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La sostanza dell’Accordo di Parigi

Dopo anni di attesa e tra centinaia di alternative testuali, nella COP21 è stato approvato un testo che costituisce un nuovo importante accordo multilaterale sul clima, di cui proviamo a commentare alcuni punti salienti.

L’Accordo di Parigi approvato il 12 dicembre 2015 nella XXI sessione della Conferenza delle Parti della Convenzione sul clima è un importate passo in avanti in un percorso ancora molto lungo e accidentato per contrastare il surriscaldamento globale. Ora si conosce qualcosa in più di questo percorso: sia la destinazione finale (molto ambiziosa) sia alcune tappe importanti previste per il futuro (la periodica rivisitazione del divario tra obiettivi ed azioni intraprese, con l’obiettivo di implementazioni di azioni sempre più ambiziose).

Letto insieme agli impegni già assunti dai Paesi e considerato come tassello dei più complessivi Obiettivi universali di sviluppo sostenibile, l’Accordo delinea il contesto di profondi cambiamenti strutturali ai sistemi energetici, trasportistici, infrastrutturali di tutti i paesi. Assorbe e rilancia impegni specifici della società civile, del settore privato, delle istituzioni finanziarie.

Lasciando a post successivi e alla sempre ottima analisi dell’IISD il compito di entrare nel merito di alcuni punti difficili ed importanti del testo dell’Accordo, riassumiamo qui alcuni aspetti positivi che sono il contenuto gradito della bottiglia, insieme ad alcune mancanze che potranno – si spera – essere colmate in futuro.

I MOTIVI DI SODDISFAZIONE

1. È un nuovo accordo legale vincolante in molte sue parti (ad esempio quelle procedurali), che ingloba e sopravanza il Protocollo di Kyoto.

Il testo alterna le azioni obbligatorie (“shall”) con le azioni suggerite (“should”), ma è complessivamente approvato secondo procedure del tutto diverse da quelle degli accordi meramente politici (che peraltro a volte hanno conseguenze profonde, si pensi ad esempio agli accordi di Yalta).

Per entrare in vigore avrà bisogno che almeno 55 Paesi responsabili del 55% del totale delle emissioni globali di gas climalteranti consegnino alle Nazioni Unite un loro strumento di ratificazione, accettazione o approvazione. Per molti paesi questo vorrà dire un passaggio parlamentare ma molto probabilmente non per gli Stati Uniti.

Il Protocollo di Kyoto non viene abolito ma viene riconfigurato come “trampolino di lancio” dell’Accordo dalla Decisione di COP che ne ha accompagnato l’approvazione, la quale ha “sottolineato l’urgenza di accelerare l’implementazione della Convenzione e del suo Protocollo di Kyoto al fine di rafforzare l’ambizione pre-2020”.

2. Il processo di negoziazione è stato impeccabile. Il ritmo serrato di lavoro sul testo ricco inizialmente di parentesi ha permesso di seguirne via via l’evoluzione in modo estremamente trasparente (si vedano qui le molte versioni consegnate dai negoziatori tecnici e qui le quattro versioni del Comité de Paris, organo più nettamente politico con ministri dell’ambiente di mezzo mondo incaricati di facilitare l’integrazione delle posizioni diverse). Non è stato proposto a sorpresa un testo del tutto differente da quello oggetto ufficialmente di negoziazione (come avvenne con il Copenhagen Accord rispetto al testo consegnato dal Gruppo di lavoro negoziale detto AWG-LCA).

3. La legittimazione dell’Accordo è fortissima. I paesi democratici hanno mandato le loro più alte cariche elettive a dichiararne l’importanza (sia pure prima che venissero concordati i punti più controversi) e i Paesi non democratici hanno fatto lo stesso coi loro vertici. Nessun altro consesso avrebbe una legittimazione maggiore.

4. Tutto questo è avvenuto in una città sotto shock per gli attentati terroristici, che ha dimostrato di saper rialzare la testa, garantire la sicurezza di tutti, essere credibile sede di una concentrazione di capi di Stato di per sé obiettivo quasi ovvio per i mille fanatici che si aggirano nel mondo.

5. L’obiettivo della mitigazione è più ambizioso dei 2 gradi di cui da anni parlano i paesi sviluppati, UE in testa ma anche il G7 del 2015. Si è concordata la frase “tenere l’incremento della temperatura media mondiale ben sotto i 2 gradi rispetto ai livelli pre-industriali e fare sforzi per limitare l’incremento della temperatura a 1,5 C, riconoscendo che ciò ridurrebbe significativamente i rischi e gli impatti del cambiamento climatico”.

