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La gestione dei rischi in un clima mutato – parte II – cosa si può fare.

Come possiamo affrontare le crescenti condizioni di rischio poste dai cambiamenti climatici? chiedevamo alla fine della prima parte.

 

Prima di rispondere, conviene descrivere l’attuale “catena” della responsabilità per la gestione di questi eventi, e chi sono i suoi protagonisti. La “catena”ha molti attori che usano strumenti diversi di monitoraggio, di previsione, di gestione delle allerte, di comunicazione dei rischi alle popolazioni. Ci sono i meteorologi, gli idrologi, i geologi, i “protettori civili”, i comunicatori del rischio. In fondo ci sono poi gli amministratori (prefetti, sindaci…) e quindi i cittadini.

Il tema è la mitigazione del rischio da alluvione, causata da eventi meteorologici avversi, soprattutto da quelli intensi e di breve durata.

Per ridurre questi rischi è necessario operare in due diverse modalità strettamente interconnesse: una opera nel “tempo differito”, l’altra nel “tempo reale”.

La prima attiene al mondo dei “pianificatori” territoriali: le Autorità dei Bacini (o Distretti) Fluviali, ad esempio, che per conto dello Stato e assieme alle Regioni devono ridefinire i “Piani di Assetto Idrogeologico” (PAI). Queste attività devono essere svolte in ottemperanza a precise norme dello Stato, ad esempio alla recente legge di recepimento (qui), della Direttiva 2007/60 sulle alluvioni dove si fa esplicito riferimento anche ai possibili impatti dei cambiamenti climatici. Si legge infatti che “…le alluvioni sono fenomeni naturali impossibili da prevenire. Tuttavia alcune attività umane (come la crescita degli insediamenti umani e l’incremento delle attività economiche nelle pianure alluvionali, nonché la riduzione della naturale capacità di ritenzione idrica del suolo a causa dei suoi vari usi) e i cambiamenti climatici contribuiscono ad aumentarne la probabilità di accadimento e ad aggravarne gli impatti negativi.

In sostanza, ci troviamo di fronte a una “norma”, non solo ad una raccomandazione tecnico-scientifica, che obbliga i vari Paesi europei a definire (o ridefinire) le aree a rischio di inondazione, a circoscrivere i territori a rischio, a proporre soluzioni e strategie di mitigazione dei rischi, anche alla luce degli scenari climatici futuri che potranno rendere ancora più “estremi” o più frequenti alcuni fenomeni meteorologici di forte intensità e impatto, come ad esempio i forti temporali da supercella o multicella di cui parlavamo nella prima parte. I Paesi che non rispondono nei tempi stabiliti a queste norme potrebbero essere sanzionati dalla Commissione europea.

Nel gergo “climatico”, queste attività si chiamerebbero azioni di adattamento. Possono essere di tipo strutturale (“hard” adaptation actions), caratterizzate da un forte impatto – sia economico sia sociale – sui territori e sulle attività umane, o di tipo non strutturale (“soft” adaptation actions) e quindi molto meno impattanti. Nel primo caso si può pensare ad esempio alla costruzione di casse di espansione, da crearsi “a monte” del sistema da proteggere, atte a contenere le piene fluviali, cioè territori da poter “allagare” quando i fiumi vanno in piena, oppure opere di rinforzo delle arginature fluviali, approfondimenti degli alvei aventi lo scopo di aumentare i volumi che fluiscono, e poi il controllo costante e la pulizia dei bacini fluviali. Con “soft” actions si  allude invece ai sistemi di monitoraggio e di preannuncio idro-meteorologico (detti anche “Early Warning Systems“), che si rendono necessari per gestire il   “rischio residuo”, che non potrà mai essere azzerato dalle azioni di tipo strutturale, per quanto efficaci ed efficienti possano essere.

In sostanza le misure non strutturali agiscono sui comportamenti delle persone, al fine di tenerle lontane dai pericoli, e le azioni strutturali sui mezzi di protezione.

