. Tundra > area sub-artica.
    Ma lei ha capito che l’area boreale NON COINCIDE con l’area sub-artica, o fa finta di nulla? E che, oltretutto, la fascia boreale NON SUB-ARTICA è quella dove si concentrano la maggioranza delle foreste boreali? > distribuzione taiga

    Io ho capito che nella figura 3, esattamente quella che le segnalavo io, gli studiosi indicano un effetto riscaldante per le foreste sopra una latitudine 50° nord, ma lei ha capito che la maggioranza delle foreste boreali al mondo SI TROVA TRA 35° NORD e 50° NORD, E NON SOPRA?

  43. ALESSANDRO SARAGOSAon Gen 11th 2020 at 11:34

    Defoprestazione, incendi e siccità, potrebbero trasformare l’Amazzonia meridionale da sink di carbonio a sorgente di carbonio, entro il 2050: urga riforestazione per evitare quella minaccia

    https://www.sciencenews.org/article/wildfires-could-flip-parts-amazon-carbon-sponge-source-2050

  44. stephon Gen 11th 2020 at 12:35

    Enrico
    Il significato mi pare abbastanza chiaro: sulla tundra l’effetto albedo ha una ricaduta negativa sul clima, negli altri tipi di biomi ha un effetto positivo
    È proprio uno dei punti che le contesto. Secondo gli studi indicati (per es. Li et al. 2015, oppure Scott et al. 2018 che ha linkato lei, oppure l’assessment di Sanderson et al. 2010, altri a richiesta…), anche sul bioma della taiga l’effetto albedo ha ricadute negative sul clima.

    Tundra > area sub-artica
    Anche taiga > area sub-artica
    https://www.wikiwand.com/it/Clima_subartico

    Ma lei ha capito che l’area boreale NON COINCIDE con l’area sub-artica, o fa finta di nulla?
    Cerchiamo di intenderci, visto che lei parla un’altra lingua. Come tutti sanno tranne lei e si può vedere nell’immagine postata qui ( fonte ), la foresta boreale (il bioma della taiga, che NON è la foresta temperata) è presente nell’area sub-artica.
    Mi sa che qualcun altro, qui, fa finta di aver capito tutto ma in realtà sostiene il nulla.

    E che, oltretutto, la fascia boreale NON SUB-ARTICA è quella dove si concentrano la maggioranza delle foreste boreali? > distribuzione taiga
    Quindi secondo le la taiga è distribuita in quale area, di grazia?
    “I climi subartici sono caratterizzati dalle grandi foreste di conifere.” ( fonte )
    O forse non si ricorda più il significato di taiga ?

    Io ho capito che nella figura 3, esattamente quella che le segnalavo io, gli studiosi indicano un effetto riscaldante per le foreste sopra una latitudine 50° nord,
    Bene. È quello che affermo anche io.

    ma lei ha capito che la maggioranza delle foreste boreali al mondo SI TROVA TRA 35° NORD e 50° NORD, E NON SOPRA?
    Ma questo lo dice solo lei. Proprio no (vedi ad es. anche qui, area verde scuro ). Ricapitoliamo: foreste boreali > taiga (questo lo ha scritto anche lei); taiga > area sub-artica (vedi sopra); area sub-artica localizzata a latitudini > 50° N. CI SIAMO?

  45. homoereticuson Gen 11th 2020 at 13:41

    “Defoprestazione, incendi e siccità, potrebbero trasformare l’Amazzonia meridionale da sink di carbonio a sorgente di carbonio, entro il 2050: urga riforestazione per evitare quella minaccia …”

    ma infatti.
    siamo (va beh, siete) qui a sottilizzare su minimi diversi effetti sull’albedo tra un bosco di querce e uno di betulle, mentre nel mondo reale le temperature galoppano, i periodi siccitosi diventano più lunghi e frequenti (anche in Italia!), due continenti bruciano e perdono foreste come non mai (per tacere dell’Africa, dove si concentra il grosso della crescita demografica mondiale…).
    Serve aggiungere altro?

  46. stephon Gen 11th 2020 at 16:01

    Serve aggiungere (e concludere) che la riforestazione è importante perché è “la migliore soluzione attualmente disponibile per assorbire la CO2” ma non è “la migliore soluzione per combattere i cambiamenti climatici” (vedi il post sopra). E va fatta soprattutto nelle zone tropicali. .

  47. homoereticuson Gen 11th 2020 at 19:22

    ottimo, Steph.
    E magari, anche se non siamo (ancora) del tutto tropicali, ricordarci, noi del mondo cosiddetto sviluppato e “avanzato” di dare l’esempio smettendola di consumare suolo, che siano prati, boschi o campi di granturco, nel nome di una Crescita eterna che chiaramente non possiamo più permetterci.

