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COP21: La prospettiva dei piccoli stati insulari

Normalmente le piccole nazioni insulari quali Fiji, Vanuatu o Capo Verde, non ricoprono un ruolo
politico di primo piano nel contesto internazionale. I negoziati della Convenzione Quadro dell’ONU sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) sono un’eccezione, in quanto sono proprio questi i paesi che richiedono con maggiore insistenza un’accelerazione su tutti i fronti dell’azione sul cambiamento climatico. I piccoli stati insulari sono, secondo un recente report del Green Climate Fund, i piú vunerabili al cambiamento climatico; nel quadro dell’UNFCCC si sono raggruppati in un gruppo chiamato AOSIS (Alliance of Small Island States), in prima linea nelle negoziazioni sull’accordo sul clima che dovrebbe scaturire dalla COP21 di Parigi.

Proprio per questo, mentre la grande maggioranza dei capi di stato e dei ministri presenti alla COP rimane invisibile agli osservatori della società civile, i politici degli stati AOSIS sono invece molto disponibili ad interagire. Il secondo giorno della COP21 il Presidente di Kiribati, il Primo Ministro di Tuvalu ed il Ministro dell’Agricoltura di Fiji si sono riuniti in una piccola sala del padiglione AOSIS per incontrare gli osservatori.

I punti salienti dei tre discorsi hanno ricalcato concetti giá noti, ma che sono di importanza vitale per queste nazioni. Il primo aspetto rimarcato dai tre rappresentanti é stato la giustizia climatica, ovvero la necessità di un accordo equo che tenga in considerazione le responsabilità e capacità dei singoli paesi rispetto al cambiamento climatico. Molto sentita è anche la necessità di un taglio repentino delle emissioni, tanto che gli AOSIS richiedono con forza che l’obiettivo dell’UNFCCC sia fissato a 1.5 °C di riscaldamento globale piuttosto che 2 °C, come é stato fino ad ora. Infine, non sono mancati ripetuti riferimenti al concetto di  “Loss and Damage”, ovvero perdite e danni climatici. Quest’ultimo é un aspetto particolarmente complesso delle negoziazioni, in quanto viene visto da molte nazioni industrializzate come una forma aggiuntiva, e molto costosa, di finanza climatica, mentre viene visto come un elemento essenziale dell’accordo dai paesi del terzo mondo ed in via di sviluppo.

L’incontro con i tre membri dell’AOSIS ha reso evidente come gli stati insulari del Pacifico considerino il cambiamento climatico una questione di vita o di morte; non un problema economico o sociale che, per quanto grave, rimane uno dei tanti. Alle nostre latitudini stiamo assistendo allo scioglimento dei ghiacciai alpini; per quanto problematico, esso non rappresenta certo un rischio fondamentale per la stabilitá del paese. Al contrario, la vulnerabilitá di alcuni stati insulari é tale che giá oggi il cambiamento climatico ne sta mettendo a repentaglio il benessere socio-economico. Come ha affermato ripetutamente il Primo Ministro di Tuvalu, “L’obbiettivo dei 2 °C  serve a salvare le economie [dei paesi industrializzati, nda]… noi chiediamo di restare al disotto di 1.5 °C per salvare il nostro popolo”.

La principale minaccia per gli AOSIS è l’innalzamento del livello del mare. In primis, questo comporta frequenti allagamenti, come la devastante alta marea del 2014 alle Isole Marshall, ed erosione delle coste. Queste inondazioni provocano enormi danni materiali alle popolazioni colpite, e presentano anche un grave problema sanitario a causa dei riflussi fognari che provocano. L’innalzamento del mare mette anche a rischio le scarse risorse idriche di molte isole, contaminando le falde aquifere. Infine, danneggia gravemente l’agricoltura, compromettendo la sicurezza alimentare.

In un secondo incontro all’interno della COP l’ex sindaco dell’atollo di Bikini, tristemente noto per i test nucleari condottivi a partire dagli anni ’40, ha fornito alcuni esempi vissuti in prima persona. Ha ricordato in particolare le morie di alberi del pane, fonte essenziale di cibo su molte isole, ed i problemi causati dall’allagamento del principale aeroporto delle Isole Marshall nel 2013 e 2014.

