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L’importanza degli accordi di Durban

Molti articoli sull’esito della conferenza di Durban pubblicati sui quotidiani italiani mostrano come numerosi giornalisti e opinionisti sappiano poco dei negoziati internazionali sul clima.
I negoziati sul clima hanno una storia e una scomoda complessità, da cui bisogna partire per comprendere l’importanza di quanto approvato dalla COP17 a Durban.
Un post un po’ più lungo del solito, per augurare al meglio un buon 2012.


Le opinioni sono, ovviamente, tutte legittime. Ma devono tener conto dei fatti, di quanto è successo. Possiamo pensarla diversamente sul futuro delle politiche climatiche o su quanto grave sia il ritardo della politica. Possiamo ritenere che un vertice del genere sia una sceneggiata che lascia intatti gli interessi fossili costituiti. Ma quanto si è deciso o non deciso a Durban dovrebbe essere un fatto condiviso.
Se un giornalista (Massimo Gaggi, Corriere della Sera del 11 dicembre) scrive che quello di Durban è stato più un megaconvegno sulle sfide che attendono il genere umano che un vero negoziato…, non esprime una legittima opinione, ma disinforma su quanto è successo per due settimane. Non essendo presente, probabilmente immagina una riunione in cui molti partecipanti, dopo aver fatto capire che non volevano mettersi d’accordo, se ne sono andati in giro o in safari, e qualcuno rimaneva a raccontarsi storie sul futuro del pianeta.
A Durban invece ci sono state trattative lunghe e complesse: chi vi ha assistito o partecipato e ha fatto notte per discutere, un po’ si arrabbia a leggere quelle affermazioni.
Un giornalista o un opinionista doveva sapere che dal sito dell’UNFCCC, cioè anche da casa, era possibile disporre quotidianamente dell’agenda dei negoziati, con tutti i punti all’ordine del giorno; che dal webcast UNFCCC era possibile seguire in diretta le plenarie dei principali tavoli negoziali; oppure che il sito dell’IISD forniva un resoconto puntuale e dettagliato delle negoziazioni del giorno precedente.
Prima di andare in stampa poteva ascoltarsi nel webcast le ultime conferenze stampa a Durban del capo delegazione dell’UE Connie Hedegaard o degli USA Todd Stern, per capire lo stato delle trattative dalle incisive domande dei giornalisti presenti.
Così si sarebbe potuto evitare l’infortunio occorso al Corriere della Sera, che il giorno dell’accordo di Durban titolava in prima pagina “E’ fallito il vertice sul clima”. Avendo potuto verificare che nonostante gli errori ci sia la volontà di informare correttamente i lettori, ci si chiede come sia possibile che per due giorni in prima pagina siano stati richiamati articoli contenenti affermazioni palesemente infondate. Probabilmente numerosi giornalisti non si rendono conto delle loro lacune di conoscenza quando accettano di scrivere su questo tema: non sono a conoscenza di alcuni fatti basilari, di come funziona il meccanismo negoziale e cosa c’è in discussione.

Anche nei post successivi entreremo nei dettagli di quanto è successo a Durban; nello spirito di servizio che anima il lavoro di Climalteranti, proviamo a ripartire dai fondamentali, a spiegare alcuni fatti del processo negoziale dell’UNFCCC e alcune decisioni importanti prese a Durban.

I negoziati sul clima sono inevitabilmente complessi
A Durban non c’era un tavolo negoziale, ma sei paralleli:
1) la 17° sessione della Conferenza delle Parti della Convenzione (COP17-UNFCCC)
2) la 35° sessione dell’Organo sussidiario per l’attuazione della Convenzione (SBI: Subsidiary Body for Implementation)
3) la 35° sessione dell’Organo sussidiario di consulenza scientifica e tecnica (SBSTA: Subsidiary Body for Scientific and Technological Advice).
4) la 7° sessione della Conferenza delle Parti del Protocollo di Kyoto (CMP7)
5) la 16° sessione del Gruppo di lavoro sugli impegni futuri del protocollo di Kyoto per i paesi Annex I  (AWG-KP: Ad hoc Working Group on Further Commitments for Annex I Parties under the Kyoto Protocol).
6) la 14° sessione del Gruppo di lavoro sulle azioni a lungo termine (AWC-LCA: Ad hoc Working Group on Long-term Cooperative Action under the Convention)

I primi tre sono nati con la Convenzione stessa nel 1992, il quarto e il quinto in seguito all’approvazione del Protocollo di Kyoto nel 2005, l’ultimo  nel dicembre 2007 con il Bali Action Plan.
Ognuno di questi tavoli ha proprie regole, tempi, obiettivi, documenti approvati, in bozza o come conclusione finale. Oltre a questi ci sono decine di sottogruppi, gruppi di lavoro, gruppi di contatto o gruppi di consultazione informale, anche su temi di grandissima rilevanza (ad esempio verifica delle emissioni, contabilizzazione  degli assorbimenti e delle emissioni di gas serra legate alle attività forestali [LULUCFREDD], implementazione di meccanismi finanziari come l’Emission Trading, il Clean Development Mechanism, i progetti di Joint Implementation).
Sono negoziati complessi perché in gioco c’è la rottamazione di un intero sistema energetico, la fine della deforestazione, il finanziamento di azioni di adattamento agli impatti dei cambiamenti climatici per i paesi molto vulnerabili, e interessi geopolitici e strategici colossali.

I motivi della difficoltà di un secondo accordo
Il Protocollo di Kyoto  si basava sulla divisione netta tra paesi sviluppati con una responsabilità storica nelle emissioni di gas serra e i paesi in via di sviluppo che non erano stati fino ad allora responsabili delle maggiori emissioni. Negli ultimi anni, la situazione economica e tecnologica è completamente mutata: i paesi in via di sviluppo contribuiscono ora al 58%  delle emissioni globali di gas serra e continuano a crescere velocemente. Anche se le loro emissioni pro-capite sono ancora più basse di quelli dei paesi Annex I, questo ha portato molti paesi industrializzati a rimettere in discussione la struttura del Protocollo di Kyoto che pone obiettivi vincolanti solo ai paesi Annex I.
D’altra parte, i paesi emergenti hanno emissioni procapite ancora nettamente inferiori a quelli dei paesi Annex I, e citano a loro favore anche la “responsabilità storica” dei paesi industrializzati, che hanno sviluppato il loro sistema energetico nell’800 e da allora hanno iniziato ad emettere anidride carbonica. Se si guardano le emissioni cumulate dei diversi paesi negli ultimi 150 anni, come  mostrato in questo precedente post, è un argomento con un fondamento.
Questi sono i motivi che rendono difficile un secondo accordo sul clima, e che hanno reso necessario un intenso lavoro negoziale che ha prodotto a Durban alcuni risultati che non devono essere sottovalutati.

L’importanza degli accordi di Durban

Gli accordi di cui sono state messe le fondamenta nella COP17 a Durban sono, potenzialmente, molto ambiziosi.  Vediamo perché attraverso le due principali decisioni prese in tema di riduzioni delle emissioni.

1) È stato deciso di proseguire con un secondo periodo di  impegno del Protocollo di Kyoto (the committment period -2 of Kyoto Protocol – CP2-KP) con obiettivi vincolanti legalmente di riduzione delle emissioni solo per i Paesi Annex I, che avrà inizio nel 2013 e si estenderà fino al 2017 (o fino al 2020). Non tutti i paesi Annex 1 proseguiranno nel Kyoto-2: Canada, Giappone, Russia, e Stati Uniti hanno già dato forfait, per diversi motivi. Rimangono Europa, Australia, Nuova Zelanda, Svizzera, Norvegia e pochi altri.  Le riduzioni complessive attualmente in discussione per i paesi partecipanti oscillano tra il 15 e il 25 % nel 2020 rispetto al 1990. La quantificazione degli impegni effettivi per i diversi Paesi avverrà successivamente, sulla base delle comunicazioni che i Paesi devono effettuare entro maggio 2012.

L’Unione Europea ha già deciso di impegnarsi a raggiungere -20% nel 2020 rispetto al 1990, ma è disposta a considerare obiettivi più ambiziosi (fino a -30%) se altri paesi faranno sforzi analoghi. Tenendo conto che i paesi per ora partecipanti al CP2-KP rappresentano non più del 15% delle emissioni globali, questa decisione va valutata non per il suo significato numerico (poco più che simbolico), ma per quello politico: convincere i paesi in via di sviluppo ad accettare la cosiddetta “piattaforma di Durban” (vedi dopo).
Per i paesi industrializzati che non parteciperanno al CP2-KP non si preannuncia un totale disimpegno. Gli Stati Uniti, ad esempio, hanno confermato l’offerta avanzata a Copenaghen di riduzione volontaria delle emissioni del 17% al 2020 rispetto al 2005.
Sebbene al momento questo rappresenti più un buon proposito che un impegno vincolante, è tuttavia da notare il maggior livello di ambizione rispetto a quanto fatto finora.

