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10 buone notizie sul cambiamento climatico

Capita spesso, alla fine di una conferenza sui cambiamenti climatici, la richiesta di raccontare qualcosa di positivo, che possa infondere speranza e ottimismo sul futuro. Sembra emergere da una spinta liberatoria: e basta con le cattive notizie! Per questo porta sollievo, sui volti compaiono sorrisi, sguardi partecipi. 

In questi tempi in cui l’ottimismo spesso nasconde narcisismo o paura di affrontare la complessità del mondo, la richiesta si scontra con un sospetto motivato, che lo sguardo fiducioso verso il futuro sia un modo per sfuggire alla realtà, all’accettazione della gravità della situazione. 

Col tempo mi sono accorto che la domanda di positività arriva soprattutto dai giovani, da chi non ha intenzione di sfuggire alle proprie responsabilità; arriva perché chi cerca una via d’uscita ne ha bisogno per trovare nuove motivazioni ed energie. In fondo, la spinta per un cambiamento non può derivare solo dal riconoscere una minaccia, un pericolo, ma dal riuscire a scorgere un altro futuro possibile. La minaccia senza la speranza in una via d’uscita ha effetti ridotti e controproducenti: porta a un pessimismo cupo che rende difficile la scoperta, l’analisi e il sostegno alle alternative possibili. Porta alla logica dell’emergenza, e nell’emergenza prevalgono le soluzioni spicce, spesso non le migliori.

Ho provato dunque a raccogliere gli aspetti positivi che si possono intravedere nella complicatissima e maledettamente grave faccenda del riscaldamento globale; sul lato delle evidenze scientifiche sulla situazione attuale e gli scenari futuri, su quanto si sta facendo o si potrebbe fare nei prossimi anni per contrastarlo. 

Fatti che possano essere catalogati fra le buone notizie.

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Questa che avete letto è l’introduzione del mio libro, uscito il 31 marzo, “Il clima è (già) cambiato. 10 buone notizie sul cambiamento climatico” (Edizioni Ambiente).

L’avevo iniziato più di tre anni fa, un po’ per gioco e un po’ davvero per migliorare le risposte da dare, nelle conferenze, alle richieste di raccontare qualcosa di positivo. Avevo fatto leggere una prima piccola bozza ad alcuni amici di Climalteranti, ricevendo molti suggerimenti e qualche critica. L’ho messo da parte per tanto tempo, l’ho ripreso circa un anno fa e ho iniziato a ragionarci e a raccogliere materiale ed altre idee; proprio perché, come ho scritto nell’introduzione, ho iniziato ad avvertire la necessità che nel dibattito sul cambiamento climatico non fossero solo presenti notizie pessime (che, come sappiamo, non mancano…).

Mi hanno dato una spinta decisiva la lettura di un bellissimo libro del filosofo Dale Jamieson, “Reason in a dark time. Reason in a Dark Time: Why the Struggle Against Climate Change Failed – and What It Means for Our Future” (sarebbe bello farne uscire l’edizione italiana…) e la rilettura di alcune parti (in particolare l’Introduzione) di un libro pubblicato qualche tempo fa “Il dolce avvenire. Esercizi di immaginazione radicale del presente” (a cura di Alessandro Bosi, Marco Deriu e Vincenza Pellegrino).

Alcuni fatti, come la Conferenza e l’Accordo di Parigi, il collasso dell’industria del carbone statunitense, lo sviluppo impetuoso delle energie rinnovabili, alcuni segnali del mondo finanziario, hanno fornito materiale nuovo per rinforzare le buone notizie.

Ho avuto la tentazione di pubblicare il tutto in una serie di post su questo sito; ma un libro permette di vedere più chiaramente un quadro di insieme, e raggiunge tante persone che (come me del resto) amano ragionare leggendo sulla carta più che sullo schermo.

Alla fine le buone notizie erano molte più di 10, per cui le ho raggruppate in 10 categorie (Rassicurazioni, Conoscenze, Vantaggi, Vittorie, Possibilità, Opportunità, Giustificazioni, Impegni, Segnali, Alternative), e “10 buone notizie” per decisione dell’editore è diventato il sottotitolo (certo non si poteva fare “10 categorie di buone notizie…”). Qui si possono sfogliare le prime pagine e leggere il primo capitolo, riportato anche in fondo a questo post.