6. I tagli delle emissioni sono già molto più profondi di quanto non prevedeva il Protocollo di Kyoto. Un primo confronto approssimativo con il Protocollo di Kyoto in termini di paesi coinvolti e riduzione prevista di emissioni è in questa tabella:

 

(1)United Nations Framework Convention on Climate Change (UNFCCC) (2011), Compilation and synthesis of fifth national communications. Executive summary. Note by the secretariat. (PDF), Geneva (Switzerland): United Nations Office at Geneva. http://unfccc.int/resource/docs/2011/sbi/eng/inf01.pdf 

(2) UNEP GAP report 2015 executive Summary http://uneplive.unep.org/media/docs/theme/13/EGR_2015_ES_English_Embargoed.pdf 

 

Va inoltre sottolineato che per la prima volta si introducono obblighi di reporting delle emissioni e degli assorbimenti di gas serra e politiche e misure messe in atto per mitigazione per tutti i Paesi, compresi i Paesi sviluppati e gli altri paesi nell’Annex I. Tali reporting saranno sottoposti a revisione che dovrà anche verificare lo stato di implementazione impegni assunti dai Paesi con gli INDC.

7. Il settore energetico è il cuore della trasformazione, con oltre 90 menzioni delle rinnovabili negli INDC e una sottolineatura diretta delle stesse nel Preambolo della Decisione di COP.

8. L’Accordo di Parigi include un importante riconoscimento del ruolo delle foreste e degli sforzi per ridurre la deforestazione, sia nel preambolo che in un articolo specifico (il 5). D’altronde, secondo un’analisi dettagliata delle informazioni comunicate dai paesi, si prevede che le foreste (soprattutto tramite la riduzione della deforestazione nei paesi tropicali) contribuiranno con il 20-25% degli impegni totali di riduzione comunicati dai paesi per il 2030. Un contributo certamente non irrilevante.

9. Nello stesso articolo della mitigazione vi sono l’obiettivo complessivo dell’adattamento e quello relativo ai flussi finanziari, cui quindi si riconosce pari dignità. Essi sono rispettivamente: “incrementare la capacità di adattarsi agli impatti avversi del cambiamento climatico e promuovere la resilienza climatica e lo sviluppo a basse emissioni, in una maniera che non minacci la produzione di cibo” e “rendere i flussi finanziari coerenti con un percorso di sviluppo a basse emissioni e resiliente”.

Mentre il Protocollo di Kyoto chiedeva agli Stati di presentare piani di adattamento ma “senza introdurre alcun nuovo impegno da parte dei paesi in via di sviluppo” e offriva una fonte di finanziamento di azioni di adattamento in tali paesi (che fossero “particolarmente vulnerabili”) a partire da una quota dei proventi di uno specifico strumento di mitigazione (i progetti cosiddetti CDM), l’Accordo di Parigi offre fin dai suoi scopi complessivi una visione molto più articolata, che punta a trasformazioni complessive dei settori (attraverso gli INDC e i NAMA) e adeguati flussi finanziari (pubblici e privati).

10. Tutti i Paesi devono intraprendere e comunicare sforzi ambiziosi per raggiungere i tre obiettivi dell’art. 3 (su mitigazione, adattamento e flussi finanziari). Tali sforzi saranno progressivi, e si riconosce il bisogno di supportare i paesi in via di sviluppo per l’effettiva implementazione dell’Accordo. Ogni Paese preparerà, comunicherà e si impegnerà a raggiungere successivi “Contributi promessi determinati a livello nazionale (INDC)”, attraverso l’attuazione di politiche e misure di mitigazione.

È quindi un Accordo universale, che richiede a tutti gli Stati di agire, di dichiarare i propri obiettivi e di pianificare ed implementare strumenti di mitigazione a livello nazionale.

Ad esempio l’Europa si è impegnata a ridurre del 40% le emissioni al 2030 e sono in corso consultazioni su come verrà suddiviso l’impegno complessivo tra i diversi Stati Membri.

11. Posto che ogni volta che i “Contributi promessi” saranno modificati dovranno diventare più ambiziosi, ogni paese può modificarli in ogni momento e comunque tutti sono chiamati a farlo ogni cinque anni, anche alla luce di una valutazione globale del divario tra azioni ed obiettivi. L’Accordo si configura come strumento flessibile, che si dovrà adattare rispetto all’evoluzione delle emissioni globali, dei loro effetti sul clima e della crescita della conoscenza scientifica. Sul piano sistemico questa azione di feedback è fondamentale.

12. Svariati paesi hanno già riconosciuto che stanno subendo danni socio-economici significativi a causa del cambiamento climatico (il cosiddetto “Loss and Damage”, o Perdite e Danni climatici) ed alcuni piccoli stati insulari del Pacifico potrebbero addirittura risultare inabitabili. L’Accordo di Parigi, costruito sui risultati di Varsavia e di Doha, riconosce l’importanza del meccanismo di Loss and Damage come elemento distinto dall’adattamento. Inoltre ne struttura la risposta internazionale, anche se la Decisione di COP che lo vara introduce una clausola che esclude responsabilità e richieste di risarcimento, il che ovviamente potrebbe spostare l’argomento da un tema conflittuale all’esplorazione di possibili aree di collaborazione (sistemi di allerta, preparazione alle emergenze, eventi lenti e progressivi, valutazione e gestione del rischio, soluzioni assicurative, perdite non monetarie, resilienza delle comunità, dei sistemi di supporto alla vita e degli ecosistemi).

