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Un argomento non valido contro gli impegni di riduzione delle emissioni

Se si guardano alcuni semplici principi e numeri alla base delle politiche climatiche, l’argomento “riduciamo le emissioni solo se anche Cina e India le riducono”, non regge: gli impegni di riduzione delle emissioni dei paesi industrializzati, fra cui l’Italia, sono inevitabili.

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Il dibattito sulle azioni da intraprendere per ridurre le emissioni dei gas serra è ancora occupato da un’argomentazione semplice ed efficace, che suona più o meno così: non tocca solo a noi ridurre le emissioni, anche altri devono farlo, altrimenti non dobbiamo farlo neanche noi. Gli “altri” sono generalmente “la Cina”, a volte “la Cina e l’India”. L’affermazione più frequente è: se Cina e India non accettano limiti, neanche noi dovremmo ridurle e porci dei limiti.
Sono posizioni ribadite negli scorsi mesi e settimane da rappresentanti del Governo italiano, di Confindustria e del mondo industriale.
In questo post si vuole mostrare come sono posizioni non giustificate, per cinque diversi motivi.

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1) Un’argomentazione infantile
La prima obiezione che si può muovere a “se gli altri non… allora noi…” è a livello di principio: è un’argomentazione infantile. Perché mai si dovrebbe seguire il cattivo esempio degli altri? In tanti altri campi non imitiamo la Cina: dal pluralismo del sistema politico, al rispetto dei diritti umani, alla pena di morte. Non abbiamo le stesse norme sulla sicurezza sul lavoro dell’India: nessuno ne farebbe un argomento. In pochi direbbero: se la Cina non rispetterà i diritti sindacali, neanche noi non li rispetteremo. Perché mai dovremmo copiarli nelle politiche climatiche?
Uno Stato, un’amministrazione pubblica o una persona dovrebbero decidere di impegnarsi per limitare le proprie emissioni di gas serra perché è giusto farlo, perché ci si vede un motivo valido. È giusto chiedere una ripartizione universale ed equa degli sforzi di riduzione, ma senza dimenticare che la salvaguardia del pianeta è un imperativo etico, non negoziabile: quanto fanno gli altri dovrebbe essere comunque secondario.

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2) Emissioni pro capite
Chi vuole sostenere la posizione “i paesi occidentali non devono da soli ridurre le emissioni se non le riducono anche gli altri paesi del mondo” mostra i dati delle emissioni totali degli stati, indicate dai rombi blu in figura 1 (asse di sinistra). La Cina già nel 2005 ha superato i 7 miliardi di tonnellate di gas serra all’anno, il 19% del totale, è il primo emettitore al mondo; l’India quasi 2 miliardi di tonnellate, è al quinto posto; il Brasile con un miliardo di tonnellate è il settimo emettitore del mondo. Anche le loro emissioni contano. Perché questi paesi non devono prendere impegni per ridurre le emissioni?
Sembra un argomento ragionevole, eppure non sono d’accordo nell’assumersi obblighi di riduzione delle emissioni; alcuni di questi paesi si rifiutano anche solo di discuterne. A supporto delle loro posizioni portano i propri dati delle emissioni pro capite, indicate dalle barre rosse nella stessa figura (valori sull’asse a destra): se calcolate non come valore assoluto, ma come pro capite, ossia tenendo conto del numero di persone responsabili delle emissioni stesse, le emissioni di gas serra di questi paesi sono molto più basse. Ogni cinese e ogni brasiliano emettono circa 5 tonnellate di gas serra l’anno, ogni indiano circa 2. Ma le tonnellate di gas serra emesse ogni anno da uno statunitense medio sono 22, 10 quelle di un europeo. Non è facile per uno statunitense o un europeo chiedere a un indiano di ridurre le emissioni. È una questione spinosa, che deve essere affrontata valutando i diritti ad emettere gas serra dei paesi in via di sviluppo.


