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Le emissioni di metano dal permafrost artico e i pericoli per il futuro del clima

Emissioni di metano dal permafrost terrestre e dai bassi fondali delle coste artiche sono state osservate negli ultimi anni. L’ipotesi è che il riscaldamento globale provochi la decomposizione degli idrati di metano cristallini presenti a varie profondità. Ciò provocherebbe un feedback di accelerazione nel riscaldamento stesso. D’altra parte questi composti di inclusione giocano un ruolo strategico, come riserva energetica di gas naturale, molto più abbondante di tutte le fonti fossili accertate.

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Da alcuni anni scienziati svedesi, come Orjan Gustafsson, avevano segnalato l’aumento della concentrazione del metano nell’aria sovrastante i suoli della Lapponia nonché l’emissione di bolle di metano dai bassi fondali delle coste artiche.
Da alcuni anni inoltre Katey Walter (in alcuni lavori si firma come K.M.W. Anthony) e i suoi colleghi stanno lavorando sulla fusione del permafrost (il suolo gelato perenne) alaskano, canadese e siberiano: in questi casi la fusione del ghiaccio che permea gli strati superficiali del permafrost provoca la formazione di avvallamenti e depressioni nella pianura sovrastante, con la formazione di piccoli laghi e acquitrini. I sedimenti organici sul fondo di questi laghi fermentano per l’azione di microrganismi anaerobi, con la formazione di metano (K.M Walter, L.C. Smith, F.S. Chapin III, Phil. Trans. Royal Soc.).

Più di recente (marzo 2010) l’allarme è stato lanciato da ricercatori russi e svedesi (Shakova e altri, fra cui Gustafsson) che hanno osservato nel mare di Laptev (Siberia centrale) e nel mare della Siberia Orientale, un cospicuo flusso di gas proveniente dai bassi fondali della piattaforma continentale. Ugo Bardi ne ha accennato nel suo blog e io ne ho parlato con Claudio Della Volpe e con Fabio Desicot in un’intervista radiofonica. In verità dal 2008 la temperatura dei fiumi siberiani d’estate supera di ben 4 C la temperatura media degli anni precedenti; si innesca quindi un circuito vizioso: più aumenta il Global Warming più si scaldano i fiumi e i mari costieri. Sarebbe questa la causa delle emissioni di metano dai bassi fondali della piattaforma continentale. Inoltre nel 2009 erano state viste via sonar e simulate fuoriuscire di colonne di bolle di gas dai sedimenti marini ai margini continentali delle isole Spitzbergen (G. Westbrook et al. Geophys. Res. Letters) e M. Reagan, G.J. Moridis Geophys. Res. Letters (riprese anche da Realclimate e tradotto in italiano da Climalteranti).

D’altra parte le emissioni marine possono avere due origini: 1) all’aumento della temperatura accelera la fermentazione anaerobica nei sedimenti organici dei fondali e il metano sovrassatura le acque marine fuoriuscendo sotto forma di bolle; 2) si decompongono gli idrati di metano presenti al di sotto del permafrost sia terrestre che marino. (Comunque sia, più metano viene emesso e più aumenta il riscaldamento regionale e globale). Nel novembre 2009 avevo infatti pubblicato su ChemSusChem una contrastata review sulla struttura, la formazione e la collocazione geologica di enormi quantità di metano intrappolato nel sottosuolo terrestre, all’interno delle piattaforme continentali e sotto i fondali oceanici profondi. Questo metano in gran parte non è sotto forma di gas compresso, ma di cristalli di clatrati idrati, cioè di cristalli di complessi di inclusione di metano in forme particolari di ghiaccio, di composizione regolare (8 molecole di metano per 46 di acqua, vedi Figura 1: da E. Lodolo, Le Scienze, 1988), Questi e altri cristalli contenenti semplici gas organici e inorganici sono noti da molto tempo, sia come curiosità scientifica, sia per la loro formazione spontanea negli oleodotti operanti a bassa temperatura nei territori siberiani e canadesi, sia infine per la formazione spontanea negli affioramenti di petrolio da fratture delle rocce nei fondali profondi del Golfo del Messico: quivi sono stati fotografati come cupolette di cristalli biancastri, stabili a temperatura di qualche grado sotto l’alta pressione idrostatica (vedi Figura 2, da I.R. MacDonald, Le Scienze 1999).