La componente principale degli Early Warning Systems è senza dubbio il “monitoraggio” in tempo reale di quello che accade sul territorio: gli apporti pluviometrici, nivometrici, lo stato idrometrico dei fiumi, lo stato dei dissesti. Queste informazioni si possono ottenere grazie alle reti di misura al suolo (in Figura 1 è rappresentata la rete italiana di monitoraggio idrometeopluvio), le stazioni in quota, i sistemi di monitoraggio da remoto (satelliti e radar, qui è mostrato un esempio del “composito” radar nazionale, operativo presso il Dipartimento Nazionale di Protezione Civile, e che mette assieme tutti i radar presenti sul territorio, sia dello Stato che delle Regioni).

Figura 1: rappresentazione della Rete di Monitoraggio al suolo (più di 4500 strumenti) che fornisce dati in tempo reale al  Sistema dei Centri Funzionali (Centro Funzionale Centrale – CFC, presso il Dipartimento di Protezione Civile Nazionale – DPCN e Centri Funzionali Regionali – CFR, presso le strutture tecniche designate dalle Regioni, a supporto del Sistema di Protezione Civile)- cortesia di ARPA-SIMC

 

Questi dati viaggiano in tempo reale sulle reti di trasmissione dati, dalle centraline di monitoraggio ai Centri Funzionali e costituiscono la base di partenza per la definizione dello stato di rischio esistente in un qualunque territorio. L’integrazione e l’ottimizzazione di queste reti di monitoraggio – il risultato di più di 10 anni di collaborazione tra Stato e Regioni – sono gestite dalle Regioni, in stretta  cooperazione con lo Stato ed in particolare con il Dipartimento della Protezione Civile che cofinanzia, saltuariamente, la manutenzione dei sistemi di monitoraggio. La recente legge di riordino della Protezione Civile (la legge 100 del luglio 2012, vedi qui) indica esplicitamente questi strumenti di monitoraggio come essenziali per lo svolgimento della sua missione.

Il monitoraggio strumentale però da solo non basta ed è solo l’inizio della catena operativa.  Per emettere dei “preannunci”, servono sistemi di previsione e quindi i “modelli” di previsione meteorologica, idrologica e idrogeologica ad alta risoluzione spaziale (come ad esempio il modello COSMO-LAMI di riferimento nazionale, vedi anche qui), con i quali al giorno d’oggi si possono eseguire estrapolazioni meteorologiche o idrologiche nel futuro, a partire da condizioni iniziali date.

Questi strumenti di previsione hanno permesso di fare enormi salti in avanti nella capacità di previsione, pur mantenendo ancora delle incertezze, soprattutto sulla localizzazione spazio-temporale di questi eventi di breve durata e forte entità (leggi anche qui e qui). Incertezze legate, talvolta, all’incapacità di “risolvere” adeguatamente queste tipologie di fenomeni estremi, oppure connesse alla non del tutto adeguata descrizione delle “condizioni iniziali” dalle quali i modelli di previsione evolvono nel tempo. Infine servono le persone, previsori meteo, idrologi, geologi, che costantemente presidiano il territorio attraverso gli strumenti di misura, interpretano gli output delle catene modellistiche, e questo deve essere fatto 365 giorni all’anno e, sempre più spesso, 24 ore su 24.