Emissioni di gas serra nel 2005 dei 20 principali emettitori mondiali. In blu: emissioni totali in milioni di tonnellate di CO2 equivalenti l’anno.  In rosso: emissioni pro capite in tonnellate di CO2 equivalenti l’anno (Fonte dati: WRI-CAIT)

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3) Emissioni cumulate e contributo alle concentrazioni di gas serra

In realtà, i paesi a minori emissioni fanno anche un altro ragionamento che ancora di più mostra come gli impegni dei paesi industrializzati siano inevitabili.
Le concentrazioni di gas serra oggi presenti nell’atmosfera del pianeta sono dovute a quanto è stato emesso negli ultimi secoli: visti i tempi di permanenza della CO2 in atmosfera, non conta solo la “fotografia” delle emissioni pro capite di un anno recente, ma il pregresso, le emissioni degli anni passati.
Con questo approccio, i paesi industrializzati sono sfavoriti: dal 1800 al 1950 le emissioni di Paesi in Via di Sviluppo, o di paesi emergenti come Cina, India e Brasile, sono state molto inferiori alle emissioni dei paesi occidentali di quanto lo sono ora e di quanto lo saranno nei prossimi anni. Va detto però che è difficile decidere la data da cui calcolare le emissioni complessive di una nazione. Dalla rivoluzione industriale? Da quando si è avuta la chiara evidenza della realtà del problema dei cambiamenti climatici (ad esempio dal 1990)? A favore dei paesi industrializzati va detto che prima del 1990 non c’era sicuramente la quantità di prove scientifiche chiare e convergenti sulla gravità degli effetti derivanti dalla crescita della CO2 nell’atmosfera: i decisori politici di allora, e chi li aveva eletti, non possono essere considerati responsabili quanto gli attuali per non aver intrapreso azioni per contrastare l’aumento delle emissioni di gas serra.

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4) Emissioni cumulate pro capite

Si tratta di un argomento che ho visto usare alla COP15, in un side event “Carbon Equity, Perspectives from Chinese Academic Community” organizzato da studiosi cinesi. Presentazioni molto efficaci in cui si mostravano i conti delle emissioni cumulate dal 1750 al 2005, le emissioni responsabili degli attuali livelli di CO2 in atmosfera, ma calcolate pro capite, in base agli abitanti che nel tempo le hanno generate.
Secondo i relatori questo sarebbe il migliore “indicatore di equità”, da considerare per decidere i futuri impegni di riduzione. Gli abitanti dei paesi industrializzati (compresi nell’Annex I del Protocollo di Kyoto) hanno emesso negli ultimi 150 anni quasi 1000 t CO2 pro capite, i Paesi in via di sviluppo 223, i cinesi 88. Dal punto di vista dei cinesi, se si mettesse un limite alla quantità di CO2 da emettere nell’atmosfera, e si dividesse fra i diversi Stati le emissioni rimanenti, usando questo criterio delle emissioni pro capite cumulate risulterebbe che molti dei paesi industrializzati hanno già emesso troppo. “The US is a Carbon bankrupt country” (“Gli Stati Uniti sono un paese in bancarotta per il Carbonio”), ha dichiarato uno dei relatori, dando vita ad un interessante dibattito.

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5) Emissioni indirette

Infine, un ultimo argomento che aggrava ulteriormente la posizione dei paesi industrializzati considera non solo le emissioni dirette, i gas emessi da ogni Stato entro i propri confini nazionali ma anche le emissioni “indirette”, legate alle importazioni o esportazioni di materie prime e prodotti più o meno finiti: cemento, acciaio,  materiali elettronici.
Secondo i conti di un importante e dettagliato studio si vede come una buona parte delle emissioni di molti paesi emergenti è dovuta alla produzioni di beni che vengono goduti dai paesi industrializzati. L’Europa, ad esempio, dovrebbe aggiungere altre 4 tonnellate alle sue emissioni “domestiche” di 11 tonnellate di CO2/procapite/anno. Una parte della riduzione delle emissioni avvenute nei paesi sviluppati è stata annullata alle maggiori emissioni contenute nei prodotti importati.

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Conclusione
Per concludere, se si considerano alcuni numeri alla base del problema climatico e delle sue possibili soluzioni, i paesi industrializzati (fra cui noi Italiani ed Europei) non hanno motivi per ritardare le azioni di riduzione delle emissioni. Del resto quanto sopra esposto non è argomento di discussione di pochi visionari del cambiamento climatico, ma è ciò su cui si basa il testo stesso della Convenzione sul Clima (UNFCCC) stilata nel 1992 a Rio de Janeiro e in seguito ratificata da tutti gli Stati dell’ONU, Italia compresa. C’è scritto che per un discorso di responsabilità storiche e capacità di intervento il primo passo tocca ai Paesi sviluppati.

