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La banalità dei record del clima

Dal punto di vista della comunicazione il problema del cambiamento climatico è poco e – allo stesso tempo – troppo catastrofico.

Repubblica-aprile-più-inquinanto-della-storia-senza-figuraÈ poco catastrofico se misurato coi criteri del catastrofismo giornalistico: non sono previste le onde gigantesche dei film di Hollywood, o scenari di distruzione totale generalizzata. Molti impatti si stanno già verificando, e per alcuni la devastazione non è molto lontana da quella costruita con effetti speciali (come si può vedere in questo video sul “storm surge” causato dal ciclone Hayan). D’altra parte, i disastri più o meno direttamente legati al cambiamento climatico sono numerosi e ripetitivi. Sono distruzioni ricorrenti, in aumento progressivo, come sanno gli assicuratori.

Sono record continuamente superati, su CO2, temperature, siccità, intensità delle precipitazioni, riduzione dei ghiacci. In larga parte sono fenomeni previsti, ossia ipotizzati dagli scienziati fra le conseguenze del riscaldamento globale.

Le conclusioni della scienza del clima, secondo cui gli impatti si aggraveranno in futuro, non interessano molto: riguardano i prossimi decenni o secoli, in cui quasi tutti i lettori o gli spettatori non saranno più presenti sul pianeta. La notizia non appare quindi abbastanza allarmante. Se ne parla (solo un poco) quando esce un rapporto dell’IPCC, giusto perché ne parlano altri mezzi di informazione.

Forse per una necessità inconscia di bilanciare la scarsa lungimiranza, i rischi per l’immediato sono invece esasperati, più di quanto i rapporti scientifici effettivamente giustifichino: per poter “vendere” il tema clima bisogna cercare di rendere straordinari in modo diverso i dati e i fatti del clima. Senza dimenticare, infine, di seminare qualche dubbio sul fatto che sia tutta una bufala.

 

Un esempio di quanto sopra sono gli articoli che hanno commentato il superamento nella stazione di Manua Loa della concentrazione media mensile di 400 ppm di CO2.

Come spiegato in un precedente post, la soglia dei 400 ppm di CO2 è più che altro di origine psicologica, non essendo collegato al numero tondo nessun particolare discrimine dal punto di vista della fenomenologia o degli impatti dei cambiamenti climatici. Negli articoli pubblicati sui due principali quotidiani nazionali quella dei 400 ppm è stata invece definita come “soglia critica”, “soglia limite”, “soglia di allarme” o addirittura “soglia fatidica”.

Il primo articolo, intitolato L’aprile più inquinato della storia “Soglia critica superata ogni giorno”, firmato su Repubblica del 1 maggio da Silvia Bencivelli, inizia con l’affermazione “…il mese che si è chiuso ieri verrà ricordato come il più inquinato della storia della Terra” subito corretta da “O, meglio, come il primo mese in cui, ogni giorno, si è superato il livello critico di anidride carbonica nell’atmosfera: il primo mese, perché ci si aspetta che ne arriveranno tanti altri”.

In effetti, nella storia della Terra di periodi con concentrazioni di CO2 più alta di oggi ce ne sono stati parecchi, molti milioni di anni fa. E il record di questo mese di aprile non è molto diverso (se si eccettua il cambio della cifra delle centinaia) dai record stabiliti in tutti i mesi di aprile da quando si fanno le misure di concentrazioni di CO2 in atmosfera a Manua Loa, cioè dal 1956.

Pur se Bencivelli scrive che “La soglia di allarme di anidride carbonica è stata fissata dagli scienziati a 400 parti per milione. È una soglia convenzionale, al di sopra della quale si calcola che l’impatto dei cambiamenti climatici diventerà ancora peggiore dell’attuale”, nella letteratura scientifica non c’è riferimento preciso ad una specifica soglia di 400 ppm di CO2, come non c’è il riferimento ad un livello “soglia” di 2°C come soglia che divide una zona tranquilla da una pericolosa. Maggiori i livelli di CO2, maggiori le temperature e gli impatti. Prima ci si ferma, meglio è.

Il fatto che da ormai un secolo la concentrazione di CO2 sia ai livelli massimi mai respirati dall’Homo sapiens, è sì un fatto straordinario, eccezionale, ma dal punto di vista scientifico non è particolarmente nuovo o imprevisto.

Il titolo pubblicato a pag. 27 del Corriere della Sera del 1 maggio “Record dell’aprile appena concluso: il mese più inquinato dell’umanità” è, come si diceva,  troppo poco e troppo catastrofista. Troppo catastrofista perché dà molto risalto ad un record che non è particolarmente nuovo, sono solo valori massimi raggiunti con un trend simile a quello degli ultimi decenni, tutti caratterizzati dallo stesso massimo nel mese di aprile.