Si tenga presente che questi idrati di metano permangono sotto pressioni di 2-3 atmosfere fino a temperature prossime a 0°C, quindi sono abbastanza instabili. Basta un piccolo riscaldamento degli strati superiori del permafrost, anche di quello che si estende sotto i bassi fondali delle piattaforme continentali circum artiche, per provocare massicce fuoriuscite di gas.
Inoltre un metro cubo di idrati di metano (912 kg) contiene una quantità di metano che se riportata a condizioni ambientali standard occuperebbe circa 157 metri cubi (e 170 a 25°C)! E’ come se il gas negli idrati avesse circa la densità di un solido.

Figura 1 – struttura schematica di un idrato di metano: ai vertici dei poliedri vi sono atomi di ossigeno di molecole d’acqua che formano, attraverso gli atomi di idrogeno, una rete di interazioni, raffigurate dagli spigoli di ciascun poliedro, con le altre molecole di acqua del cristallo. Figura 2–  cupola di idrati sul fondale caraibico: i rametti sono formazioni di alghe e microorganismi che si nutrono del metano ossidandolo metabolicamente con l’ossigeno degli ioni solfato e nitrato delle acque marine.

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Finora le tecnologie estrattive del metano dai campi terrestri di idrati sono abbastanza sicure e applicate da lungo tempo alla foce dei fiumi Ob e Jennisei nella Siberia occidentale e più di recente di fronte al mare di Kara e alle foci nell’Artico di bacini idrici del Canada e dell’Alaska. Il primo di questi giacimenti non è più utilizzato, a causa dello sfruttamento intensivo protrattosi dalla metà degli anni trenta. Da ciò l’interesse strategico sia di USA, Canada e Russia, sia dei Paesi senza una estesa frontiera artica, a esplorare giacimenti off-shore sia nelle piattaforme continentali che nei fondali oceanici profondi, anche in climi temperati o tropicali.
Una approfondita analisi statistica di tutti i dati relativi alle disponibilità totali di metano e gas naturali contenuti negli idrati era stata fatta da A.V. Milkov, che aveva concluso per un valore massimo di 2×1016 metri cubici di metano negli idrati riportati a condizioni standard STP.
Una più accurata e aggiornata stima, basata sui risultati degli ultimi progetti di prospezione, è stata formulata da Klauda e Sandler che hanno corretto la stima a 1,2×1017 metri cubici a STP corrispondenti a 74000 Gton e solo per le quantità contenute negli idrati sottomarini (che rappresenterebbero però l’85-90% del totale). Questa stima supera di diversi ordini di grandezza la stima della quantità totale di metano nelle riserve naturali di gas, e di molte volte la stima di tutto quante le altre riserve accertate di carbonio. L’utilizzo di queste ricche riserve naturali servirebbe a spostare di molti anni il ”picco del gas” (analogo del picco del petrolio).

Nel citato articolo esaminavo anche i programmi di esplorazione dell’estensione dei giacimenti di metano gassoso e di idrati. L’interesse per queste riserve naturali di risorse energetiche e per la loro estrazione dai fondali oceanici profondi, mediante piattaforme di trivellazione galleggianti, non poteva essere disgiunto dalla segnalazione dei rischi ambientali (ecco perché uno dei referee voleva bloccare la pubblicazione, accusandomi di catastrofismo, per cui sono stato costretto a moderare il titolo dell’articolo. Indubbiamente lo sfruttamento intensivo di queste nuove fonti di combustibili accentuerebbe ancor di più le emissioni di CO2 con conseguenze devastanti sul GW, senza contare, in caso di incidenti, le stesse dispersioni di metano che come è noto è 25 volte più efficace della CO2 come gas serra (AR4-WGl. Capitolo 2 Tabella 2.14). Nei modelli più recenti dell’IPCC (AR4), non si prende in considerazione questo potenziale e pericoloso contributo.