Anche nel G8 dell’Aquila, i paesi più industrializzati e ricchi del pianeta hanno poi riconosciuto la necessità di loro riduzioni delle emissioni in modo consistente nei prossimi 50 anni.
Non ci resta che aspettare i fatti…anche se c’è chi tende a dimenticarsene.

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Testo di Stefano Caserini

33 responses so far

33 Responses to “Un argomento non valido contro gli impegni di riduzione delle emissioni”

  1. matteoon Nov 15th 2010 at 13:16

    forse perche ridurre le emissioni costa un botto, e se non lo fanno anche gli altri e’ anche inutile. se continuamo a caricarci di costi che i nostri competitori non hanno, ci troveremo tra qualche anno economicamente perdenti , con le conseguenze che ne derivano senza aver risolto il problema dei gas serra. Credo che il problema politico sia questo.

  2. Vincenzoon Nov 15th 2010 at 13:57

    @ Matteo
    forse perche ridurre le emissioni costa un botto..

    Dai dati che ho visto, non mi sembra sia poi sta gran cosa.
    Il problema è anche che se non facciamo la parte che comunque dobbiamo fare, certo saremo più competitivi ma che pianeta lasciamo ?
    Noi i costi non ce li siamo caricati per tanto tempo, ed è per questo che siamo molto più ricchi, e loro lo sanno bene.

  3. matteoon Nov 15th 2010 at 15:00

    Il pianeta andrebbe lasciato meglio di come l’abbiamo trovato, tutto sommato ci si sta provando. Dobbiamo pero anche lasciare condizioni politico/economiche non tragiche.. quando si lotta per fame l’ambiente passa inevitabilmente in secondo piano. Penso che per gestire l’ambiente come si deve ci dobbiamo garantire le risorse per potercelo permettere…

  4. antonio zeccaon Nov 15th 2010 at 15:33

    @ Matteo
    ridurre le emissioni NON costa un botto: è una delle tante leggende messe in giro dall’ industria dei fossili. Non viene a costo zero, ma: 1. facendo i conti sui prossimi 20 o più anni costa molto meno che continuare ad emettere; 2. per fare riduzioni bisogna saperle organizzare; chi non è capace, farebbe meglio a mettersi di lato.
    @ Stefano
    Commento al punto 4: il conteggio che conosco io è fatto sommando tutta la CO2 emessa dal 1750 a oggi. Fisicamente è sbagliato: bisognerebbe tenere conto della CO2 che è stata assorbita dai pozzi naturali e che non fa più danno. Questo abbasserebbe (non in maniera importante) gli addebiti ai paesi ricchi.
    Nonostante queste ed altre piccolezze, rimane che i paesi ricchi dovrebbero cominciare per primi. Dovremmo anche metterci in testa che prima cominciamo meglio è – per noi stessi: bisogna attrezzarsi in tempo per l’ epoca della scarsezza energetica (vicinissima) e ridurre le emissioni è l’ unico modo abbordabile in tempo utile.

  5. sandro federicion Nov 15th 2010 at 17:06

    Ottimo post.

    La necessita’ di ridurre le emissioni e’ indissolubilmente legata con la necessita` di modificare i nostri sistemi socio-economici rendendoli sostenibili. Quella della sostenibilita` e’ la piu’ grande sfida che il genere umano abbia mai dovuto affrontare, pena l’estinzione o per lo meno la scomparsa della civilta’ umana cosi’ come la conosciamo oggi.
    Essere sostenibili significa riuscire a soddisfare le esigenze del sistema socio-economico senza comprometterne lo sviluppo e con un bilancio inputs-outputs che abbia inputs sicuri, nello spazio (ovvero direttamente disponibili) e nel tempo (ovvero rinnovabili), ed outputs che non alterino le condizioni ambientali (sensu lato) in cui il sistema si trova ad esistere/operare.
    Per noi Europei i combustibili fossili non sono sicuri nel senso che non ne produciamo quantita`sufficienti e che comunque non ve ne sono a disposizione sul pianeta quantita’ sufficienti per garantire standard di vita equivalenti a quelli occidentali a tutti gli abitanti del Pianeta. Inoltre la competizione per l’accesso ai e l’uso dei combustibili fossili e’ costantemente crescente dagli anni 80 (post-shock) ad oggi, e tale escalation e’ da prevedersi anche per gli anni futuri stante l’aumento, anno dopo anno, del loro consumo su scala globale.
    Per quanto riguarda gli outputs, i gas serra stanno alterando le condizioni ambientali (clima in primis a fertilita’ come conseguenza).