2) È stato istituito un Gruppo di lavoro sulla “piattaforma di Durban” per definire entro il 2015 “un nuovo protocollo o altro strumento legale o esito condiviso dotato di forza legale”, che comprenda tutti i Paesi. Il gruppo di lavoro dovrà occuparsi di temi fondamentali come mitigazione, adattamento, meccanismi finanziari, sviluppo di nuove tecnologie e capacity building. Tale gruppo avrà l’obiettivo quindi di innalzare il livello di ambizione globale, anche sulla base dei risultati del Quinto rapporto sul Clima dell’IPCC che verrà pubblicato tra il 2013 e 2014. L’aspetto fondamentale è che i “paesi in via di sviluppo” (e.s. Cina e India) abbiano alla fine accettato l’idea di avere anche loro obiettivi “vincolanti” (a partire dal 2020). Sebbene sarà certamente difficile trovare un accordo nel 2015, e sebbene ci siano molti punti ancora da chiarire (es. cosa significa esattamente  “strumento dotato di forza legale”?), a Durban si sono poste le basi per superare la dicotomia paesi ricchi – paesi poveri che per anni ha tenuto in ostaggio l’intera discussione sugli impegni di riduzione, impedendo di fare passi in avanti.

Questa è la realtà sul tavolo dei negoziati in corso. Certo, sono per ora solo assicurazioni e impegni non formali (pledges), spesso ancora vaghi e insufficienti, ma un accordo internazionale così rilevante non è facile da costruire, non può che partire da condizioni simili per cercare – attraverso compromessi, flessibilità, revisioni o spinte sucessive – di arrivare ad un consenso che renda gli impegni il più possibile vincolanti (commitments).

Si può certo vedere il bicchiere mezzo vuoto. Gli impegni finora offerti sono assolutamente insufficienti ad affrontare il problema climatico. A Durban si è deciso il percorso e le condizioni per arrivare in seguito ad una decisione sul nuovo trattato globale, mentre servirebbero impegni forti, immediati e con vincoli legali.
Però il bicchiere è anche mezzo pieno. A Durban è stato ottenuto il massimo che ci si poteva realisticamente aspettare. Di questi tempi, convincere i paesi in via di sviluppo ad avviare un tavolo negoziale su obiettivi di riduzione “vincolanti” anche per loro è un bel successo politico (in larga parte da attribuire alla determinazione della UE). Un mancato accordo avrebbe con ogni probabilità provocato una crisi del multilateralismo climatico ed un ulteriore ridimensionamento delle aspettative in tema di mitigazione.

Ricordare questi fatti non significa che tutto va bene e che il clima è salvo, tutt’altro: la battaglia per il clima è ancora da combattere, dentro e fuori le negoziazioni ONU. Ma per discutere di come uscire dalla crisi climatica conviene confrontarsi con la realtà e non solo con le nostre aspirazioni.

 

Testo di Stefano Caserini, Giacomo Grassi, Marina Vitullo, Sylvie Coyaud e Sergio Castellari

 

30 dicembre 2011

Al fine di evitare un’eccessiva e scorretta generalizzazione, è stata effettuata una correzione al testo  introducendo  l’aggettivo  “numerosi” prima di “giornalisti” in queste due frasi.

Molti articoli sull’esito della conferenza di Durban pubblicati sui quotidiani italiani mostrano come molti giornalisti e opinionisti sappiano poco dei negoziati internazionali sul clima.

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Probabilmente molti giornalisti non si rendono conto delle loro lacune di conoscenza

37 responses so far

37 Responses to “L’importanza degli accordi di Durban”

  1. Leonardo Massaion Dic 23rd 2011 at 23:26

    La mia visione sul risultato di Durban e’ completamente opposta alla vostra (http://www.qualenergia.it/articoli/20111214-perche-risultato-durban-cop17-non-puo-bastare ). Durban segna un ennesimo fallimento; ancora una volta un fallimento politico che segue il disastro di Copenhagen e il nulla di fatto di Cancun. Se la parola fallimento e’ troppo forte, almeno chiamiamolo ‘ennesimo rinvio’. In poche parole, sono piu dalla parte di Gaggi e chi, come giustamente avete ricordato, non c’era (anche se non basta essere presenti a Durban per avere una visione globale e diretta del negoziato), che dalla parte di chi cerca di dispensare ottimismo e buonismo del tutto ingiustificato E sicuramente Gaggi non va lontano quando ipotizza molti delegati in giro o in safari a Durban. Il 90% dei delegati sono a Durban per ‘fare presenza’ o per seguire un unico tema nella moltidudine delle discussioni in agenda e per questo non possono e non sono in grado di avere una visione complessiva del negoziato (quelli che fanno ‘notte’ sono poche decine). Lo dimostrano alcune imprecisioni di questo pezzo, che mi permetto di commentare.

    Trattative lunghe e complesse? Sicuramente lunghe, complesse non sempre. La lunghezza delle trattative non per forza e’ un segnale della qualita del risultato. Nel negoziato UNFCCC molte parti usano la complessita dei temi in agenda per rallentare le trattative come una vera e propria tattica negoziale. Quindi, ahime, il Corriere della Sera ha ragione, e prendersela con il pressappochismo dei giornalisti italiani non e’ il massimo quando sono gli stessi delegati o i cosiddetti esperti ad avere spesso opinioni poco obiettive e/o lacune evidenti.

    Nel dettaglio, di seguito alcune precisazioni a correzione delle inesattezze del vostro articolo:

    1) E’ vero, Durban menziona il secondo periodo di adempimento del PK (cosa mai avvenuta nelle precedenti COP) ma non da certezza se e quando tale secondo periodo sara effettivo. Il CP2 non potra iniziare senza accordo sulla data finale (e Durban non compie nessun passo in avanti in tal senso). Australia e Nuova Zelanda sono tutt’altro che in favore del 2CP. Durban non fa nessun passo in avanti riguardo ai nuovi obblighi vincolanti di riduzione delle emissioni dei gas serra. Infine, e questo e’ il dato piu’ preoccupante, Durban non considera il problema del gap giuridico che ci sara tra la fine del primo periodo di adempimento e l’inizio del secondo (dovuti all’impossibilita di ratificare qualsiasi emendamento al PK in un periodo di tempo cosi breve e all’ostilita’ dei paesi industrializzati, la UE in primis, allo strumento della provisional application). In pratica, il 2CP riconosciuto nella decisione di Durban e’ una scatola completamente vuota e non si capisce come sia possibile sbloccare la situazione nel prossimo anno (questa la scadenza fissata a Durban)
    2) Cito: ‘L’aspetto fondamentale è che i “paesi in via di sviluppo” (e.s. Cina e India) abbiano alla fine accettato l’idea di avere anche loro obiettivi “vincolanti” (a partire dal 2020)‘. Questo e’ falso! Primo: da nessuna parte nelle decisioni di Durban si parla di obiettivi vincolanti. Secondo: da nessuna parte nelle decisioni di Durban si parla di obiettivi vincolanti per Cina e India. Terzo: i limiti temporali indicati nella decisione di Durban (2015 e 2020) sono solo indicativi e assolutamente non vincolanti per le Parti come ha dimostrato il fallimento di Copenhagen (la deadline stabilita a Bali non e’ stata rispettata).
    ‘A Durban si sono poste le basi per superare la dicotomia paesi ricchi – paesi poveri che per anni ha tenuto in ostaggio l’intera discussione sugli impegni di riduzione, impedendo di fare passi in avanti’: questa e’ un’opinione (chiaramente di parte) in quanto Durban non contiene nessun elemento che metta in discussione la divisione Annex I – non Annex I che e’ una delle fondamenta della Convenzione.

    Per concludere, l’articolo omette di citare uno dei pochi concreti passi in avanti fatti a Durban. Ultima pagina della decisione sul KP: ‘Any units generated from market-based mechanisms to be established under the Convention’. Per la prima volta viene riconosciuto il collegamento diretto tra i due tavoli negoziali (Convenzione e PK).

    Un caro saluto a tutti

  2. Stefano Caserinion Dic 24th 2011 at 01:18

    La ringrazio per il commento, anche se francamente non capisco il motivo di tanta animosità.

    Qui lei descrive Durban come un ennesimo fallimento, nel suo articolo che ha linkato ha scritto di un risultato “modesto”, che è molto vicino alla “bottiglia mezzo piena” di cui si parla in questo post.
    Se c’è un risultato, “seppur modesto” come lei ha scritto, non c’è stato un fallimento, che ci sarebbe stato se nell’ultimo giorno le cose fossero andate in modo diverso. Chi come Gaggi ha gridato al fallimento senza aspettare la fine della COP ha fatto una scommessa e l’ha persa; gli errori è giusto riconoscerli.
    Può vedere in rete che non siamo affatto gli unici a vedere in Durban un passo importante; fra le cose scritte, una delle più precise e autorevoli che ho letto è questa http://insights.wri.org/news/2011/12/reflections-cop-17-durban

    Non so da quale passaggio del post deduca una volontà di “dispensare ottimismo e buonismo del tutto ingiustificato”, visto che si scrive chiaramente “Gli impegni finora offerti sono assolutamente insufficienti ad affrontare il problema climatico. A Durban si è deciso il percorso e le condizioni per arrivare in seguito ad una decisione sul nuovo trattato globale, mentre servirebbero impegni forti, immediati e con vincoli legali.”