Il sottostante articolo di Giovanni Caprara contiene alcuni vistosi errori (Ralph Keeling non è “il padre della curva di Keeling”, ma il figlio del padre della curva, Charlese David Keeling, mancato nel 2005; i ppm di CO2 salgono dalla fine del ‘700, non da mezzo secolo fa’), ma soprattutto una notizia infondata:

Per la maggior parte degli scienziati l’aumento della CO2 è la causa più importante del riscaldamento climatico garantita dalle emissioni generate dall’attività umana. E più è concentrata più sale il termometro. Ma alcuni sostengono il contrario e cioè che la CO2 sia la conseguenza e non la causa. Ma c’è pure una terza ipotesi come riferisce Wolfgang Behringer nella «Storia culturale del clima» (Bollati Boringhieri) secondo la quale entrambi gli aspetti sarebbero governati da un terzo processo ancora sconosciuto”.

 

GrafoLa tesi secondo cui “secondo alcuni scienziati” l’attuale livello di CO2 sarebbe “la conseguenza e non la causa” ricicla una delle tante leggende negazioniste. Nel lontano passato, quando non esistevano le emissioni di CO2 dai combustibili fossili, le grandi variazioni delle concentrazioni di CO2 erano dovute a complessi meccanismi di feedback, ossia aumentavano o diminuivano come conseguenza di altri fattori (come spiegato in questo, questo e questo post).

Erano processi lenti, in quanto variazioni di 100 ppm avvenivano in decine di migliaia di anni, mentre ora il passaggi da 300 a 400 ppm è avvenuto in un secolo. Erano processi che nulla hanno a che fare con l’attuale causa di aumento della CO2 atmosferica, la combustione dei prodotti fossili e la deforestazione. La comunità scientifica non ha dubbi su questo punto basilare, perché riesce a spiegare anche come la CO2 emessa si ripartisce fra atmosfera, oceani e biosfera:

Ad esempio nel Sommario dei decisori politici dell’AR5 si scrive “Dal 1750 al 2011, le emissioni di CO2 dovute ai combustibili fossili e alla produzione cementifera hanno rilasciato 375 [345-405] GtC nell’atmosfera, mentre deforestazione e altri cambiamenti di uso del suolo si stima che abbiano rilasciato 180 [100-260] GtC. Questo ha significato un totale di 555 [470-640] GtC di emissioni antropogeniche. Di queste emissioni cumulative antropogeniche di CO2, 240 [230-250] GtC si sono accumulate nell’atmosfera, 155 [125-185] GtC sono state assorbite dagli oceani e 160 [70-250] GtC si sono accumulate negli ecosistemi naturali terrestri (vale a dire, il residuo cumulativo del carbonio assorbito dalla terra)”.

In tutto il Quinto Rapporto IPCC non c’è traccia della presunta “terza ipotesi” di cui avrebbe parlato “Wolfgang Behringer nella «Storia culturale del clima»”; non si trova alcun riferimento a questo fantomatico “terzo processo” che secondo Giovanni Caprara governerebbe entrambi gli aspetti. Il motivo è che nel libro di Behringer questo terzo processo semplicemente non esiste; d’altronde, è piuttosto improbabile che uno storico tedesco possa aver scoperto nei meandri della storia dei nuovi processi che governano il clima del pianeta, trascurati da tutti i climatologi.

Perché un giornalista deve raccontare di inesistenti studiosi che offrono spiegazioni contrarie alle uniche riconosciute sull’attuale aumento della CO2 atmosferica?

Almeno due sono le spiegazioni possibili. La prima è che i record da soli non fanno più notizia, quindi bisogna agghindarli con qualche altra teoria per cercare di creare un prodotto più “originale”, attraente, che possa essere meglio venduto.

La seconda è che le tesi “alternative” servono per attutire la gravità della situazione, il fatto che i livelli di CO2 attuali siano qualcosa di straordinario nella storia dell’umanità, e che i continui record superati hanno cause note, hanno origine banalmente nelle attività di noi esseri umani.

 

 

Testo di Stefano Caserini, con contributi di Silvie Coyaud, Paolo Gabrielli e Claudio Cassardo

28 responses so far

28 Responses to “La banalità dei record del clima”

  1. Riccardo Reitanoon Mag 29th 2014 at 22:18

    Qualcuno sostiene che il clima è una anti-storia e per questo è difficile da raccontare sui media. Cito:
    Stories are better when they’re concrete, direct, immediate, and you can have a vicarious experience. But climate, by definition, is weather spread out over time and over space. So weather is what happened here today. And climate is the average of what happened in the last 200 years across the whole globe. So with the very definition of climate you’ve taken away all of your chance of drama and directness and made it diffuse. I think that’s what makes climate change so hard, or the anti-story.

  2. oca sapienson Mag 29th 2014 at 22:25

    Stefano,

    “spiegazioni possibili”: la prima che mi viene in mente è che se arrivano 3 lanci di agenzia con lo stesso titolo ad effetto, è quasi certo che il caporedattore chiede un pezzo.
    Non a te che ci metti una giornata, a chi lo consegna tre ore dopo e magari si ricorda che ha letto un libro ci mette un po’ di quello come riempitivo.