La situazione per i piccoli stati insulari del Pacifico è così seria che alcuni, tra i quali Kiribati e Tuvalu, hanno già previsto la possibilità che in futuro una grande parte della popolazione debba abbandonare il paese a seguito dell’innalzamento del livello del mare. Il Presidente di Kiribati sta addirittura preparando un programma, autodefinito “Migrare con Dignità”, che prevede di educare e preparare le comunità più vulnerabili del paese per l’eventualità di una migrazione forzata. Gli accordi di Parigi sono quindi essenziali per il futuro di molti membri dell’AOSIS. Nelle parole del Ministro di Fiji: “Si tratta del nostro diritto alla vita, del nostro diritto all’esistenza.”

Testo di Gabriele Messori

9 responses so far

9 Responses to “COP21: La prospettiva dei piccoli stati insulari”

  1. […] maniera sensibile. Per questo alla conferenza di Parigi hanno acquisito ruolo le piccole isole, le prime vittime della risalita degli oceani. Il presidente americano Barack Obama – che essendo nato alle Hawaii […]

  2. Valentinoon Dic 6th 2015 at 20:34

    Ci sono 13 citazioni dei SIDS nella nuova versione di sabato del draft dell’Accordo di Parigi:

    http://unfccc.int/resource/docs/2015/adp2/eng/l06r01.pdf

    Cui poi le Parti hanno aggiunto delle richieste di modifiche qui

    http://unfccc.int/resource/docs/2015/adp2/eng/l06r01a01.pdf

    di cui un paio relative ad associare ai SIDS la relativamente nuova categoria di “small mountainous developing states”.

    E’ chiaro che non è accademia stabilire chi sia “tra i piu vulnerabili”, diventa criteri accesso prioriario e/o semplificato a strumenti finanziari e di supporto.

  3. Valentinoon Dic 7th 2015 at 19:09

    Buon segno: la Cop sta prendendo tutte le precauzioni richieste in caso di testo legalmente vincolante, es. le traduzioni in tutte le lingue ONU:

    http://unfccc.int/files/parties_and_observers/notifications/application/pdf/notification_legal_andlinguistic_review_of_the_text_of_the_draft_agreement.pdf

  4. Riccardo Reitanoon Dic 8th 2015 at 07:40

    Leggo dal sito del WRI dell’iniziativa Afr100 per il recupero di 100 milioni di ettari di foreste in Africa, equivalenti a 1.2 Gt Co2eq e al 35% delle emissioni annuali africane.
    A parte il dato quantitativo trovo rilevante il fatto che è una iniziativa coordinata fra 10 nazioni. Sarebbe utile che anche altri interventi avvengano in modo analogo, ad esempio nella gestione delle reti elettriche e nella produzione di energia.

  5. Valentinoon Dic 8th 2015 at 17:01

    Per seguire gli sviluppi di questa settimana si veda qui:

    https://unfccc.int/meetings/paris_nov_2015/in-session/items/9320.php

  6. Valentinoon Dic 9th 2015 at 10:21

    Per quanto riguarda il tema dei “danni” già attuali, essi stanno facendo riflettere tutte le delegazioni. Ad esempio si veda la dichiarazione di Kerry:

    Le secrétaire d’Etat américain a expliqué que son pays avait dû en 2014 dépenser 126 milliards de dollars pour réparer les dégâts causés par huit ouragans.

    Come si vede, rincorrere le catastrofi e pagare il conto salato che ci lasciano è molto più costoso che finanziare mitigazione (e persino l’adattamento).

    E Kerry è consapevole che questo rischia di essere il futuro che si ripete.

    Il a aussi raconté les scènes de dévastation aux Philippines après le passage du super typhon Haiyan. “Voila ce que sera notre avenir. A moins que nous domptions ce monstre que nous avons créé”, a-t-il prévenu.

    (tutte le citazioni riprese da http://www.ladepeche.fr/article/2015/12/09/2234531-cop21-nouveau-projet-texte-est-attendu-journee.html )

  7. […] presenti alternative più ambiziose, come “sotto 1,5°C” (come da tempo chiedono i piccoli paesi insulari e come sembra essere meglio anche dal punto di vista della gravità degli impatti dei cambiamenti […]

  8. […] presenti alternative più ambiziose, come “sotto 1,5°C” (come da tempo chiedono i piccoli paesi insulari e come sembra essere meglio anche dal punto di vista della gravità degli impatti dei cambiamenti […]

  9. Rassegna web COP21 |on Gen 16th 2016 at 04:45

    […] Climalteranti.it » COP21: La prospettiva dei piccoli stati insulari […]

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