    Parla di inesattezze, imprecisioni, lacune, poi si limita da una lato a chiarire meglio alcuni punti e aggiungere altri temi, dall’altro a dare le sue opinioni.
    La ringrazio per i chiarimenti e per le aggiunte, ma ce ne sarebbero tanti altri di cui si potrebbe parlare, i passi concreti sono anche altri (es. sull’accounting…).
    Molte delle opinioni che esprime (es. “Durban e’ una scatola completamente vuota”) sono legittime, ma “di parte” proprio come le nostre.

    Ad esempio, su quanto la frase della Durban Platform (a protocol, another legal instrument or an agreed outcome with legal force under the Convention applicable to all Parties) sia un indice della volontà dei paesi non Annex I, o di alcuni di questi, di accettare impegni vincolanti, ci sono pareri diversi.
    In molti hanno visto nell’avvio della piattaforma di Durban un segno del superamento dell’impasse del “impegni vincolanti solo per paesi Annex I” (altrimenti non avrebbe senso l’intera operazione), ma certo rimane da chiarire quali paesi saranno coinvolti e cosa rendere vincolante.
    L’analisi più accurata che ho trovato è questa http://insights.wri.org/news/2011/12/qa-legal-aspects-durban-platform-text; e alla luce anche di quanto scritto qui le chiederei più cautela nell’accusare di scrivere falsità.
    Anche perchè è indubbio che ci sono ancora tanti altri passi da fare, e da discutere.
    Cari saluti anche a Lei.

  3. Federico Antognazzaon Dic 24th 2011 at 17:02

    Caro Leonardo, ero uno di quelli presenti a Durban. Concordo con lei quando dice che molti delegati vanno solo per fare presenza, soprattutto le componenti politiche delle delegazioni: un esempio i nostri parlamentari che si son visti poco o niente e davvero appena arrivati si sono fatti un bel safari.
    Questo comportamento di pochi però non può far passare in secondo piano il lavoro di tutti gli altri, i più, che erano li a svolgere il loro lavoro.
    Seguire le negoziazioni, quelle aperte, può far capire ai cronisti come si svolga effettivamente il processo, e le garantisco che è complicato e non ci puoi fare l’articoletto per fare il titolo, che ahi noi è ciò che ricerca la stampa.
    Detto questo non sono zompettante di felicità per l’accordo, ho anche io qualche perplessità , ma le dico che sono ottimista per il futuro.
    E come me tanti altri e tanti ragazzi che hanno tirato le 5 del mattino no-stop per attendere le sospirate decisioni. E con noi in quella sala eravamo non poche decine: alle 5 del mattino all’ICC Center di Durban tra delegati, NGO ecc… eravamo qualche migliaio…
    Le auguro un buon Natale e spero di lasciarle un po’ del mio ottimismo.
    Federico

  4. Riccardo Reitanoon Dic 24th 2011 at 17:40

    Concordo con le osservazioni di Stefano Caserini. Trovo poco comprensibile la logica, o forse più che altro lo stile, delle affermazioni di Massai. Riguardo lo stile, mi sembra di intravederne uno da tabloid, un titolo sensazionale e urlato e un contenuto che non corrisponde al titolo; il giornalismo, anche supposto di qualità, è maestro in questo stile.

    Ma passando ai contenuti, il presupposto “falso!”, con tanto di punto escalamativo, sulla parola “vincolanti” presuppone un’interpretazione del testo che Massai stesso ammette non essere chiara: “a protocol, another legal instrument or an agreed outcome with legal force under the Convention”. Per Massai questa frase non prospetta alcun vincolo, ma questa è solo un’opinione di certo non condivisa da molti. Dire che una diversa interpretazione è un falso è in contraddizzione con la non chiarezza invocata.

    Anche il suo secondo punto è sorprendente, a meno che non sia una ripetizione dello stesso concetto di prima e che quindi non sarebbe un secondo punto. La frase del testo riportata sopra continua con un “applicable to all Parties”; qui credo non ci siano dubbi interpretativi, “all Parties” include Cina, India e quant’altri. Anche qui, quindi, nessun falso.

    Il terzo punto c’entra poco con gli altri due. Massai lamenta che i limiti temporali “sono solo indicativi e assolutamente non vincolanti” perché, infatti, sono stati altre volte disattesi. Vero, quindi? Un accordo siglato non è modificabile con il consenso di chi l’ha sottoscritto? E se non lo fosse, con quali strumenti si può intervenire su uno stato sovrano? Che io sappia a nessuno è mai venuto in mente un modo accettabile di farlo. Il Canada si è tirato fuori da Kyoto senza che ci sia modo di impedirglielo né di punirlo per questo. Il lamento di Massai, benché comprensibile per il disappunto, mi sembra frutto di una visione irrealistica degli accordi internazionali.

    Infine, Durban è un fallimento o no? La domanda è ovviamente mal posta, dipende da quale si pensa o sperava fosse l’obiettivo. Spostare l’asticella in alto a piacimento è facile, un po’ come dire che non abbiamo sappiamo abbastanza sul clima. Certo, è assolutamente legittimo scegliere di non essere “dalla parte di chi cerca di dispensare ottimismo e buonismo del tutto ingiustificato”. Ma spostare il dibattito sulle attitudini mentali, pessimismo contro ottimismo, o le assurde generalizzazioni dei delegati che vanno al safari non serve certo a granché.

    Tutto questo lungo commento per dire che sabotare è facile, costruire no.

  5. oca sapienson Dic 24th 2011 at 21:02

    @ L. Massai
    “La mia visione”
    E’ “legittima” ovviamente, ma da quanto lei scrive, non capisco dove sono gli errori o l’ottimismo.

    Come molti qui, ero scontenta di Kyoto, figurarsi ora. Ma se confronto l’esito di Durban con quello dei negoziati per altre convenzioni ONU, il protocollo sui rifugiati per esempio, devo ammettere che Durban è stato un successo. Purtroppo.

  6. Paolo Gabriellion Dic 25th 2011 at 04:38

    @ Federico Antognazza

    “un esempio i nostri parlamentari che si son visti poco o niente e davvero appena arrivati si sono fatti un bel safari.”

    Grazie Federico per la tua coraggiosa testimonianza. Il fatto che questi comportamenti dei nostri politici non sorprendano piu’ nessuno mi sembra ancora piu’ grave del fatto che questi se ne vadano a nostre spese a farsi una vacanza invece di andare a tutelare gli interessi…. del pianeta.

    Dove si possono trovare nomi e cognomi della delegazione parlamentare italiana a Durban? Chi di loro si e’ recato al safari invece di andare alla conferenza? A quale organo dovrebbero rispondere del loro presunto comportamento?

    In un paese normale, se verificati, dei comportamenti del genere (ma anche molto meno) porterebbero quantomeno alle dimissioni.

  7. Daniele Pernigottion Dic 25th 2011 at 11:10

    Caro Leonardo,
    vorrei intanto spostare l’oggetto della discussione da “successo-fallimento” a quello dei “progressi” di Durban.
    Credo che la necessità di sintetizzare il tutto in un bianco-nero da guelfi e ghibellini non aiuti a comprendere l’esito di Durban.
    Condivido pertanto appieno la posizione critica rispetto a Gaggi che parla di un megaconvegno. Tu sai meglio di tutti noi quanto lavoro ci sia nelle COP (anche se ovviamente c’è sempre chi frena…) e mi sembra assurdo parlare di questi appuntamenti come incontri di amici che vanno lì a divertirsi.
    Dare quest’immagine all’esterno è semplicemente un’azione da irresponsabili che tende a minare alla base la credibilità del processo multilaterale. Ben vengano le critiche, ma serie e motivate… non populiste.
    Sono d’accordo che se guardiamo ciò che resta da fare e la lentezza con cui si muove il processo negoziale dell’UNFCCC finiamo tutti per cadere in depressione.
    Ma non puoi negare l’importanza di alcune decisioni di Durban. Da quanti anni si cercava di fondere assieme il doppio binario KP e LCA? L’attuale prolungamento del KP2 (anche… o soprattutto, con la data di conclusione non definita) e aver lanciato la DP è secondo me un segnale molto importante verso l’unificazione dei due processi.
    Ora ti lascio per andare al pranzo di Natale, ma mi riprometto di riprendere con te questa discussione.

    Tanti auguri a tutti!

  8. oca sapienson Dic 25th 2011 at 19:05

    @Paolo G.
    Lista dei partecipanti – i parlamentari sono a pagina 68
    http://unfccc.int/resource/docs/2011/cop17/eng/inf03p01.pdf

    Non ho trovato quella dei safari.

  9. Paolo Gabriellion Dic 26th 2011 at 02:23

    Grazie mille. Nella lista della delegazione italiana di 40 persone ci sono dunque almeno 4 parlamentari :

    Mr. Angelo Alessandri Member of the Parliament Committee on Environment, Land and Public Works
    Mr. Salvatore Margiotta Member of the Parliament
    Mr. Agostino Ghiglia, Member of the Parliament
    Ms. Federica Tagliani, Member of the Parliament

    Chi di loro dunque sarebbe andato al safari invece di partecipare ai lavori della conferenza?