    La Bencivelli è una bravissima, laureata in medicina, aggiornata, che riflette su cosa e come comunicare. Trovo interessante (e giusto da parte di Climalteranti, quindi non è una critica) il tuo appunto sulla “soglia limite”. Ma per il lettore comune è davvero una “convenzione” – non un dato di fatto – popolare, non scientifica. Se pensi alle campagne come quelle di 350 org, è una convenzione efficace, crea un riferimento e un linguaggio comune.

    Certo, è una semplificazione, però trasmette un senso di urgenza e questo non mi sembra sbagliato.

  3. Stefano Caserinion Mag 30th 2014 at 10:03

    @ Riccardo
    concordo pienamente

    @Oca sapiens
    So che questa della fretta è una spiegazione, così come il fatto che ormai gli organici anche dei grandi giornali sono all’osso, e quindi un giornalista si deve occupare di tutto quanto riguarda la scienza (mentre al NYT sono in 15.. ecc ecc). Questo è proprio quello che Caprara sostenne in un intervento al Politecnico di qualche anno fa, era moderatore ad una conferenza del ciclo Pianeta 3000.
    Però qui si tratta di un’invenzione bella e buona; di suoi articoli in cui si sostiene che gli scienziati non sono d’accordo e ci possono essere altre spiegazioni ne ho una decina nel mio archivio, erano di 3-6 anni fa. La cosa incredibile è che ancora oggi cerchi di sostenerlo, ormai davvero arrampicandosi sul nulla; questo con la fretta non c’entra.

    Conosco Silvia Bencivelli e concordo sulle sue capacità. L’ho ascoltata in un brillante e efficace intervento a Perugia, nel festival del giornalismo, sul tema delle bufale scientifiche, lo stesso giorno che è uscito l’articolo (che ho letto solo in serata).
    Però confermo quanto scritto nel post, la soglia dei 400 non esiste, se non come soglia psicologica, neanche nel dibattito pubblico.
    Mentre sui 350 o i 450 ci sono argomenti scientifici (Hansen sui 350 ha scritto molto, sui 450 è – più o meno – il riferimento dei 2°C – anche se in termini di CO2eq) sui 400 non c’mi sembra ci sia un’analoga base per dire che “La soglia di allarme di anidride carbonica è stata fissata dagli scienziati a 400 parti per milione”.

    Sulla necessità di trasmettere un senso d’urgenza, ovviamente, sono d’accordo

  4. silvia bencivellion Mag 30th 2014 at 12:23

    ciao, sono silvia bencivelli.

    quell’articolo mi è stato richiesto dal giornale, come giustamente nota sylvie, in seguito all’uscita di una raffica di agenzie che riprendevano la notizia dall’america.
    dal mio punto di vista (cioè dal punto di vista di una che ogni giorno manda in redazione anche sette o otto proposte su ricerche in uscita su giornali peer reviewed) questa genesi delle notizie non è precisamente il massimo della soddisfazione professionale. ma è comunque un modo per parlare di clima e in ogni caso non posso farci niente: i giornali funzionano così.
    novantadue mie proposte su cento finiscono nel niente. e quattro articoli su dieci di quelli che scrivo non nascono da una mia proposta, ma da quello che gira sulle agenzie (in genere funziona così: “hai visto questa cosa pazzesca su xxx che riportano l’ansa e l’adn?!” “no, a casa non ricevo le agenzie” “ah, beh: però ti chiederemmo un pezzo” “ma che roba è?” “boh, ti mando l’agenzia e vedi. comunque è sicuro che esce”).
    del resto se volete quotidiani aggiornati ci deve essere qualcuno in redazione attaccato alle agenzie come a una flebo. e io più o meno sempre a disposizione per evitare la buca.
    e poi considerate che sul giornale escono “notizie”: quando si tratta di politica, di economia o di cose che conoscete meno di quelle del vostro specifico settore di ricerca siete molto meno severi nel leggere le semplificazioni necessarie che rendono un pezzo un articolo di quotidiano, cioè un foglio con dentro “notizie”.
    ma vabbè, sì, poi ci sono i titoli. come saprete, titoli e apparati vengono decisi al desk e il giornalista esterno li scopre il giorno dopo insieme a tutti gli altri lettori. a volte sono titoli un po’ sparati (e ho avuto personalmente delle gran brutte sorprese) ma anche questo è un meccanismo sedimentato in decenni di lavoro redazionale e probabilmente è il migliore che si sia trovato a oggi. vi assicuro che a me fa molta più paura che a voi perché il mio nome rimane associato al titolo, come è ovvio, anche se il titolo non ce l’ho messo io.
    aggiungo infine che la temperie, oggi, nelle redazioni dei quotidiani, è che il clima “è un argomento triste”, come ha notato qualcuno qui sopra, quindi è davvero difficile da far passare. nei giorni scorsi sono uscite cose molto interessanti e anche carine da raccontare su calotte glaciali, oceani, inquinamenti atmosferici e cose così. ma che ci vogliamo fare? forse dovremmo accettare che notizie come questa siano comunque da accogliere con sollievo, perchè hanno permesso a un argomento hard di finire in pagina.