  48. ALESSANDRO SARAGOSAon Gen 11th 2020 at 20:26

    Intanto in Australia, dopo una breve pausa per un po’ di pioggia, sono ripartiti gli incendi…

    https://zoom.earth/#view=-36.5767,147.6094,7z/date=2020-01-11,07:30,+1

  49. Paolo C.on Gen 11th 2020 at 21:53

    https://insideclimatenews.org/news/08012020/australia-wildfires-forest-tipping-points-climate-change-impact-wildlife-survival

  50. Enrico Mariuttion Gen 11th 2020 at 22:30

    @steph
    Non so che dirle.
    Rimanga della sua idea.
    Intanto, le comunico che il Parco di Yellowstone (che, se non lo sa, è in Wyoming, ben al di sotto della fascia sub-artica) è taiga >

    https://bckbiologysfifield.weebly.com/
    (è il sito ufficiale)

    …e questo perché la definizione di taiga non dipende dalla longitudine e dalla latitudine (come vuole far credere lei) ma dalle condizioni climatiche e dalle precipitazioni, che determinano la vegetazione.

    > qui glielo spiegano bene:

    https://www.nature.com/scitable/knowledge/library/terrestrial-biomes-13236757/

    > qui una mappa dei biomi, ben fatta e con tante fonti:

    http://plantphys.info/plant_biology/climate.shtml

    L’affermazione che le foreste boreali sarebbero solo sopra 50° nord è risibile. Risibile.
    Detto questo, un’accurata selezione delle specie da impiantare e del tipo di impianto da preferire, garantirebbe effetti positivi anche nella fascia climatica boreale. L’esempio che viene citato sempre è la foresta di betulla che, per tanti motivi (in primis il colore dell’albero) è un’ottima opzione per la fascia boreale.

  51. stephon Gen 12th 2020 at 00:23

    @homoereticus
    d’accordissimo con te.

    @Enrico
    Parco di Yellowstone: certo che è taiga. Certo che è sotto la fascia sub-artica. Ma è in un ambiente montano, gran parte del parco è sopra i 2.286 m di altitudine a causa della sua situazione nel mezzo delle Rockies. Ha condizioni simili a quelle del clima sub-artico, essendo in quota. Le vede le macchioline blu a ~45° N in Nordamerica qui ?
    Fra l’altro, nel sito del Parco si afferma questo:
    “Taiga is generally classified to fit within latitudes of 50 to 70 degrees N in circumpolar regions”.

    la definizione di taiga non dipende dalla longitudine e dalla latitudine (come vuole far credere lei) ma dalle condizioni climatiche e dalle precipitazioni, che determinano la vegetazione..
    Mai detto che la definizione di taiga dipenda dalle coordinate geografiche. È lei a scriverlo, non io. Dipende ovviamente dalle condizioni climatiche (che comprendono anche le precipitazioni, le ricordo…) che loro volta dipendono comunque dalla latitudine, dalla continentalità, dall’altitudine (per rimanere solo alle più importanti).
    Infatti le ho consigliato Köppen.

    L’affermazione che le foreste boreali sarebbero solo sopra 50° nord è risibile. Risibile
    Al pari di quella che afferma che la maggioranza delle foreste boreali al mondo SI TROVA TRA 35° NORD e 50° NORD, E NON SOPRA.
    Almeno la mia ha il pregio di escludere solo le eccezioni (quelle che si trovano sotto i 50° N ma a quote più alte), la sua invece la regola.

    Sull’accurata selezione, sono d’accordo con lei.

  52. mercurioon Gen 15th 2020 at 09:25

    armando

    “Quarant’anni di menzogne mediatiche sull’agricoltura non si cancellano dall’oggi al domani”.
    Secondo me hai ragione.

    Ne approfitto per rilanciare la domanda a chi è meglio informato del sottoscritto.

    Qui siamo nel 2016
    https://www.theguardian.com/environment/2016/sep/22/soil-carbon-storage-not-the-climate-change-fix-it-was-thought-research-finds

    Adesso passiamo al 2019
    https://news.curtin.edu.au/media-releases/curtin-research-finds-soil-carbon-key-to-combatting-climate-change/

    Insomma, me lo sono sognato questo carbon soil storage, oppure stiamo andando al rallenty?

  53. ALESSANDRO SARAGOSAon Gen 20th 2020 at 09:51

    Ops, c’è un lato oscuro anche nel piantare foreste: queste riducono l’abbondanza di acqua per i terreni intorno, riducendo il runoff della pioggia e intercettando le falde.
    In alcuni casi foreste ripiantate hanno addirittura fatto sparire dei fiumi…

    Local water availability is permanently reduced after planting forests
    River flow is reduced in areas where forests have been planted and does not recover over time, a new study has shown. Rivers in some regions can completely disappear within a decade. This highlights the need to consider the impact on regional water availability, as well as the wider climate benefit, of tree-planting plans.