  10. Federicoon Dic 26th 2011 at 11:04

    @Gabrielli: e che ne so.. 🙂
    Questi erano i rumors che giravano nel quartiere delle esposizioni con po di NGO.
    Come al solito possono essere le voci di noi “ambientalisti” sempre critici… Per cui son news da prendere con le pinze.
    Chiedo venia se la mia frase ha creato scompigli.
    Scuse a voi e agli eventuali partecipanti al safari (che spero non abbiano fatto)!

  11. Paolo Gabriellion Dic 26th 2011 at 23:36

    @ Federico
    “Chiedo venia se la mia frase ha creato scompigli.”

    Scompigli? Magari…. significherebbe che saremmo in un paese diverso. Tutto normale, tutto tranquillo…. avanti cosi’. Sono rimasti solo la Gabbanelli e Saviano a denunciare le cose scomode in Italia? Oppure tutti gli altri stanno aspettando di avere anche loro la tutela legale e la scorta? Tanti auguri per un migliore 2012.

  12. Leonardo Massaion Dic 27th 2011 at 00:30

    Cari,

    lungi da me gettare pessimismo o troppa animosita’ tra i frequentatori di questo sito, anche se da alcune reazioni e’ evidente che non sempre chi scrive ha una conoscenza diretta delle questioni. Mi limito a ribadire quanto gia scritto, ossia correggere alcune imprecisioni del blog di Caserini e altri:

    1) ‘L’aspetto fondamentale è che i “paesi in via di sviluppo” (e.s. Cina e India) abbiano alla fine accettato l’idea di avere anche loro obiettivi “vincolanti” (a partire dal 2020)’: da nessuna parte nei testi adottati a Durban si legge di obiettivi vincolanti per Cina e India (a prescindere dall’interpretazione data alle 3 opzioni), al massimo questa puo’ essere una speranza (che esisteva ben prima di Durban).

    2) ‘È stato deciso di proseguire con un secondo periodo di impegno del Protocollo di Kyoto (the committment period -2 of Kyoto Protocol – CP2-KP) con obiettivi vincolanti legalmente di riduzione delle emissioni solo per i Paesi Annex I’ e ‘Sebbene al momento questo rappresenti più un buon proposito che un impegno vincolante, è tuttavia da notare il maggior livello di ambizione rispetto a quanto fatto finora’: tra le varie cose, non sono stati decisi gli obiettivi vincolanti di riduzione delle emissioni, i numeri che girano sono gli stessi di inizio 2010 e Durban non dice niente sul ‘legal gap’ tra primo e secondo CP.

    Inoltre, Reitano confonde un accordo internazionale (Kyoto) con una decisione della COP.

    Anche per questi motivi, l’attacco generalizzato ai giornalisti (‘Probabilmente i giornalisti non si rendono conto delle loro lacune di conoscenza quando accettano di scrivere su questo tema: non sono a conoscenza di alcuni fatti basilari, di come funziona il meccanismo negoziale e cosa c’è in discussione’) appare spropositato e inopportuno (le plenarie aperte, il web streaming o le conferenze stampa possono dare un’idea, forse, ma non bastano ad avere una visione complessiva del negoziato).

  13. marina vitulloon Dic 27th 2011 at 09:40

    @ L. Massai
    Parla di “… correggere alcune imprecisioni del blog di Caserini e altri:” ma non viene indicato alcuno punto da correggere, ma vengono date alcune sue opinioni.

    “1) da nessuna parte nei testi adottati a Durban si legge di obiettivi vincolanti per Cina e India (a prescindere dall’interpretazione data alle 3 opzioni), al massimo questa puo’ essere una speranza (che esisteva ben prima di Durban).”
    Sicuramente non si puo’ leggere il testo di un “a protocol, another legal instrument or an agreed outcome with legal force under the Convention” ancora non scritto, ma non deve essere dimenticata la forza della parola “legal” aggiunta nel testo della decisione, cosi’ come deve far riflettere il meccanismo che e’ stato messo in moto, per i Paesi non Annex I, di fornire informazioni sulle proprie emissioni (inventario gas serra) ogni due anni e che tali informazioni saranno sottoposte ad attivita’ di verifica e revisione.

    Parla di attacco generilizzato ai giornalisti. Ho riletto il post e non ho avuto una simile impressione. Il post tendeva a evidenziare la quantita’ di decisioni raggiunte a Durban, fornendo, a chi volesse farlo, gli elementi per approfondire le varie tematiche. E’ l’approfondimento delle notizie (e la loro verifica) che sarebbe auspicabile per tutti coloro che fanno il mestiere di giornalista o che aspirano a farlo. e tale pratica e’ tanto piu’ necessario quanto complessi sono i temi da trattare.

  14. Riccardo Reitanoon Dic 27th 2011 at 11:10

    Non credo sia il caso di ribadire cose già scritte, sarebbe noioso oltre che certamente non utile al dibattito.

    Preferisco notare l’ultimo paragrafo del commento Massai con il quale mi trovo daccordo. Massai scrive che “le plenarie aperte, il web streaming o le conferenze stampa possono dare un’idea, forse, ma non bastano ad avere una visione complessiva del negoziato”. Credo che molti saranno daccordo e immagino pure gli autori del post visto che criticano di Gaggi propio il non essersi informato nemmeno tramite gli strumenti disponibili da casa. Possiamo quindi dire che Gaggi non aveva una visione complessiva del negoziato; resta da capire come giustificare le sue affermazioni lapidarie. L’invito di Marina all’approfondimento “per tutti coloro che fanno il mestiere di giornalista o che aspirano a farlo” mi sembra appropiato.

  15. Elisabetta Corràon Dic 27th 2011 at 17:31

    Ciao a tutti !
    da giornalista, credo sia indispensabile premettere che la materia è complessa e che comunicare in cinquanta righe una tale complessità non è facile. Questo è un primo problema, quando in una redazione si deve decidere chi scriverà il pezzo e nessuno dei presenti è sul serio esperto di clima e trattative. Un post come quello in cima a questa pagina andrebbe studiato a fondo prima di aprire il file di un editoriale, ma nè la linea del giornale ( molto spesso) nè i tempi tecnici lo consentono. ovvio, anche se poco “percepibile”, che questi intoppi creano e determinano un gap di comprensione della gravità del GW, perché i lettori ne sanno ancora meno dei giornalisti e hanno bisogno di clamorose semplificazioni. La notizia corretta era: Cina e India finalmente decidono di entrare in un processo di limitazione delle emissioni serra, ma andava constestualizzata e spiegata. per montare un pezzo ben fatto ci voleva un giorno intero. il direttore ha scelto di giocare, come ha scritto federico antognazza, sul botto: “fallito il summit sul clima”. sono sempre più convinta che il problema più cogente sia trovare e perfezionare canali di comunicazione per il grande pubblico: non importa solo parlare del GW, bisogna parlarne in modo comprensibile. Personalmente, trovo che Federico abbia dato un quadro molto nitido ed eloquente delle trattative nell’aperitivo del 14 dicembre scorso con ICN. Io sono pessimista, ma ognuno di noi è chiamato a dare il massimo per scongiurare il peggio. se ieri avete visto su rai2 Earth della BBC, con quell’orso polare che nuotava nell’oceano in cerca di ghiaccio, be’ sono sicura che dentro di voi avrete motivazioni e intenzioni, al di là delle differenze di pensiero.
    Buon 2012 a tutti !