    quanto al pezzo che citate.
    in realtà contiene un erroraccio (non l’avete trovato? dai, è facile…).
    è un errore davvero brutto che mi è stato suggerito dallo scienziato che ho intervistato ma di cui mi assumo tutta la responsabilità. non ho verificato, quando dovrei verificare ogni singola parola di qualsiasi cosa, anche se pronunciata dallo scienziato più figo di questa terra. e lui stesso, rileggendo il pezzo prima dell’invio in redazione, non lo ha notato come non lo avete notato voi.
    non riesco a sentirmene troppo in colpa.
    però c’è, accidenti. e ogni errore con la mia firma sotto mi fa l’effetto di un unghiata su un calzino di lana bagnato. quando ho visto che citavate proprio questo articolo ho temuto che fosse davvero macroscopico.

    comunque.
    tutte le volte che scrivo un articolo, soprattutto su cose così difficili, mi cerco uno scienziato rilettore che in poco tempo mi dia un parere, mi corregga gli errori e mi metta in condizioni di firmare un buon pezzo (vi assicuro che è il mio principale interesse!). ma evidentemente anche agli scienziati sfuggono un sacco di cose.
    in questo caso lo scienziato era uno dei vostri: gentilissimo e disponibile, ha licenziato il pezzo prima che lo mandassi in redazione ed è stato molto meno severo di voi che siete suoi colleghi. cioè ha ritenuto che, come nota sylvie, per il lettore l’approssimazione sulla “soglia” fosse accettabile. anche perché la stessa era stata usata dalla stampa statunitense e, ab ovo, impiegata dal press office dell’istituzione da cui tutto era partito, verosimilmente con l’approvazione della sua dirigenza scientifica.

    io un articolo così lo scrivo in una, due ore, a seconda di quanto tempo ci metto a trovare lo scienziato e a seconda del fatto che mi chiedano o no gli schemi per fare la grafica. in una o due ore credete davvero che senza l’aiuto di uno scienziato volenteroso possa capire i dettagli fini di una cosa qualsiasi, che un giorno è fisica delle particelle, un giorno climatologia, un giorno genetica estrema e un giorno evoluzione dei passeracei? con gli scienziati lavoro davvero volentieri e sono quasi sempre (anche un po’ ingenuamente, forse) la loro prima fan. perciò credo che nella costruzione di buone notizie e quindi di una buona immagine sociale della scienza (della scienza migliore, che se lo merita) dovremmo essere quasi alleati, nel rispetto reciproco delle proprie competenze. ci vuole un po’ conoscenza reciproca e di confronto, come stiamo facendo qui. e di come ha gentilmente fatto il vostro collega che in un’ora scarsa è stato stanato e molestato dalla sottoscritta e ha accettato di prestarsi al gioco dell’approssimazione giornalistica nella forma in cui, in quello stesso momento, veniva proposta da tutti i media del mondo.

    ciao e grazie,
    silvia

    p.s.:
    ma se i giornali funzionano così, direte voi, se le notizie nascono (anche) così, i titoli così e cosà e ci sono quei rischi e comunque quando ti chiamano devi scattare su e mollare tutto per una o due ore e di qui e di là, direte ancora voi, perché scrivi per i giornali? ma ragazzi, avete idea di che sfida sia? e di quanto sia divertente? forse sono una drogata… di certo è il mio lavoro. e credo di saperlo fare anche benino. di certo, lo faccio con coscienza e reponsabilità. e con la serena consapevolezza che gli errori capitano sempre e capitano anche ai migliori (ma andrebbero evitati).

  5. Paolo C.on Mag 30th 2014 at 14:10

    @silvia

    Da una lettura rapida del tuo articolo, mi sembra di notare almeno un paio di errori:

    – Mauna Loa è nell’emisfero nord, non sud;

    – l’inizio delle misurazioni di CO2 risale a fine anni ’50, non ai ’60 (errore veniale).

  6. silvia bencivellion Mag 30th 2014 at 14:19

    hai vinto!
    a dire il vero se ne è accorto per prima… un collega giornalista! giuro: marco ferrari di focus ha segnalato l’errore prima di te. comunque ok: la vera stupidaggine lì dentro era quella dell’emisfero.

    quanto alla soglia… se il noaa emette un comunicato (in accordo con la propria direzione, come sempre) in cui stabilisce una soglia e lo manda in giro per tutto il mondo con la potenza di fuoco che ha, e tutto il mondo lo riprende comprese le agenzie italiane, e i giornalisti italiani lo verificano con scienziati italiani che si trovano d’accordo a considerare quella come soglia in un articolo di giornale e poi repubblica (e sempre repubblica…!) esce citando quella soglia… beh, prendetevela col noaa!
    questo è un esempio di comunicazione istituzionale di successo. il bravo addetto stampa americano ha fatto bingo. e io non credo che si possa definire un errore o una imprecisione grave da parte dei giornalisti ultimi anelli della catena se riprendono il comunicato stampa e lo citano come fonte.
    (che poi i giornalisti fanno un sacco di altre cavolate, eh, siamo d’accordo).