    In una situazione del genere e’ una necessita’ vitale (l’energia e’ un fattore determinante della produzione e per sostenere il nostro stile di vita) trovare soluzioni alternative ai combustibili fossili (e le soluzioni alternative richiedono che ci sia piu’ informazione nei processi produttivi e nell’organizzazione strutturale del sistema).
    Pertanto, al di la’ di cina, india e usa l’europa proseguira’ nella politica trasformazione del suo sistema socio-economico al fine di assicurarne la sostenibilita’. La riduzione delle emissioni di gas serra e’ uno dei pilastri di questa politica.
    Qui in Italia purtroppo il livello politico e tecnico dell’amministrazione dello stato non coglie tale realta’ e tale necessita’; …oppure, interessi particolari legati al commercio ed all’uso di combustibili fossili mortificano l’interesse nazionale.

  6. […] tratta ovviamente di una bieca scusa che fa acqua da tutte le parti. Un bel articolo sul sito Climalteranti analizza nel dettaglio i perché dell’insostenibilità di questa posizione sia dal punto di […]

  7. Stefano Caserinion Nov 15th 2010 at 19:12

    @ Antonio Zecca

    Si, la figura 4 riporta non le emissioni cumulate ma proprio il contributo alle concentrazioni di CO2 in atmosfera, che tiene conto dell’effettiva permanenza della CO2, dovuta a diversi processi di rimozione dei vari pozzi.
    Cosi’ contano di più le emissioni più recenti. Infatti, se si considerano le emissioni cumulate, il contributo della Cina è molto più distante da quello di USA e UE.
    Nel sito del CAIT (uno strumento portentoso, http://cait.wri.org) ci sono sia le emissioni totali, quello pro-capite, quelle cumulate, il contributo all’incremento delle concentrazioni e delle temperature, oltre a tanti dati socioeconomici.
    Le metodologie di stima sono qui http://cait.wri.org/downloads/framework_paper.pdf

  8. Antonello Pasinion Nov 16th 2010 at 10:01

    Grazie, Stefano, per questo post che illustra e riassume bene i motivi per cui dobbiamo agire nei nostri Paesi occidentali.
    Vorrei solo sottolineare che il punto 5 che tu discuti mi pare fondamentale. Guarda caso per decenni si sono portate le industrie pericolose nei Paesi del terzo mondo, tanto l’inquinamento prodotto era locale… Nel momento in cui si parla invece di emissioni di CO2, e il problema diviene globale, ecco che si dice che quei Paesi devono ridurre le emissioni. Ne ho discusso in un post di qualche tempo fa. Chi è interessato può vedere:
    http://antonellopasini.nova100.ilsole24ore.com/2007/10/chi-deve-pagare.html
    Inoltre, vorrei sottolineare un altro aspetto legato a questo appena accennato: nonostante le dichiarazioni che dobbiamo ridurre tutti (Paesi sviluppati e in via di sviluppo), ci sono forze economiche che remano contro un accordo globale, perché fa comodo che nei Paesi del terzo mondo si continui ad emettere, altrimenti le mie industrie dove le porto? Si tratta del fenomeno del carbon leakage, che ho discusso qui:
    http://antonellopasini.nova100.ilsole24ore.com/2009/12/il-clima-a-copenhagen-forse-spunta-il-sole-ma-ce-una-nube-scura-allorizzonte.html
    Si tratta in entrambi i casi di aspetti poco noti ma che ritengo fondamentali…