In realtà lo sfruttamento dei campi sottomarini di idrati dai fondali profondi va molto a rilento perché la tecnologia non è sufficientemente sicura. L’instabilità degli idrati può provocare una fuoriuscita incontrollata di una gran quantità di metano che comprometterebbe il galleggiamento delle piattaforme di estrazione. Una interessante tecnologia è stata sperimentata dal progetto giapponese, mediante l’utilizzo di un pozzo a gomito a 90 gradi che attacca il giacimento lateralmente, destabilizzando gli idrati con inibitori chimici e/o acque marine calde. In questo modo la piattaforma di estrazione e le navi appoggio non insisterebbero sulla verticale della bocca del pozzo. Figure 3 e 4 (Fonte: H. Takahashi, Y. Tsuji, Offshore Technology Conference, Houston U.S. 2009).

Figura 3 struttura schematica del giacimento della fossa di Nankai, Mar del Giappone. Figura 4 pozzo di estrazione a gomito per lo sfruttamento del giacimento della fossa di Nankai.

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In realtà non viene suggerita da nessuna fonte una convincente spiegazione del perché la concentrazione del metano in atmosfera sia aumentata di oltre il 150% rispetto all’inizio del 1900. Né perchè ci sia stato un forte rallentamento intorno al 1970. Non vi sono infatti dati disponibili circa le eventuali perdite dai gasdotti o dai pozzi di estrazione. Dopo quegli anni la concentrazione del metano in atmosfera è ripartita in modo accelerato: si era avviata una grande attività estrattiva del gas naturale e lo sfruttamento dei campi di idrati della Siberia occidentale aveva raggiunto il culmine. Successivamente sono entrati in funzione gli altri campi terrestri in Siberia stessa, in Canada e in Alaska, nonché le trivellazioni di ricerca sui fondali marini in varie parti del mondo: vedi il citato lavoro su ChemSusChem nonché (G.J. Moridis, Paper LBNL, University of California.2008).
Le uniche ipotesi invocate riguardano la maggior produzione biologica dovuta all’incremento degli allevamenti di ruminanti o dei terreni non paludosi adibiti a risaie. Ma queste spiegazioni non sono affatto sufficienti. D’altra parte l’attività metanigena dei batteri anaerobi presenti nei sedimenti organici dei fondali marini, continuamente alimentata dall’apporto dei fiumi e dall’inquinamento dei mari interni (incluso il Golfo del Messico) non è mai considerata.
Inoltre il metano prodotto dalla fermentazione dei sedimenti organici dei fondali marini è solo parzialmente ossidato dalle colonie miste di batteri anaerobi ed aerobi presenti. Quel che supera la barriera biologica è poco solubile nelle acque marine e si accumula nell’atmosfera. Per quanto il metano abbia una vita media in atmosfera molto meno lunga della CO2 (che può solo essere rimossa dalle piogge), ciò non ostante la sua rimozione non è molto facile: gli ossidanti più comuni (ozono, ossidi e radicali azotati etc.) reagiscono con il metano stesso con grande lentezza (cinetiche di anni o decenni) né il metano è fotoscisso dalla radiazione solare. L’unico agente che può distruggere il metano (asportandone un atomo di idrogeno) è il rarissimo radicale ossidrile.
Ma tutto ciò potrà essere esaminato in un altro post.

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Testo di Guido Barone (guido.barone@unina.it)
con contributi di Stefano Caserini, Marcello Vichi, Paolo Gabrielli, Claudio Della Volpe

19 responses so far

19 Responses to “Le emissioni di metano dal permafrost artico e i pericoli per il futuro del clima”

  1. Giovanni Dittaon Set 6th 2010 at 07:21

    In definitiva, professore, il suo articolo metterebbe in discussione la strombazzata fonte metanifera degli allevamenti, che secondo alcuni ha un ruolo determinante nell’aumento della concentrazione di metano in atmosfera?