L’inclusione di un riferimento esplicito al Loss and Damage presenta vantaggi e svantaggi: da un parte faciliterà meccanismi di soccorso internazionali in seguito a catastrofi climatiche, dall’altra rischia di essere una fonte di attrito tra i vari paesi anche considerando la frequente difficoltà di attribuzione di eventi specifici al cambiamento climatico. Sia nell’Accordo di Parigi che nelle decisioni prese nei negoziati precedenti, la definizione di Loss and Damage è piuttosto vaga; nel bene e male, le modalità di implementazione del Loss and Damage saranno quindi una parte integrante dei futuri processi negoziali dell’UNFCCC.

LE QUESTIONI NON AFFRONTATE ADEGUATAMENTE

1. L’obiettivo di riduzione delle emissioni in quanto tali non è menzionato, mentre era presente con valori percentuali tra parentesi quadre nella Versione 1 del 9/12. Parlare di temperatura implica un’ampia gamma di percorsi di emissioni globali, quindi rende più complessa la analisi e il monitoraggio negli anni. All’attribuzione di obiettivi vincolanti di emissioni di riduzione di emissioni a ciascun Paese si è preferito la valutazione degli obiettivi fissati volontariamente da ogni Paese.

2. La trasparenza sulle azioni intraprese e sul supporto fornito (ad esempio in fatto di finanziamenti e tecnologie) viene lungamente discussa nell’articolo 13 ma la lunga battaglia negoziale sull’argomento mostra che la sua implementazione non sarà semplice. Particolarmente difficile sarà la negoziazione futura del sistema di compliance, delineato nell’articolo 15, che consisterà in un comitato che dovrà seguire modalità e procedure che verranno fissate nella prima sessione della COP.

CONCLUSIONE 

La scienza ha da anni mostrato la gravità della situazione e le possibilità di azione. Il negoziato globale ha prodotto quello che, nell’attuale sistema di rapporti di forza internazionali, poteva produrre. L’accordo raggiunto è il punto d’inizio di un importante processo fondamentale per accelerare la riduzione delle emissioni globali di gas serra e contrastare i cambiamenti climatici.

Un ruolo importate è anche riconosciuto alle Regioni, ai Comuni, alle forze politiche, alle associazioni, agli investitori, agli imprenditori, ai cittadini. I loro sforzi sono riconosciuti e potranno essere inclusi nel portale internet a loro dedicato (che già contiene più di 10 000 impegni da parte di oltre 2000 città, 150 regioni, 2000 imprese, 424 investitori, 230 organizzazioni della società civile).

Senza un grandissimo sforzo collettivo, senza un salto di qualità nell’azione concreta quotidiana per far vivere – dal basso – le politiche sul clima, gli obiettivi non potranno essere realizzati.

 

 

Testo di Valentino Piana, Sergio Castellari, Stefano Caserini, Gabriele Messori, Giacomo Grassi e Marina Vitullo.

46 responses so far

46 Responses to “La sostanza dell’Accordo di Parigi”

  1. Valentinoon Dic 16th 2015 at 22:36

    Molto conterà come soggetti indipendenti leggeranno la nuova situazione internazionale in fatto di clima. Es.

    UK to set zero carbon emissions target into law.

    Ed Miliband has vowed to use the landmark international agreement on climate change to push the British government into being the first in the world to put a zero carbon emissions target into law.

    The former Labour leader said a global agreement on achieving zero emissions by the end of the century would make it logical for Britain to put its own commitment on the statute books.

    Miliband will lead a cross-party campaign on the issue in the new year.
    http://www.theguardian.com/politics/2015/dec/12/ed-miliband-zero-carbon-emissions-target

  2. Fabio Corgioluon Dic 17th 2015 at 05:03

    Tra i motivi d’insoddisfazione mi pare di aver capito potremmo e dovremmo annoverare anche l’assenza di un impianto sanzionatorio da applicarsi in caso di mancato rispetto degli impegni presi. Non ravvedendo questo tema nel vostro testo mi chiedevo cosa ne pensaste. Grazie

  3. Marina vitulloon Dic 17th 2015 at 06:39

    @ Fabio Corgiolu
    È stato introdotto, con l’articolo 15, un sistema di compliance. Che dovrà essere strutturato e sostanziato nelle prossime decisioni negoziali. E questo è, per quanto mi riguarda, un risultato insperato, visto che si applicherà a tutti i Paesi, indipendentemente dal grado di sviluppo. È però già deciso che il sistema di non compliance sarà “non punitivo” e dovrà tenere conto delle “national circumstances”.