  16. Giacomo Grassion Dic 27th 2011 at 19:15

    Caro Leonardo!
    Anzitutto grazie per le tue osservazioni, che contribuiscono a tenere vivace il blog. Intervengo con un po’ di ritardo, ma devo dire che condivido gran parte di quanto gia’ scritto da Stefano, Daniele, Marina e gli altri.
    In particolare, non sono d’accordo quando tu ritieni che la frase del post ‘A Durban si sono poste le basi per superare la dicotomia paesi ricchi – paesi poveri che per anni ha tenuto in ostaggio l’intera discussione sugli impegni di riduzione, impedendo di fare passi in avanti’ sia “un’opinione chiaramente di parte”. Il fatto che la COP abbia deciso “to launch a process to develop a protocol, another legal instrument or an agreed outcome with legal force under the United Nations Framework Convention on Climate Change applicable to ALL Parties” a me sembra sembra proprio questo: un “porre le basi”, un passo necessario (anche se non sufficiente) per un accordo globale. Dopo Durban, la possibilita’ di obiettivi “vincolanti”per Cina e India (vincolanti volutamente virgolettato, potremmo a lungo discutere cosa significa l’uscita del Canada dal KP…) e’ qualcosa di piu’ di una “speranza che esisteva gia’ prima” come scrivi tu…. e’ l’esplicito obiettivo di un processo negoziale (che sara’ lungo e difficilissimo, non mi faccio illusioni).
    Ad essere un po’ cinici si puo’ legittimamente concludere che a Durban si e’ “deciso di rimandare la decisione” (ennesimo rinvio, come dici tu, che per me significa bicchiere mezzo vuoto), ma “fallimento” (cioe’ bicchiere del tutto vuoto) a me sembra davvero non appropriato. Tu segui le negoziazioni e ti chiedo: le tue aspettative per Durban erano maggiori ? Sono tempi difficili per parlare di sforzi di mitigazione, e Durban ha quantomeno tenuto accesa la speranza di sforzi futuri (essenziale, tra l’altro, per il mondo del business). Questo non vuol dire che non sia giusto evidenziare l’assoluta insufficienza degli impegni presi finora, ma la questione allora non e’ tanto su Durban, ma sull’efficacia di processo negoziale che assomiglia sempre di piu’ ad una gigantesca torre di Babele (di cui, pero’, difficilmente riusciremo a fare a meno)… a questo proposito penso che il post “Le vere risposte alla crisi climatica arriveranno dal basso” del 19 dicembre offra spunti interessanti.
    Sul secondo periodo di impegno di Kyoto ti ringrazio per le tue osservazioni, ma non vedo una contraddizione con quanto scritto nel post … sul rischio di “legal gap” mi riservo di approfondire (non si stava lavorando su opzioni per evitare il lungo processo di ratifica? tu ne saprai piu’ di me), ma comunque il significato di un secondo periodo di impegno mi sembra piu’ politico che numerico (come scritto nel post)… quindi non mi sembra che l’eventuale legal gap cambierebbe la sostanza degli accordi di Durban.
    per ora, un caro saluto
    Giacomo

  17. Riccardo De Lauretison Dic 28th 2011 at 11:59

    La complessità del negoziato si vede anche dalla lettura diversa che viene data dei documenti approvati. La lettura di Leonardo è una visione sostanzialmente pessimistica degli accordi raggiunti, ma concordo con quanto ricordato da Giacomo: ci si poteva aspettare di meglio? Poteva l’UE accettare un KP bis vincolante senza alcun risultato sulla Convenzione con impegni di riduzione di tutti? La Convenzione e il KP sono legati alla stessa sorte e ai progressi della negoziazione su un tavolo devono corrispondere progressi sull’altro. Leonardo ha avuto la fortuna (o forse sfortuna) di partecipare anche al tavolo negoziale dei ministri che forse gli ha accentuato la visione pessimistica. L’accordo politico è anche condizionato dall’accordo sul lavoro tecnico e devo far notare che ad esempio scrivere il testo d’accordo su MRV e rapporti biennali dei paesi Annex 1 e non annex1 è stato molto complicato per la diversità e multitudine delle posizioni negoziali, e che l’accordo trovato è sicuramente minimo ma è mancato il tempo per trovare un testo concordato da tutti, e forse il prolungamento al 2012 servirà anche a rivedere (in meglio) tali aspetti, ma il risultato finale come ha ricordato marina c’è e riguarda il monitoraggio delle emissioni globali. Tra qualche anno tutti le Parti della Convenzione dovranno riportare le loro emissioni con cadenza almeno biennale e questo ben prima del 2020. E al monitoraggio segue la verifica delle politiche e misure intrprese da tutte le parti, non solo Annex 1, per ridurre le emisioni, e tali misure saranno disponibili su un pubblico registro. Insomma la lentezza del negoziato è esasperante e non ha tempi adatti per i giornalisti ma la bottiglia degli accordi di Durban per me è mezza piena.

  18. Riccardo Reitanoon Dic 28th 2011 at 15:13

    Anche se forse per molti sarà solo chiacchera, io trovo questa frase degna di nota:

    Noting with grave concern the significant gap between the aggregate effect of Parties’ mitigation pledges in terms of global annual emissions of greenhouse gases by 2020 and aggregate emission pathways consistent with having a likely chance of holding the increase in global average temperature below 2 °C or 1.5 °C above pre-industrial levels,”

    Non ci sono numeri né decisioni vincolanti, ma trovo tutt’altro che ovvio il riconoscimento che anche i pledges sono insufficienti. Qualunque decisione successiva dovrà tenerne conto.

  19. Paolo C.on Dic 28th 2011 at 17:36

    E intanto pare che l’India abbia già fatto marcia indietro:

    http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=13877

    Se il buon giorno si vede dal mattino…

  20. Riccardo Reitanoon Dic 28th 2011 at 23:34

    Paolo C.
    non sono certo che il discorso della Natarajan sia stato riportato correttamente. Altri, ad esempio l’Indian express o il Times of India, lo riportano in modo diverso e più articolato. Da questi due articoli sembra piuttosto che la Natarajan rimarchi la famosa terza opzione del “agreed outcome with legal force” in contrasto al “lagally binding”.

    In ogni caso, l’affermazione che “Dopo il Canada quindi anche l’India esce dal percorso faticosamente segnato a Durban” appare decisamente errata per due motivi. Primo, il Canada non è uscito da Durban ma dal Protocollo di Kyoto. Secondo, la Natarajan non sembra fare alcun accenno ad una “uscita” qualsivoglia.

  21. sandro federicion Dic 29th 2011 at 17:34

    Carissimi,
    colgo l’occasione di questo dibattito per portare elementi piu’ ampi di discussione e mi permetto di farne una lista per chiarezza di esposizione:

    1) Io ritengo che questo sito, la comunita’ scientifica, oltre che dibattere gli aspetti scientifici di un problema, a definirne le dimensioni e prospettarne lo sviluppo DEBBA suggerire soluzioni debba indicare possibili strade di uscita. Ben venga quindi il dibattito che io ritengo debba essere articolato in una sezione del sito;

    2) Se un visitatore del sito climalteranti vuol sapere come e’ andata la COP clicca sul link COP e l’unico articolo che appare sui risultati di durban si intitola “le vere risposte alla crisi climatica arriveranno dal basso”. Un post che parla di fallimento ed addirittura oppone il negoziato, quale processo top-down, ad azioni dei singoli paesi o di singoli attori economici, quale processo bottom-up. Il visitatore e’ quindi portato a pensare che quella sia la visione del sito e quindi, anche se c’e’ il richiamo ad un dibattito, che il dibattito debba partire da quel punto, da quella visione. Questo e’ sbagliato, se si vuole fare un dibattito lo si fa partire da una analisi oggettiva dei fatti, l’Earth Negotiation Bulletin puo’ essere un punto di partenza, la visione soggettiva dell’alleanza per il clima no. Durban e’ stato un fallimento? Se si guarda al significato della parola failure (http://www.merriam-webster.com/dictionary/failure) si vede che il fallimento e’ l’omissione di un’azione usuale od attesa. E’ cio’ che e’ accaduto? quale era l’attesa lo si puo’ vedere dal post pre-durban intitolato “l’incerto futuro del Protocollo di Kyoto”.
    Cio’ che e’ stato adottato a Durban e’ andato oltre le aspettative della maggioranza (non degli addetti ai lavori, si veda il “dibattito” sulla mailing list pre-COP) ed ha dimostrato il pieno funzionamento del meccanismo negoziale avendo adottato una serie di decisioni tutte nella direzione di un impegno globale per la lotta ai cambiamenti climatici.
    Durban e’ stata quindi un successo essendo andata oltre le aspettative della maggioranza ed avendo dimostrato il funzionamento del meccanismo negoziale.
    Contrapporre poi il negoziato multilaterale alle azioni dei singoli e’ prova di assenza di buon senso ed anche di intelligenza, l’una azione non contrasta con l’altra e ritengo che al punto in cui siamo ogni passo, singolo o collettivo, nella direzione della lotta ai cambiamenti climatici sia non solo benvenuto ma necessario; a chi crea una contrapposizione fasulla non andrebbe data pubblicita’ (e questo non significa censura visto che l’alleanza per il clima ha canali di pubblicita’ ben piu’ vasti e potenti di climalteranti).

    3) Per quanto riguarda l’analisi dettagliata dei contenuti (da cui si rileverebbe un’assenza di questi) io considererei che l’impegno ad un secondo commitment period del protocollo e’ stato preso, non si puo’ affermare il contrario, e che l’impegno a raggiungere nel 2015 un accordo globale e’ stato preso (si consideri che il testo “a protocol, another legal instrument or an agreed outcome with legal force under the Convention” non rappresenta 3 opzioni ma semplicemente chiarisce con tre locuzioni successive cio’ che ci si aspetta si raggiunga nel 2015), ed anche questo e’ innegabile.
    Ovviamente si puo’ eccepire che aver raggiunto un accordo non ha significato aver quantificato l’impegno ne averlo reso ineludibile. A queste obiezioni non ho risposta, si consideri che gli USA si sono ritirati dal Protocollo di Kyoto dopo averlo sostanzialmente scritto e che il Canada intende ritirarsi dal Protocollo di Kyoto dopo aver fallito (in questo caso e’ un vero fallimento) l’impegno preso. E’ allora tutto tempo perso? No; e’ questa l’unica strada percorribile, problemi globali vanno affrontati con soluzioni globali.
    E’ sul consenso ed il compromesso (e sulla fallibilita’ di ogni accord)o che l’umanita’ puo’ prospettare un futuro di progresso, passo su passo. E questo significa che e’ sulle divisioni e contrapposizioni che si deve, e dovra’ lavorare, scordandosi di poter imporre una visione ed una regola; non funziona.