  9. Federico Antognazzaon Nov 16th 2010 at 10:31

    Matteo dice “ridurre le emissioni costa un botto”… chiaro efficace e comprensibile anche a chi non parla la lingua del clima.
    I dati del post sono chiari e ci mettono di fronte all’esigenza di agire, in quanto siamo all’alba di una nuova rivoluzione.
    Una rivoluzione che sposta l’attenzione dall'”oggi” al “cosa fa l’oggi nei confronti del domani”.
    Nel corso della storia abbiamo dato all’uomo un ruolo fondamentale nella vita del sistema terra con la rivoluzione copernicana: l’uomo essere pensante che comprende i fenomeni che lo circondano.
    Attraverso la rivoluzione industriale si sono messe in pratica le conoscenze dell’uomo per sfruttare al meglio ciò che ci circonda e creare un benessere diffuso, ma senza conoscere le conseguenze di questo sviluppo.
    Ora, che abbiamo una maggior conoscenza, e consapevolezza delle conseguenze delle nostre azioni, dobbiamo agire non solo per migliorare il presente, ma per la prima volta agire consapevoli che ogni singolo passo fatto oggi contribuirà ad un domani migliore.
    Occorre che l’individuo, come componente della società, si assuma le proprie responsabilità e decida di “andare oltre”.
    La responsabilità dell’individuo assume una maggiore coscienza se la politica inizia ad agire in modo consapevole e responsabile.
    Purtroppo in Italia sia indietro da questo punto di vista, perché troppo spesso si decanta il futuro della green economy perdendo però il perché, quale è il problema che ci spinge verso un’economia verde.
    L’economia verde ha dei costi intrinseci è vero, ma quale sistema economico è senza costi?
    Ha senso lavorare ad una nuova fibra ottica per migliorare di qualche decimo di millisecondo la velocità con cui vengono eseguite le transazioni finanziarie per avere un maggior flusso di contanti per secondo, o ha più senso investire per ridurre i costi di alcune tecnologie alternative che possano essere diffuse dai singoli?
    Noi paesi sviluppati abbiamo molte responsabilità sullo stato attuale dell’inquinamento e del clima. Dobbiamo ora assumerci la responsabilità di essere noi che diamo l’impulso del cambio di rotta…ma purtroppo per un politico ammettere l’errore è praticamente impossibile…

  10. Riccardo Reitanoon Nov 16th 2010 at 15:19

    Un post davvero stimolante. E’ chiaro che i paesi sviluppati devono intervenire per primi e di più; è la logica di Kyoto che è stata ribadita e accettata a Bali due anni fa. Il partito del non-intervento può continuare a nascondersi dietro qualunque scusa che possa apparire valida, ma questa è la direzione.
    C’è però un problema di equità, essenziale negli accordi internazionali e già non facile da dipanare di per sè, che deve essere coniugato con l’efficacia della soluzione proposta. Mi sarebbe piaciuto avere una mia soluzione preferita, quella che personalmente ritengo più giusta e praticabile, quella che, ipoteticamente, sosterrei a Cancun. Non ci sono riuscito e probabilmente è logico che sia così. La soluzione potrà nascere solo da un onesto confronto fra diversi interessi, opportunamente mediati in sede collettiva. E’ su questo che bisogna fare pressioni, l’onesto confronto.

  11. Vittorio Marlettoon Nov 17th 2010 at 13:43

    Non entro nel merito dell’articolo ma chiedo in generale se è possibile evitare di tradurre “sink” come “pozzo”? Pozzo in inglese si dice “well” mentre sink significa propriamente “lavello o scarico”. Tra l’altro i pozzi sono un tipo di “sorgente” o di fonte idrica quindi per la gente comune tradurre sink con questo termine dà adito a confusione…
    Per facilitare la comunicazione (e per salvare quel po’ di italiano che ci resta) propongo di tradurre carbon sink come “deposito di carbonio”, visto che (cito da wikipedia) A carbon sink is a natural or artificial reservoir that accumulates and stores…

  12. Gianfrancoon Nov 17th 2010 at 14:38

    Bravo Stefano! Non si vive di sola scienza, ci sono anche gli aspetti economici, sociali e politici.
    I 5 argomenti sono validi e ben sviluppati e suggeriscono riflessioni profonde e stimolanti.
    Il suggerimento di Antonio Zecca “ridurre le emissioni NON costa un botto” è talmente importante che meriterebbe un articolo a parte per esaminare i supposti costi della de-carbonizzazione in rapporto ai costi dell’inazione e alle opportunità offerte – magari ripartendo dalla Stern Review.
    Vorrei suggerire un settimo punto. I paesi più sviluppati (Europa Occidentale e Nord America) hanno per vari secoli guidato lo sviluppo della conoscenza, della tecnologia e della medicina, l’abolizione della schiavitù e la sconfitta del fascismo per limitarsi ad alcune battaglie positive. Sembra quasi automatico che guidino anche la battaglia contro il cambiamento climatico. Se non lo fanno toccherà forse alla Cina assumere il ruolo di guida, con i loro metodi e in base ai loro interessi. Temo che non sarebbe piacevole.