    “Reforestation is an important part of tackling climate change, but we need to carefully consider the best places for it. In some places, changes to water availability will completely change the local cost-benefits of tree-planting programmes,” said Laura Bentley, a plant scientist in the University of Cambridge Conservation Research Institute, and first author of the report.

    Planting large areas of trees has been suggested as one of the best ways of reducing atmospheric carbon dioxide levels, since trees absorb and store this greenhouse gas as they grow. While it has long been known that planting trees reduces the amount of water flowing into nearby rivers, there has previously been no understanding of how this effect changes as forests age.

    The study looked at 43 sites across the world where forests have been established, and used river flow as a measure of water availability in the region. It found that within five years of planting trees, river flow had reduced by an average of 25%. By 25 years, rivers had gone down by an average of 40% and in a few cases had dried up entirely. The biggest percentage reductions in water availability were in regions in Australia and South Africa.

    “River flow does not recover after planting trees, even after many years, once disturbances in the catchment and the effects of climate are accounted for,” said Professor David Coomes, Director of the University of Cambridge Conservation Research Institute, who led the study.

    Published in the journal Global Change Biology, the research showed that the type of land where trees are planted determines the degree of impact they have on local water availability. Trees planted on natural grassland where the soil is healthy decrease river flow significantly. On land previously degraded by agriculture, establishing forest helps to repair the soil so it can hold more water and decreases nearby river flow by a lesser amount.

    Counterintuitively, the effect of trees on river flow is smaller in drier years than wetter ones. When trees are drought-stressed they close the pores on their leaves to conserve water, and as a result draw up less water from the soil. In wet weather the trees use more water from the soil, and also catch the rainwater in their leaves.

    “Climate change will affect water availability around the world,” said Bentley. “By studying how forestation affects water availability, we can work to minimise any local consequences for people and the environment.”

    ###

  54. Antonioon Gen 23rd 2020 at 08:47

    Sempre sul tema, articolo interessante.
    https://conbio.onlinelibrary.wiley.com/doi/epdf/10.1111/conl.12700

    How feasible are global forest restoration commitments?

    Numerous countries have made voluntary commitments to conduct forest landscape restoration over millions of hectares of degraded land in the coming decade. We consider the relative likelihood these countries will achieve their restoration commitments. Across countries, the area committed to restoration increased with existing forest and plantation area, but was inversely related to development status, with less developed countries pledging more area. Restoration commitments are generally large (median: 2 million hectares) and will be challenging to meet without the wholesale transformation of food production systems. Indeed, one third of countries committed >10% of their land area to restoration (maximum: 81%). Furthermore, high rates of land cover change may reverse gains: a quarter of countries experienced recent deforestation and agricultural expansion that exceeded their restoration commitment area. The limited progress reported by countries, and the sheer scale of commitments, raises serious questions about long-term success, especially absent necessary monitoring and management plans.

  55. […] Quella parolina – “nette” – sottintende una scommessa al buio: riuscire a compensare le emissioni attraverso sistemi di “assorbimento”. Ma quali? Il modo più semplice ed efficiente (l’approccio Nature Based, aumentando di molto la fotosintesi) sarebbe senz’altro una gestione agroforestale mirata a massimizzare l’assorbimento del carbonio al suolo. Ma – oltre a impedire gli incendi e le deforestazioni in atto – sarebbe necessario fermare l’espansione dell’industria della carne (60 milioni di bovini al pascolo solo nella regione amazzonica), delle monoculture Ogm, dei biocarburanti. Non mi pare però che gli Stati stiano dimostrando la volontà di contenere le attività delle compagnie multinazionali del calibro di Cargill (fornitore di McDonald’s), JBS (Walmart), Bunge (Nestlè). Oltre a ciò, per riuscire ad assorbire due terzi (forse) del gas serra servirebbe riforestare una superficie grande come gli Stati Uniti (vedi Le foreste ci salveranno). […]

  56. mercurioon Gen 24th 2020 at 15:59

    Ohhhhhh, finalmente un commento come si deve. Grande Cacciari! Diciamola la verità senza nasconderla dietro a dispute pseudo scientifiche da azzeccagarbugli. Salvare il clima è una questione politica.