  7. Stefano Caserinion Mag 30th 2014 at 14:30

    Cara Silvia,
    grazie per la risposta.
    Nell’intervista a Massimo Tavoni c’erano secondo me le inesattezze più importanti, ma per quanto conosco te e Massimo, dopo aver letto il passaggio :
    D. “Davvero avevamo già la possibilità di sapere che stavamo superando la soglia critica di anidride carbonica nell’atmosfera?”
    R. “Due settimane fa il quinto rapporto dell’Ipcc, il gruppo di scienziati di tutto il mondo incaricati dalle Nazioni Unite di studiare il riscaldamento globale, lo ha ribadito. E ha indicato una data chiave: il 2030. Se entro quell’anno non avremo ridotto davvero le emissioni di CO2 , non sarà più possibile tornare indietro”.
    ho pensato che semplicemente non vi eravate capiti.

    Il post voleva essere proprio una riflessione sull’abitudine con cui ormai all’opinione pubblica (e ai redattori dei giornali) scivola addosso la questione del clima, e con quanto hai scritto con molta chiarezza:
    “la temperie, oggi, nelle redazioni dei quotidiani, è che il clima “è un argomento triste”, come ha notato qualcuno qui sopra, quindi è davvero difficile da far passare. Nei giorni scorsi sono uscite cose molto interessanti e anche carine da raccontare su calotte glaciali, oceani, inquinamenti atmosferici e cose così. ma che ci vogliamo fare? forse dovremmo accettare che notizie come questa siano comunque da accogliere con sollievo, perchè hanno permesso a un argomento hard di finire in pagina”

    Ecco, il punto su cui mi piacerebbe discutere un giorno (magari di persona, sul web faccio sempre fatica e il tempo è sempre poco) è se davvero queste continue notizie “hard” e “sexy” (ma senza una loro diretta novità o particolare gravità) siano utili a far capire in che cosa consiste il problema climatico. La sua particolarità – rispetto ad altri temi ambientali – in cui è insita la sua vera pericolosità. È giusto un dubbio che ho. Nel senso che con record si rischia l’effetto assuefazione, uno vede che le soglie critiche vengono superate e non vede delle chiare conseguenze, tende a fidarsi sempre di meno… e non ascolta davvero anche notizie-bomba come sarebbe quella che citavi della scorsa settimana che è passata sul NYT (http://www.nytimes.com/2014/05/13/science/earth/collapse-of-parts-of-west-antarctica-ice-sheet-has-begun-scientists-say.html?emc=eta1&_r=0) o sul Guardian (http://www.theguardian.com/commentisfree/2014/may/17/climate-change-antarctica-glaciers-melting-global-warming-nasa?CMP=twt_gu) (ne scriverò un prossimo post).
    Capisco i tuoi sforzi per riuscire a far pubblicare qualcosa su questo tema, e sono quindi contento quando si riesce a leggere articoli con molte cose corrette. Ma qui siamo esigenti… 😉

    Sul fatto che “Dovremmo essere quasi alleati, nel rispetto reciproco delle proprie competenze. ci vuole un po’ conoscenza reciproca e di confronto”, è proprio quello penso anche io, toglierei anche il “quasi”; ed è quello che qui si tenta di fare.

  8. silvia bencivellion Mag 30th 2014 at 14:40

    beh, devo metterlo il “quasi”: sono pur sempre una giornalista!
    (sennò sai i colleghi che mi rimproverano di farmi megafono acritico della scienza… a me, che sono una famosa scassapalle, e chiedi pure in giro).

    comunque, se ti consola, non è solo il cima che (oggi) è considerato triste e palloso. ogni settore della scienza ha le sue temperie e nella comunicazione ci sono le mode come dappertutto (editoria, università, abbigliamento, arte…). ci sono settori altrettanto delicati della scienza che stentano (oggi) a uscire se non quando veramente esplode qualcosa.

    qui però bisogna anche considerare che c’è tutto un lato della comunicazione (che non è più giornalismo) che potrebbe incidere direttamente sull’opinione pubblica in modo quasi didattico. voi lo fate, ma in generale bisognerebbe che avvenisse di più.
    considera anche che i giornali e i giornalisti sono (quasi) in via di estinzione.
    prima o poi le istituzioni dovranno correre ai ripari perché noi mediatori non esisteremo più.
    e allora, oltre alle mode, si tratterà di imparare a riconoscere i linguaggi e i mezzi e i loro modi di cambiare nel tempo.
    vedrete che è una sfida davvero difficile e gli errori sono dietro l’angolo.
    (io poi dico sempre che se avessi dovuto temere davvero gli errori avrei fatto il chirurgo trapiantologo, e per quello avrei anche avuto la laurea giusta!).