  4. Mauroon Dic 17th 2015 at 07:25

    Si, bene ma nessuno parla dell’ingegneria climatica gestita dai militari. Ovvio in quell’ambito c’è la copertura del cosiddetto segreto (appunto) militare ma almeno i governi dovrebbero sapere.

  5. Emanuele Eccelon Dic 17th 2015 at 07:42

    Non ho sentito parlare nemmeno una volta, nei vari resoconti, del problema demografico. Forse me lo sono perso, ma temo che non sia così. Faccio presente che in soli due anni la FAO ha rivisto al rialzo le stime per il secolo in corso: il “contributo” dell’Africa in pratica annullerebbe il picco un tempo previsto verso metà secolo. Perché si vuole continuare a girare intorno al problema fingendo che non esista? Gli aiuti ai paesi più poveri non dovrebbero prevedere in cambio impegni in tal senso?

  6. leonardo massaion Dic 17th 2015 at 10:06

    cari, grazie per l’articolo che contribuisce al dibattito post parigi ..

    se ne avro la forza e la voglia spero di scrivere anche io un mio commento per chiarire alcuni punti che anche dal vostro pezzo non emergono

    Marina: il sistema di compliance sanzionatorio stile Kyoto sparisce con il nuovo accordo, quello che verra creato non ha nessun potere di vigilanza ed e’ praticamente inutile. Sinceramente era un risultato purtroppo molto prevedibile. Questo e’ un punto molto chiaro che mina le basi del nuovo regime secondo me

  7. marina vitulloon Dic 17th 2015 at 13:37

    @ leonardo massai
    caro Leonardo, so che il sistema di compliance non e’ Kyoto-style. ma sono consapevole del fatto che in ambito Kyoto ci sono stati casi (come il Canada) che ha semplicemente bypassato il sistema di compliance.
    sinceramente non credo che sia un punto debole, e non lo avrei dato per scontato nell’accordo. staremo a vedere 😉

  8. leonardo massaion Dic 17th 2015 at 14:07

    Cara Marina il Canada ha utilizzato un articolo del protocollo di Kyoto che e’ esattamente lo stesso nell’accordo di Parigi (art. 28). Questo un altro punto debole di Parigi, visto che qualsiasi stato potra comportarsi in futuro come il Canada, anche se nessuno lo fara perche l’accordo di parigi non ha alcun obbligo vincolante al suo interno 🙂

    Come fa a non essere un punto debole la totale assenza di un meccanismo di compliance forte e vincolante?

    La mia visione dell’accordo di Parigi e completamente diversa rispetto alla vostra, ne parleremo a quattr’occhi 🙂

  9. Stefano Caserinion Dic 17th 2015 at 14:07

    @ Emanuele

    Il problema delle emissioni di gas serra non è l’Africa, quesi paesi dove la popolazione aumenta hanno emissioni pro capite sotto 1 tCO2/ab. e se gurdiamo la responsabilità storica sulla CO2 in atmosfera, l’Africa conta ancora di meno.
    In ogni caso, non è facile dire agli altri di non riprodursi, le implicazioni etiche sono molte.

    @ Leonardo
    il sistema di compliance sanzionatorio stile Kyoto non sarà molto rimpianto, visti i risultati.
    Si poteva ottenere maggiori sanzioni a patto di limitare i partecipanti e il livello di ambizione.
    Non è affatto detto che sia meno efficace l’approccio seguito ora, in cui fra l’altro gli impegni degli Stati sono sorretti anche dagli impegni dal basso di cui si parla nel post

  10. leonardo massaion Dic 17th 2015 at 14:19

    @ Stefano
    Non esistono sanzioni in Kyoto, ne in nessun altro trattato internazionale sull’ambiente.
    Sugli scarsi risultati abbiamo opinioni diverse, anche se non credo tu sia un esperto in materia per giudicare i risultati e le attivita del compliance committee di Kyoto
    Il livello di ambizione di Parigi a me appare molto basso, soprattutto perche fondato sui numeri, spesso approssimativi e grossolani, delle varie INDCs
    Gli impegni dal basso ci sono gia da molto tempo, ben prima di Parigi

  11. Stefano Caserinion Dic 17th 2015 at 14:46

    @ Leonardo

    Non mi riferisco alle attività del compliance committee di Kyoto
    Mi riferisco al fatto che le (poche) azioni che sono state fatte fino ad oggi non sono state fatte per timore delle sanzioni previste dal protocollo di Kyoto.
    Io ho notato una forte accelerazioni degli impegni dal basso negli ultimi 1-2 anni, prima c’era ben poco a mio parere