  2. Antonello Pasinion Set 6th 2010 at 08:05

    Caro Guido,
    grazie per la tua sintesi molto efficace.
    Qualche tempo fa avevo analizzato con un po’ di dettaglio l’importanza del lavoro di Shakova et al. sul metano dei fondali della piattaforma artica. Chi è interessato può consultare:
    http://antonellopasini.nova100.ilsole24ore.com/2010/03/non-solo-co2-cosa-succede-a-nord-della-siberia.html
    Saluti
    Antonello

  3. maurizia pertegatoon Set 6th 2010 at 09:56

    Spett.Guido Barone,ho letto con preoccupazione il suo articolo che risuona nel silenzio della pubblica opinione.Da cinque anni sto realizzando un progetto per le scuole superiori sui cambiamenti climatici che si basa-come vedrà dal nome del sito-sul rapporto annuale sullo stato del pianeta,per gentile concessione delle edizioni Ambiente di Milano.Le scrivo per chiederle un contatto,specie con la redazione di Climalteranti con cui collabora, perchè vorrei un appoggio morale e scientifico per proseguire con il gioco di cui,in questi giorni,parte la 4° edizione.Il progetto ha coinvolto in 3 edizioni circa 3000 studenti delle scuole superiori e l’ultima si è svolta in 4 città:Alessandria,Casale Monferrato, Acqui Terme e Monza.Le invierò sulla sua mail la relazione finale del progetto per la sua approvazione.Scopo dello stesso è diffondere una informazione veritiera e approfondita sui cambiamenti climatici, vista la imperante disinformazione trasmessa dai media e la scarsa formazione scientifica degli studenti italiani.Cordiali saluti.Maurizia Pertegato

  4. Claudio Costaon Set 6th 2010 at 12:56

    @ Guido Barone

    professore

    complimenti per l’articolo sono molto interessato anche alla seconda parte.
    Intanto segnalo sul tema questo
    http://www.climatemonitor.it/?p=12283
    Il bilancio del metano atmosferico, con un riguardo particolare al bilancio del metano zoogenico.
    Forse a qualcuno interessa

  5. […] Climalteranti si occupa delle flatulenze di metano attorno al polo Nord, costeggiando le quali il Northern Passage è uscito dal passaggio a nord-est per imboccare in quello a nord-ovest all’incontrario,  e controvento che per un trimarano non è il massimo. Per l’occasione l’equipaggio ha fatto la doccia. […]

  6. Stefano Caserinion Set 9th 2010 at 07:22

    @ Giovanni Ditta

    provo a rispodere io, per ora
    bisognerebbe chiarire cosa si intende per “ruolo determinante”
    gli allevamenti sono una fonte importante di CH4, la loro importanza emerge chiaramente dagli inventari emissioni efettuati in ambito UNFCCC
    La chimica del metano in atmosfera poi è complessa, la presenza non dipende linearmente dalle fonti.

  7. oca sapienson Set 9th 2010 at 17:35

    @G. Ditta
    “determinante”:
    Come dice Stefano C. dipende da cosa intende, e dalle altre emissioni. A me è stata utile a figura 1 http://pubs.giss.nasa.gov/docs/2010/2010_Unger_etal.pdf
    la prima tabella indica il forcing per il 2020 e la seconda per il 2030, a emissioni restassero costanti rispetto al 2000. Forse può servirle.

    “mette in discussione”
    Dove?

  8. Claudio Costaon Set 9th 2010 at 20:43

    @ Ditta

    la reinvito a leggere il mio articolo qui http://www.climatemonitor.it/?p=12283
    dove nei commenti discuto con il Vichi sul perchè secondo me la fig postata da Oca sapiens è sbagliata.

    cito:

    “non so che dati inserisca la Ungher nel GISS però analizzando le emissioni si possono dedurre
    Citano in table S1 le emissioni di metano degli animali che sono 88,5 TG Y, poi fanno la proiezione del radiative forcing per il 2020 fig 1a dove animal husbandry (allevamento) è in terza posizione, e per il 2100 fig 1b dove l’allevamento scende in 6° posizione.