Ho aggiunto una prima appendice con “101 azioni per aiutare a contrastare i cambiamenti climatici” e in extremis una seconda appendice (scritta con Valentino Piana) per spiegare gli aspetti più importanti dell’Accordo di Parigi.

Ringrazio i molti che hanno dato suggerimenti, fornito materiale, letto e corretto la bozza finale, fra cui Federico Antognazza, Guido Barone, Elena Bonapace, Federico Brocchieri, Veronica Caciagli, Giorgio Capurri, Renato Casagrandi, Claudio Cassardo, Sylvie Coyaud, Enrico Euli, Paolo Gabrielli, Alice Pandolfi, Renato Paoletti, Antonello Pasini, Piero Pellizzaro, Piera Pesatori, Valentino Piana, Michela Sfondrini, Marina Vitullo, Antonio Zecca.

Il libro è uscito, non sta a me dire se è riuscito, se piacerà o se servirà. Alla fine, sono contento di averlo scritto.

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Per chi fosse interessato, una presentazione del libro avverrà venerdì 8 aprile al Politecnico di Milano, campus Leonardo, aula S05, dalle 15.30 alle 17.00. Parteciperanno, oltre all’autore, Enrico Euli, filosofo catastrofista (Università di Cagliari), Renato Casagrandi, ecologo ottimista (Politecnico di Milano), Diego Parassole, attore e comico.

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Capitolo 1. RASSICURAZIONI

Salviamo il pianeta, il pianeta è in pericolo! La prima buona notizia è che non è vero: il pianeta Terra non è in pericolo. Esiste da più di 4 miliardi di anni, è stato per un paio di miliardi di anni una palla di roccia grigia e fredda, poi rossa scura e calda, o anche bianca di ghiaccio quasi dappertutto. Sono solo qualche centinaio di milioni di anni che la Terra è come la conosciamo. Non era in pericolo quando l’India era ancora attaccata all’Africa, quando il mare Mediterraneo evaporò lasciando una conca asciutta e profonda; o quando un asteroide gigantesco precipitò nella penisola dello Yucatán e il pianeta cambiò faccia, si fece polveroso e freddo e si estinsero il 75% delle specie viventi. Dopo circa 65 milioni di anni, eccoci qui.

L’idea che le attività umane possano distruggere la Terra e ridurla per sempre a un ammasso di ghiaccio o gas ardenti è da tempo presente nell’immaginario degli esseri umani, è stata raccontata nei libri e nei film di fantascienza. Ma non è solo fantascienza, è studiata da anni dagli scienziati, da chi si occupa dei pericoli dei cambiamenti climatici.

La terra come venere?

Uno dei più grandi climatologi del mondo, James Hansen, che ha guidato per trent’anni il Goddard Institute for Space Studies della NASA, ha studiato a lungo la possibilità che le emissioni di anidride carbonica  (CO2) nell’atmosfera causate dal bruciare i combustibili fossili possano cambiare drasticamente il volto del pianeta, rendendo impossibile ogni forma di vita. Ho ascoltato Hansen mentre spiegava questa ipotesi il 17 dicembre 2008 nella Bjerknes Lecture, un discorso di un’ora al meeting annuale dell’American Geophysical Union, uno dei massimi consessi mondiali sulle scienze dell’atmosfera.