  12. Emanuele Eccelon Dic 17th 2015 at 15:05

    @ Stefano
    Ho citato l’Africa perché sarà, pare, l’ultima regione della Terra ad affrancarsi dalla spirale progresso = figli.
    Ma prendiamo allora l’India, che tra 5 anni è previsto diventare il paese più popoloso del mondo. Considera che p.es. la Gran Bretagna ha dichiarato un obbiettivo (che non so come potrà raggiungere) di neutralità carbonica: quando lo raggiungerà – se lo raggiungerà – paesi come l’India si troveranno nel massimo delle loro potenzialità di inquinamento: cioè, non possiamo fare i conti solo sull’oggi. La Cina ha rinunciato alla politica del figlio unico. Non è più giusto, oggi, dare pagelle ai paesi in base alle emissioni pro-capite: quali saranno le emissioni totali alla generazione successiva? Se mantengo la demografia immutata, il totale andrà diviso per lo stesso numero, ma se la popolazione è aumentata, il fatto di avere un dividendo più grande ha reso più virtuosa una società? Secondo me no. Purtroppo – è insopportabile ammetterlo – ritengo che sia meno sostenibile, per quanto legittimo, avere due figli e stare attenti agli stili di vita, piuttosto che averne uno solo e guidare tranquillamente il suv. NB: io ne ho due (figli, non suv!).

    Se vogliamo – giustamente – evidenziare il ruolo dei paesi oggi ricchi, dovremmo piuttosto cominciare a contabilizzare le emissioni industriali in base a dove va a finire la merce (compreso l’impatto del trasporto), invece che nel paese dove viene prodotta.

  13. albertoon Dic 17th 2015 at 16:12

    Grazie ancora al team di climalteranti per l’ attività svolta.
    Mi pare risulti evidente come l’ accordo di Parigi sia per molti aspetti migliore di tutti i tentativi precedenti e tracci una strada nella direzione giusta (se quella strada sarà percorsa fino al traguardo è un’ altra storia).
    Riguardo a quanto stabilito per il futuro meno remoto (il periodo 2050-2100 è citato in maniera troppo generica come si è visto) mi piacerebbe che fosse esplicitato quanto scritto al punto II.17.
    A leggerlo io capisco che se tutti i Paesi partecipanti manterranno i loro impegni le proiezioni sulle emissioni complessive indicano come stima 55 GtCO2eq al 2030. Ossia un valore superiore a quello attuale.
    Il che significa che nei prossimi 15 anni il trend dell’ emissione antropica di GHG sarà in salita. E che in tale periodo quindi si avrà “solo” un contenimento dell’ aumento delle emissioni, ossia si abbasserà il rateo di incremento annuale. Per arrivare ad una riduzione effettiva delle emissioni e non ad una “riduzione rispetto ad un incremento previsto” bisognerà, salvo scenari non prevedibili ad oggi, aspettare a dopo il 2030, o no?

  14. Antonioon Dic 17th 2015 at 21:12

    analisi interessante di Pierce http://e360.yale.edu/feature/a_landmark_agreement_on_climate_is_reached_in_paris_to_cap_warming/2939/

    Gli INDCs hanno indubbiamente qualità molto diversa, ma sono una buona base di partenza per capire le intenzioni

  15. Antonioon Dic 17th 2015 at 21:16

    e anche questa…
    http://www.desmogblog.com/2015/12/15/busting-myths-already-out-there-paris-climate-agreement

  16. […] Leggi l’articolo […]

  17. Valentinoon Dic 18th 2015 at 08:57

    @Alberto
    No, non bisognerà aspettare il 2013. Gli INDC sono stati presentati PRIMA di Parigi e senza sapere se e quale accordo si sarebbe trovato. Ora si passa alla ratificazione dell’Accordo (prima data cruciale 22 Aprile 2016). Sono personalmente ottimista sulla possibilità che la prima soglia (55 paesi) venga superata abbastanza presto.

    Dall’entrata in vigore (ma in realtà anche prima) i Paesi possono rivedere i loro INDC in ogni momento (art. 4.11) e comuque ogni cinque anni (art. 4.9). Non c’è bisogno di un emendamento all’Accordo (vedi quanto tempo invece sta prendendo l’approvazione dell’emendamento di Doha nel Protocollo di Kyoto).

    Il principale motivo che vedo per rilanciare sono… le elezioni! I cinque anni sono più o meno i cadenzamenti delle legislature. Quando – ogni tanto – in un paese vince chi vuole fare di più, emette un nuovo INDC. Quando arriva chi vuole fare di meno, bé, l’Accordo gli impedisce di auto-ridursi l’impegno e quindi aspetta (magari non agisce, questo è un altro problema).

    Obama nel suo primo commento a caldo ha legato il rilancio a miglioramenti nelle tecnologie. Un po’ freddo ma comunque vero: la montagna di acquisti di pannelli e turbine già presenti negli attuali – superabili – INDC è tale da indurre, se realizzata anche solo in parte, un calo dei prezzi e quindi accrescere la competitività delle fonti rinnovabili.

  18. Valentinoon Dic 18th 2015 at 08:59

    Intendevo 2030, ovviamente.

  19. Valentinoon Dic 18th 2015 at 09:13

    Buone notizie: The Czech parliament will ratify and President Miloš Zeman sign the climate agreement approved in Paris today, Environment Minister Richard Brabec told Czech Television immediately after the decision was made at the United Nations conference.

