Il metodo scientifico contro il negazionismo climatico

Il consenso scientifico sul ruolo umano nel riscaldamento globale nasce da oltre un secolo di ricerca e confronto tra ipotesi alternative. Il metodo scientifico non richiede che ogni teoria venga discussa all’infinito: quelle smentite dai dati vengono progressivamente abbandonate.

Anche le spiegazioni alternative del riscaldamento attuale sono state studiate, senza trovare evidenze sufficienti a sostenerle. Il confronto avviene attraverso la ricerca pubblicata a valle della revisione tra pari. Considerare accertata l’origine antropica del riscaldamento globale è quindi il risultato del metodo scientifico, non la sua negazione.

Peraltro, in questo caso non si tratta di un semplice dibattito scientifico fine a sé stesso, bensì di qualcosa che sottende una serie di azioni di mitigazione che devono essere messe in campo al più presto, senza ulteriori tentennamenti.

Al di là degli errori marchiani nei grafici di Franco Battaglia pubblicati su La Verità (si vedano i precedenti post qui e qui), l’articolo pubblicato il 2 agosto contiene altre affermazioni gravi che purtroppo spesso si sentono nel dibattito sul clima.

Map of science derived from clickstream data as of 2009

Battaglia ha accusato due fisici e climatologi, Bruno Carli e Filippo Giorgi, di non seguire il metodo scientifico, in quanto hanno dichiarato inequivocabile il ruolo antropico sull’attuale cambiamento climatico, hanno citato i rapporti dell’IPCC, e hanno sostenuto che è chiuso il dibattito sulle cause delle variazioni climatiche attuali. La comunità scientifica, secondo Battaglia, rinnegherebbe in questo modo il metodo galileiano perché rifiuterebbe di confrontarsi in dibattiti pubblici con chi nega le cause umane, e pertanto non conoscerebbe le critiche che questi muoverebbero.

In realtà il dibattito sulle cause del riscaldamento globale è veramente chiuso, e ci sono anche molti altri campi della scienza in cui lo è. Praticamente nessuno dubita che molte malattie siano dovute ad infezioni batteriche o virali, che la radioattività sia dovuta a decadimenti nel nucleo dell’atomo, che la gravità sia dovuta alle deformazioni dello spaziotempo descritte dalla relatività generale, che gli organismi viventi cambino nel tempo soggetti ai meccanismi dell’evoluzione descritti da Charles Darwin, che la Terra abbia circa 4,7 miliardi di anni, che i continenti si muovano secondo la tettonica a zolle, che l’Universo sia in espansione. In tutte queste affermazioni ci sono punti oscuri, cose che possono lasciare qualche appiglio a chi voglia proporre alternative. La relatività generale potrebbe essere sostituita da teorie più ampie, l’evoluzione darwiniana potrebbe essere integrata da altri meccanismi, ma il quadro generale difficilmente cambierà. Questo significa che un astrofisico che consideri “chiuso” il dibattito sull’espansione dell’Universo stia rigettando il metodo scientifico? Che non conosca le teorie alternative proposte? In realtà queste teorie trovano spazio nelle riviste del settore, ma semplicemente non riescono a convincere se non una ristrettissima minoranza dei ricercatori, oltre ad essere spesso pure in contrasto tra di loro.

In effetti il cuore della mentalità scientifica è la libertà di pensarla diversamente, di esplorare strade nuove, di proporre visioni alternative. Ogni volta che si apre un problema scientifico emergono voci discordanti e ogni scienziato esplora quella per lui più promettente. Molti ricercatori si accodano a quelle più gettonate, ma altri sanno benissimo che il loro successo dipende dalla capacità di smentire la visione in quel momento dominante e proporne una migliore. Ma via via che le ricerche proseguono, alcuni rami vengono tagliati. Ci si accorge che non portano da nessuna parte, che le premesse non erano corrette, e soprattutto che le ipotesi non reggono alla prova dei fatti. Il consenso si forma in questo modo, per eliminazione di tante ipotesi logiche, magari plausibili, ma purtroppo sbagliate.

C’è sempre la possibilità che emerga una nuova ipotesi che spieghi meglio i fatti, succede: ma man mano che la teoria si afferma, questo diventa però sempre più difficile e più raro. La teoria rimasta ha assorbito parte di quelle concorrenti, ha eliminato, grazie anche alle loro critiche, alcuni aspetti sbagliati, e finisce per coprire un ambito molto più vasto di quello del problema originale, per cui ogni nuova teoria si troverà a dover spiegare un insieme di fenomeni molto grande in modo altrettanto accurato.

Scienziati davanti a posters di una confernza scientifica

Negli esempi fatti, come per l’origine antropica del clima, il dibattito c’è già stato, e dopo oltre un secolo di fuoco incrociato queste teorie hanno una solidità che richiede argomentazioni molto forti, e dati che oggi semplicemente non esistono, per essere contestate. In futuro potranno emergere nuove evidenze, e il dibattito si riaprirà. Non oggi. E molto difficilmente alcune conclusioni di base, come appunto l’origine antropica del riscaldamento globale, verranno modificate, in quanto sostenute da una conoscenza solida della fisica del clima alla base e da una quantità di dati immensa che conferma la teoria. Ogni teoria alternativa avrebbe quindi il problema di dover incorporare anche questi dati e queste evidenze. Ogni solida teoria, anche quelle citate sopra, avrà comunque sempre qualche rompiscatole irriducibile, che continuerà a cercare di scovare ed evidenziare punti deboli. E per fortuna i rompiscatole esistono, perché i punti deboli li vedi male dall’interno, e l’evidenziarli ha consentito alle teorie di raffinarsi, correggere errori, e diventare più solide.