    Ebbene per dare un radiative forcing che colloca l’allevamento al terzo posto non possono che aver inserito come emissioni 88,5 Tg y di metano anziché prima fare il bilancio che ridurrebbe le emissioni aggiuntive di metano zoogenico a circa un decimo.( mi corregga se sbaglio)”

    considerare che 88,5 TG di metano siano quelle che danno la forzante radiativa equivale a prendere le emisisoni di metano 550 Tg e ricavarne la forzante radiativa senza prima fare il bilancio del metano.

  9. Vincenzoon Set 10th 2010 at 09:29

    @ Costa
    dove nei commenti discuto con il Vichi sul perchè secondo me la fig postata da Oca sapiens è sbagliata.

    Ma Costa, ma non ha ancora capito?
    Mi sembra che Vichi, con una pazianza encomiabile, ha cercato di spiegarle come stanno le cose, e le quantità di errori che ci sono nelle cose che ha scritto su Climate Monitor.
    Lei forse non ha neppure capito cosa le ha spiegato Vichi, e insiste nel a dire che sono sbagliati gli articoli pubblicati nella letteratura scientifica più importante.
    E’ un modo di fare da avvocato, ma se fosse il mio avvocato la licenzierei, a me fa solo voglia di diventare vegetariano…

  10. Claudio Costaon Set 10th 2010 at 11:30

    @ Vincenzo

    No non ho capito, spero che lo abbia capito lei e che me lo spieghi, perchè finchè mi accusa di fare errori e poi non li svela le sue sono parole a vanvera.

    Il Vichi scrive: “Mi sbagliero’, ma secondo me Unger usa i risultati dello stesso modello di chimica atmosferica citato da Shindell (Il GISS), magari con maggiori semplificazioni, e quindi tutti i processi di rimozione atmosferica dei composti considerati sono esplicitamente calcolati”

    benissimo gli “storni” vengono calcolati in automatico, e io gli ho risposto che il Giss non può fare il bilancio del metano zoogenico perchè dovrebbe avere i dati di almeno 30 anni, quindi

    – un conto è inserire 2 Tg di metano zoogenico ogni anno (cioè il saldo del metano quello aggiuntivo quello che effettivamente si presume dia origine ad una frzante radiativa) e poi il Giss calcola quanto ne viene ossidato nel tempo
    – un conto è inserire ogni anno 88,5 Tg di metano che sono le emissioni lorde senza bilancio. Solo il lordo non il saldo.

    Il Vichi mi riscrive:

    “La smetta con questa storia del lordo e dello “storno” dell’ossidazione. Nel calcolo di RF, GWP e compagnia bella si usa tutto cio’”

    E non è vero!!!!!!!!!!!

    O meglio Unger et al usano 88,5 Tg e con queste emissioni gli allevamenti risultano essere terzi come causa di riscaldamento. Attenzione sono gli allevamenti non la filiera ( quindi solo metano e protosido d’azoto, anche se oca sapiens ci mette anche il co2 derivato dal metano ch einvece Unger et al dicono inequivocabilmente ch enon vada conteggiato)

    Io lo ritengo sbagliato e anche di molto.Prima bisogna calcolare quanto delle 88,5Tg di metano zoogenico siano effettivamente aggiuntive, quindi prima si deve fare il bilancio…come dice Bosquet( e questa è un apeer review)

    Mi dimostri, lei che fa tanto il saccente, che invece la stima di Unger et al è corretta.

    Me lo spieghi con l’esempio delle termiti che ogni anno emettono 20 Tg di metano
    A che punto sono nella classifica le termiti come causa di riscaldamento? sono seste settime?
    Io dico che le termiti non danno nessun riscaldamento aggiuntivo perchè il saldo delle loro emissioni di metano è zero +o-
    Certo che se inserisce 20 Tg di metano nel Giss, cioè non l emeisisoni al saldo ma le emissioni lorde ( come han fatto Unger et al con le emissioni degli allevamenti che altrimenti dovrebbero essere 10 posizioni più in basso)vedrà che le termiti si collocheranno in alto, più o meno alla 6°7°posizione.