  57. […] Quella parolina – “nette” – sottintende una scommessa al buio: riuscire a compensare le emissioni attraverso sistemi di “assorbimento”. Ma quali? Il modo più semplice ed efficiente (l’approccio Nature Based, aumentando di molto la fotosintesi) sarebbe senz’altro una gestione agroforestale mirata a massimizzare l’assorbimento del carbonio al suolo. Ma – oltre a impedire gli incendi e le deforestazioni in atto – sarebbe necessario fermare l’espansione dell’industria della carne (60 milioni di bovini al pascolo solo nella regione amazzonica), delle monoculture Ogm, dei biocarburanti. Non mi pare però che gli Stati stiano dimostrando la volontà di contenere le attività delle compagnie multinazionali del calibro di Cargill (fornitore di McDonald’s), JBS (Walmart), Bunge (Nestlè). Oltre a ciò, per riuscire ad assorbire i 2/3 (forse) del gas serra servirebbe riforestare una superficie grande come gli Stati Uniti (vedi Le foreste ci salveranno). […]

  58. […] foreste, dopo aver sequestrato la CO2, rilasciano con gli incendi in pochi giorni una parte importante di quanto accumulato nei decenni, […]

  59. ALESSANDRO SARAGOSAon Gen 28th 2020 at 09:21

    Questi del Postdam Institute la pensano come me: il miglior modo di usare la riforestazione per ridurre la CO2 in atmosfera, sarebbe impiegare parte del legno delle nuove foreste per costruire edifici, così da sequestrare il carbonio, ridurre la produzione di cemento e acciaio e creare case con migliore efficienza energetica

    https://www.pik-potsdam.de/news/press-releases/buildings-can-become-a-global-co2-sink-if-made-out-of-wood-instead-of-cement-and-steel

  60. homoereticuson Mar 5th 2020 at 12:02

    una pessima notizia (ne avevamo bisogno)

    https://www.corriere.it/ambiente/20_marzo_04/allarme-scienziati-le-foreste-pluviali-assorbono-meno-co2-0cd34f30-5e56-11ea-8e26-25d9a5210d01.shtml

    com’era quella? ah sì “la CO2 è il mattone della vita …”

    “i due principali nemici delle foreste, ambedue determinati dai cambiamenti climatici in atto: la siccità e l’aumento delle temperature. «È vero che se aumenta la CO2 nell’atmosfera i vegetali incrementano la loro biomassa, cioè crescono di più. Ma a temperatura costante: oltre una certa soglia, soprattutto quando aumentano le temperature minime, la funzionalità di assorbimento inizia ad alterarsi e il risultato è una minore crescita complessiva e una maggiore mortalità degli alberi. In sostanza — conclude Rovero — lo studio indica che si sta riducendo di molto la finestra temporale a nostra disposizione per arrivare a emissioni zero. Altrimenti nemmeno le foreste potranno aiutarci»

  61. Stefano Caserinion Mar 22nd 2020 at 07:41

    Per gli interessati al tema:
    Stanford Woods presents “Can Planting Trees Fix the Climate? The Role of Forestry in the Climate Solutions Portfolio Can Planting Trees Fix the Climate? The Role of Forestry in the Climate Solutions Portfolio”

    When: Wednesday, March 25

    Time: 12:30-2:00pm EDT/9:30-11am PDT

    Registration Link: https://zoom.us/webinar/register/WN_pEBuynylSjufUm5WCX6goA

    Please join the Stanford Woods Institute for the Environment for a webinar panel discussion on the role of trees and forests in the climate solutions portfolio. An international initiative to prevent deforestation and restore forests has sparked interest in how land use and forestry can be a part of a portfolio of climate solutions. Effective protection and management of forests can help decrease carbon emissions and increase carbon uptake, slowing climate change. But answers to the questions of where, how, and how much can this help are far from clear. Leading experts will discuss the opportunities and challenges for protecting and expanding forests to capture and offset carbon emissions in the United States and globally. PLEASE NOTE: Webinar takes place from 12:30-2:00pm EDT/9:30-11am PDT.

    Moderator:
    Chris Field, Perry L. McCarty Director, Stanford Woods Institute for the Environment
    Panelists:
    Ann Bartuska, Senior Advisor, Resources for the Future
    Rob Jackson, Michelle and Kevin Douglas Provostial Professor of Earth System Science, Stanford University
    Daniel Nepstad, Executive Director and Senior Scientist, Earth Innovation Institute
    Rebecca Shaw, Chief Scientist and Senior Vice President, World Wildlife Fund.

  62. […] gli sforzi di afforestazione (cioè di conversione in foreste di aree che prima non lo erano) rischiano di distogliere dalla necessità primaria di rinunciare ai combustibili fossili; e poi perché, come dimostrano due […]

  63. […] gli sforzi di afforestazione (cioè di conversione in foreste di aree che prima non lo erano) rischiano di distogliere dalla necessità primaria di rinunciare ai combustibili fossili; e poi perché, come dimostrano due […]

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