    4) abbiamo a che fare con i limiti di una curva esponenziale (che matematicamente parlando e’ l’infinito) (http://www.globalchange.umich.edu/globalchange2/current/lectures/human_pop/human_pop.html) che si trova ad operare in regime di risorse limitate (e decrescenti) ; come si pensa di evitare il collasso e lo scontro violento per le risorse? Come si pensa di “rivoluzionare” il modello di sviluppo? con le iniziative bottom dell’alleanza per il clima? senza dialogo?

    PS in molti sono andati a fare il safari, i delegati sono esseri umani e chiunque si trova in sudafrica considera l’opzione di fare un safari, ed hanno fatto bene ad andarci (io non ho avuto l’occasione).
    Evidenziare differenze, creare differenze e’ la forma mentis peggiore per poter negoziare, le similitudini, per fortuna, sono sempre maggiori e le differenze non inconciliabili il negoziato si fa riconsocendo similitudini e conciliando differenze.
    Questa e’ logica pura e fredda.

    impegniamoci per un buon anno

    Sandro

    .

  22. Stefano Caserinion Dic 29th 2011 at 19:02

    @ Sandro

    @ ritengo che questo sito, la comunita’ scientifica, oltre che dibattere gli aspetti scientifici di un problema, a definirne le dimensioni e prospettarne lo sviluppo DEBBA suggerire soluzioni debba indicare possibili strade di uscita.

    d’accordissimo; solo che come sai questo sito vive dei contributi di chi ci scrive…

    @ Se un visitatore del sito climalteranti vuol sapere come e’ andata la COP clicca sul link COP e l’unico articolo che appare sui risultati di durban si intitola “le vere risposte alla crisi climatica arriveranno dal basso”.

    Su questo tema c’è anche il nostro primo post su Durban; il fatto che non gli sia stata assegnata la categoria “COP” è solo una dimenticanza: se lo dicevi prima la aggiungevamo subito; l’ho fatto ora.

    @ Il visitatore e’ quindi portato a pensare che quella sia la visione del sito e quindi, anche se c’e’ il richiamo ad un dibattito, che il dibattito debba partire da quel punto, da quella visione.

    Ma Sandro, guarda che nel post “le vere risposte alla crisi climatica arriveranno dal basso “ c’è scritto nelle prime tre righe: “Iniziamo un dibattito sul futuro delle politiche climatiche e delle negoziazioni sul clima, ospitando un parere fortemente critico sull’esito della COP17 di Durban, che pubblichiamo, pur non condividendone numerosi passaggi, per mostrare la diversità delle posizioni e degli argomenti in gioco.”

    @ Contrapporre poi il negoziato multilaterale alle azioni dei singoli e’ prova di assenza di buon senso ed anche di intelligenza…

    ma perché non possiamo discutere sugli argomenti senza dare agli altri degli ignoranti?
    Se secondo te questa contrapposizione non esiste, cerca di fare capire perché; e consiglio di non personalizzare la questione: è una posizione sostenuta da tanti, è un po’ troppo semplice vederla come una questione di buon senso.

    @ No; e’ questa l’unica strada percorribile, problemi globali vanno affrontati con soluzioni globali.

    Io su questo ho molti più dubbi. Se questa strada non porterà da nessuna parte (cosa che non mi sento di escludere) se ne dovrà trovare un’altra; per dire che è “l’unica strada percorribile” andrebbero portate delle prove.

  23. Paolo Gabriellion Dic 30th 2011 at 02:54

    @ Sandro

    Mi sembra comprensibile che chi partecipa ai negoziati possa credere che l’oggetto su cui sta lavorando sia l’unico che conta veramente per risolvere il problema 😉 Succede a tutti, anche tra noi paleoclimatologi ad esempio e’ pieno di gente straconvinta che sia l’oceano Atlantico la chiave di volta del paleoclima. E chissa’ mai dove abbiamo quasi sempre recuperato le nostre carote di sedimenti marini o di ghiaccio…

    La vera domanda sui negoziati di Durban non e’ se questi siano stati un successo o un fallimento ma se anche una sola delle decisioni prese serviranno in futuro a ridurre di anche di un solo ppm (1) la concentrazione di CO2 in atmosfera.

    Quando avremo raggiunto questo obiettivo allora si potremo eventualmente affermare che il “meccanismo negoziale ha funzionato”. Tra oggi ed allora, tutto il resto sono chiacchere di cui si puo’ discutere la maggior o minore possibile utilita’ ma sempre di chiacchere si tratta.

    Stranamente, sembra quasi che ogni alternativa alle negoziazioni sia inevitabilmente vista come una deriva democratica. Ma e’ cosi’? Certamente no. I meccanismi bottom-up sono quanto di piu’ democratico esiste in quanto o hanno successo (vedi la diffusione di internet) oppure non hanno nemmeno il tempo di evolvere oltre lo stato embrionale.

  24. Stefano Caserinion Dic 30th 2011 at 08:53

    @ Paolo

    @ La vera domanda sui negoziati di Durban non e’ se questi siano stati un successo o un fallimento ma se anche una sola delle decisioni prese serviranno in futuro a ridurre di anche di un solo ppm (1) la concentrazione di CO2 in atmosfera.

    Su questo io penso che possiamo stare tranquilli: qualche riduzione la provocheranno di sicuro. Cosi’ come il Protocollo di Kyoto, che secondo tanti è stato un fallimento, ha portato sicuramente a ridurre le emissioni rispetto al “business as usual”.
    Il punto è se questi negoziati potranno portare a politiche davvero incisive a scala globale, a ridurre in modo significativo e in tempi rapidi le emissioni, per permettere di conseguire quello che è uno degli obiettivi principali della Convenzione, evitare “l’interferenza pericolosa con il clima delle attività umane”.

  25. sandro federicion Dic 30th 2011 at 11:43

    Ripeto che considerare il bottom-up un’alternativa alle negoziazioni e’ sciocco e pericoloso perche’ fa assumere al problema la semplice dimensione locale cosicche’ le soluzioni adottate (di cui ci si puo’ anche menar vanto) non funzionano. Un sistema, non globale, ha fatalmente dei leakages che possono tranquillamente corrispondere all’intera diminuizione di emissioni contabilizzata (o forse anche maggiore).
    Il Protocollo di Kyoto e’ una di queste soluzioni parziali (non tutti i carbon reservoirs, e quindi le sources dentro, e non tutti i paesi dentro), che io difendo a spada tratta perche’ ripeto il dualismo bottom-up top-down e’ inesistente e quindi prova di scarso buon senso ed intelligenza (gli argomenti del post ossia migliaia di persone in giro per il mondo contrapposti alle riduzioni reali sul territorio -che spesso sono leakages- e’ la fotocopia del famigerato intervento di clini di un anno e mezzo fa) . Il Protocollo di Kyoto con tutti i suoi leakages risolvera’ il problema dei cambiamenti climatici? Ovviamente no eppure e’ uno degli elementi chiave che ci da’ la speranza.
    E non dico questo per personalismo -e’ stato il mio lavoro (mi sono licenziato) e se ho fortuna continuera’ ad esserlo- e’ per buon senso e per la constatazione dei fatti. invero si fanno politiche locali di mitigazione dal 1992 piu’ o meno (ci sono stati gli AIJ projects, il Protocollo di Kyoto, l’ETS e miglialia di altri interventi (tutti utilissimi e li difendo uno per uno a spada tratta perche’ ingrediente necessario alla soluzione del problema) eppure le emissioni globali sono aumentate (e anche velocemente). in questi venti anni, soluzioni parziali hanno risolto il problema dei cambiamenti climatici? NO (ecco le prove).
    Se non si adottano soluzioni globali, che minimizzino i leakages, si puo’ sperare di risolvere il problema? NO (qui si tratta di buon senso).

    ciao

    ps dire che una argomentazione e’ priva di intelligenza non e’ offensivo, e’ una constatazione di un fatto, come dire che il cielo e blu’ (non e’ una visione parziale anche se il cielo e’ fatto di infinite sfumature che, per convenzione, sintetizziamo nel colore blu)