Figura 2: Immagini delle sale meteo dei Centri Funzionali di Emilia-Romagna e Piemonte (qui i link del Centro Funzionale Centrale e degli altri centri funzionali decentrati delle Regioni Liguria, Veneto, Lombardia, Toscana, Marche, Friuli V.G., Valle d’Aosta, province di Trento e Bolzano, Umbria, Lazio, Campania, Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna)

 

I costi di gestione sono evidenti e non possono essere abbassati a piacimento, per rispondere, talvolta, a logiche di spending review, pena l’incapacità di “monitorare” efficacemente cosa sta accadendo su un dato territorio. Un cattivo monitoraggio può causare danni alle persone, costare loro la vita. Non bisogna dimenticarlo mai. Spiace doverlo sottolineare, ma fino ad oggi la gestione di queste reti è stata molto difficoltosa, i fondi necessari non sono stati quasi mai garantiti con delle “poste” fisse e stabili nei bilanci dello Stato, come una pianificazione attenta imporrebb. Al contrario si è sempre fatto uso di fondi “straordinari” come ad esempio quelli delle “ordinanze di protezione civile. Putroppo questi problemi non sono fra le priorità della politica italiana, sembra. Se ne parla soltanto per qualche giorno dopo un evento che crea danni, e poi tutto cade nel dimenticatoio.

In futuro sarà ancora così? Speriamo proprio di no. La legge di riordino della Protezione Civile, sopra menzionata, fa sperare in proposito.

Ma non servono solo i dati, i modelli, e la “mano d’opera” per gestire i sistemi di monitoraggio. Occorre anche molta “ricerca scientifica” per capire come evolvono i fenomeni, soprattutto quelli temporaleschi intensi che hanno una dinamica molto complessa, in parte ancora ignota, e comunque difficilmente parametrizzabile all’interno dei modelli numerici di previsione del tempo.

A valle di tutto ciò, infine, è necessario avere efficienti sistemi di preannuncio, di gestione delle emergenze, ed efficienti piani di protezione civile, che siano noti ai cittadini e che, soprattutto, i cittadini riconoscano come “essenziali” per la propria incolumità.

Quando si ha poco tempo per intervenire – talvolta si parla di minuti, non di giorni o di ore – serve un sistema efficiente per comunicare le informazioni che devono fluire velocemente, dal Centro Funzionale al territorio. Solo le strutture territoriali (ad esempio i Comuni), infatti, conoscono le criticità presenti al loro interno e, meglio di chiunque altro, il livello di esposizione dei loro territori. Pertanto il “territorio” non è un mero ricettore di informazioni, ma al contrario concorre attivamente alla definizione, in tempo reale, del livello di rischio presente e futuro. Per “oliare” questi rapporti occorre tempo, pazienza, voglia di confrontarsi, condivisione di dati, informazioni e tanto altro ancora. Non certo litigi o peggio, scarichi di responsabilità.

Nell’ultima parte saranno discusse le attuali criticità dell’attuale sistema di gestione del rischio.

 

Testo di Carlo Cacciamani e Alessandra De Savino

9 responses so far

9 Responses to “La gestione dei rischi in un clima mutato – parte II – cosa si può fare.”

  1. Vincenzoon mar 8th 2013 at 07:35

    Ottimo post, come quello precedente.
    grazie anche per la collection di link molto utili
    Un tema da trattare è quello dell’interferenza dei politici nella “catena di comando”, l’Aquila docet.
    o più in generale il rapporto fra chi da i numeri dei rischi e chi deve decidere, vedi il caso di Genova e del Sindaco Vincenzi

  2. Gianlucaon mar 8th 2013 at 09:52

    un post prolisso e con un utilizzo spropositato di parole virgolettate. Servono a sottolineare cosa?

  3. carlo cacciamanion mar 8th 2013 at 22:33

    Vincenzo: i politici/amministratori sono in fondo alla catena di comando e controllo, perchè sono quelli che prendono le decisioni. E’ la “politica” che sceglie tra costruire una “cassa” di espansione o un fare un argine o fare niente. La storia dell’Aquila è invece un tipico esempio di quanto sia importante la comunicazione e ne parleremo nella terza parte di questo post.