  13. Claudio Costaon Nov 18th 2010 at 17:42

    Il dato australiano procapite è altissimo

    Mi chiedo se sia il frutto della traslazione del metano di bovini e ovini a CO2 equivalente, se fosse sarebbe errato, per me, prima si deve fare il bilancio del metano zoogenico e solo il netto traslarlo a CO2 equivalente.

    il confronto con Cina India Brasile e India è traumatico per le aziende, non si regge la concorrenza, quindi bisogna distingure nella riduzione delle emissioni le azioni virtuose da quelle che sono virtuose solo per chi crede che sia efficace l amitigazione climatica.

    virtuose- risparmio energetico, risparmio luminoso, coibentazioni, caldaie autonome, solare termico, geotermico, riciclo di ogni cosa, insisto sul riciclo dei nitrati, evitare sprechi su tutto ma soprattuto alimentari ( perchè l’eccesso danneggia) bioarchitettura ( è pure bella)
    e dal punto di vista energetico creare mix di fonti e di sistemi

    non virtuosi (per me) Tutta la bioenergia creata con biomasse da materie prime (sono materie prime anche i sottoprodotti alimentari usati in mangimistica,perchè se mancano si devono sostituire con materie prime vedi olio esausto)

    fv al silicio e eolico che aumentano i costi kWh e ci mettono ancora più fuori competizione

  14. Federico Antognazzaon Nov 18th 2010 at 20:56

    @Costa mi spieghi perché ritiene non considerare il metano zootecnico, in fondo gli allevamenti intensivi sono voluti dall’uomo… è un’attività umana indiretta….

  15. Stefano Caserinion Nov 19th 2010 at 13:43

    Ho modificato la terza figura (contributo percentuale alle concentrazioni di CO2), c’era stato un errore nello scaricamento dei dati da CAIAT, trovato da Simone Casadei (grazie). Non cambia nulla, cosi’ la Cina è ancora più distante da USA e UE

    @ Vittorio Marletto
    si, hai ragione

  16. Claudio Costaon Nov 19th 2010 at 20:10

    @ Antognazza

    certo che del metano zoogenico bisogna tenerne conto ma di quello aggiuntivo che effettivamente determina un aumento nella concentrazione, quindi dell emissioni nette non di quelle lorde, per stimarlo correttamente(secondo me) prima bisogna fare il bilancio del metano
    Ho scritto due articolo su questi argomenti “il bilancio del metano atmosferico” e “il metano zoogenico”

  17. claudio della volpeon Nov 19th 2010 at 21:16

    Costa non stia a traviar gli amici spingendoli a leggere il blog di Guidi (tono semiserio…); invece si legga i dati; l’australia è un gran consumatore di carbone(tono serio)

  18. Vincenzoon Nov 21st 2010 at 18:34

    Al di la dei deliri di chi pensa di sapere tutto, e alla fine difende solo i suoi interessi monetari, mi sembra che il post proponga un tema “classico” per la nostra società, che è quello di una maggiore uguaglianza.
    Non solo qui da noi, in cui ci sono delle belle differenze, ma fra noi e chi ancora non ha accesso all’energia elettrica.
    Andare a spiegare che noi non possiamo ridurre le emissioni perchè ci aumenta il costo del kWh, non è molto facile. Loro il kWh non l’hanno ancora visto

  19. PIERO IANNELLIon Nov 22nd 2010 at 18:19

    @VINCENZO.
    E neanche mai lo vedrebbero (il kW) poiche la pratica del CARBON CREDIT implica aquisto in quei paesi di quote CO2, ossia si chiede a fronte di un compenso monetario di non produrre, o emettere CO2 in sintesi.

    Una notizia apre un velo di speranza.
    Il mercato del Carbon Trading d’oltreoceano sta chiudendo, quello Europeo resta in piedi solo in quanto sostenuto dall’adempimento degli obblighi dei paesi membri della UE al Protocollo di Kyoto. Ad oggi, la tonnellata di anidride carbonica scambiata (o meglio, non scambiata) vale esattamente zero.. FONTE: http://www.climatemonitor.it/?p=13671

    A breve con effetto domino, si fermerà anche da noi quanto giustamente non accettano Cina India e America.

    In America Il NOAA preme, il Senato ride.. e OBAMA fà l”avvocato..