    Attendo….

    anzi visto i suoi modi che sembra che lei abbia capito tutto a questo punto ESIGO da lei una spiegazione, e un elenco cicostanziato degli errori che mi attribuisce.

  11. Guido Baroneon Set 10th 2010 at 12:49

    Rispondo in ritardo per un black out suula mia rete.
    Premetto che il post sul metano artico non entra nell’insieme di tutte le fonti di emissioni (meglio immissioni) in atmosfera, ma segnala un pericolo incombente che solo da pochi decenni comincia a farsi risentire, anche per l’azione umana;
    Per quanto riguarda le emissioni dagli allevamenti di ruminanti, si può stimare in 115 milioni di tonnellate all’anno (Teragrammi annui Tga) (F. Keppler, T. Rockmann – Le Scienze no.464 aprile 2007 pg. 91-95) o secondo Backmann citato da Costa in 92 Tga al 2009 cui aggiugere 15 Tga dovuta a ruminanti selvatici (gnu etc.) su di un totale di circa 600 Tga. Ma sul totale pesano le emissioni antropogeniche: produzione di energia (soprattutto in fase di estrazione di carbone, petrolio, gas naturali), le discariche e il trattamento dei rifiuti e la combustione parziale di biomasse, per un totale stimabile a 215-225 Tga.
    Inoltre 210-330 Tga sono attribuibili alle zone umide (foreste, paludi, risaie, suoli agricoli in genere). Infine 15 o più Tga proverrebbero dalla fermentazione e dalla complesa biochimica dei sedimenti organici nei fondali marini).
    Quindi le emissioni dei ruminanti non sono affatto trascurabili rappresentando circa un sesto del totale a cui aggiungere 20 o più Tga dovute alle termiti. Le polemiche di molti ambientalisti (Rifkin etc.) hanno in realtà come obiettivo primario l’eccessivo consumo di carne nei paesi occidentali a scapito delle produzioni agricole primarie (quanti ettari bisogna impegnare e quanta acqua consumare per allevare una mucca?!?) con problemi anche di obesità e malattie vascolari.
    Per finire si tenga presente che l’accumulo in atmosfera del metano richiede un discors a parte (vedi la risposta di Stefano Caserini che mi ha preceduto).

  12. Guido Baroneon Set 10th 2010 at 12:57

    @ a maurizia pertegato
    sono a disposizione limitatamente al tempo che mi concede la mia tarda età…(sono in pensione, ma ho un contratto gratuito di ricerca concessomi dalla mia Università)
    la mia mail è guido.barone@unina.it
    se mi manda la sua mail posso spedirle un contributo che ho presentato alla riunione degli studenti dei licei scientifici europei sulla educazione ambientale nell’insegnamento scientifico dei licei
    cordiali saluti
    Guido Barone

  13. Guido Baroneon Set 10th 2010 at 13:08

    @a claudio costa
    nella mia prima risposta di questa serie, indirizzata in realtà a Giovanni Ditta, ho parafrasato anche dei dati citati da lei. questo è quanto la mia modesta cultura mi consente di dire all’impronta.
    un prossimo post sul metano artico richiede una certa digestione della letteratura in corso
    la ringrazio per i complimenti ma la prego di non trascinarmi in una diatriba sulle emissioni zootecniche
    il mio tempo fisico è limitato da molti impegni che mi sono trascinato anche dopo la messa in pensione, per cui risponderò solo limitatamente e saltuariemente alle domande che mi continuassero a pervenire
    Cordiali saluti
    Guido Barone