  20. Guidoon Dic 18th 2015 at 09:57

    La crescita demografica e lo sviluppo economico sono le terribili malattie della Terra. Se non si fermano (ma è già troppo tardi), non c’è alcuna possibilità. L’Ecosfera provvederà, ma forse in modo poco piacevole.

  21. albertoon Dic 18th 2015 at 11:12

    @Valentino: ho seguito i link di Antonio e ho trovato questo commento piuttosto critico su di un punto (imo fondamentale) dell’ accordo riguardante le emissioni globali nel futuro prossimo (coerente con l’ idea che avevo riportasto semplicemente leggendo il punto II.17 dell’ accordo).

    https://globalclimatejobs.wordpress.com/2015/12/13/world-pledges-to-increase-emissions/
    “…one fact stands out. All the governments of the world have agreed to increase global greenhouse gas emissions every year between now and 2030”

    Poi si può sempre sperare ottimisticamente che le emissioni diminuiscano da oggi, ma guardando allo scenario quantitativo disegnato dall’ accordo e non a scenari generici ben più rosei, l’ impressione è che dato che la rappresentanza politica non poteva permettersi l’ ennesima brutta figura la diplomazia ha lavorato fin dall’ inizio per avere un accordo da sbandierare come successo.
    Ed alla fine direi che lo si è raggiunto “a tarallucci e vino”.

  22. Paolo Gabriellion Dic 18th 2015 at 11:39

    @ Emanuele Eccel “Purtroppo – è insopportabile ammetterlo – ritengo che sia meno sostenibile, per quanto legittimo, avere due figli e stare attenti agli stili di vita, piuttosto che averne uno solo e guidare tranquillamente il suv”.

    D’accordo se intendi la sostenibilita’ solo dal punto di vista strettamente ambientale. Comunque sia c’e’ pero’ un problema: la cosiddetta piramide demografica inversa (pochi giovani e tanti anziani) non e’ sostenibile dal punto di vista sociale (in Cina se ne sono appena accorti, in Italia non ancora). Pensa solo al sistema pensionistico.

    Completamente d’accordo invece sul fatto che e’ incredibile (comodo?) che la forzante demografica (alla radice di tutti problemi ambientali) non sia discussa. Come se potessimo riprodurci all’infinito se solo usassimo tutti quanti pannelli solari.

  23. Guidoon Dic 18th 2015 at 14:30

    Il sistema pensionistico è destinato a saltare COMUNQUE entro pochi anni. Il problema dei “pochi giovani e molti anziani” è un transitorio. Quando ci saranno le nascite uguali alle morti in una situazione stazionaria il problema non ci sarà più. Ma non abbiamo tanto tempo. Una forma di collasso del sistema è ormai inevitabile, ma dobbiamo fare di tutto perchè sia meno traumatica possibile (!?). Per quanto riguarda i suv, ne andrebbe vietata la costruzione con effetto immediato. Inoltre il motore a scoppio è una pessima soluzione al problema degli spostamenti. C’è chi vorrebbe un altro miliardo di macchine, ma sembra una barzelletta…

  24. Valentinoon Dic 18th 2015 at 18:47

    @alberto
    L’Accordo, se ratificato, impegna i governi agli obiettivi dell’art. 3 (tenere molto al di sotto dei 2) e al percorso (picco ravvicinato, veloce discesa, azzeramento nel lungo periodo – e, verrebbe da aggiungere, niente overshooting premeditato).

    Gli INDC sono stati fatti prima di tutto questo e l’Accordo prevede “rilanci”, quindi incrementi di ambizione.

    La Decisione di COP che accompagna l’Accordo parla inoltre di ciò che deve avvenire di qui al 2020.

    Va benissimo gridare che la casa brucia e che bisogna correre. Ma visto che il prossimo passo è la ratificazione (o meno) da parte di un paese (e, a seguire, l’entrata in vigore o meno), la domanda che le faccio è: lei lo firmerebbe oppure no? se lo legga, ci pensi e poi…

  25. oca sapienson Dic 19th 2015 at 14:13

    Emanuele Eccel, Guido, Paolo G.

    forzante demografica

    C’è una divisione dei compiti, il controllo dei gas serra spetta all’UNFCCC, il controllo delle nascite agli Scopi dello millennio 2000 e dello sviluppo sostenibile 2015.

    In teoria, la Carta dei diritti umani sancisce la libertà di disporre del proprio corpo. In pratica, le donne fanno 80 milioni di figli indesiderati/anno perché non hanno accesso alla contraccezione. Non solo in Africa, in USA gli indesiderati sono il 49%. Nel frattempo, la crescita demografica è di 80 milioni/anno – stime Onu (a memoria, trovate i dati su http://www.undp.org).

