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L’altra metà del lavoro da fare

Si è svolta a Göteborg la prima conferenza internazionale sulle tecnologie per emissioni negative di CO2, un tema sempre più di interesse in campo scientifico e tecnologico

 

Come abbiamo già scritto in passato, l’Accordo di Parigi ha definito obiettivi di contenimento delle temperature globali molto ambiziosi,
che per essere rispettati richiedono di limitare drasticamente la quantità di gas serra che saranno emessi in atmosfera nei prossimi decenni. Non è possibile definire questo limite con un numero preciso, per due motivi: il primo è che l’obiettivo sulle temperature non è preciso “…mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto di 2 °C rispetto ai livelli pre-industriali, e perseguire sforzi volti a limitare l’aumento di temperatura a 1,5 °C” (Art.3 AdP); il secondo è che l’incertezza presente nel legame fra le emissioni di gas serra e l’aumento delle temperature globali porta gli scienziati a definire intervalli di emissioni legati a gradi di probabilità di rispettare l’obiettivo.

Numerosi gruppi di ricerca negli ultimi anni hanno valutato quanto una rapidissima decarbonizzazione (ridurre a zero le emissioni) del sistema energetico mondiale, unita all’azzeramento della deforestazione, possa permettere di rispettare gli obiettivi dell’Accordo (si veda qui e qui o qui), e la conclusione è chiara: non sarà sufficiente ridurre a zero le emissioni. Anche negli scenari di decarbonizzazione più ottimistici sarà comunque necessario rimuovere dall’atmosfera molta CO2, il principale dei gas serra (e soprattutto quello con i maggiori tempi di permanenza naturali nell’atmosfera), ovvero generare “emissioni negative”.

L’entità della rimozione di CO2 necessaria dipende dalla velocità con cui si riuscirà ad azzerare le emissioni: più rapida sarà la decarbonizzazione, minori le emissioni negative necessarie; più si aspetta a ridurre le emissioni, maggiore sarà la quantità di CO2 da rimuovere.

Vista la difficoltà ad avviare la transizione energetica su scala globale, è molto probabile che non si potrà fare a meno di generare quantità ingenti di emissioni negative. In altre parole, dopo aver fatto lo sforzo gigantesco di rottamare l’attuale sistema energetico e farla finita con la deforestazione, inizierà l’altra metà del lavoro, ugualmente impegnativa. Eternity

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Visto quanto detto sopra, non sorprende che negli ultimi anni sia cresciuto notevolmente l’interesse per le tecnologie per la rimozione di CO2, chiamate CDR (“carbon dioxide removal”) o NET (“Negative Emission Technologies”). Non solo su internet e sui blog. C’è stata una crescita esponenziale di articoli scientifici su questo tema, che sono ormai migliaia. Dal 22 al 24 maggio si è svolta a Goteborg la prima conferenza internazionale sulle emissioni negative.

Un programma molto fitto, con circa 150 relazioni orali in una quarantina di sessioni, 8 keynote speaker, il primo dei quali Jim Hansen Hansen che, dopo aver esordito nel suo intervento con “Sono scettico sulle emissioni negative, ma ho la mente aperta per cui sono pronto a cambiare idea”, ha seguito la conferenza assieme ai circa 250 altri partecipanti.

In questa conferenza si sono discussi tutti gli aspetti del problema, tecnologici, politici, modellistici, etici. I costi, gli impatti i co-benefici delle diverse opzioni tecnologiche che esistono. Molto spazio dedicato al BECCS (Bio-energy with carbon capture and storage), l’opzione oggi più studiata ed in teoria tra le più competitive dal punto di vista economico.  Molto interesse anche per la tecnologia di DACS (Direct Air Capture), che viene giudicata importante solo sul lungo periodo. Una buona attenzione anche per le proposte tecnologiche più nuove (alcuni esempi qui, qui, qui, qui, qui, qui o qui), ancora oggetto di studio e ancora molto lontane da una fase dimostrativa.

L’impressione è quella di un grande fermento da parte della comunità scientifica, espresso dalla Reinervolontà comune di una discussione aperta sul tema. Non sono poche infatti le obiezioni avanzate sulla fattibilità su vasta scala di molte delle opzioni proposte (es. BECCS), nonché sugli impatti che possono avere sugli ecosistemi o la produzione di cibo. D’altra parte, avanza la comprensione che per evitare un’interferenza dannosa delle attività umane sul clima ci sarà ancora tanto da fare, e ridurre drasticamente le emissioni e contrastare la deforestazione non sarà la parte più difficile.

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Per chi volesse approfondire il tema delle emissioni negative di CO2, suggerisco la lettura di tre articoli appena usciti su Environmental Research Letters (disponibili gratuitamente), e che inquadrano in modo molto efficace il tema.

Negative emissions—Part 1: Research landscape and synthesis

Negative emissions—Part 2: Costs, potentials and side effects

Negative emissions—Part 3: Innovation and upscaling

 

 

Testo di Stefano Caserini

2 responses so far

2 Responses to “L’altra metà del lavoro da fare”

  1. alsarago58on Mag 26th 2018 at 13:03

    Un altro metodo elaborato di recente è quello di usare la CO2 (atmosferica o da fumi) come materia prima per realizzare etilene: questo idrocarburo, oggi ricavato dal petrolio, è poi utilizzato per realizzare diversi tipi di plastiche, che immagazzinerebbero il carbonio della CO2 “per sempre”, se non vengono bruciate.
    https://www.sciencedaily.com/releases/2018/04/180411111016.htm
    https://www.sciencedaily.com/releases/2018/05/180522132614.htm

    Oppure convertirla in nanotubi di carbonio
    https://www.sciencedaily.com/releases/2018/05/180523160148.htm

    Un altro metodo è quello ideato da Rubbia: separare il carbonio dal metano sotto forma di nerofumo, usando un catalizzatore al rame, bruciando poi solo l’idrogeno. Il nerofumo ha diverse applicazioni industriali, o può essere facilmente immagazzinato. Applicando la tecnica a biometano, si ottiene una riduzione netta della CO2 atmosferica.
    https://www.sciencedaily.com/releases/2013/04/130408084900.htm

    Infine, modestamente, avrei anch’io una idea: creare cereali geneticamente modificati, contenenti geni in grado di convertire parte della CO2 che usano, in carbonato di calcio, come fanno già alghe unicellulari e alcune piante, formando con esso dei noduli nelle radici, stelo o foglie.
    Il carbonato, cioè la CO2 immobilizzata, resterebbe così nel terreno a ogni nuovo raccolto, rimuovendone potenzialmente in modo permanente milioni di tonnellate a costo zero.

  2. Rassegna stampa giugno 2018 | CDCAon Giu 5th 2018 at 13:24

    […] CLIMA ED EMISSIONI: L’altra metà del lavoro da fare. L’articolo su Climalteranti […]

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