  14. Gianfrancoon Set 10th 2010 at 18:06

    Bell’articolo e ottima la scelta di affrontare un argomento di cui si parla troppo poco. Chapeau!
    A prima vista, da profani, può sembrare che estrarre i clatrati per bruciare il metano sia meglio che lasciare che si sciolgano a causa del surriscaldamento globale rilasciando così metano, un gas serra, e innescando un circolo vizioso. Però bisogna tener conto dei rischi legati all’estrazione di cui si parla nell’articolo e del CO2 prodotto dalla combustione del metano. A fiuto mi sembra sempre meglio ridurre la dipendenza dai combustibili fossili (includendo in senso lato anche i clatrati).
    A proposito della polemica sulla zootecnia, se ricordo bene fu il vecchio Ronald Reagan a dire che l’effetto serra era tutta colpa delle flatulenze delle mucche. Il suo intento era di screditare gli “ambientalisti” coprendoli di ridicolo con una delle sue leggendarie spiritosaggini.
    Mi sembra che questo articolo metta le cose nella giusta prospettiva partendo dai fatti: il metabolismo dei ruminanti (tutti i ruminanti, non solo le mucche) produce metano che è un potente gas serra; è dunque saggio, senza demonizzare ne’ animali ne’ allevatori, non espandere eccessivamente l’allevamento dei ruminanti e per quanto possibile catturare il metano da loro prodotto.
    E soprattutto non deve diventare una scusa per sviare l’attenzione da combustibili fossili, deforestazione e produzione di cemento.

  15. Vincenzoon Set 10th 2010 at 19:40

    @ Costa

    ok, diventerò vegetariano

  16. Claudio Costaon Set 10th 2010 at 23:23

    @ Barone

    Speravo su un suo chiarimento riguardo al fatto che prima di calcolare la forzante radiativa del metano si debba stimare quanto metano sia effettivamente aggiuntivo, cioè fare prima il bilancio.
    poi io scrivo:

    “Tuttavia i dati più recenti3 indicano che dopo un decennio caratterizzato da sostanziale stabilità, negli anni 2007 e 2008 si è assistito ad una ripresa dell’incremento del metano in atmosfera che i ricercatori, anche a seguito di analisi del rapporto isotopico C13/C12, attribuiscono per il 2007 ad una anomalia termica positiva in area artica e per il 2008 all’eccessiva piovosità nella fascia tropicale, con conseguente sviluppo di metano da terreni saturi d’acqua. In entrambi i casi gli scienziati non chiamano in causa la zootecnia come responsabile degli incrementi”

    citando Dlugokencky, E. J., et al. (2009), Observational constraints on recent increases in the atmospheric CH4 burden, Geophys. Res. Lett., 36, L18803, doi:10.1029/2009GL039780 – Rinsland C.R., Chiou L., Boone C., Bernath P., Mahieu E., Zander R., 2009. Trend of lower stratospheric methane (CH4) from atmospheric chemistry experiment (ACE) and atmospheric trace molecule spectroscopy (ATMOS) measurements, Journal of Quantitative Spectroscopy & Radiative Transfert, 110 (2009), 1066–1071 [↩]

    se le analisi del rapporto isotopico indica fonti naturali nell’aumento della concentrazione atmosferica di metano mi spiega come possono essere credibili le stime dell’enorme forzante radiativa del metano attribuita da Hansen solo all’uomo ( e anche alla zootecnia) e inserita nella nota tabellina sul radiative forcing cap 2 del rapporto IPCC?

    — ADMIN
    — seguito rimosso per superamento n. caratteri e perchè fuori tema

  17. oca sapienson Set 11th 2010 at 00:49

    @C. Costa
    “come dice Bosquet ”
    se intende Philippe Bousquet et al., Nature 2006, che cosa dice esattamente? E quali sono “i dati di almeno 30 anni” di cui fa uso?

    “CO2 derivata”
    non c’entra con i modelli di Ungar et al e non ce la metto io, ma gli scienziati della commissione Pew/Johns Hopkins, che lei chiama “poveri rintronati”.

    .
    @Vincenzo
    Anch’io!
    C. Costa ESIGE da te una spiegazione che ha già. In Ungar et al. ci sono le fonti per risalirci.

  18. Guido Baroneon Set 14th 2010 at 13:31

    a gianfranco
    grazie ma mi mandi la tua mail?

  19. […] con la conseguente formidabile amplificazione dell’effetto serra (ne abbiamo già parlato qui). Qualche segno precursore potrebbe essere infatti già stato individuato (si veda qui e […]