    La Nooa: “Il riscaldamento della terra è innegabile”. Obama: “Subito una legge, sarò l’avvocato del clima”

    Sul Guardian il Senato degli Usa rinuncia al taglio delle emissioni di gas serra

    Su Reuters Obama continuerà a premere per una legge sul clima

    In breve se insistiamo delocalizzazione delle aziende energivore, come ora in Germania, quindi disoccupazione.
    Neanche servirebbero le rinnovabili.

    Una velocissima decrescita. Felice direbbe il “WWF” .

    Cordialmente.

    Piero Iannelli

  20. Vincenzoon Nov 22nd 2010 at 21:11

    Hai hai, guardi Iannelli che se vuole dire cose sensate non le conviene fare il copia e l’incolla da climate monitor, e fidarsi di quanto scrive sulla carbon finance un meteorologo.
    Il prezzo della tonnellata di carbonio scambiata, non è affatto pari a zero.
    Se non ci crede provi a comprare i crediti scambiati sul mercato ETS europeo, poi mi fa sapere *.
    Non puo’ ridurre tutto, dalle temperature del pianeta alla carbon finance, a barzelletta.
    Si legga dei libri, o qualche articolo, vada a qualche convegno, su, coraggio.

    * da http://www.pointcarbon.com vede che il prezzo della CO2 in Europa è stato in novembre di 14-15 euro/ton. Tenga conto che una centrale di tonnellate ne emette a centinaia di migliaia o anche a milioni. Faccia Lei i conti.
    I dati li trovava anche sul CCX (Chicago Climate Exchange) che cita CM, si tratta solo di fare un clic con il mouse nel posto giusto nella home page

  21. Claudio Costaon Nov 22nd 2010 at 22:22

    @ cdv

    Io mi sono solo chiesto come mai in Australia il dato è così alto.
    sul consumo di carbone australiano non discuto, solo che l’emissioni procapite è comunque altissima tenuto conto che è più alta di altri paesi molto industrializzati
    Il tema è già stato trattato su CA qua
    http://www.climalteranti.it/2009/11/06/emissioni-dall%E2%80%99agricoltura-attenzione-alle-differenze/

    le emissioni dell’agricoltura australiana sono quasi il triplo dell’Italia, secondo me si può spiegare solo con il metano zoogenico lordo. Le emissioni dell’agricoltura così stimate si sommano poi a quelle del carbone che come dice sono alte.
    Se la stima fosse fatta con questo metodo non la ritengo corretta.

  22. Riccardo Reitanoon Nov 23rd 2010 at 00:02

    Costa
    anche considerando solo la CO2 emessa, cioè niente metano da agricoltura e allevamento, l’Australia è molto poco efficiente e le emissioni pro capite alte; sono secondi dopo gli USA fra i pasi sviluppati. Sempre dal World Reasource Institute:
    http://earthtrends.wri.org/pdf_library/cp/cli_cou_036.pdf

  23. Claudio Costaon Nov 23rd 2010 at 08:52

    @ Reitano

    Grazie della precisazione

    e come spiega la stabilità invece della curva delle emissioni per gdp, (che dovrebbe essere il PIL o sbaglio?) se l’efficienza è bassa?

  24. Robertoon Nov 23rd 2010 at 09:34

    “Se si guardano alcuni semplici principi e numeri alla base delle politiche climatiche, l’argomento “riduciamo le emissioni solo se anche Cina e India le riducono”, non regge:”

    Invece e’ un argomento validissimo! se la Cina emette 8000 milioni di tonnellate di CO2 l’anno e le aumenta ogni anno di 600milioni non vedo a che cavolo possa mai servire abbassare le nostre. A dare il buon esempio? Ma smettiamola di farci prendere in giro! Anche se l’Italia smettesse di emettere anche un solo grammo di CO2 da oggi, la Cina vanificherebbe tale suicidio in meno di 10 mesi. Consumate, state allegri e non fatevene una colpa. Il mondo va bene cosi’ com’e’.