    Gianluca: mi scuso se il post le può essere sembrato prolisso, sulle parole virgolettate le assicuro che non vogliono sottolineare invece nulla. Solo una licenza “letteraria” che può benissimo essere contestata ma che non credo modifichi la sostanza del racconto. Che aveva solo l’intenzione di informare su alcune realtà che non credo siano tanto note nel nostro paese. E anche sulle problematiche che ci sono. Che probabilmente la gente neppure immagina. Eppure si sta parlando della loro sicurezza.

  4. gianlucaon mar 9th 2013 at 12:57

    Non voleva essere una critica al (meritevole) tentativo di spiegare come funziona la protezione civile e i centri meteo pubblici. Ma anche la forma é importante, visto che é stato appunto un difetto di comunicazione a portare alla condanna dell’Aquila, no? I contenuti ci sono e si vede.

  5. Vincenzoon mar 9th 2013 at 14:32

    Si, qualche virgoletta si poteva togliere, ma per me non è affatto prolisso, io l’ho letto e mi è sembrato tutto necessario

    E’ una questione di cui non si parla, colpevolmente.
    E’ vero che a l’qauila c’è stato un problema di comunicazione, ma non è solo quello: è una generale impreparazione dei politici, dei media – e anche dei tecnici direi – a gestire le situazioni di crisi, dove la comunicazione si sa che è difficile perchè c’è allarme anche se il rischio c’è ma è basso. Io non vedo sono un problema nel modo in cui si comunica, ma a monte, nell’alfabetizzazione su cosa è un rischo e su come puo’ o non puo’ essere gestito. Vale per l’Aquila ma vale anche e forse soprattutto per i rischi del clima, siccità inondazioni ecc

  6. carlo cacciamanion mar 9th 2013 at 21:31

    Accidenti a queste “virgolette”…Con tutto il rispetto, sinceramente mi sembra un po’ ardito il parallelo: troppe virgolette=forma da migliorare=poca chiarezza con difetto di comunicazione=condanna dell’Aquila. Credo che la condanna dell’Aquila non sia stata causata da un errore di forma nella comunicazione ma, semmai, di un errore di valutazione sulla sostanza di ciò che si andava comunicando. Devo poi ancora convincermi, ma questo è un parere del tutto personale, dell’esistenza di un dimostrabile meccanismo causa-effetto tra un errore di comunicazione e l’occorrenza di quei decessi. Ma, per carità, non voglio andare oltre perché il tema è troppo delicato per parlarne in un commento ad un post. Il tema centrale è, invece, a mio avviso, un altro e lo svilupperemo nella terza parte. Sto parlando della corretta gestione del rischio che deve prevedere l’esistenza di procedure precise, stabilite e condivise in tempo di “pace” (vanno bene stavolta le virgolette ?…), e che definiscano in modo chiaro e inequivocabile i comportamenti delle autorità preposte al soccorso fino ad arrivare ai cittadini. E dopo che sono state stabilite, quelle procedure devono essere applicate senza dubbi e tentennamenti. E la società dovrà imparare a gestire i falsi e i mancati allarmi. Ne abbiamo abbastanza delle critiche ex-post nell’uno o nell’altro caso. Come avviene, sempre (e sottolineo, sempre) in Italia.

  7. Riccardo Reitanoon mar 10th 2013 at 01:40

    “E la società dovrà imparare a gestire i falsi e i mancati allarmi.”
    Questo è un punto centrale nel rapporto fra cittadini e istituzioni preposte quando si tratta di gestione del rischio e non difesa da eventi certi. Devo dire, con una nota d’ottimismo, che mi sembra di veder crescere la consapevolezza che non ha senso correre certi rischi a fronte magari di qualche falso allarme.

  8. fabrizioon mar 19th 2013 at 10:38

    son certo non mancherete di sottolineare il ruolo dei sindaci nell’attuale sistema di protezione civile, ma ve lo raccomando ugualmente. :)

  9. […] volta chiarita la catena di responsabilità nella gestione dei rischi posti dai cambiamenti climatici, quali sono gli anelli sui quali operare per tener conto dell’aggravamento dei rischi di […]

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