  9. homoereticuson Mag 30th 2014 at 15:06

    beh, apprezzabile però questa giornalista che si butta nella mischia, anzichè nascondersi con fare sdegnoso e altezzoso, penso a certi talentuosi corrierai…

    Ps: sono d’accordo: il clima che cambia non è sexy, magari diverrà hot, ma non sexy, (il papa è sexy, per esempio, anche se starnuta, ma sexy non lo saranno mai l’esaurimento delle risorse, la sovrappopolazione, la cementificazione e tutte le altre inevitabili, ma quanto noiose, conseguenze del nostro luminoso, inarrestabile e perpetuo progresso).

  10. oca sapienson Mag 30th 2014 at 15:37

    Silvia,
    Son contenta che hai preso il tempo di scriverci!
    Sviste capitano a tutti per carenza di personale innanzitutto. La soglia limite resta una convenzione anche quando la stabilisce la NOAA e se dicevi il contrario, te lo toglievano perché faceva testo la NOAA.
    Sul linguaggio tocchi un punto un po’ dolente, sul quale discutiamo ogni tanto, vedi sotto. La cosa importante è che sei la prima giornalista alla quale i Climalteranti fanno i complimenti – grazie a nome della categoria.

    Stefano,
    La scelta di 350 o 450 è una convenzione così come “raddoppio della CO2”, un accordo fra ricercatori per partire e poi parlare della stessa cosa. Nel linguaggio scientifico, ce ne sono tantissime che usate in un altro contesto, rischiano di produrre effetti perversi. Pensa al “codice del DNA” che diventa “ce l’ha scritto nel DNA”, un determinismo per niente scientifico che porta a brutte discriminazioni. Discorso lungo, ma se t’interessa discuterne Silvia è più qualificata lei di una straniera.

  11. Riccardo Reitanoon Mag 30th 2014 at 16:27

    Silvia
    vorrei unirmi all’idea dell’alleanza senza quasi, in fondo abbiamo lo stesso obiettivo. Lo dico non perchè il giornalista scientifco dev’essere il megafono degli scienziati. Al contrario, noi scienziati non siamo in genere bravi comunicatori e solo l’interazione con giornalisti scientifici può aiutarci. Insomma, noi dovremmo cercare di migliorare per un verso, voi per l’altro e assieme si fa meglio e più in fretta. Che noi di Climalteranti ci crediamo (nonostante le bacchettate che diamo a destra e a manca) credo sia evidente; non è un caso che Sylvie sia dei nostri. Posizione poco invidiabile, probabilmente, ma finora ha resistito egregiamente 🙂
    Il problema dei “tempi di consegna” sarebbe per me, e credo per quasi tutti noi, un problema insormontabile. Scrivere un post per Climalteranti ci richiede tempo e concentrazione e alla fine viene rivisto, con altrettanta calma, da altri. Facile minimizzare gli errori in questo modo, un lusso che voi non potete permettervi.
    Ultima osservazione, spero che si capisca il diverso modo di criticare quando si tratta di sviste o “licenze giornalistiche” da quando invece il giornalista si lascia andare a sue personali considerazioni e conclusioni infondate. E’ una differenza non da poco.

    P.S.: se prometti di prenderla bonariamente, continuo il gioco a scovare l’errore e ne propngo un altro che non mi sembra sia stato ancora citato:
    “[…] dalla fine dell’Ottocento, quando l’osservatorio sul vulcano delle Hawaii avrebbe registrato livelli di 280 parti per milione.”
    Sarà stato il nonno di Charles Keeling e bisnonno di Ralph, ma non dirlo a Caprara 🙂

  12. Paolo C.on Mag 30th 2014 at 19:14

    @Riccardo

    Non mi pare una svista: credo intendesse “se l’Osservatorio fosse già stato attivo, avrebbe registrato…”

  13. Riccardo Reitanoon Mag 30th 2014 at 20:11

    Paolo C.
    può essere; se così fosse ho interpretato male l’uso del “condizionale giornalistico”.

  14. Stefano Caserinion Mag 30th 2014 at 22:56

    Secondo me l’errore del Manua Loa a sud è veniale, e concordo con Antonio che il condizionale sull’osservatorio nel passato è chiaro;
    Approfitto anche io di una giornalista non permalosa, sapete che il gioco a trovare l’errore mi piace, quindi propongo:

    – “se aumentiamo l’intensità delle nostre emissioni, la temperatura salirà senza controllo”
    (in realtà le temperature globali salgono in un range ormai identificato decentemente; ci sono certo incertezze, ma “fuori controllo è eccessivo”)

    – “Il primo giorno nella storia in cui si è oltrepassata la soglia di 400 parti per milione (l’ex “giorno più inquinato della storia della Terra”, ormai abbondantemente raggiunto) è stato un anno fa. Per la precisione il 9 maggio del 2013”.
    (in realtà questo vale per Manua Loa, in tante altre stazioni è successo già tante volte prima, vedi http://www.esrl.noaa.gov/gmd/ccgg/globalview/co2/co2_intro.html)

    – “le piante la assorbono con la fotosintesi, ripulendo l’aria dai nostri scarti, e lo fanno di preferenza nella bella stagione.”
    (le piante assorbono solo una parte dei nostri scarti , che sono tanti altri inquinanti che le piante non riescono ad assorbire – contrariamente a una credenza diffusa; ad esempio vedi tutti i miti sui poteri di assorbimento del PM10 da parte degli alberi che ho raccontato nel capitolo “mangiasmog” di Aria Pulita)

    – “Così come è prevedibile che presto tutti i mesi saranno mesi da record”
    Tutti i mesi sono già da tanti decenni da record, ossia sono sempre più alti dei mesi dell’anno precedente; se consideriamo il record annuo, in futuro i mesi da record continueranno ad essere (a Manua Loa) sempre solo quelli di maggio, che è il mese in cui si registra il massimo annuo.