  25. Robertoon Nov 23rd 2010 at 09:46

    “Perché mai si dovrebbe seguire il cattivo esempio degli altri? In tanti altri campi non imitiamo la Cina: dal pluralismo del sistema politico, al rispetto dei diritti umani, alla pena di morte. Non abbiamo le stesse norme sulla sicurezza sul lavoro dell’India: nessuno ne farebbe un argomento. In pochi direbbero: se la Cina non rispetterà i diritti sindacali, neanche noi non li rispetteremo. Perché mai dovremmo copiarli nelle politiche climatiche?”

    paragone perfettamente inutile e astruso. Le disfunzioni politiche cinesi restano in Cina, i fumi delle centrali a carbone cinesi (ne aprono 2 nuove ogni settimana e sottolineo settimana) viaggiano in tutto il pianeta.

  26. Robertoon Nov 23rd 2010 at 09:50

    “Le concentrazioni di gas serra oggi presenti nell’atmosfera del pianeta sono dovute a quanto è stato emesso negli ultimi secoli:”

    Non mi sento in nessuna colpa per quanto hanno fatto i nostri padri per averci migliorato la qualita’ di vita. Sarebbe come dire che ora tocca ai paesi poveri diventare ricchi e a noi diventare poveri per riequilibrare l’ingiustizia storica. E’ acqua passata sotto centinaia di ponti.

  27. Robertoon Nov 23rd 2010 at 09:52

    “i gas emessi da ogni Stato entro i propri confini nazionali ma anche le emissioni “indirette”, ”

    questo e’ semplicemente il modo migliore per far crescere la ricchezza dei paesi poveri.

  28. Riccardo Reitanoon Nov 23rd 2010 at 10:18

    Costa
    la tendenza nelle economie sviluppate è di un significativo aumento dell’efficienza (diminuzione del rapporto emissioni/PIL). In Australia questo rapporto non solo è alto (bassa efficienza) ma non è nemmeno diminuito significativamente nel tempo. Confronta ad esempio con gli USA o con il Regno Unito. Quali siano le ragioni economiche di questo mancato miglioramento dell’efficienza del sistema produttivo australiano lo ignoro.
    Comunque, in termini economici l’efficienza è più corretto misurarla con il rapporto energia/PIL. Lo si può ricavare facilmente facendo il rapporto fra emissioni/PIL e emissioni/energia che si trovano tabulati in quei documenti del WRI (dati del 1999).

  29. Robertoon Nov 23rd 2010 at 10:35

    Il consumo di energia pro capite nei paesi indistrializzati tende ad essere piu’ alto quanto piu’ bassa e’ la densita’ della popolazione per km quadrato. L’Australia produce inoltre quasi tutta l’energia elettrica con il carbone perche’ ha enormi giacimenti esportandolo pure.

  30. Claudio Costaon Nov 23rd 2010 at 11:34

    @ Reitano

    ottimo,
    Ho visto un netto calo della curva per gdp, in USA ciò potrebbe anche essere dovuto ad un’aumento dell’energia prodotta con il nuke e con il gas e altro o sbaglio?

  31. Riccardo Reitanoon Nov 23rd 2010 at 12:55

    Costa
    non bisogna confondere le emissioni di CO2 dovute alla generazione di energia elettrica con le emissioni totali per unità di PIL. Quest’ultimo dipende solo in piccola parte dalla produzione di energia elettrica; se usi il rapporto energia su PIL ti sganci dal metodo di produzione dell’energia elettrica e hai un’idea più chiara dell’efficienza energetica del sistema economico. Nel caso particolare degli USA, fra l’altro, non si costruiscono centrali nucleari dagli anni ’70, eppure l’efficienza è aumentata significativamente.

  32. Gianfrancoon Nov 23rd 2010 at 16:29

    @ Roberto
    Personalmente cerco di comportarmi sempre meglio che posso, senza farmi influenzare da come si comportano gli altri, perché è così che si comportano le persone perbene. Un po’ tautologico ma mi aiuta a sentirmi bene con la coscienza tranquilla di aver fatto la mia parte.
    Lei sembra non avere fiducia nell’utilità del buon esempio. Forse è così. Tuttavia mi piace confidare che anche cinesi e indiani si renderanno conto che la Terra è dei loro discendenti quanto dei nostri (anzi di più visto che loro sono più numerosi) e che si regoleranno di conseguenza. Se non dovessero essere lungimiranti, ha ragione lei, siamo tutti fregati. Ma non mi sembra una giustificazione valida per la nostra miopia.

  33. […] Se si guardano le emissioni cumulate dei diversi paesi negli ultimi 150 anni, come  mostrato in questo precedente post, è un argomento con un fondamento. Questi sono i motivi che rendono difficile un secondo accordo […]