Davanti a un migliaio di persone stipate ordinatamente in una grande sala del Moscone Center di San Francisco, Hansen ha illustrato la “minaccia al clima del pianeta” da lui definita “Sindrome di Venere”. Scandendo lentamente le parole e con le slide proiettate sui tre grandi schermi della sala, il grande scienziato ha spiegato come l’aumento dell’effetto serra provocato dall’aumento della CO2 atmosferica potrebbe innescare, attraverso una serie di meccanismi indiretti, un riscaldamento del pianeta in grado prima di fondere tutti i ghiacci, poi di prosciugare gli oceani per l’aumento dell’evaporazione dell’acqua del mare, quindi di disperdere il vapore acqueo nello spazio. Un effetto permanente, come è successo per Venere, appunto, che ha una temperatura di 450 gradi centigradi perché un riscaldamento di 470 gradi è causato da un gigantesco effetto serra  provocato da un’atmosfera di sola CO2. Conclusione di Hansen: “Se bruciamo tutte le riserve di petrolio, gas e carbone, c’è un’alta probabilità di dare il via a un effetto serra incontrollabile, che potrebbe distruggere tutta la vita presente sul pianeta, forse in maniera permanente. Se bruciamo anche le sabbie bituminose e gli scisti, credo che la sindrome di Venere sarà una certezza matematica”. Un’ipotesi agghiacciante, o meglio rovente. In conclusione del libro che costituisce la sua autobiografia, Tempeste, Hansen ha scritto un racconto ambientato nell’anno 2350, in cui una navicella spaziale extraterrestre visita la Terra e trova un pianeta devastato e arido, privo di vita. Insomma, la Terra come Venere.

Altri scienziati non concordano con questa tesi. Secondo David Archer, un altro dei più famosi e autorevoli climatologi, lo scenario ipotizzato da Hansen non può verificarsi: ben prima che gli oceani evaporino completamente gran parte del vapore acqueo si trasformerebbe in pioggia ritornando al suolo.  In altre parole, la Terra non avrebbe una temperatura iniziale sufficientemente alta (come invece ha avuto Venere) per far evaporare gli oceani in seguito a un riscaldamento globale. Gli scienziati Colin Goldblatt e Andrew Watson, in un approfondito articolo scientifico che ha passato in rassegna in modo dettagliato i meccanismi fisici che potrebbero portare le temperature della Terra a superare i 1.000 °C, hanno concluso che “la buona notizia è che quasi tutte le linee di evidenza ci portano a credere che è improbabile che sia possibile, anche in linea di principio, l’innesco di un effetto serra incontrollato a causa dell’aumento dell’anidride carbonica nell’atmosfera”. Questi scienziati, come sempre molto cauti nel dare conclusioni definitive, hanno chiarito che la possibilità non può essere ancora completamente esclusa, perché rimane debole la comprensione della termodinamica di questi processi, la fisica di un’atmosfera così calda e umida.

In ogni caso, anche se l’ipotesi di Hansen sulla possibilità di un effetto serra incontrollato fosse confermata, non è detto che la Terra non possa uscire da quella condizione e ripopolarsi di specie viventi, dopo qualche centinaia di milioni di anni. Magari appena prima di ripiombarci, in seguito all’aumento della luminosità del Sole che, secondo Goldblatt e Watson, tra due miliardi di anni potrebbe con buona probabilità innescare lo stesso fenomeno. Tutto questo in attesa del collasso gravitazionale definitivo del Sole al termine della sua vita, che potrebbe avvenire a causa dell’esaurimento dell’idrogeno e dell’elio che lo alimentano, tra circa 5 miliardi di anni, quando l’espulsione degli strati più esterni spazzerà via l’atmosfera e renderà inabitabile e inospitale la nostra Terra.

Non è la terra

A essere in pericolo non è il pianeta Terra in sé, ma è il pianeta come noi lo conosciamo. Con il suo clima a cui ci siamo abituati, il mare dov’è, le piogge che scendono in un certo modo. Con le piante e gli animali che amiamo, con la loro incredibile biodiversità. E con noi stessi, i nostri complicati modi di vivere, la nostra civiltà che sta spadroneggiando sulla superficie del pianeta. Ma il pianeta potrebbe fare a meno di noi umani come ha fatto a meno dei mammut e dei tirannosauri. Se non riusciremo a distruggere il pianeta potremo cambiarne pesantemente il volto, alterando alcuni suoi tratti caratteristici, l’estensione dei ghiacci, la salute delle foreste, le temperature degli oceani, la frequenza delle tempeste.

Non c’è un motivo per cui noi esseri umani siamo indispensabili a questo pianeta. La vita umana sul pianeta è arrivata inaspettata, come prodotto di circostanze fortuite. Come ha scritto Telmo Pievani,  siamo figli di eventi irripetibili e generosi, in un universo indifferente alla nostra sofferenza, che ci offre la massima libertà di avere successo, o di fallire, nella via che abbiamo scelto.