  26. homoereticuson Dic 19th 2015 at 15:02

    @ ocasapiens
    se i dati che ha citato sono corretti (e non è la prima volta che leggo numeri simili) possiamo quindi serenamente affermare che la crescita demografica globale è totalmente indesiderata, oltre che indesiderabile.

    Più in tema, riguardo a Parigi, dopo aver letto questo e altri commenti (sempre grazie comunque) il mio personale umore è sprofondato. Chissà che mi aspettavo, poi.
    Sarà senz’altro il massimo che si poteva ottenere, politicamente, ma certo c’è poco da festeggiare. Del resto pensare di aggredire le emissioni senza mettere in discussione il bau, ed anzi continuando a inseguire forsennatamente la crescita economica, sembra come quelle pubblicità che “con questa pillola perdi 3kg alla settimana mangiando quello che ti pare… (e pure una pentola di cassoela tutte le sere)”

  27. Paolo Gabriellion Dic 20th 2015 at 00:45

    “C’è una divisione dei compiti, il controllo dei gas serra spetta all’UNFCCC, il controllo delle nascite agli Scopi dello millennio 2000 e dello sviluppo sostenibile 2015”

    @ocasapies: grazie mille per l’info. Ma non e’ che facendo cosi’ gli obbiettivi demografici vengano disaccoppiati da quelli climatici? Ridurre la popolazione mondiale di tot sarebbe equivalente a tagliare tot emissioni di CO2 anche in caso di business as usual. Mi sbaglio?

  28. Riccardo Reitanoon Dic 20th 2015 at 08:09

    Non vedo perché essere ottimisti o pessimisti. L’accordo di Parigi è una scatola da riempire, il quadro nel quale inserire le soluzioni che vorremo adottare. Lo hanno detto già in tanti, ora inizia il lavoro, vedremo se riusciremo a farlo bene.

  29. Valentinoon Dic 20th 2015 at 12:07

    Per conoscere meglio l’Accordo, leggere una prima traduzione in italiano del suo Preambolo (culturale e legale), nonché avere altre spiegazioni, potete vedere

    http://www.accordodiparigi.it/

  30. oca sapienson Dic 21st 2015 at 00:03

    homoereticus,
    dati corretti /
    sono stime e va detto che l’Onu le corregge spesso. Se le interessa, sul mio blog ho messo link ad altre fonti e a dati raccolti sul campo nel 2012. +/- 5 milioni mi sembrano coincidere. Comunque il tasso di fertilità declina da 40 anni, se non fosse per i figli indesiderati e il calo della mortalità infantile saremmo circa 6 miliardi.

    Paolo Gabrielli,
    Non ti sbagli, ma negli accordi internazionali la demografia non figura mai. D’altronde nessun paese vuole ridurre la natalità, così gli Scopi parlano di pianificazione famigliare ma per tutelare la salute materna e infantile. Non sono disgiunti dagli obiettivi di altri trattati, il clima c’è per la parte adattamento e accesso all’energia pulita per esempio.

  31. oca sapienson Dic 21st 2015 at 00:04

    Ups, scusate il corsivo!

  32. […] BUFALE – L’Accordo di Parigi per limitare le emissioni di gas serra ha suscitato molti commenti. Il Parco ne seleziona due la cui rilevanza per le sorti del pianeta e dell’umanità non […]

  33. albertoon Dic 22nd 2015 at 15:36

    @Valentino: per quello che vale, senz’ altro io firmerei l’ accordo, nell’ ottica di quanto affermato da qualche politico, credo durante le trattative, “meglio un accordo che nessun accordo”.

    @Riccardo: è proprio perché l’ accordo “epocale” si sta rivelando una “scatola vuota” (secondo la tua azzeccata espressione) che non riesco ad individuare motivi sufficientemente solidi per essere ottimisti.
    Ossia per credere razionalmente in base ai fatti e non alle dichiarazioni ambiziose e agli sforzi volontaristici che l’ umanità è sulla buona strada per contenere il surriscaldamento planetario a fine del secolo entro circa 3 degC (già con un certo ottimismo, ad essere sincero).

  34. Riccardo Reitanoon Dic 22nd 2015 at 21:06

    alberto
    capisco, ma non vedo nemmeno motivo di pessimismo. Io penso solo che sia presto per dirlo.

  35. Valentinoon Dic 23rd 2015 at 08:49

    Al di là dei punti specifici in alcuni articoli dell’Accordo, è raro trovare una visualizzazione complessiva della struttura dei 29 articoli. Con una immagine volutamente fantasiosa, io lo rappresenterei come “una scimmia sullo skateboard”, per dare conto del diverso ruolo strutturale dei diversi articoli.
    Come indico qui:

    http://www.accordodiparigi.it/struttura.htm

    Gli occhi dell’Accordo di Parigi sono nel Preambolo e all’art. 2 dove si indicano tre obiettivi di pari dignità: essi sono la visione del futuro e gli impegni da raggiungere. L’art. 1 è in realtà solo fatto di definizioni, molto banali per altro. A inserire una gerarchia tra gli articoli seguenti è l’art. 3, il cuore dell’Accordo. Esso prevede che “Tutti i Paesi devono intraprendere e comunicare sforzi ambiziosi” su una selezione particolare degli articoli che seguono (es. solo il primo dei tre articoli sulla mitigazione”) “al fine di raggiungere gli obiettivi indicati nell’art. 2”.