  26. Alberto Zorattion Dic 30th 2011 at 15:49

    Buongiorno a tutti, e molti complimenti per il sito, veramente ben fatto.
    Sono una delle persone che, come organizzazione osservatrice e per conto di un periodico di settore, ha seguito la COP17. La lettura sugli outcomes della conferenza, sebbene complessa e non facilmente semplificabile, non mi porta però ad essere ottimista. Concordo con chi legge nella formula “a protocol, another legal instrument or an agreed outcome with legal force under the Convention” un disimpegno rispetto a veri e propri impegni vincolanti, è stata la via d’uscita che ha permesso ai Governi presenti ed alla presidenza di turno Sudafricana di non far saltare per aria il percorso multilaterale già messo a serio rischio a Copenhagen e rimesso con fatica in carreggiata alla COP16. Dopotutto la posizione della Natarajan riportata nei giorni scorsi da Greenreport non è una novità rispetto a quella tenuta durante la lunga notte di Durban, su cui sottolineò il concetto di “equity” come prioritario rispetto ad ogni altro approccio. L’India, così come la Cina, non hanno mai sottoscritto documenti in cui fosse chiara la loro volontà di sottostare ad impegni vincolanti.
    Altra questione, l’Unione Europea. Passata come paladina del clima in molti media mainstream, la Hedegaard sconta un’Unione, paradossalmente, divisa con Polonia e Paesi dell’est fortemente ostili ad accordi vincolanti (ed infatti sul tavolo l’UE ha portato quello che già aveva deciso, il 20% entro il 2020 ed una promessa intangibile su un taglio del 30%) e, ancora peggio sconta politiche commerciali incoerenti con gli obiettivi ambientali, basterebbe guardare aldilà della retorica come stia spingendo la Raw Materials Initiative come approccio commerciale di ricerca attiva delle materie prime o come si stia muovendo all’interno dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, sostenendo la questione del cambiamento climatico come “new issue” per spingere avanti l’agenda di liberalizzazioni commerciali.
    Perchè se la COP, come percorso multilaterale, ha un suo senso politico ed una sua dignità, non possiamo non vedere che una vera lotta al cambiamento climatico si può portare avanti solamente intervenendo in maniera pesante negli altri capitoli della policy dei Paesi, primo fra tutti quello commerciale. Accordi bilaterali, plurilaterali o arene multilaterali come l’Organizzazione Mondiale del Commercio hanno purtroppo più efficacia dei protocolli ambientali, non fosse altro perchè alcuni di questi (come il Nafta o la Wto stessa, anche se in forma diversa) prevedono tribunali specifici che possono condannare Paesi a ritorsioni commerciali.
    E leggere sul documento dell’AWG-LCA la proposta che i Paesi membri,, nei loro negoziati climatici, hanno la responsabilità di rispettare i loro impegni presi in sede Wto/OMC, ha dei risvolti anche in sede di diritto internazionale non così leggeri. Se pensiamo che la questione del rapporto tra accordi commerciali ed accordi multilaterali sull’ambiente (quale di questi ha la priorità sulll’altro?) è ancora ben lungi dall’essere risolto, inserire una tale opzione in un documento ufficiale risolve la questione in modo poco convincente. E’ possibile commissariare un percorso Nazioni Unite da parte di un’organizzazione non Onu, per giunta evidentemente orientata?
    Un saluto a tutti, e auguri di un buon 2012

  27. Stefano Caserinion Dic 30th 2011 at 18:03

    @ Alberto Zoratti

    Caro Alberto, grazie per il tuo intervento. Sugli impegni di Cina, ma soprattutto dell’India, non mi stupisce che non accettino da subito impegni vincolanti di riduzione. Le loro emissioni pro capite o storiche-cumulate (o cumulate procapite, come fanno notare loro quando parlano di equità) sono troppo diverse da quelle dei paesi Annex. Pero’ a mio parere l’importante è che siano coinvolti in un processo multilaterale che prevede prima o poi, anche per loro, delle riduzioni. Su quanto sarà prima o quanto sarà poi, penso sia presto per dirlo. Però il loro coinvolgimento è strategico, anche per permettere all’EU e forse agli USA, di alzare il loro livello di ambizione, come si usa dire nelle COP.
    Sul secondo tema hai ragione, da parte dell’EU c’è stato anche molto marketing; pero’ a mio parere la Commissione Europea è molto più avanti della media degli Stati Membri, in cui ci sono la Polonia e l’Italia che sono stati forse i principali freni nel passaggio unilaterale al -30%.
    L’ultimo tema che tocchi è un tema molto importante. Il mio parere è che la questione della mancanza di trasparenza e democraticità di istituzioni quali WTO, FMI e Banca Mondiale, e ci metterei anche la Banca Centrale Europea, è cruciale per le politiche che saranno adottate contro la crisi economico-finanziaria, e queste hanno grandi ripercussioni sulle politiche sul clima. La speranza è che se sarà raggiunto, molto molto faticosamente, un nuovo accordo nei prossimi anni, ci sarà stato tempo per fare in modo di evitare di far commissariare l’intera architettura dal WTO. Ma non saprei dire di più, l’incapacità mostrata, anche a livello EU, di porre dei freni alla speculazione finanziaria non fa in effetti essere ottimisti.

    @ Leonardo Massai

    Abbiamo valutato la critica da Lei fatta al post, ossia che contenga un attacco generalizzato ai giornalisti. Non voleva esserlo, ma rileggendo queste due frasi:
    Molti articoli sull’esito della conferenza di Durban pubblicati sui quotidiani italiani mostrano come giornalisti e opinionisti sappiano poco dei negoziati internazionali sul clima.
    e
    Probabilmente i giornalisti non si rendono conto delle loro lacune di conoscenza

    in effetti generalizzano in modo eccessivo e scorretto.
    Per cui abbiamo deciso di correggerle introducendo “numerosi” prima di giornalisti.
    Abbiamo lasciato traccia di questa correzione in fondo al post.
    La ringrazio

  28. sergio castellarion Dic 30th 2011 at 21:20

    Ho letto solo ora tutti i commenti al post. Io partecipo al negoziato UNFCCC da 10 anni come delegato. Chiaramente non posso lavorare su tutti i punti in agenda. sono moltissimi. pensate che nelle ultime sessioni si hanno 6 agende! Io sono esperto di temi scientifici presnti nella Agenda SBSTA e alcuni in agenda AWG-LCA.
    In generale le delegazioni che hanno almeno una decina di persone suddividono le tematiche tra le persone e in generale in base ai vari background professionali.
    Inoltre in generale le delegazioni Europee sono (almeno la maggior parte delle 27 delegazioni) strutturate e ben preparate. La Europa parla nella UNFCCC con una sola voce che rappresenta tutta l’Europa ( questo coordinamento formale non avviene nel processo IPCC, dove ogni Paese Membro Europeo parla separatamente). La posizione Europea su tutti questi innumerevoli punti in agenda si sviluppa tramite Gruppi di Esperti che preparano i position paper e altri background paper che poi vengono sottoposti alla discussione e all’accordo del Coordinamento Europeo tra i Paesi Membri. Quindi posso dire che i Paesi Europei hanno in generale delegazioni ben preparate e attive nelle negoziazioni e se vanno ai safari ci vanno solo alla domenica (in generale unica giornata libera nelle due settimane di sessione). Questo vale anche per le delegazioni di quasi tutti i Paesi Membri UNFCCC. In 10 anni posso affermare che la maggior parte dei delegati lavora attivamente nel processo: chiaramente ci sono delegazioni con membri più preparati tecnicamente ed altre con membri meno preparati. Questo dipende da vari fattori. Purtroppo ci sono anche delegazioni di una sola persona o due persone, che quindi non possono svolgere un ruolo attivo su vari punti in agenda.
    Riguardo alle opinioni dell’amico Leonardo sull’esito di Durban, credo che entrambi possiamo dire che un lento, forse piccolo, ma abbastanza chiaro, passo in avanti nel processo negoziale è avvenuto. Entrambi sappiamo che la velocità della diplomazia climatica è difficile da stimare in anticipo e in generale non procede in maniera regolare.
    Nel prossimo anno io e Leonardo organizziamo una Simulazione Negoziale UNFCCC per gli studenti del PhD Program in Science and Management of Climate Change dell’Università di Venezia. Credo che sarebbe interessante se Leonardo parecipasse come Umbrella Group ed io come PVS.
    ciao a tutti e Buon Anno