Chi non crede all’evoluzione della specie e alla responsabilità che ne deriva, può trovare una buona notizia nelle parole del presidente della sub-commissione ambiente ed economia del Senato degli Stati Uniti, John Shimkus, che nell’audizione del 25 marzo 2009 ha dichiarato che non ci si deve preoccupare della distruzione del pianeta, in quanto Dio avrebbe promesso a Noé che dopo il diluvio universale non ci sarebbero state altre catastrofi naturali. Fra lo stupore dei presenti (e di quanti lo riascoltano su YouTube) il senatore ha citato l’esistenza di un “dibattito teologico sul fatto che questo sia una pianeta con fame di carbonio, non con troppo carbonio”. Una tesi simile è stata proposta da Calvin Beisner, fondatore e portavoce della Cornwall Alliance For the Stewardship of Creation, in un’intervista sul settimanale cattolico Il Timone del luglio 2014. Secondo Beisner, conseguenze catastrofiche per i sistemi naturali sarebbero “un esito incongruente con l’intelligenza del ‘progettatore’, con la sua potenza e la sua fedeltà”.

Una grande fede nel soprannaturale, in un Dio padrone un po’ burlone e monocatastrofico, già pronto in passato a sovvertire le leggi della fisica e dell’oceanografia con diluvi universali o separazione dei mari, può far ritenere possibili salvataggi in extremis, con raffreddamenti improvvisi del globo, la stabilità del livello dei mari nonostante la fusione delle calotte polari.

Per chi preferisce il mondo del reale, il pianeta non è in pericolo. Lo sono la specie umana e gli altri esseri viventi che lo popolano. Lo sappiamo e sappiamo perché. E anche questa è una buona notizia.

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Testo di Stefano Caserini

10 responses so far

10 Responses to “10 buone notizie sul cambiamento climatico”

  1. Giacomo Grassion Apr 4th 2016 at 09:09

    caro Stefano,
    condivido pienamente lo spirito che anima il libro (che comprerò), quindi complimenti per l’iniziativa, necessaria ed utile.
    Il testo in questo post (sicuramente non rappresentativo di tutto il libro) sembrerebbe suggerire la visione dei credenti come creduloni e anti-scienza. Realtà sicuramente presente (almeno negli USA), ma ampiamente smentita e superata dall’enciclica del Papa – quindi chiedo: tra le buone notizie del libro c’è anche l’enciclica?

    Giacomo

  2. Stefano Caserinion Apr 4th 2016 at 13:34

    @ Giacomo tra le buone notizie del libro c’è anche l’enciclica?

    Certo, ne parlo in diverse pagine al capitolo 9 -Alternative. Ho cercato di mettere in luce gli aspetti radicali e innovativi di questa enciclica, di quanto abbia sconfessato le voci riportate al cap. 1 (e riprese nel capitolo 4 in cui si parla della sconfitta del negazionismo climatico). Ahinoi quest’ultime voci negli USA contano ancora, purtroppo.

  3. Antonioon Apr 6th 2016 at 06:46

    Complimenti, speriamo che serva, c’è davvero bisogno. In questi giorni si parla molto di petrolio in televisione e nessuno sembra tenere presente che dobbiamo fare qualcosa di serio, non le solite parole. Serve coraggio, tanto

  4. homoereticuson Apr 6th 2016 at 08:16

    interessante.
    particolarmente apprezzabile anche il riferimento alle idee di Pievani …”siamo figli di eventi irripetibili e generosi, in un universo indifferente alla nostra sofferenza…”, un concetto scomodo da accettare, un po’ come le nostre responsabilità nel climate change (e, guarda combinazione, tra i più accaniti negatori di entrambe le evidenze, troviamo spesso i medesimi individui).
    se riesco faccio un salto a sentire la presentazione venerdì.