    Sono cose non rilevanti, certo; se Sylvie e Silvia dicono che nel linguaggio giornalistico sono semplificazioni necessarie, mi fido.
    Noi stiamo qui a disquisire, ma non dimentichiamo che i nostri neghisti si saranno arrabbiati perché il “mese più inquinato della storia della Terra” per loro non esiste, per loro la CO2 non è un inquinante ma il mattone della vita (www.climalteranti.it/2010/02/15/diffidare-di-chi-usa-il-mattone-della-vita)

  15. Riccardo Reitanoon Mag 30th 2014 at 23:45

    Pensando a come costruire una storia da raccontare, forse potrebbe funzionare questa sull’aria condizionata che ci rinfresca la casa ma peggiora significativamente il caldo fuori.

  16. Riccardo Reitanoon Mag 30th 2014 at 23:51

    Stefano
    dei mesi che saranno tutti da record mi piace l’idea che lascia della futura normalità di ciò che oggi è un record.

  17. Paolo Gabriellion Mag 31st 2014 at 05:06

    Soglia o non soglia? 350 ppm? 400 ppm? 450 ppm? Direi nessuno di questi. Se c’e’ nella storia del clima un valore di concentrazione di CO2 di riferimento questo e’ intorno a 280 ppm ovvero il valore massimo raggiunto dalla CO2 in epoca pre-industriale durante gli ultimi 800,000 anni.

    280 ppm deve diventare il nostro obiettivo. 350 ppm allora va visto come una sorta di traguardo volante mentre il raggiungere prima 400 e dopo 450 ppm significherebbe semplicemente che non stiamo andando nella direzione che ci permette di stare piu’ tranquilli.

    Il problema e’ che ci stiamo muovendo in un territorio climaticamente sconosciuto ove l’ulteriore incertezza relativa alla sensibilita’ climatica alla crescita di CO2 non ci consentirebbe di rilassarci neppure se fossimo a 300 ppm.

    In questo senso il fatto che “sappiamo di non sapere” diventa un motivo in piu’ (e non in meno) per ridurre le emissioni di CO2. 350, 400 e 450 ppm non sono dunque nient’altro che un “nudge” per aiutarci a visualizzare un percorso virtuoso.

    In questo senso la NOAA parlando di 400 ppm come soglia non fa altro che, per dirla con Thaler&Sunstein, sbilanciarsi in un atto di “paternalismo libertario” (in senso buono naturalmente).

    In conclusione, Silvia Bencivelli assolta con formula piena 😉 Ce ne fossero di giornalisti (e posso dire anche scienziati) scrupolosi come lei….

  18. Stefano Caserinion Mag 31st 2014 at 09:46

    @ Sylvie, Paolo G.

    Secondo me il punto non è se esista una soglia precisa a livello scientifico, per quanto ne sappiamo i processi sono graduali e fra 299 e 301 o fra 399 o 401 ppm di CO2 non cambia nulla.
    Quello che volevo dire è che gli scienziati hanno delineato nel corso del loro dibattito dei livelli di riferimento. Sui 350 ppm Hansen ha portato molti argomenti a supporto, ne ha parlato molto e ci ha scritto ad esempio questo famoso paper http://arxiv.org/abs/0804.1126; questo ha fatto si che il 350 sia diventato un numero importante anche nel dibattito politico sul clima (da cui 350.org). Idem per il 450 che corrisponde ai 2°C, anche qui con molte incertezze, distinguo e precisazioni da fare.
    Su 400 o 500 dal punto di vista scientifico non ho visto niente di particolare.
    Poi ci sono “soglie” che nascono nel dibattito politico senza che ci sia sotto un vero riferimento scientifico, ma giusto come obiettivo di policy , ad esempio il +2°C

    @ Riccardo
    Sono d’accordo, le semplificazioni sono efficaci per far leggere o capire l’articolo;