  29. Antonioon Dic 31st 2011 at 12:35

    La contrapposizione dei processi negoziali di scala planetaria alle strategie di mitigazione locale mi sorprende e mi interessa allo stesso tempo. Quello che mi sorprende è proprio lo stupore e lo scoramento riguardo la difficoltà di raggiungere dei risultati vincolanti per la riduzione delle emissioni di gas serra. Capisco lo scoramento, l’ho avuto anche io in molti casi, ma trattandosi di un processo che ha l’ambizione – nel senso buono del termine – di raggiungere una visione condivisa per la specie più bizzarra del pianeta mi stupirebbe che si giungesse a conclusioni condivise e sensate in tempi rapidi. Sappiamo bene che fenomeni di scala globale hanno dinamiche solitamente lente rispetto ai fenomeni di scala locale e cos’è un negoziato planetario se non un fenomeno di scala globale? Riguardo alla supposta inutilità dei processi negoziali di scala planetaria permettetemi un parallelismo con la Dichiarazione universale dei diritti umani. A mio avviso il processo negoziale messo in moto dalla UNFCCC si inscrive in quell’ambito culturale, ha l’ambizione, come dicevo prima, di riconoscere qualcosa di urgente e universalmente valido. Per quanto la Dichiarazione non sia un documento giuridicamente vincolante, chi direbbe qui che si tratta di un documento inutile? Chi non riconoscerebbe il valore etico e politico di quel documento e del lunghissimo processo che ha portato alla sua redazione? Non ci sono state delle conferenze annuali per arrivare alla Dichiarazione ma quel processo è cominciato quasi duecento anni prima e c’è voluta la seconda guerra mondiale per arrivare alla sua stesura finale. Forse anche noi oggi abbiamo bisogno di una seconda guerra mondiale per vedere l’utilità di un accordo planetario sui cambiamenti climatici?
    I motivi per cui trovo invece interessante la contrapposizione è che rivela un atteggiamento filosofico di fondo. Se da un lato ci sono i sostenitori di una visione comunitaria dall’altro ci sono i sostenitori di una visione liberale. Insomma le iniziative individuali si scontrerebbero con quelle comunitarie, così come quelle locali si scontrerebbero con quelle globali. Di solito non c’è una sola strada per raggiungere un obiettivo e spesso nelle faccende umane la presenza di più strade concorre a raggiungerlo più rapidamente. Per quanti mutamenti abbia subito la mia attività professionale non posso dimenticare la mia formazione di ecologo di scuola olistica e quando guardo un oggetto, sia esso un organismo o una comunità, non riesco a vederlo avulso dal suo contesto, ecco perché trovo un esercizio di scarso interesse dire se siano più importanti i negoziati internazionali o le iniziative locali. Le iniziative locali hanno bisogno di un contesto normativo ampio per potersi sviluppare così come questo si nutre di esperienze ed esigenze locali.
    Riprendo due frasi dai commenti: “i meccanismi bottom-up sono quanto di piu’ democratico esiste” di Paolo Gabrielli e “problemi globali vanno affrontati con soluzioni globali” di Sandro Federici. Le due frasi mostrano prospettive a mio avviso ugualmente valide e per niente esclusive, vederle operare entrambe permette di correggere errori che inevitabilmente avrebbero qualora operassero separatamente.
    Buon anno a tutti.

  30. Paolo Gabriellion Dic 31st 2011 at 16:21

    @ Antonio
    Grazie mille per il suo commento che esprime la mia visione perfino meglio di quanto abbia potuto fare io stesso. Ho dato enfasi ai meccanismi bottom-up, non per reclamarne lo status di “unica via possibile”, ma per contestare con tutta la forza che il meccanismo negoziale lo sia.

    @ Stefano
    (I negoziati) “qualche riduzione (di CO2) la provocheranno di sicuro”

    La riduzione avvera’ di sicuro (in un modo o nell’altro) ma il timing e’ fondamentale (2050 o 2500?). I negoziati possano senza dubbio avere un ruolo, che sara’ pero’ difficile da disaggregare da quello di azioni e retroazioni molto piu’ dinamiche e altrettanto complesse. Ad ogni modo ben prima della riduzione di 1 fatidico ppm di CO2 ci sono altri due obiettivi da perseguire. 1) Riduzione della velocita’ di crescita’ della CO2 2) Stabilizzazione della sua concentrazione

    La strada e’ dunque lunga e solo fino a ieri la via negoziale sembrava una saggia lumaca zoppa. Il fatto che ci viene riportato che la lumaca abbia mostrato a Durban segni di guarigione non mi rassicura sul fatto che (da sola) possa raggiungere i suoi obiettivi in tempo utile. Tuttavia penso che ogni cm fatto da questa lumaca in quella direzione servira’ per indirizzare meglio meccanismi piu’ dinamici e incontrollati come quelli bottom-up.

    Auguri per un buon 2012

  31. Federicoon Dic 31st 2011 at 19:22

    Io sono ottimista per il futuro, e non è un delirio da 38 di febbre.
    Il problema del raccontare cosa succede in una COP a chi di COP non si interessa è incredibile, perché occorrerebbe educarli e spiegare loro cosa è.
    Ci ho provato in una settimana, ma è veramente complesso devi andarci dentro, sporcarti le mani, provare a leggere i vari draft… E quando capisci che forse hai compreso qualcosa esce la nuova draft che è diversa dalla precedente e ricominci….
    Avevo scattato una foto di una ciabatta con tanti caricatori in plenaria che ritengo emblematica della difficoltà delle negoziazioni internazionali, che vanno dal clima ad altri temi: in un mondo iper tecnologico, in cui si vive circondati da smartphone, tablet, NetBook, notebook, elettrodomestici di ogni tipo eppure… Eppure non esiste ancora la spina universale: ognuno permane nella sua idea della “mia spina”. Se nemmeno su questo siamo ancora tutti volti a uno standard, come prendere che sia scontato, facile e semplice giungere all’accordo che nel bene e nel male influenzerà le politiche economico-energetiche-sociali e di sviluppo di 194 paesi con abitudini, esigenze, problemi e ambizioni differenti?
    Io ho fiducia in questo processo, perché sono convinto che sta aumentando il grado di consapevolezza, ma occorre che i cronisti inseguano meno lo scoop, ed educhino il lettore a comprendere le notizie.
    Buon anno a tutti anche da parte di tutta l’Italian Climate Network

    Federico

  32. Daniele Pernigottion Gen 7th 2012 at 18:59

    Rientro da un breve periodo di vacanza… e vedo che la discussione sul post ha proliferato abbondantemente.

    Sono d’accordo con Sandro che non esista un’alternativa al processo negoziale top-down dell’UNFCCC. O almeno che sia ingenuo sperare di arrivare a un piano di azione mondiale al di fuori di questo contesto negoziale. Ciò non significa ovviamente che l’UNFCCC sia “sufficiente”, ma che sia cmqe “necessario”.
    E’ fondamentale che il cambiamento sia supportato anche da altre azioni bottom-up e/o di natura volontaria da parte di singoli soggetti, ma senza una cornice forte a livello di Nazioni Unite il risultato globale atteso non potrà risultare che con un gap maggiore dell’attuale rispetto alle richieste dell’IPCC.
    Mi piacerebbe sapere da chi sostiene il contrario quali strumenti o processi potrebbero garantire un risultato in linea con le richieste degli scienziati.

  33. Paolo Gabriellion Gen 8th 2012 at 05:58

    @ Daniele

    Quale strumento ha fatto divenire l’inglese la lingua globalmente predominante? Quale processo ha favorito l’esplosione di internet? La storia non va avanti con piani scritti a tavolino, non lo ha fatto quando eravamo qualche milione e credo sia improbabile che lo faccia ora in un mondo cosi’ complesso con 7 miliardi di persone.

  34. Daniele Pernigottion Gen 8th 2012 at 09:40

    @ Paolo

    Purtroppo i tuoi esempi hanno avuto diffusione per la loro implicita utilità (parlare con una lingua comune o trasferire/rendere disponibili in tutto il mondo delle informazioni), mentre il taglio delle emissioni di GHG porta a una rivoluzione del modello di sviluppo che per il bene futuro richiede delle privazioni ai cittadini di oggi (consumi energia, trasporti, consumi).

    Se i politici hanno difficoltà a definire un accordo globale non oso immaginare come sia possibile pensare che ciò avvenga su base volontaria da parte dei cittadini cinesi, americani (quelli che magari rifiutano il darwinismo)…o italiani, nei tempi richiesti dall’IPCC.

    La tua osservazione sulla maggiore complessità di un mondo a 7 miliardi di persone mi sembra proprio un’aggravante di questo scenario.

  35. claudio della volpeon Gen 8th 2012 at 09:43

    Paolo sono d’accordo che la storia non va avanti su piani scritti a tavolino, ma certamente è un oggetto analizzabile e spiegabile e probabilmente per certi aspetti prevedibile; insomma può essere oggetto di scienza; in fondo è fatta di oggetti materiali; se è così allora si possono fare scenari e si può anche cercare di influenzarla, ovviamente spendendo molta energia; alla fine ci sono condizioni al contorno ben precise anche per la vita dell’umanità; occorre pagare un prezzo al fatto che siamo oggetti materiali, non puri spiriti; ora se le cose stanno così allora potrà aver senso chiedersi cosa si può fare sia a livello di grandi organizzazioni che di piccoli gruppi.

  36. […] Quanto deciso a Durban, le decisioni già prese dall’Unione Europea e il ruolo dell’Europa nello spingere i negoziati, non esistono (“i governi occidentali sembrano meno intenzionati a incalzare i riottosi”). […]

  37. Gianlucaon Gen 13th 2012 at 21:52

    Segnalo su questo tema questo commento su Nature
    http://www.nature.com/nature/journal/v481/n7380/full/481137a.html

    Quello che non ho capito è perchè Massai dice che è stato un ennesimo fallimento.
    Sul numero di Qualenergia di novembre/dicembre (mi dispiace ma non lo trovo in rete) avevo letto, e ho controllato, che lo stesso Massai aveva scritto che lo scenario piu’ ottimista per Durban prevedeva una decisione della COP su una roadmap, un piano di lavoro con obiettivo la conclusione di un accordo globale nel 2015,
    che mi sembra proprio quanto è successo.
    il primo commento qui è in palese contraddizione, sembra scritto da una persona diversa, boh…