  5. Stefano Ceccarellion Apr 7th 2016 at 20:00

    Stefano, complimenti per il tuo lavoro e il prezioso sforzo divulgativo. Volevo chiederti come vedi, in sintesi, il problema dei feedback positivi che amplificano il riscaldamento globale. Personalmente, sono rimasto piuttosto scioccato dal dato relativo all’aumento della concentrazione atmosferica di CO2 che nell’ultimo anno è stato ben superiore ai 2,5 ppm (la media degli ultimi decenni) nonostante le emissioni antropogeniche non aumentano più da due anni. Questo dato, unito ai risultati di un recente studio apparso su Nature che sostiene che la Terra è ormai un emettitore netto di gas serra anziché un serbatoio di carbonio, fa temere che potremmo essere vicini all'”abrupt climate change” di cui parlano i più catastrofisti. Mi auguro che la tua risposta possa aggiungersi alle buone notizie di cui parli nel libro!
    Stefano Ceccarelli

  6. Paykasa Bozdurmaon Apr 7th 2016 at 20:26

    tra circa 5 miliardi di anni, quando l’espulsione degli strati più esterni spazzerà via l’atmosfera e renderà inabitabile e inospitale la nostra Terra.a

  7. luigion Apr 8th 2016 at 05:33

    Salve a tutti.

    … però qualcuno mi sa dire dove sono gli errori di questo articolo?

    Però, se possibile spiegato in termini semplici e senza troppe sigle?

    http://wattsupwiththat.com/2016/04/07/no-statistically-significant-satellite-warming-for-23-years-now-includes-february-data/

    Altrimenti mi sembra che qualcuno parla cinese e altri parlano arabo… E nessuno dei due ascolta l’altro.

    Grazie se lo farete. Un confronto del genere, secondo me, vale di più che mille altri articoli.
    Luigi

  8. Stefano Caserinion Apr 8th 2016 at 09:47

    @ Stefano Ceccarelli
    non è tanto il dato di un anno a preoccupare, ma la tendenza.
    I motivi di preoccupazione non mancano, e nel libro non vengono nascosti.
    L’unica buona notizia è che per quanto ne sapppiamo ora (lavori di Tim Lenton et al., oppure l’AR5-WG1 cap. 13 qui http://www.ipcc.ch/pdf/assessment-report/ar5/wg1/WG1AR5_Chapter12_FINAL.pdf), i tipping point per molte componenti del sistema climatico (ma non per tutte) sono lontati e il loro superamento può essere evitato, tramite una drastica riduzione delle emissioni di gas serra.

    @ Luigi
    Abbiamo già discusso spesso di questo tipo di tesi, trova diversi post che spiegano il perchè sono tesi senza senso qui http://www.climalteranti.it/category/temperature/
    ad esempio qui http://www.climalteranti.it/2015/07/19/svanita-la-presunta-pausa-del-riscaldamento-globale/
    qui http://www.climalteranti.it/2014/12/20/riscaldamento-globale-aumento-significativo-pausa-o-altro/
    o qui http://www.climalteranti.it/2015/03/09/il-clima-di-mia-figlia-e-il-mio/

  9. Valentinoon Apr 16th 2016 at 15:03

    Una ulteriore lista di buone notizie (anche se non sempre) è questa:

    http://www.scientificamerican.com/article/how-the-world-has-changed-since-the-paris-agreement-on-global-warming/

  10. homoereticuson Apr 28th 2016 at 08:17

    a proposito di buone notizie, segnalo un ottimo articolo a firma di Francesco Grillo sul Corriere cartaceo di ieri (27 aprile) dal titolo “La ripresa può partire dall’energia solare” dove si analizzano le ottime prospettive dell’energia da FV e si denuncia il ritardo dell’Italia che “rischia di perdere il treno proprio mentre sta partendo” e tante altre osservazioni interessanti, concludendo “E, però, solo reimparandoad anticipare il futuro che
    l’Europa può ricominciare ad avere senso e a crescere superando il deserto di idee nuove
    che nessuna iniezione di liquidità potrà mai rendere fertile.”

    Abbiamo bacchettato giustamente il CdS tante volte; giusto rendere merito quando pubblica qualcosa di buono… chissà … magari lo leggerà anche il Nostro PdC, se gli resta un po’ di tempo dopo Radio Marchionne e “La Gazzetta dei petrolieri”.

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