  19. Paolo C.on Mag 31st 2014 at 10:18

    Oltrepassare la soglia di 350 ppm a mio avviso è stato già un errore, che stiamo appena iniziando a scontare. Dubito poi che i 450 corrispondano a ‘soli’ 2°C… Ci basterebbe comunque appena 1,5° per rischiare di ‘svegliare’ feedback come quello del permafrost:

    http://www.sciencedaily.com/releases/2013/06/130619101521.htm

    …e a quel punto innescheremmo i feedback ‘lenti’ più volte ricordati da Hansen, arrivando a 3-4° “with disastrous consequences”:

    http://www.plosone.org/article/info%3Adoi%2F10.1371%2Fjournal.pone.0081648

    E a quel punto…

  20. Luca Carraon Mag 31st 2014 at 15:23

    @stefano Guarda che se contesti Silvia che quell’aprile non era “il più inquinato della storia” rimontando a molti secoli indietro poi si incazzano gli storici: molti secoli indietro non è storia, è preistoria… 😉

    @ Sylvie Guarda che se scrivi il “codice del DNA” ti s’incazzano i genetisti. A me hanno fatto un paiolo tanto quando ho inventato il titolo “Correggere il codice ” per un libro, perché il codice è quello che permette la trascrizione, mentre l’altro è il patrimonio genetico…

    insomma la scienza è una babele di linguaggi e gerghi, il povero giornalista – ancorché scientifico – si arrabatta creando una “lingua media” che accontenti (e faccia arrabbiare) un po’ tutti.

  21. Stefano Caserinion Mag 31st 2014 at 17:14

    @ Luca Carrà
    Certo, ma nell’articolo si parlava della “storia della Terra”, non della nostra storia.

  22. Riccardo Reitanoon Giu 1st 2014 at 11:16

    “insomma la scienza è una babele di linguaggi e gerghi”
    verissimo, a volte anche all’interno della stessa comunità si usano termini diversi, un po’ come quando mischiamo espressioni dialettali all’italiano.

  23. oca sapienson Giu 2nd 2014 at 12:23

    Stefano,
    “Sono cose non rilevanti, certo”
    Lo dici per cortesia e Silvia se la merita. Sono rilevanti, ma prima bisogna farsi leggere e capire. Fatto quello, mancano le righe per entrare nei dettagli.

    “semplificazioni necessarie”
    Nel nostro piccolo è il dilemma di cui parlava Steve Schneider, ancora più difficile da risolvere sulla carta stampata. In rete te la cavi con un link, invece di spiegare che a Genova c’è il mare e sai già che certi lettori si sentiranno presi per idioti, o di riassumere in una riga una cosa comprensibile solo a chi “mastica” e altri lettori si fermeranno lì.
    Da quello che scrive è evidente che Silvia ci ha pensato, anche se non sul clima in specifico.

    350 o 450: certo, se parli della ricerca di Hansen, devi mettere la cifra che ha scelto lui, ma la NOAA non lo faceva – a ragion veduta, penso.

    Luca,
    “codice del DNA”
    Con che faccia… Al prossimo paiolo, dì loro “senti chi parla” e di smetterla di scrivere che la cellula sarebbe come un computer

    Riccardo,
    più che una babele è un pidgin con effetti anche buffi, pensa ai fotonici italiani cresciuti a Plasmon

    Paolo G.,
    sottoscrivo, maximum respect tanto più in tempi di Iene bufalare e giornalisti che applaudono il politico vincente.

  24. […] comincia col bisticciare, si finisce per crescere tutti. Scienziati e giornalisti, come succede in questo post in cui la critica al cattivo giornalismo cominciava proprio da un articolo mio. Ma vale solo per gli […]

  25. Valentinoon Giu 5th 2014 at 13:56

    Un’analisi della variabilità delle convinzioni tra chi è scettico sui cambiamenti climatici mostra una correlazione con articoli dei media sui record raggiunti.

    Americans who trust climate scientists tend to keep their global warming views, while the one-third of Americans suspicious of climate scientists seems to be swayed by the previous year’s average world temperature record.

    When the media declares that last year was the Earth’s hottest or coldest (or second hottest or coldest and so on) on record, apparently this news influences whether or not that latter group accepts that global warming is real.

    http://blogs.scientificamerican.com/observations/2014/06/04/americans-who-mistrust-climate-scientists-take-cues-from-global-temperatures/

  26. […] i canonici venti giorni, hanno avuto da ridire. Col giornalista italiano, lì per lì, ma poi hanno riconosciuto che il primum movens è stato un istituzionalissimo press release firmato da una serissima […]

  27. […] comincia col bisticciare, si finisce per crescere tutti. Scienziati e giornalisti, come succede in questo post in cui la critica al cattivo giornalismo cominciava proprio da un articolo mio. Ma vale solo per gli […]

  28. […] Alcune quantità di interesse climatico hanno un andamento sufficientemente regolare, tale che ogni anno viene battuto il record. L’esempio più ovvio è la concentrazione di CO2 atmosferica che, almeno da quando sono iniziate le misure sistematiche a Mauna Loa, aumenta anno dopo anno. In alcuni mesi o anni si superano delle soglie che fanno notizia (ad esempio i 400 ppm come media globale, superata nel marzo 2015), ma ogni mese e anno è in realtà si stabilisce un nuovo record, le concentrazioni di CO2 sono superiori a quelle dell’anno precedente. Sono, come scritto in un altro post, record banali. […]