Un esempio classico, per tornare al clima, è l’ipotesi avanzata dall’astrofisico Svensmark, di un influsso sul clima dei raggi cosmici. Un maggior flusso di particelle cariche, non schermate dal vento solare, potrebbe favorire la formazione di nuvole, alterando la quantità di radiazione solare che queste riflettono. I dati che Svensmark portava indicavano questa possibilità, che venne presa seriamente in considerazione, al punto che il CERN mise in piedi un esperimento dedicato, in cui raggi cosmici artificiali interagivano con nubi artificiali in una grande camera, per studiare il fenomeno. Abbiamo imparato diverse cose, ma l’ipotesi originale è stata smentita. Nel frattempo, la correlazione trovata da Svensmark tra flusso di raggi cosmici e nubi è stata pure smentita da nuovi dati. Questo non ha convinto l’astrofisico, che continua a sostenere la sua ipotesi, ma ha convinto tutti gli altri. Il dibattito su questo punto si è dunque chiuso.

In ogni caso il dibattito scientifico non si fa sui quotidiani o nelle conferenze pubbliche. La scienza si fa su riviste “peer reviewed” (ovvero soggette a revisione tra pari), in cui esporre le proprie ipotesi e presentare i propri dati. Per pubblicare occorre tuttavia passare un filtro, dei colleghi cercheranno di valutare la correttezza formale dell’articolo proposto, se i dati supportano le conclusioni; ad esempio, usare un grafico fermo al 1855 su scala locale, per sostenere che nel 2000 non ci sia stato un aumento di temperatura globale particolarmente rilevante, non verrebbe accettato, sarebbe rigettato senza pietà. Anche la riproposizione di argomenti già presentati e ripresentati non è sufficiente alla pubblicazione, servono argomenti nuovi. Non si tratta di una censura contro le idee innovative, anche perché con l’elevato numero di riviste scientifiche esistenti sarebbe praticamente impossibile imporla. Semmai esiste il problema opposto: oggi diverse riviste accettano per la pubblicazione, a pagamento, anche articoli di qualità molto scadente.

Alla fine, gli articoli che criticano l’origine umana del riscaldamento globale sono pochissimi, tra quelli recenti circa 1 ogni 200 che invece lo sostengono, un centinaio in tutto tra gli 88 mila articoli di climatologia pubblicati nell’ultimo decennio, ma proprio per quello non passano inosservati. Qualsiasi climatologo conosce molto bene quelli che per Battaglia sarebbero “i fatti che lo sconfessano”. Nei post di Climalteranti molti di questi sono già stati discussi. Esistono in rete siti dedicati in cui ciascuno di questi “fatti” viene analizzato, ed è possibile esaminare le argomentazioni e gli articoli scientifici pro e contro. Insomma, il dibattito è chiuso perché le argomentazioni sono state prese in considerazione, analizzate, e rigettate in base ai dati disponibili.

Preparing reports for IPCC

Le cose vanno molto peggio per chi opera ormai fuori dal mondo accademico, come Franco Battaglia, che sostiene che il riscaldamento in atto non abbia un’origine antropica riproponendo grafici fermi al 1850, curve di assorbimento interpretate male, grafici che mostrano un aumento della temperatura per sostenere che questo aumento non ci sia, calcoli sballati di equilibrio radiativo, errori marchiani di calcolo, e tanti altri dati sbagliati e fraintendimenti di cui solo in parte abbiamo avuto tempo (e voglia) di occuparci in queste pagine.

Infine, poco sensate sono anche le accuse all’IPCC, che certamente segue il metodo galileiano. È un organismo che passa in rassegna le conclusioni di tutti gli articoli, anche di quell’1 su 200 contrario, e cerca di sintetizzare le conclusioni. Anzi, lavorando su un consenso, dà un peso molto maggiore a chi è più prudente relativamente agli impatti degli scenari futuri, si presentano solo gli effetti che sostanzialmente tutti ritengono realistico aspettarci. Ma essere galileiani non significa dare lo stesso peso al geocentrismo rispetto all’eliocentrismo. E continuare a spiegare le “ragioni” del geocentrismo fa un pessimo servizio a chi ascolta.

Post scriptum: i due fisici criticati da Battaglia per non essere scienziati dispongono delle seguenti credenziali bibliometriche Scopus (aggiornate ad agosto 2026):

Filippo Giorgi: 386 articoli, 47403 citazioni, h-index 111

Bruno Carli: 127 articoli, 1805 citazioni, h-index 23

A titolo di confronto, Franco Battaglia dispone di 27 articoli, quasi tutti precedenti al 1993 (33 anni fa) e nessuno inerente temi riconducibili al riscaldamento globale o i temi ambientali, 168 citazioni, h-index 8

Testo di Gianni Comoretto, con contributi di Roberto Ingrosso e Mario Grosso

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