    Le due gambe dell’Accordo sono mitigazione e adattamento, ma vi è in coda il tema dei “danni e perdite climatiche” nonché la questione della “partecipazione pubblica” alle decisioni.

    La banana delle cose ottenute dai Paesi sono soldi, tecnologia e competenze per il cambiamento organizzativo.

    A mantenere vigile l’Accordo sono le orecchie: trasparenza ex-ante delle azioni, verifica che siano intraprese davvero (compliance) e una valutazione complessiva e globale su tutti i temi (global stocktaking).

    A far correre l’Accordo sono tutti gli articoli che abbiamo collocati come skateboard, che si occupano della ratificazione, dell’entrata in vigore, di come votare le decisioni, di come fare emendamenti, come si fa ad uscire dall’Accordo, ecc. Tutti articoli tipici dei trattati internazionali, alla luce della Convenzione di Vienna sui trattati.

  36. Cop 21: due gradi di speranzaon Dic 23rd 2015 at 12:48

    […] http://www.climalteranti.it/2015/12/16/la-sostanza-dellaccordo-di-parigi/ […]

  37. albertoon Dic 28th 2015 at 21:10

    Il motivo principale per essere pessimisti alla luce dei fatti è che le emissioni di gas climalteranti dovrebbero diminuire costantemente anno dopo anno a partire da oggi anzi da ieri e l’ accordo prevede che forse diminuiranno tra qualche quinquennio.
    Il giudizio severo di Hansen sui contenuti o meglio sull’ assenza di questi nell’ accordo mi pare assai indicativo. A parer mio bisognerebbe anche fissare l’ attenzione sul fatto che i grandi produttori mondiali di combustibili fossili non hanno praticamente reagito alla chiusura della cop21. Il che mi pare un gran brutto segno ossia che i loro interessi colossali non vengono scalfiti da decisioni alla volemose bene che rimandano il problema alla seconda metà del secolo invece di affrontarlo.

  38. Guidoon Dic 29th 2015 at 09:43

    Il discorso conclusivo doveva iniziare così: L’esperimento dell’umanità denominato civiltà industriale, che ha come scopo primario l’incremento indefinito dei beni materiali, è fallito. Dobbiamo iniziare a gestire il transitorio per uscirne completamente.

  39. […] [6] http://www.climalteranti.it/2015/12/16/la-sostanza-dellaccordo-di-parigi/ […]

  40. Riccardo Reitanoon Gen 10th 2016 at 19:05

    Se il buon giorno si vede dal mattino, l’Italia inizia male. A pochi giorni dall’accordo di Parigi il 22 dicembre il Ministero dello Sviluppo Economico ha dato l’ok alle trivellazioni offshore alle Tremiti.

  41. homoereticuson Gen 12th 2016 at 07:34

    @reitano

    alla luce di quanto osservato nel recente passato, ci si poteva ragionevolmente aspettare qualcosa di diverso? purtroppo non sono sorpreso.

  42. Riccardo Reitanoon Gen 13th 2016 at 11:51

    … e anche in Sicilia.

    @homoereticus
    non sono sorpreso nemmeno io, non mi spettavo certo un’inversione di rotta dall’oggi al domani. E’ però necessario continuare a fare pressioni affinché si chiuda al più presto questa vecchia idea di politica energetica. La strada è segnata e prima la imbocchiamo e meglio è.

  43. Riccardo Reitanoon Gen 13th 2016 at 13:07

    saltato il link nel commento precedente:
    http://palermo.repubblica.it/cronaca/2016/01/12/news/in_sicilia_via_libera_a_nuovi_pozzi_di_petrolio_affare_da_due_miliardi-131072159/

  44. albertoon Gen 13th 2016 at 17:02

    Sarei un po’ più pragmatico sul petrolio nostrano.
    Fermo restando l’ impegno a ridurre le emissioni complessive di ghg non è che le automobili dall’ oggi al domani non useranno più benzina o diesel né in Italia né in altre Nazioni. Tra l’ altro i biocombustibili per ora sono inadeguati. Per cui se nel medio periodo una certa percentuale del petrolio che consumeremmo comunque importandolo riuscissimo a produrla non sarebbe male.
    Certo nimbly permettendo.

  45. Rassegna web COP21 |on Gen 16th 2016 at 04:47

    […] Climalteranti.it » La sostanza dell’Accordo di Parigi […]

  46. […] scorso 12 dicembre è stato raggiunto, alla COP21 di Parigi, un nuovo accordo sul clima nell’ambito dei negoziati della Convenzione Quadro della Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici […]

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